#MaggioDeiLibri: #Legalità il coraggio di conoscere…

Sapevo che questo momento sarebbe arrivato e sinceramente non sapevo cosa scrivere di #legalità perchè negli anni ho letto un sacco di libri in argomento e ne potrei parlare all’infinito. Ma non tutti conoscono questo blog dai suoi inizi e quindi sicuramente potrebbero storcere il naso. Perché la #legalità piace nei suoi contenuti ma quando impatta sulle nostre azioni giornaliere diventa un po’ meno forte la nostra affezione al tema. Allora prendiamola alla larga e parliamo di noi attraverso i libri nei percorsi che ho fatto.

LettureSconclusionate

All’inizio era Saviano. Eh sì, c’era proprio lui e c’era prima di questo blog. È un libro che ho comprato in un autogrill e si chiama “Gomorra“, e la sua è una delle recensioni di cui vado più orgogliosa perché per scriverla mi ci sono voluti solo 3 anni di letture, confronti, ricerche e quant’altro. Gomorra, come libro di camorra (leggi libro denuncia) stonava un po’ come una campana non ben colata nello stampo. Cellini, mastro orefice e biografo di tanti illustri artisti, probabilmente l’avrebbe fatta rifondere per averla perfetta. E invece Gomorra dimostra che anche nell’imperfezione si possono creare tendenze diverse e nuove. L’errore, se di errore vogliamo parlare, sta nel sottotitolo aggiunto, a detta dell’allora responsabile della collana, “per spiegare di che cosa si stava parlando”.

In effetti invece, guardando e facendo un’analisi del romanzo, si scorgono tagli netti di trama, che nei capitoli danno risalto ai fatti di cronaca e ci fanno quasi perdere le vicende di un personaggio, come il giornalista freelance che compare e scompare a seconda della situazione. La fortuna dell’editor è che il giornalista in questione parla in prima persona, quindi, a meno che non lo rileggi due volte, non te ne accorgi, preso dall’empatia per certi violenti fatti di cronaca. Si narra, per i corridoi dell’editoria che la versione originale contasse più di seicento pagine e i risultato è sicuramente di tutto rispetto, ma se fosse effettivamente un libro denuncia avrebbe comunque un assetto diverso, perché negli anni e leggendo veri libri denuncia l’immagine di quel che succede sarebbe più aderente alla realtà di quello che è veramente successo. Invece questo non è l’interesse dell’autore che invece verte su tutto quello che ha creato un clima inospitale per i giovani che sono costretti ad emigrare per crearsi un futuro cacciati da un sistema che, pur dichiarandosi padrone orgoglioso di quella terra da cui viene, la sfrutta all’ennesima potenza inaridendola. Ed ecco perché il nostro giovane freelance, dopo aver elencato uccisioni, vendette e stragi, dal cumulo di immondizia urla “nonostante tutto io sono ancora qua!”.

Gomorra” rimane un libro interessante perché esce in sordina, perché è scritto da uno che, circa un anno dopo, dal palco delle autorità riunite a Castel Volturno, guardando i suoi concittadini divisi per sesso, spaventati dalla presenza delle “famiglie” dei reggenti sono lì composti e silenti ad ascoltare un annoiato Bertinotti che parla di legalità. E lì, in quel momento, il giovane Saviano e non lo scrittore, si lascia prendere dallo giusto sdegno da dire i nomi dei capi clan sentenziando “Questa non è la vostra terra! Andatevene!“. Ecco checché se ne ricordi di questa vicenda, da come la raccontava all’inizio a come si racconta oggi si è arricchita di particolare che nulla hanno a che vedere con l’originale, Saviano non fu messo sotto scorta per il libro – la camorra ha sempre scelto un profilo basso, e se questa storia non fosse venuta fuori e Saviano non fosse diventato conosciuto loro avrebbero potuto annoverare questa storia come le numerose bislacche prove di un giornalista “creativo”- ma fu protetto per avere fatto quello che nessuno fino ad allora, in presenza di telecamere e autorità, aveva mai osato fare se non volesse proprio morire. Aveva pronunciato i quattro nomi dei capoclan. Aveva detto nomi e cognomi, non aveva fatto riferimento in terza persona nicchiando a lui o a loro, a zio, nonno e cugino. Li aveva pronunciati distintamente.

