#MaggioDeiLibri: #Legalità il coraggio di conoscere…

Sapevo che questo momento sarebbe arrivato e sinceramente non sapevo cosa scrivere di #legalità perchè negli anni ho letto un sacco di libri in argomento e ne potrei parlare all’infinito. Ma non tutti conoscono questo blog dai suoi inizi e quindi sicuramente potrebbero storcere il naso. Perché la #legalità piace nei suoi contenuti ma quando impatta sulle nostre azioni giornaliere diventa un po’ meno forte la nostra affezione al tema. Allora prendiamola alla larga e parliamo di noi attraverso i libri nei percorsi che ho fatto.

#MaggioDeiLibri: Il #benessere che nasce dai libri di Natascia Mameli

Vi è mai capitato di essere in una situazione di stallo della vostra vita? Di provare quella sensazione fastidiosa di insoddisfazione che vi afferra la gola mentre fate colazione e vi lascia solo per pochi momenti durante la giornata, che vi porta a continuare a pensare ‘cosa posso fare per mandare via questa sensazione? cosa posso cambiare?’ e ci pensate e ripensate finché, un giorno, mentre ne parlate con qualcuno, di questa situazione così incresciosa, di questo malcontento, vi viene fuori proprio quella frase, quel pensiero che fino a qualche secondo prima la vostra mente stava cercando di tenervi nascosta, di evitare che si formasse integralmente per evitare di soffrirci, ma adesso che l’avete formulata, ecco, adesso che avete capito qual era l’aspetto più doloroso della situazione, ok, bene, adesso sapete cosa dovete fare?

Eppure ci avete riflettuto sopra per giorni e giorni, forse addirittura per settimane, senza riuscire a capire cosa fare, senza che nessun pro e nessun contro avesse un peso specifico sufficiente a farvi propendere da una parte o dall’altra della questione. Ci avevate così tanto rimuginato sopra che eravate ormai convinti che non ne sareste usciti vivi (si fa per dire, ovviamente).

Come mai, la semplice esternazione di quel ‘contenuto’ nascosto della vostra mente è bastata a farvi vedere il sentiero che fino a quel momento c’era ma vi era celato?

Perché la nostra mente è uno strumento complesso e, lasciatemelo dire, un poco crudele. Ci nasconde proprio ciò di cui abbiamo più paura, nella falsa convinzione che questo ci difenda, mentre proprio il fatto di non riuscire a focalizzare quello che ci spaventa è motivo di disperazione.

Ecco perché parlare con un’altra persona, magari qualcuno che ci conosce poco, che ci ‘obbliga’ a spiegarci meglio di quanto non faremmo con un amico intimo, spesso ci fa uscire dalla testa proprio quello che non vorremmo. Il parlare e l’ascoltare ci aiutano a elaborare tutta quell’accozzaglia contorta di sentimenti che ci ‘perseguitano’ ogni giorno.

Il parlare e l’ascoltare, certo. A cui possiamo (dobbiamo?) aggiungere il leggere. Perché leggere è, esattamente, ascoltare centinaia di migliaia di punti di vista diversi dal nostro e raccontare a noi stessi qualcosa che solo la lettura, molto spesso, riesce a far affiorare e a far vedere da un’altra angolazione.

Per questo, quando cerchiamo il benessere, non è detto che ci si debba sentire obbligati a cercare un libro che parli esattamente di quel che ci turba o ci fa soffrire; esattamente come non è detto che troveremo la ‘soluzione’ in un manuale (ma magari sì, eh, ché le vie della lettura sono infinite!): però è quasi sicuro che, aprendo un libro, un libro qualsiasi (vabbeh, proprio proprio qualsiasi magari no, ma ci siamo capiti) e poi un altro e poi un altro, troveremo gli spunti di riflessione che ci aiuteranno a scalare la montagna di emozioni confuse che ci si para davanti.

Perché leggere è come avere sempre a disposizioni 5 o 6 amici che si raccontano e ti consigliano e, diciamocelo, senza nessun tipo di giudizio magari no, ma il loro giudizio non è mai personale. Non ce l’hanno con noi, non stanno parlando di noi: siamo noi a decidere cosa, di quello che stanno dicendo, ci serve, e cosa no, cosa vogliamo tenere e cosa no; cosa ha un senso e quale senso quella cosa può avere.

