"Don Ildebrando e altri racconti", Gustaw Herling – I mali del nostro tempo


Come gia’ detto in precedenza Herling e’ una specie di ricercatore. Cerca il male nelle sue piu’ varie declinazioni e nelle piu’ svariate situazioni. Non e’ una ricerca malata. Assume la parvenza di curiosita’ volta a spiegarsi cosa succede, a comprenderne i meccanismi e a vedere le evoluzioni.
Come aveva anticipato nel suo libro “Conversazioni sul Male” i suoi racconti essendo descritti in prima persona e occupandosi di vicende che prendono sovente spunto dalla realtà recente (questi sono di vari periodi che vanno dal ’65 agli anni ’90) spesso confondono il lettore che fatica a capire dove la realta’ e’ reale e dove invece e’ artificiosamente abbellita al fine di dare un senso alla storia.
In effetti quel che non si sa di tutti questi racconti, e non solo quelli di questa raccolta, e’ che sono tutti frutto di una unica raccolta intitolata “Diario scritto di notte” che solo in Polonia fu pubblicato nella sua versione originale. Negli altri paesi, sfruttando logiche editoriali aderenti ai mercati nazionali, sono state suddivise in piu’ libri fra loro non necessariamente dipendenti.
Ogni racconto, infatti, vive di vita propria. Nasce in un luogo, si sviluppa nell’arco di tempi a volte lunghissimi e si conclude quasi sempre con le riflessioni dell’autore ad epilogo naturale della storia. Pero’ lo stile di scrittura, che cmq e’ quello un po’ intimo del diario confonde, interessa ed esplica le riflessioni dell’autore. Come ad esempio nel racconto del “Ferragosto Romano” si perde l’interesse per quali siano le conclusioni di una inchiesta sul perche’ la gente si suicidi fra il 15 e il 16 di Agosto (la cosa mi fa un po’ sorridere perche’ non meno di qualche settimana fa ho finito un libro della Vargas “Scorre la Senna” dove, in un periodo non ben definito, in un giallo un po’ noir e un po’ metafisico come vengono definiti i racconti di questa raccolta, si sostenva che il malessere che spingeva la gente a suicidarsi si presentava invece a Natale) e invece risulta piu’ interessante capire le conclusioni dello scrittore cui arriva riportando un pezzo del diario scritto negli anni ’70 formando cosi’ una storia nella storia.
Non v’e’ mai una conclusione definitiva. I racconti non terminano mai con una chiusura definitiva. Ed e’ proprio lui che lo spiega nel testo citato in precedenza:
“Ad un certo momento devo abbandonare il mio protagonista, ma non ho intenzione di farlo morire (in questo caso parlava specificatamente del Don Ildebrando), poiche’ ritengo possibile il suo ingresso in un’altra dimensione. Percio’ lo lascio semplicemente svanire, convinto dell’esistenza di un’altra realta’, alla quale forse accede.” E cosi’ accade per quasi tutti i suoi racconti dove non c’e’ sparizione ma c’e’ la morte fisica del protagonista (non significa che sia per forza triste la storia ma e’ solo che sovente si svolgono nell’arco di una vita!) lascia cmq aperta uno spiraglio su un’altra dimensione dove forse il protagonista trovera’ finalmente la pace.
E’ per questo che all’introduzione di questi racconti si trova la definizione di “gialli metafisici”.
Don Ildebrando
E’ la storia di un un chirurgo, discendente di antica casata, che ha una “strana passione per il male”. Discende da un ebreo, Don Ildebrando appunto, che, ai tempi dell’inquisizione, aveva gia’ abbandonato la sua religione per il cattolicesimo e viene, nella Spagna di allora, accusato di eretismo con la supposizione che tale scelta non sia dettata dalla reale fede ma solo da ragioni di opportunità. Subendo torture inaudite e non giustificate, allo scopo di ottenere una confessione non veritiera, viene pervaso della medesima cattiveria dei suoi torturatori che ucciderà con uno sguardo. Scappa in Italia per mettere in salvo la famiglia, sparira’ al fine lasciando tutto in mano ai propri figli. E’ da questa discendenza che Don Fausto (vi ricorda il Faust? Sì c’e’ qualche analogia ;)) che entrera’ in contatto con questo stato di possessione o pervasione. Non c’e’ una spiegazione diretta di quel che succede ma e’ decisamente evidente dalle descrizioni di cio’ che avviene intorno a lui. Gli amici che si ammalano, le atmosfere cupe, le visioni. Il resto lo lascio leggere a voi.
Polvere. La caduta della casa di Loris.