Un atto di coraggio, nato sicuramente da un’azione incosciente, di un ragazzo che comunque era conosciuto e sotto controllo (sia mai il libro fosse piaciuto) ma il cui pericolo accresce proprio nel momento in cui commette il fatale errore.

È  qui che le strade della legalità di questo post divergono. Da un lato c’è la letteratura di genere che segue il filone aperto da questo libro e dall’altro c’è il filone storico di cui Saviano si è sempre fatto vanto che finisce sempre in storie di legalità, ma è una legalità che viene dai fatti storici. Ve li elencherò uno di seguito all’altro velocemente giusto per non farvi morire di inedia, contenti?

I libri denuncia con una formula romanzata

Ce ne sono tanti, ma una delle cose che mi distingueva all’inizio dell’avventura di LettureSconclusionate, è che io volevo veramente sapere di cosa si stava parlando perché fino ad allora io la camorra, confesso, non la conoscevo proprio. Per me esisteva la mafia, ma la camorra proprio non era mai pervenuta! Se c’è una cosa che Saviano e Mondadori (toglietevi quella smorfia dalla bocca, perchè se oggi si parla con questa veemenza di queste cose è proprio grazie ad un editore con i mezzi che si è potuto permettere un lavoro di un editor così ben fatto da creare non solo attenzione ma anche un mito che viene citato nei testi scolastici!) sono riusciti a fare è creare una tendenza.  Una tendenza fatta di emozioni e di fatti, anche se non tutti raccontati nella giusta sequenza ma erano funzionali al risveglio delle coscienze. Il fatto di usare dei termini selezionati (a Napoli non c’è l’asfalto ma il catrame e per capire la differenza dovete pronunciarlo ad alta voce per sentire quanto la seconda parola gratti fastidiosamente come le unghie sulla lavagna) di specificare, come disse Saviano in un’intervista, termini quasi da medico di obitorio (come quando Carmela l’attrice – oddio speriamo di non sbagliarci ma se l’ho fatto corregetemi che aggiorno!- viene “sparata” in faccia e il suo corpo giace riverso a terra con il cervello che si sparge sul catrame) sono mezzi per creare scompiglio emozionale e per renderci automaticamente partecipi della situazione e della claustrofobia che vive la gente nei vicoli e in quale orrore i ragazzini vivono. Questa coscienza nuova ha trovato due strade: quello che io chiamo il “militantismo da candela”, quello delle persone impegnate a ricordare tutte le vittime (cosa che a me non è mai riuscita e cui fatico a partecipare) e quella tendenza a cui appartengo io che invece vuole davvero capire. Ecco se davvero volete capire ci sono dei testi che non si possono non conoscere.

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L’ impero. Traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei Casalesi” di Gigi di Fiore. È una delle mie recensioni dell’inizio, si capisce dal fatto che tra ieri ed oggi la cosa che è cambiata è che non sono più così succinta. Ma al libro di Gigi di Fiore, scrittore, giornalista e soprattutto storico, specializzato nel Risorgimento italiano (un vero pozzo di cultura), non servono preamboli e spiegazioni. Questo suo libro è una bibbia, precisa, puntuale e che all’epoca ho letto cercando e trovando riscontri in un giornale decisamente impegnato in Terra di Lavoro come “Caserta C’è”. Omicidio? del clan di Sandokan riportato sul Corriere? Bastava andare su Caserta c’è, leggere i particolari, aprire l’elenco ragionato dei nomi, per sapere vita, morte e miracoli, nonché i parenti del capoclan, di quando era stato incarcerato, cosa aveva fatto e via dicendo. Il tutto raccontato con uno stile impeccabile e che ad un certo punto risponde anche ad un’annosa domanda che sento spesso fare ai tuttologi dell’ultima ora: “Perché i napoletani (in Campania per i tuttologi sono tutti napoletani) si lamentano tanto di essere abbandonati se poi le telecamere sono sempre lì e ci fanno anche le serie TV?”. Semplicemente perchè il miraggio dell’informazione costante non esiste nella cronaca definita come comune. Perché nel momento in cui arrivano le telecamere tutto diventa come un set cinematografico e nessuno andrà oltre.