Pochi anni fa (2013) è uscito per Sellerio un libro di cui avrete sicuramente sentito parlare: si intitola ‘Curarsi con i libri’ ed è la traduzione, ma non solo, di un interessante progetto che raccomanda, per i più diversi malanni, un tipo di medicina alternativa che non ha a che fare con santoni e magie, ma con i libri. Per ogni disturbo (psicologico ma anche fisico) vengono consigliati titoli diversi tra cui scegliere. Titoli di romanzi che, leggendoli, dovrebbero avere un’influenza positiva nell’affrontare il disturbo relativo. Per la versione italiana il progetto è integrato con titoli di libri italiani. Purtroppo ho avuto qualche perplessità quando ho trovato elencati diversi titoli che risultavano fuori catalogo o non disponibili in italiano. Titoli che potevano essere molto interessanti ma risultavano ‘inservibili’ (per esempio, per ‘Abbandono’ il libro consiglia ‘Canto delle Pianure’ di Kent Haruf, che, per quanto ne so, in italia è arrivato nel 2015, grazie a NN edizioni; nel 2013 l’italiano medio a malapena sapeva chi fosse Kent Haruf). Per il resto, ho trovato l’idea davvero stimolante e io stessa mi sono messa di impegno a integrare il lavoro (scrivendo – oh cielo, non lapidatemi, giuro che ho usato la matita – proprio sul libro) con titoli che, man mano che la mia esperienza nel mondo dei libri cresceva, mi parevano adatti allo stesso problema, o ad altri, maggiormente quotidiani.

Come dicevo, un libro che parli, anche solo en passant, di un argomento per noi spinoso è sempre un buon complemento al nostro benessere. Non importa che il libro sia un manuale su quello o che l’argomento principale sia quello. Anzi, molto spesso, in un libro che compriamo apparentemente solo perché la trama sembra intrigante, o la copertina ci ha colpito o l’autore ci piace, troviamo proprio quello di cui abbiamo bisogno.Per lo meno, a me, è successo parecchie volte.

Perché, in definitiva, un buon libro, con la giusta prospettiva, che ci aiuti a oltrepassare un momento difficile della nostra vita, rimarrà un libro indelebile. Un libro che ci ricorderà, sempre, che ci siamo passati, che ci sentivamo veramente sull’orlo del precipizio, ma siamo andati avanti. E ce la possiamo fare ancora. E ancora.

Natascia Mameli

Marassi Libri

CORSO DE STEFANIS 55 R

16139

GENOVA

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Il calendario di questa settimana:

#Maggiodeilibri – Il #benessere di una cupa e gentile lettura per caso!

Immaginate una calda, anzi rovente giornata di Agosto. Immaginate il GRA (Grande Raccordo Anulare) di Roma e, se non ci siete stati va bene anche immaginare un’autostrada a tre corsie con annessa corsia d’emergenza. Immaginate una fila ferma e ininterrotta di macchine sotto il sole caldo verso le cinque del pomeriggio. Ecco, comincia così la mia storia con un libro.

Molti d’estate sono in vacanza ad Agosto, ma io ho questo brutto difetto, preferisco lavorare in agosto e godermi le ferie a Settembre quando c’è meno gente e il fresco dell’autunno entrante comincia a farsi sentire nelle sere che si accorciano. Mi metto con il mio bel trapuntino estivo, allungata sul divano, con i gatti che vanno e vengono dal terrazzo che ancora riceve il sole e mi gusto un bel libro e i primi tè ai frutti di bosco. Ma quell’estate di cinque anni fa, Settembre sembrava ancora lontano e il traffico romano non accennava a diminuire fino a ferragosto. Stanca, sudata e rassegnata accesi la radio -cosa ormai rara da anni, la radio si accende solo alla mattina per svegliarsi ma al ritorno mai perché sono nell’attimo in cui odio il mondo rumoroso- e incappai in Fahrenheit. Era appena finito un gioco o una lettura e il presentatore (non mi chiedete il nome perché non lo ricordo) stava parlando con “un certo” Umberto Piersanti. Lui scrittore e poeta stava descrivendo le sue opere e il suo approccio alla poesia in particolare e di questa descrizione, ammetto, ricordo poco. Ma subito dopo è scoccata la scintilla. 

