#MaggioDeiLibri cose che ho imparato grazie agli #scrittori (#anniversari)

Oggi, per il #maggiodeilibri, dovremmo parlare di #anniversari #scrittori. Ma, confesso, non ho molta voglia di rifilarvi l’ennesima storia sulla Austen o su Baudelaire o spiegarvi che Tolkien e la Yocenaur io ancora non li ho letti nonostante sia un anno che stazionino in casa. Non sono ispirata, sarebbe stupido farvi leggere un post scritto per forza giusto? Per cui prendiamo l’argomento da un altro punto di vista e, se avrete la pazienza di seguirmi, alla fine ne potremo anche discutere dove vorrete.

Molti di quelli che mi seguono sanno che io sono incappata presto in alcune opere di illustri scrittori per caso. Vi chiederete “Come si fa ad incappare per caso in un classico?”. Semplice! Ero nipote di una maestra e figlia di due lettori onnivori e a casa mia la TV si accendeva solo per un’ora al giorno (che poi dovevo dividere con mio fratello e quindi diventava mezz’ora!). Quindi non c’erano altre alternative che la grande libreria terra-cielo che avevo in stanza dove c’era di tutto, posizionato ad arte, e quindi bastava allungare la mano, aprire e cominciare a leggere. Quindi, ad esempio, la frase che da il titolo a questo spazio viene da “Non chiederci la parola” di Eugenio montale che trovai da piccina su una delle antologie, suppongo di mio padre, che mia nonna, la maestra, teneva religiosamente a casa. Mi aveva colpito perché nelle ultime rime dice una cosa che per me sapeva di verità nuova:

 

Non chiederci la formula che mondi possa aprirti […] solo una cosa sappiamo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. 

Ecco, nella mia testa di ragazzina questo concetto si sintetizzava in “nessuno può sapere tutte le risposte, l’unico modo per scoprire è provare e capire ciò che non mi piace e ciò che non sono”. Ecco, io in questo senso ho sempre orientato la mia vita, la poesia e la relativa antologia che la conteneva non l’ho più trovata e quindi manco ricordavo chi l’avesse scritta. Quindi figuratevi la mia faccia quando al liceo, in una lezione scoprii che quei versi che ricordavo in maniera sconclusionata, ma di cui avevo ben presente il significato, erano una poesia. Ma non una qualunque, era una poesia famosa! Un classico!

 

Stessa cosa avvenne per Puskin e la sua “La figlia del capitano” letta da ragazzina perché era un volume che sembrava da grandi: rilegato in cartonato con una copertura in tela e i bordi in fintissima “vera pelle” con i caratteri dorati sul dorso! Ricordo di averlo scoperto in libreria che era “il grande Puskin” colui che ha ispirato una intera classe di scrittori! Ero lì davanti a quello scaffale, credo che fossero i classici Mondadori e mi sono girata quasi per dire a chi mi stava vicino: “Guarda! Io questo l’ho letto! Se trascuri i nomi impronunciabili che ti fanno incartare la lingua anche quando lo leggi in silenzio, è davvero un bel libro! E si legge bene! Non è noioso come i classici che si leggono a scuola!!”. Ecco, io mi sono girata. Ma non c’era nessuno. Ma non perché fossi sola, ma perché quello scaffale con “CLASSICI” scritto sopra non aveva quell’appeal e nemmeno la forma estetica di un qualsiasi libercolo marcato come “Il best seller che è stato tradotto anche in marziano!” “Il libro che il tuo vicino non vorrebbe che leggessi!” e via dicendo.