E infatti qualche anno dopo, all’arresto dell’ultimo dei ricercati, Iovine, due cose sono sfuggite all’informazione nazionale: la giornalista di Repubblica che domandava ingenuamente al procuratore dell’epoca “Possiamo dire di aver sconfitto i Casalesi?” e il fatto che quando passavano le volanti che portavano Iovine in caserma per la formalizzazione degli arresti tutte le strade fossero vuote e in silenzio. E no, non c’era nulla da festeggiare, perché se uno spazio si apre c’è un altro clan pronto a prendere il suo posto e, se quello precedente poteva contare su un silenzio di una finta pace gestita su equilibri fra clan non sempre stabili, con quelli nuovi non si sa mai cosa aspettarsi e non sapere quanto sarà sanguinosa la nuova guerra o se i vecchi manterranno il loro potere, vi assicuro che spiega tutto quel silenzio. Non vi sentireste poco sicuri e abbandonati anche voi?

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 “Dentro la giustizia” Raffaello Magi. Una cosa di questo libro c’è da dirla, il resto dei libri che citerò sono di scrittori e giornalisti, ma questo è scritto da un Giudice con volutamente la “G” maiuscola. L’empatia che riesce a tirar fuori, pur parlando dell’immensa difficoltà di raccapezzarsi in un processo come quello “Spartacus” è davvero tangibile. Un libro scritto non solo bene ma anche pieno zeppo di informazioni per imparare a guardare i fatti in maniera corretta. In fondo dopo che hanno risvegliato la nostra coscienza, e Di fiore ci ha ricordato che la storia viene da lontano, ci serve qualcuno che ci insegni a guardare ai fatti in funzione non dell’emozione che potrebbe generare nuova violenza, ma con gli strumenti della logica e della critica seria.

L’ho visto dal vivo recentemente alla presentazione di un libro di cui vi parlerò dopo e devo dire che sono rimasta ipnotizzata da tanta coerenza nel gestire anche il modo in cui raccontare, in modo da corredarle delle giuste informazioni per interpretarli, i fatti. Omicidio è un fatto, il clima che genera il messaggio per cui si è ucciso un uomo è un altro fatto, l’orrore no. Alla giustizia l’empatia non serve, perchè l’empatia asserve alla vendetta in questi casi. Ecco il resoconto di quel processo è scritto in maniera estremamente scorrevole e ci permette di entrare in quell’enorme mondo di fatti e di capire i vari filoni dei processi secondari che ne sono scaturiti.

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Infine un biografia, che io ancora per impegni di altro genere, non ho ancora completato ma di cui ho letto già più della metà. Si chiama “Il Sangue non si lava” ed è la biografia di Domenico Bidognetti scritta da Fabrizio Capecelatro e che è uscita di recente, qualche mese fa, di cui vi ho parlato su Ultima Voce. La bellezza di questo libro risiede nel fatto che l’autore è presente e al contempo assente, è un po’ come stare in una sala visite di un carcere di massima sicurezza, riparati per quel che si può da orecchie indiscrete ed essere quella persona senza volto che è l’interlocutore perfetto per un dialogo quasi interiore che ripercorre le fasi di una vita che si è svolta fra illegalità e carcere. È un po’ una elaborazione del lutto di un uomo che sa di aver perso l’occasione di una vita diversa, con una semplice scelta. Potremmo dire che non era obbligato, ma in questo torneremmo ad essere come i tuttologi di cui sopra.