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#maggiodeilibri La centuriona e Torey L. Hayden #scrittori #anniversari

unabambinatoreyhayden (1)Sicuramente quest’anno ci saranno tanti anniversari di nascite e pubblicazioni e quant’altro molto importanti da festeggiare, tra cui la nascita di uno dei miei autori preferiti: Luigi Pirandello.
Io però volevo ricordare, per il Maggio del Libro, il compleanno di una delle scrittrici (anche se ‘scrittrice’ non è la parola più corretta) che più hanno segnato il mio percorso di lettrice ‘consapevole’.Nasceva il 21 maggio di 66 anni fa, a Livingston, nel Montana, Victoria Lynn Hayden, meglio conosciuta come Torey L. Hayden, autrice di numerosi libri di quel genere che, in inglese, viene definito ‘non-fiction’: sono infatti non romanzi ma storie vere, vissute in prima persona dall’autrice. Un poco romanzati nella forma (leggi: dialoghi) ma veri al 100%.
A essere sincera, mi risulta piuttosto difficile parlare di questa autrice perché l’ho scoperta in un momento della mia vita piuttosto complicato. In che modo, quindi, la lettura dei suoi libri abbia influenzato il mio essere una lettrice non so se riuscirò a renderlo chiaramente, ma ci provo.

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"Consigli pratici per uccidere mia suocera" Giulio Perrone – Sul ciglio del precipizio…

"Consigli pratici per uccidere mia suocera", Giulio Perrone- Rizzoli (Fonte LettureSconclusionate)
“Consigli pratici per uccidere mia suocera”, Giulio Perrone- Rizzoli (Fonte LettureSconclusionate)

La cosa più difficile da spiegare per i libri come quello di cui vi parlo oggi è l’importanza di conoscere un certo tipo di letteratura che non punta sul farti provare tetre emozioni o non ti faccia sentire diverso solo perché parla di vite tristi e tetre. Il mondo di Giulio Perrone, già da quando ha pubblicato il precedente libro, è un mondo luminoso, fatto di suoni, voci, traffico, gente che vive e che sopravvive, magari a volte è stanca, ma riesce a conservare quell’attimo al giorno per un sorriso. E anche il suo autore è così, lo vedi alle presentazioni anche dopo un’intera giornata di lavoro e, nonostante tutto, non nega mai un sorriso o un ammiccamento a nessuno, indipendentemente da chi lo conosca o no.

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#MaggioDeiLibri cose che ho imparato grazie agli #scrittori (#anniversari)

Oggi, per il #maggiodeilibri, dovremmo parlare di #anniversari #scrittori. Ma, confesso, non ho molta voglia di rifilarvi l’ennesima storia sulla Austen o su Baudelaire o spiegarvi che Tolkien e la Yocenaur io ancora non li ho letti nonostante sia un anno che stazionino in casa. Non sono ispirata, sarebbe stupido farvi leggere un post scritto per forza giusto? Per cui prendiamo l’argomento da un altro punto di vista e, se avrete la pazienza di seguirmi, alla fine ne potremo anche discutere dove vorrete.

Molti di quelli che mi seguono sanno che io sono incappata presto in alcune opere di illustri scrittori per caso. Vi chiederete “Come si fa ad incappare per caso in un classico?”. Semplice! Ero nipote di una maestra e figlia di due lettori onnivori e a casa mia la TV si accendeva solo per un’ora al giorno (che poi dovevo dividere con mio fratello e quindi diventava mezz’ora!). Quindi non c’erano altre alternative che la grande libreria terra-cielo che avevo in stanza dove c’era di tutto, posizionato ad arte, e quindi bastava allungare la mano, aprire e cominciare a leggere. Quindi, ad esempio, la frase che da il titolo a questo spazio viene da “Non chiederci la parola” di Eugenio montale che trovai da piccina su una delle antologie, suppongo di mio padre, che mia nonna, la maestra, teneva religiosamente a casa. Mi aveva colpito perché nelle ultime rime dice una cosa che per me sapeva di verità nuova:

 

Non chiederci la formula che mondi possa aprirti […] solo una cosa sappiamo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. 

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#Maggiodeilibri storie di lettori… Natascia Mameli

 Quando ero piccola non ero una grande lettrice. Anzi.
Uno non lo direbbe vedendomi adesso, dentro la mia piccola ma dignitosissima libreria, ma fino ai 13/14 anni le uniche letture che mi prendevano veramente erano quelle del Topolino.
Per il resto, come dire, non mi ricordo che sentissi quel magico richiamo che sento invece adesso provenire dalle pagine dei libri su cui poso gli occhi.
Mi sono sempre sentita attrarre dalle parole. Quando andavo dal dottore mi leggevo tutti gli avvisi, tutte le pagine strappate da riviste mediche e appese ai muri (non che ci capissi, la maggior parte delle volte); se ero sulla fermata dell’autobus imparavo a memoria qualsiasi cartellone pubblicitario avessi a portata di mano. Ogni momento di attesa che sentivo il bisogno di riempire con qualcosa, lo riempivo di parole, cercavo di trovarne il significato, quello che volessero significare ma anche quello che le singole parole, la loro scelta, significassero (per me) sulle reali intenzioni dietro alla comunicazione immediata.
Eppure, alle elementari, le maestre ci avevano messo a disposizione un ripiano di libri adatti alla nostra età.
Eppure, alle medie, i professori avevano cercato di proporci letture di tutti i tipi.
E in casa i libri non mancavano, dato che le mie sorelle più grandi erano tutte lettrici.
Come mai, allora, non ricordo nessuna lettura piacevole, fino a quel libro che cambiò la mia idea di lettura?