Storia similare vissuta anche con “Orgoglio e pregiudizio”. Letto e devo dire che ero molto, ma molto, arrabbiata con Lizzie Bennet. Ora va bene, ha una famiglia che non è il massimo, ma per me, che avevo letto tutta la serie di “Piccole donne” della Alcott, Lizzie non doveva farsi abbindolare dal primo pettegolezzo, ma soprattutto non avrebbe dovuto vivere l’epoca dei balli con lo sguardo conciliante. Perché le donne dovevano passare il tempo ad aspettare da una stagione all’altra per poi diventare galline in mostra per uomini per nulla piacenti, in cerca della scelta di scuderia migliore per la loro prole? Ecco nemmeno lo scoprire che era riportata nelle antologie di scuole mi aiutò così tanto come un libello, di cui non ricordo né il titolo e né l’autore, ma che raccontava Jane con una ispirazione nuova. Jane aveva sì cominciato a scrivere da giovane, ma aveva barato. Mentre la Alcott puntava la sua luce sulla protagonista Jo che doveva essere fonte di ispirazione per le bimbe, perché non ambissero a diventare sciocche damine, Jane aveva fatto qualcosa di ancora più grandioso: aveva scritto un’intera storia che metteva alla berlina quel mondo e per non aver problemi l’aveva ambientata 50 anni prima del periodo che effettivamente commentando. E quella storia a loro piaceva! “Orgoglio e pregiudizio” improvvisamente si rivestì di luce nuova.

 

Ma c’è di più! Con gli anni mi capitò di leggere di tutto, ma un giorno, credo fosse per un salotto letterario, fu scelto “Lo spazio narrante” di Ginevra Bompiani. Lì si parlava di Jane Austen, Emily Bronte e Sylvia Plath. Lì Jane guadagnò un’altro punto quando ad un certo punto la Bompiani invitava a guardare l’intera opera della Austen e, sintetizzo, faceva notare che lo “spazio narrante” della Austen si esauriva al matrimonio… In sostanza dallo studio dei vari testi Jane un po’ ci stava avvertendo: “Donne divertitevi ora che poi con il matrimonio finisce tutto, anche voi!”. Ecco, anche questo messaggio mi è piaciuto tanto, ma non per quello che potreste pensare! Non sono una fanatica della vita da single o nemica dei contratti a “Finché morte non ci separi”. Quello che mi piace di questo messaggio è, che visto ai giorni nostri, con tutte le cose che abbiamo ottenuto e quelle che dobbiamo ancora ottenere questo messaggio è ancora valido.

Donne, ricordate che la vita è una sola, che va vissuta appieno e coscientemente. Basta fare le damine, basta sollazzare l’altrui ego per essere scelte. Il vostro lui vi deve apprezzare per quello che siete, per l’intelligenza che ci mettete ad esserlo e per il vostro io e non per quanto le vostre poppe sfidino ora la forza di gravità. E il vostro uomo deve essere scelto con il medesimo giudizio, perché è inutile dire “tanto c’è il divorzio”! Il divorzio è una pratica inutile che ti scava dentro, così come un lavoro che non ti soddisfa e in cui tu non riesci a trovare soddisfazione e a dargli un aspetto nuovo. C’è un tempo per essere giovani, ma anche adulte – e velo dico il vostro cervello non registrerà altra data anagrafica dopo i 30-35 anni – c’è un tempo, per chi è fortunata anche di diventare mamma o come me zia. C’è un tempo in cui si impara a chiudere le conversazioni con tua madre al telefono con “ti voglio bene” e in tempo per piangere chi non c’è più. Ma donne, coltivate la vostra anima, riempitela di contenuti e di emozioni; non è importante che lui vi apra la portiera ma lo è quando vi ascolta. Imparate a parlare di voi e con voi con competenza, imparate a stare sole e ad apprezzare quei silenzi che vi renderanno più forti. E questo non succerà se rimarrete delle damine. Siete voi che dovete essere delle Lizzie (ma lasciate perdere i pettegolezzi!) e delle Jo. Siete voi che dovete imparare ciò che non siete e ciò che non volete.

Non sono una di quelle che fa la giornata di lutto o che si ricorda gli anniversari… ogni tanto mi dimentico dei compleanni dei miei cari o mi sfugge il giorno della morte di mio padre, quindi sono la persona meno indicata per dirvi di “ricordare” ma ogni volta che mi viene nominato un autore che mi ha lasciato insegnamenti come questi io ricordo ogni volta torno a quello che ho imparato, che mi sembra il miglior modo per non dimenticare!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

ALT NON E? ANCORA FINITA!

La lista dei prossimi contributi delle blogger che partecipano all’iniziativa del #Maggiodeilibri:

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