Anche qui si parla di un male. Ma mentre quello precedente ha radici lontane nel tempo e si puo’ arrivare a pensare che sia genetico, qui il male ha forme differenti. E quella sensazione di vuoto che si prova quando si pensa che a noi manchi qualcosa. Loris e sua moglie sono innamoratissimi. Hanno amici comuni e si vedono in continuazione con loro. Il filo della storia qui si svolge sulla falsariga di una storia di Edgar A. Poe (come in precedenza c’erano i riferimenti del “Faust” e de “Il maestro e Margherita”). E’ un po’ il racconto della trasposizione di un nucleo familiare in un’altra dimensione. Nasce una figlia sorda. Questa cresce e man mano, si rende conto di non avere qualcosa è coccolata dai genitori che si sentono in colpa per questo suo handicap e, invece di lottare per la sopravvivenza, comincia ad isolarsi dal mondo; quando sembra vi siano cambiamenti nel suo rapporto col mondo inesorabilmente scivola negli abissi della droga.
In questa storia i dolori della mancanza di qualcosa sono evidentissimi ed estremamente vicini all’umano agire. Quando senti che ti manca qualcosa che pensi sia tua di diritto diventi egoista o laddove non ne hai la forza ti abbandoni accasciandoti su te stesso.
Non c’e’ giudizio sul modo di agire dei protagonisti, c’e’ solo la profonda partecipazione di un uomo che vede uno sgretolarsi di una casa che in questo caso e’ la migliore metafora per descrivere un nucleo familiare.
Ex Voto
In questo racconto invece si affronta il male fisico della possessione(?). Ambientata fra la provincia e Salerno stessa narra di alcuni ex Voto donati in una chiesetta di paese. Come spesso avviene in Italia, allora come oggi, le realta’ piccole che non hanno grandi introiti sono destinate a venire chiuse. Tra gli Ex voto ce n’e’ uno di una ragazzina fatto in maniera del tutto particolare: un medaglione. La chiesa chiude e quindi gli ex voto vengono restituiti ai proprietari che ne vogliano rientrare in possesso e in questa occasione e’ possibile allo scrittore vedere la persona per cui tale voto di ringraziamento venne, in precedenza, offerto.
Viene narrato il dramma di questa bimba oggetto di plurime supposizioni che pero’ non trovano una spiegazione definitiva. Di definitivo c’e’ solo l’operazione cui viene sottoposta.
E quel che sembra suggerire lo scrittore e’ che, non sempre, la medicina tradizionale e’ in grado di dare risposte giuste ma solo definitive.
Essendo un racconto molto breve dare piu’ dettagli, potrebbe rovinarne la bellezza. Pertanto mi fermo qui.
Suor Strega
Anche questo e’ un racconto molto breve. Il male che qui viene descritto e’ quello della disobbedienza. Puoi essere devota ma al tempo stesso irriverente. E la tua natura puo’ anche non minare la mitezza d’animo che hai dentro, ma puo’ celarla. Suor strega da mite donna di paese aveva preso i voti. Non li mantiene. Ma non per questo si sente meno suora. E’ un’altro tipo di fede, che pero’ viene tenuta viva con i sotterfugi a ridosso del camposanto, scoperto fra le due guerre, delle vittime della pestilenza del 1836. E’ in questo racconto che si stenta piu’ di tutti (forse insieme anche a quello sul madrigale funebre e quello sull’anno giubilare) a carpire dove inizi la realtà e dove essa venga asservita ai favori e agli obiettivi della storia. Si parla di una Italia del primo dopoguerra che ha uno stretto rapporto con la morte e con le tradizioni. Si parla di questo camposanto, costituito di enormi quantita’ di corpi accatastati e buttati in fosse comuni. Si descrive altresi’ una sorta di fobia collettiva di uomini e donne che pensano che tenendo in casa un teschio o baciandone uno si possa avere una fortuna insperata.
Se questo panorama descritto fosse reale ci sarebbe un evidente parallelismo con le usanze che oggi condanniamo degli immigrati africani che popolano la provincia di Caserta e Napoli che credono nel sacrificio di una vita, nei loro paesi di provenienza e spesso umano, quale mezzo per ingraziarsi la sorte con queste credenze popolari che ci misero anni a sgonfiarsi.
Guardandola da questo punto di vista, la storia non e’ piu’ cosi’ dedicata alla descrizione di una suora mancata, ma piu’ del male della follia collettiva che oggi reputa una valore una credenza e domani lo ricerca in una persona per poi passare alla successiva soluzione. E analizzandola cosi’, sembra piu’ attuale di quanto non si pensi con la sua rappresentazione di una societa’ che non ha voglia di soffermarsi sui significati preferendo a questi il piu’ veloce giudizio d’immagine effimera e poco durevole.
Ferragosto. Racconto romano
Come dicevo poco piu’ sopra, questo racconto ne racchiude un altro al suo interno. E al contempo pare che quello principale sia una scusa per citare una riflessione veloce scritta nel 1972 nel suo diario e poterne trarre le conclusioni.