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#maggiodeilibri si parte da qui! [dal libro che sto leggendo] The Dome (Under the dome)

Quest’anno il “Maggio dei libri” ho deciso di festeggiarlo anche io. Non è una cosa che abbia fatto mai, ma c’è anche da dire che questa manifestazione, nata nel 2011, ha un anno in meno del mio blog e che, in fondo, sempre di libri si parlerà. Così ho deciso di raccontarvi e raccontarmi in una serie di post dedicati ai libri che più ho amato e quelli che invece mi entusiasmano oggi, accostandoli, come al mio solito, agli acquisti e anche alle scoperte e alle letture correnti. 
Ci sono stati libri belli, quelli stupendi, i brutti e anche quelli che son proprio sòle, ma, ogni volta che mi guardo indietro o che mi capita di leggere qualche vecchia recensione ricordo ancora distintamente l’umore di quel giorno o l’emozione che quel libro mi ha dato. 
Il claim della manifestazione è “Leggere insieme” e ci sono anche una serie di percorsi, individuabili con degli hastag, che toccano temi come il benessere, la legalità, i paesaggi e anche gli anniversari di nascite e morti di scrittori illustri. Per cui, per non rimanere sola in questo viaggio, ho deciso di coinvolgere un’allegra brigata di blogger e vlogger – a cui si possono unire anche altri (c’è ancora spazio!)- per vedere quante sfumature si possono, dare in un mese dedicato ai libri, ai temi proposti. Ci sono:
E visto che si parte parlando di leggere insieme, quale modo migliore di un bel [Dal libro] che vi faccia sbirciare in quello che sto leggendo ora? Quindi bando alle ciance e partiamo da qua!

Fonte: Pinterest

Libro preso a Gennaio 2017 dopo averci lungamente pensato. E’ un tomo vero, conta 1.000 e rotte pagine ma non è questo che mi impensieriva, ma il fatto che il Re indiscusso dell’horror ha questo vizio di dilungarsi in descrizioni e descrizioni… e descrizioni. E, come ben sa chi mi legge da un po’, quando la descrizione s’allunga troppo per me stroppia! Il King che non si dedica all’horror è una scoperta relativamente recente, più o meno un paio di anni fa, ed è stato interessante trovare fra la sua produzione anche generi diversi, come quello di cui vi parlo oggi, tra cui la distopia.

Per chi non avesse visto la serie TV (davvero spettacolare!), a Chester’s Mill in una bella giornata d’ottobre, senza che nessuno riesca a capire come o che ci siano stati segnali, cala una grande cupola trasparente. Questa è la storia di come una piccola comunità del Maine si ritrova a dover diventare un mondo dentro un mondo. Intrighi, uccisioni si sovrappongono alle morti che sono provocate da questo scudo trasparente inaspettato. 

I primi due “capitoletti” che vi metto oggi riguardano proprio questo momento. Dopo aver visto la serie sapevo che non potevo esimermi dal leggere la storia… ma per chi, sa, la mucca… è diventata una marmotta! E devo dire che, forse, è meno d’impatto, ma passate le prime 50 pagine, quando riesci a riconoscere i personaggi, diventa molto scorrevole!
Buone letture e attenti alle cupole!
Simona Scravaglieri

L’aereo e la marmotta 


 1 


Mentre Claudette Sanders stava prendendo una lezione di volo, osservava la cittadina di Chester’s Mill brillare nella luce del mattino come qualcosa di appena fatto e lì posato giusto ora. Le macchine che percorrevano Main Street lanciavano ammiccamenti di sole. Il campanile della chiesa congregazionalista (la «Congo») sembrava abbastanza aguzzo da pungere il cielo immacolato. Nel momento in cui il Seneca V lo sorvolava, il sole scorreva sulla superficie del Prestile Stream, acqua e aereo a tagliare la cittadina sulla medesima diagonale. 
«Chuck, mi pare di vedere due ragazzi al Peace Bridge! A pescare!» La gioia incontenibile la faceva ridere. Le lezioni di volo erano un omaggio del marito, che era primo consigliere cittadino. A lei la nuova avventura era piaciuta fin da subito. Ma non era semplice piacere, era estasi. Quel giorno per la prima volta aveva capito veramente che cosa faceva del volo un’esperienza così fantastica. Che cosa lo rendeva straordinario. 
Chuck Thompson, il suo istruttore, toccò delicatamente la cloche, poi indicò il quadro comandi. «Certo», disse, «ma manteniamo l’assetto, Claudie, d’accordo?» 
«Scusa, scusa.» 
«Di niente.» Insegnava a volare da anni e gli piacevano gli allievi come Claudie, entusiasti di imparare qualcosa di nuovo. Probabile che di lì a non molto sarebbe costata a Andy Sanders un bel gruzzoletto; si era innamorata del Seneca e aveva espresso il desiderio di possederne uno come quello, nuovo però. Si stava parlando di qualcosa nell’ordine di un milioncino di dollari. Anche se non la si poteva definire proprio viziata, Claudie Sanders aveva gusti innegabilmente costosi che Andy, per sua fortuna, sembrava poter soddisfare senza troppa fatica. 
A Chuck piacevano anche le giornate come quella: visibilità illimitata, assenza di vento, condizioni perfette per una lezione. Non di meno, quando Claudie esagerò nel correggere la rotta, il Seneca ondeggiò leggermente. 
«Ti stai distraendo. Non farlo. Mettiti su uno-venti. Abbassiamoci sulla Route Centodiciannove. E scendi a novecento.» 
Lei eseguì e il Seneca ubbidì ai suoi comandi di nuovo in assetto perfetto. Chuck si rilassò. 
Sorvolarono la rivendita di auto usate di Jim Rennie e poi la cittadina fu dietro di loro. C’erano campi su entrambi i lati della 119 e alberi che ardevano di colori. L’ombra cruciforme del Seneca risalì l’asfalto e un’ala nera sfiorò per un attimo una formichina d’uomo con uno zaino in spalla. La formichina d’uomo guardò su e salutò con la mano. Chuck ricambiò, anche se sapeva di non poter essere visto. 
«Che giornata maledettamente favolosa!» esclamò Claudie. Chuck rise. 
Alle loro vite restavano quaranta secondi.  

 

La marmotta trottava sgraziata sul ciglio della Route 119 diretta a Chester’s Mill, anche se l’abitato distava ancora più di due chilometri e persino le auto usate di Jim Rennie erano solo una serie di luccichii disposti in file in un punto in cui la strada girava a sinistra. Aveva in programma (per quanto possano programmare qualcosa le marmotte) di rituffarsi nel bosco molto prima di arrivare laggiù. Al momento però il ciglio andava bene. Si era allontanata dalla tana più di quanto avesse voluto, ma il sole era caldo sulla schiena e gli odori le sfrigolavano nel naso formando nel suo cervello immagini rudimentali che non erano proprio figure. 
Si fermò e per un istante si drizzò sulle zampe posteriori. Gli occhi non erano più quelli di una volta, ma ci vedeva abbastanza bene da distinguere poco distante un umano che veniva verso di lei sul ciglio opposto. 
Decise che sarebbe andata lo stesso un po’ più avanti. Alle volte gli umani lasciavano indietro cose buone da mangiare. 
Era vecchia e grassa. Aveva razziato un buon numero di bidoni della spazzatura nella sua lunga vita e conosceva la via per la discarica di Chester’s Mill bene quanto le tre gallerie della sua tana; sempre cose buone da mangiare alla discarica. Ondeggiò soddisfatta tenendo d’occhio l’umano che sopraggiungeva sull’altro lato della strada. 
L’uomo si fermò. La marmotta capì d’essere stata vista. Alla sua destra e poco più avanti c’era una betulla caduta. Si sarebbe nascosta là sotto, avrebbe aspettato che l’uomo passasse, poi sarebbe andata a vedere se fosse rimasto in giro qualcosa di gustoso da… 
Arrivò fin lì nei suoi ragionamenti –e compì altri tre passi dondolanti –anche se era stata tagliata in due. Poi cadde spezzata sul bordo della strada. Il sangue sprizzò e pompò; le viscere si rovesciarono sul terreno; le zampe posteriori scalciarono rapide due volte, poi si fermarono. 
Il suo ultimo pensiero prima del buio che ci accoglie tutti, marmotte e umani, fu: Cos’è stato?