Siamo a Ferragosto, uno qualsiasi, ma in una citta’ ben definita: Roma. C’e’ una stazione di polizia dove ci si prepara alla notte che, piu’ delle altre durante l’anno, e’ la notte dei suicidi. Vengono trattati dei casi. In ognuno le conclusioni possono essere “il malessere di vivere” o “la solitudine”, “l’incomprensione” o il “dolore” per un amore o per un passato particolarmente travagliato. Viene istituita una commissione che dovrebbe stabilire il perche’, nonostante queste sensazioni ci accompagnino per tutta la vita, la voglia di chiudere i conti con una vita apparentemente tranquilla ma con nascosti grandi dolori sembri avere la meglio il giorno di Ferragosto. Sara’ perche’ a citta’ improvvisamente si svuota? Il caldo? A parte le conclusioni della commissione, l’autore mette le proprie riflessioni sull’argomento prendendo, appunto, spunto da una serie di appunti scritti in un viaggio fatto in precedenza nella capitale. E nonostante sia solitamente restio a dare soluzioni, sembra che in questo caso dia la sua conclusione attraverso il racconto della sua esperienza in quella occasione. E’ un racconto introspettivo e molto sentito. A volte sembra che il raccontare questi differenti omicidi sia scusa valida per raccontare le proprie interiori sofferenze.
Giubileo, Anno Santo
Anno 2000. Alla fine del 1999 il papa Giovanni Paolo proclama non solo il Giubileo, ma anche la celebrazione dell’Anno Santo. E’ un racconto molto particolare. Sono cose che ho visto, e in questo racconto piu’ che negli altri, fatico a capire dove il racconto corrisponde alla realta’ e dove invece sia stato abbellito.
Un papa sofferente, causa una caduta nella via Crucis del ’99. Una folla di pellegrini che piomba a Roma, messa a dura prova, in occasione delle celebrazioni. Si parla di un papa che risponde alle descrizioni che sono sempre state fatte di lui. Delle preoccupazioni e delle mancate partenze di quell’anno, dovute ad attacchi di guerra e a questioni strettamente fisiche dovute all’eta’. Eppure, questo papa non rinuncia ai propri “doveri” e nonostante i dolori compare per dire la sua e invitare gli uomini di buona volontà ad essere piu’ condiscendenti e votati all’amore verso Dio e verso gli altri. Il racconto, in questo caso scorre quasi senza riflessioni dell’autore, ed e’ per questo che tutto sembra straordinariamente verosimile e all’ultimo, sembra sostituire una possibile riflessione con una unica immagine del santo padre. Come per gli altri e’ talmente breve che raccontarne anche piu’ di quel che ho scritto, ne rovinerebbe l’effetto.
Madrigale funebre
Nonostante il titolo qui si parla di amore. Di vari tipi di amore. Quello che va oltre il luogo e oltre il tempo, quello amicale e quello matrimoniale. Si parla anche di convenzioni che condannano a decisioni drastiche chi le deve rispettare e della definizione di vittima o carnefice.
Tutto questo prende lo spunto da delle composizioni di Carlo Gesualdo principe di Venosa. Una vita travagliata, passata a mettere in musica testi anche di Tommaso d’Aquino.
Si cita anche una scrittrice russa di cui vi parlero’ in un’altra recensione, non perche’ non voglia farlo, ma perche’, quando ripete sovente questi riferimenti come avviene per costei in questo racconto, vuol dire che nei testi ci sono gli spunti per la ricostruzione di questa storia e per le riflessioni ad essa connessa. Non conoscendola ma avendo ricevuto in dono qualche testo sarà mia cura leggerli ed eventualmente riportare i riferimenti a questo testo.
La storia e’ piccola e veloce e quindi non posso dire poi molto di piu’. Il male qui raccontato e’ quello di amore che non si puo’ svolgere. Perche’ i protagonisti non vivono lo stesso periodo storico. E’ il dolore di una separazione. E’ anche la necessita’ di capire e carpire messaggi che non si sentono compresi appieno.
Questo e’ quanto. E’ un libro che vale sicuramente la pena di leggere sia con l’attenzione delle indicazioni dell’autore e sia a ruota libera. In ogni caso la lettura sara’ piacevole e interessante. e, come citato anche in prefazione da Francesco M. Cataluccio, la bellezza di questi racconti e’ che hanno una propria indipendenza quindi non necessariamente devono essere letti nella sequenza proposta e non sono ne propedeutici e ne dipendenti da altre informazioni. Ironicamente si potrebbe anche non sapere chi e’ Herling e apprezzarlo lo stesso pienamente!
N.B. e’ una vecchia edizione non piu’ ristampata pertanto e’ da cercare solo all’usato.
Don Ildebrando e altri racconti.
Gustaw Herling
Feltrinelli editore, ed 1999
prezzo (usato) 8,00€

Advertisements

One thought on “"Don Ildebrando e altri racconti", Gustaw Herling – I mali del nostro tempo

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s