Questo pezzo è tratto da:

The Dome
Stephen King
Sperling & Kupfer, ed. 2009
Traduzione di Tullio Dobner
Collana “Narrativa”
Prezzo 23,90€



– Posted using BlogPress from my iPad

"Mash", Richard Hooker – Il potere della scrittura che crea appartenenza…

Fonte: Eye on Canada “The real Mash”

Se non avessi assistito alla presentazione, il libro di oggi probabilmente non l’avrei mai letto. In generale perché probabilmente l’avrei giudicato un lavoro di nicchia, per soli estimatori. E invece, non solo sono andata alla presentazione e mi sono lasciata affascinare dalla passione del traduttore, ma ho anche deciso di prenderlo e l’ho finito giust’appunto l’altro giorno. M*A*S*H si è rivelato non solo un lavoro molto più serio e pertinente di quanto mi aspettassi, ma l’ironia e il paradosso che caratterizzano certi atteggiamenti, che pensavo avrebbero stonato con l’insieme, ben si combinano con un panorama desolante come quello che si viveva negli accampamenti ospedale, definiti appunto “MASH”, delle forze americane nella guerra di Corea. E’ una guerra che in fondo non ci appartiene, che è entrata magari nelle nostre case attraverso le notizie dei giornali, i film o serie TV o anche documentari storici o che abbiamo vissuto di rimando, come fosse una cosa che non ci interessava. Nel mio mondo di figlia degli anni ’70 è entrata relativamente tardi, con l’omonima serie TV che oggi scopro essere tratta da un film.

Per coloro che non avessero mai visto né serie e né film, MASH, racconta della vita nel 4077 accampamento medico in Corea dove, per problemi di gestione dei feriti, un giorno vengono inviati due chirurghi, da aggiungere all’organico, dai nomi/soprannomi altisonanti come “Occhio di Falco” e il “Duca”. Il primo del Nord America e l’altro Sud, entrambi chirurghi formati sul campo, maghi di quella che i compatrioti chiamano “bassa macelleria”. Come dice ad un certo punto “Occhio di falco” ad una recluta, loro hanno ben chiaro quello che stanno facendo e, nel loro obiettivo, non c’è quello di fare le rifiniture ma di salvare il paziente. La rifinitura la lasciano ai medici successivi, perché se perdi tempo a fare un lavoro di fino con un paziente, molti altri che sono in attesa e hanno urgenza di essere operati potrebbero morire. Serve invece tenerne in vita il numero maggiore possibile. Ecco, in tutto questo si racchiude il tema di fondo di questa storia che, nei primi capitoli, non è così evidente. 

Io pensavo di ridere un sacco, ed è stato così in effetti, ma in alcuni punti emerge l’amarezza e la necessità di scappare dalla realtà, che si rivela dell’abuso di alcool, nella misoginia e nella ricerca di alcuni di visibilità per avere la certezza di sapere di “essere qualcuno” anche in un luogo sperduto come quello del campo. “Essere qualcuno” non significa avere i riflettori puntati, significa senso di appartenenza al gruppo, perché qui il gruppo non è dei “fighi” ma di quelli che ogni notte salvano vite aiutandosi fra loro al di là delle convenzioni di gradi e mostrine. Poi ci sono gli elicotteri delle sei, quelli più odiati perché nessuno si alzerebbe in volo a quell’ora di mattina o di sera. Sono quelli che portano i feriti più gravi e che annunciano una notte o una giornata di battaglie per tenere in vita questi uomini che, come succede per i medici, hanno scelto di rispondere al richiamo dell’esercito per la loro patria ma cominciano a non vederne più la ragione.

Non saprei nemmeno come spiegarvi, questo senso di vuoto e partecipazione che scaturisce dalla penna di Hooker – e di rimando del suo traduttore Marco Rossari- che ti pervade ad un certo punto. Non diventa noioso, ma senti la fatica di questi uomini sottoposti a turni massacranti che non si rassegnano ad abbandonare nessuno. E allora passa in secondo piano, il maschilismo riservato alle donne o l’alcol onnipresente e anche gli scherzi di pessimo gusto. Il tutto è inserito in un mondo che rimarrà lì e che, se non fosse così, sarebbe imploso e non avrebbe retto alla lunghezza di quella guerra. Qui il punto non è se la guerra sia giusta o no, qui il punto è l’effetto sulle persone che la vivono e soprattutto quelli che la vivono da relativamente lontano anche se abbastanza vicino. C’è un momento in cui, dopo un’affluenza costante di feriti, i medici si interrogano quando finirà questo continuo massacro e non riescono a sapere nulla. Loro sentono i rumori, vedono gli effetti, ma non sono né a casa e manco sul fronte. Eppure la guerra ha anche loro, è il loro mondo ed è un mondo pesante che li unisce e che una volta abbandonato li dividerà.

Quindi cominci Mash divertendoti. Le battute, lo scambio continuo di botta e risposta nei numerosi dialoghi garantiscono ritmo alla narrazione tanto che, le prime 100 pagine volano via in un soffio. Poi arrivi al capitolo del “Diluvio” -dove non c’è nulla di orribile tante volte ve lo steste chiedendo e che il mio “io” di lettrice ha individuato come il “capitolo 7” ma potrebbe non essere quello – in cui tutto il realismo della scrittura di Hooker si rivela. A quel punto quel mondo, quel campo immaginario, quei medici, le infermiere, le tende degli alloggi e dell’ospedale, tutto insieme, cominciano ad appartenerti. Quella guerra di cui hai solo sentito parlare diventa anche tua. Ma, la cosa strana è che non è “la guerra” come la intendiamo oggi noi italiani; quello che ti appartiene è la situazione come la vive chi sta in guerra. Ed è un concetto diverso: quello che noi viviamo è il rifiuto dell’offesa, del contrasto armato, della rivalsa, delle spese. Qui non ci sono pallottole, la prima linea nemmeno la vediamo. Qui noi vediamo persone, i segaossa al lavoro, le “pinte” di sangue e vediamo l’effetto su uomini che non hanno visto la prima linea ma ne vedono i risultati. Non si pongono il problema se sia giusto o no. Loro hanno risposto ad una chiamata della loro patria, sono lì per questo e null’altro. Nessuna politica e nessuna obiezione. Solo uomini e la fatica di contrastare gli effetti. E’ un punto di vista privilegiato che difficilmente gli autori riescono a riservare ai loro lettori come succede in questo caso.

E’ una lettura che si fa con leggerezza all’inizio e che poi, per le motivazioni elencate, si fa fatica a lasciare. Ne sono rimasta stupita pure io in prima persona. Ma è una lettura che consiglio veramente a tutti. Un po’ per sfatare il mito che io avevo che MASH fosse stato portato in TV solo per ridere e poi per darsi la possibilità di provare qualcosa di diverso e a questo punto, decisamente di qualità.
Non ve ne pentirete,
Simona Scravaglieri 


M*A*S*H*
Richard Hooker
Edizioni SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€



A post shared by Simona Scravaglieri (@leggendolibri) on Apr 17, 2017 at 12:23am PDT

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[Dal libro che sto leggendo] Tredici (Thirteen Reasons Why)


Abbiamo parlato di questo libro giusto venerdì (“Tredici”, Jay Asher – Si poteva far di meglio…) e ci ho scritto su un sacco di cose, più di quanto mi aspettavo che ne venissero fuori. E, a distanza di un lungo fine settimana con l’aggiunta di un altro bel libro letto, posso dire di pensarla ancora così. Libro che, nato come un thriller diventa uno YA, cui viene data l’importanza di “aver trattato temi importanti per l’adolescenza, come i problemi dell’adolescenza nell’ambito scolastico”, che però, proprio perché è nato per altro, centra l’obiettivo solo in parte.

Ma, avendo visto che la serie TV che ne è stata tratta, posso dire che nel confronto scrittore bette sceneggiatori 10 a 1. Le varie puntate infatti sono confusionarie, tirano fuori situazioni che il libro non contempla e inseriscono tutta una serie di fattori che l’autore aveva volutamente trascurato per una scelta che, una volta spiegata, è sicuramente più condivisibile rispetto alle motivazioni dei produttori televisivi.

Per chi non conoscesse né serie e tanto mento il libro. Clay tornando da scuola trova in veranda un pacco che contiene sette cassette numerate. Una volta trovato un mangianastri, premuto play, gli si gela il sangue. La voce che sente uscire dall’altoparlante è quella di Hannah compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. Hannah, chiarisce da subito una cosa: le cassette contengono le tredici ragioni del suo gesto. Se sei nella lista hai ricevuto le cassette, le devi ascoltare tutte per scoprire il tuo peccato e quando avrai finito dovrai passarlo a quello che è il protagonista della storia dopo la tua. Se non lo farai, verrà resa pubblica la storia attraverso le cassette che sono state date ad una persona esterna alla lista stessa. A Clay non rimane che continuare ad ascoltare.

In fondo i dati del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

«Scusi?» ripete lei. «Quando vuole che sia recapitato?» 
Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. «Fa lo stesso» rispondo. 
La commessa prende il pacco. La stessa scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiquattr’ore fa; avvolta in un sacchetto di carta marrone, sigillata con scotch trasparente, uguale identica a come l’avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker. 
«Quant’è?» 
La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tiro fuori dal portafoglio qualche biglietto da un dollaro, pesco nelle tasche un po’ di moneta, e piazzo i soldi davanti a lei. 
«Temo che il caffè non abbia ancora fatto effetto» osserva. «Manca un dollaro.» 
Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi. 
O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l’unico modo per arrivare fino a sera. 
«Dovrebbero recapitarlo domani» aggiunge lei. «O al massimo dopodomani» e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle. 
Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace. 
Anche se non se lo merita. 
Rientrando domani, o dopodomani, troverà sulla porta di casa un pacco. Oppure, se la madre, il padre o qualcun altro rincaserà prima di lei, se lo ritroverà magari sul letto. E sarà tutta emozionata. È successo pure a me. 
Un pacco senza mittente? Si sono dimenticati o l’hanno fatto apposta? Sarà mica un’ammiratrice segreta? 
«Vuole la ricevuta?» Faccio segno di no. 
Un piccolo registratore di cassa la stampa lo stesso. Io sto a guardare, mentre la commessa strappa il foglietto lungo i dentini di plastica e lo butta in un cestino.
C’è un unico ufficio postale in città. Chissà se è la stessa impiegata che ha servito anche gli altri della lista, quelli che hanno ricevuto il pacco prima di me. Si saranno tenuti la ricevuta per ricordo? L’avranno infilata in fondo al cassetto della biancheria? Oppure infilzata su una bacheca di sughero? 
Faccio quasi per richiedergliela. Sono sul punto di dire: “Mi scusi, ci ho ripensato. Posso avere la ricevuta?”. Così, per ricordo. 
Ma se avessi voluto un souvenir, avrei potuto copiare i nastri o tenermi la mappa. In realtà, non desidero sentirne parlare mai più. Anche se la sua voce resterà per sempre con me. E le case, le strade, la scuola continueranno a ricordarmela. 
Non è più un problema mio. Il pacco è già partito. Esco dall’ufficio postale senza ricevuta. 
Vicino al sopracciglio sinistro, la testa continua a martellarmi. Ogni volta che deglutisco avverto in bocca un sapore amaro, e più mi avvicino a scuola, più mi sento sul punto di crollare. 
Voglio collassare. Voglio spalmarmi all’istante sul marciapiede e trascinarmi in mezzo all’edera. Perché, oltrepassata quella, il marciapiede fa una curva lungo il perimetro esterno del parcheggio della scuola. Poi, taglia dritto in mezzo al prato, fino all’ingresso dell’edificio principale. Attraversa il portone e diventa un corridoio che si snoda tra file di aule e armadietti su entrambi i lati, fino a varcare la soglia sempre aperta della classe, alla prima ora. 
Lì davanti, rivolta verso gli studenti, ci sarà la cattedra del prof Porter. Lui sarà l’ultimo a ricevere un pacco senza mittente. E in mezzo, a sinistra, ci sarà il banco di Hannah Baker. 
Vuoto.

Ieri

Un’ora dopo la scuola

Un pacco grande quanto una scatola da scarpe è appoggiato contro la porta di casa mia. La porta ha una piccola buca in cui infilare la posta, ma tutto quello che è più spesso di una saponetta viene lasciato fuori. Uno scarabocchio sull’involucro indirizza il pacco a Clay Jensen, così lo raccolgo ed entro in casa. 
Lo porto in cucina e lo appoggio sul bancone. Apro il cassetto delle cianfrusaglie e pesco un paio di forbici. Passo la lama attorno al coperchio e lo sollevo. Dentro c’è una specie di tubo fatto di plastica con le bolle. Lo srotolo e trovo sette audiocassette sfuse. 
Ogni cassetta ha un numero blu in alto a sinistra, scritto forse con dello smalto per unghie. Ogni lato ha un suo numero. 
Uno e due sulla prima cassetta, tre e quattro sulla seconda, cinque e sei sulla terza, e così via. L’ultima ha un tredici scritto su un lato e niente sull’altro. 
A chi verrebbe mai in mente di spedire una scatola piena di cassette? Nessuno le ascolta più. Non so nemmeno se abbiamo ancora un mangianastri. 
In garage! Lo stereo sul tavolo da lavoro. Papà l’ha comprato a una svendita. Glielo tiravano dietro. È di quelli vecchi, non importa se si copre di segatura o di schizzi di vernice. Ma la cosa fondamentale è che ha un mangianastri incorporato. 
Trascino uno sgabello davanti al tavolo, butto lo zaino per terra, e mi siedo. Schiaccio EJECT. Lo sportellino di plastica si apre e c’infilo dentro la prima cassetta.

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana “Chrysalide”
Prezzo 17,00€

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