La contestualizzazione della vita di Bidognetti è importante, ed è importante capire il perché, in quel mondo e in quel periodo storico e in quei fatti, egli abbia agito così. Ma lascia comunque un monito, ed è una cosa imparata sulla propria pelle. Ogni scelta fatta in maniera libera o no porta alla sepoltura: che sia al cimitero o in un carcere non importa, anche se la differenza è sostanziale. Il mito creato da libri di quart’ordine e da serie Tv è una finzione. Quando entri in determinati contesti sai che comunque morirai e ti si apre non una vita d’oro, ma una sottoterra sempre in corsa per scappare agli arresti delle forze di polizia o ai sicari dei gruppi con cui sono in guerra. E, visto così, il mito del boss di camorra perde ogni attrattiva non trovate?

Legalità e illegalità nella storia, la Russia

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Un’altra delle cose che mi aveva interessato di Saviano è questo, apparentemente, incoerente modo, degli inizi, di parlare della camorra, del “potere della parola” e di alcuni scrittori in particolare come Varlam Salamov e Gustaw Herling. Che c’azzeccavano due tipi che hanno vissuto la realtà del lager, altri di cui non vi citerò i nomi perché sono libri che nel tempo ho recuperato ma che ancora non ho letto, con tutto questo risveglio di coscienza? Dopo lunga e attenta riflessione lettura del suo libro “La bellezza e l’inferno”, dopo una serie di letture, ho scoperto che un po’ c’entrava. Il punto è abbastanza semplice: che l’illegalità sia data da un regime o da una cosca mafiosa il sunto non cambia. Cambiano a volte le logiche in cui si pensa la gestione del potere e in questo, Salamov è un esempio eclatante.

Sono tre i libri che ho letto di Salamov e sono, in ordine di lettura e di scrittura da parte dell’autore stesso, “I racconti della Kolyma“, “La Visera” e “La quarta Vologda” tutti e tre pubblicati da Adelphi di cui però solo due vengono citati nella biografia ufficiale dell’autore. Chiariamo questo punto così capiamo bene di chi stiamo parlando: Salamov ha vissuto la 18 anni al confino con una piccola interruzione di due anni (o 5 confesso di non ricordare la tempistica perfettamente) se non vado errata. Colto in giovane età, all’università, a ciclostilare il “Testamento di Lenin”  venne inviato a scontare la sua pena al confino, manco tantissimo rispetto alla Kolyma, in una località che si chiama Malaja Višera. Ne uscì dopo 5 anni, due in ritardo rispetto alla pena data, perché alla fine dei tre anni fa presente che qualcuno sta ostacolando il suo ritorno a casa. Torna a Mosca dopo qualche periodo di difficoltà ricomincia a scrivere per un giornale culturale, si sposa e poco dopo viene convocato per rilasciare delle dichiarazioni sulla pena scontata. Non farà più ritorno fino a tredici anni dopo. Quel lungo periodo lo passa al reale confino in Siberia e rischierà anche di morire, anche se effettivamente la prima volta che Salamov muore è quando sale nuovamente sul maledetto treno che lo porterà alle miniere, da dove sa già, che non uscirà nessuno, né le vittime e tantomeno i carnefici.

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Quando tornerà affronterà un lungo periodo di lutto in cui sarà combattuto fra capire quello che ne è stato della sua vita e la paura di essere nuovamente arrestato dal KGB che comunque lo continuava a far seguire come attestato da un volume postumo uscito qualche anno fa che si chiama “Alcune mie vite“. E in quell’occasione viene riportato un racconto che nelle raccolte precedenti non c’è che si chiama “Il guanto” e che spiega in buona parte che significato dare alle tre raccolte che Adelphi ha pubblicato. In quel pezzo di confessione scrive di essersi vestito con dei guanti nuovi, sono puliti, non sono bucati, la pelle sa di buono, ma le sue mani non ci si trovano bene. I guanti nuovi non conoscono e ne accettano i calli che nel tempo hanno rivestito le articolazioni, sono fatte per mani che lavorano, ma non come hanno fatto le sue che ora sono deformate. E conclude dicendo che i guanti che sentiva davvero suoi sono in un luogo che ora non c’è più, che erano perfetti perché erano stati con lui tutti quegli anni e si erano adattati al cambiamento delle sue mani.

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Ecco ogni singolo racconto è un po’ come un callo e l’intera raccolta dei tre volumi non è altro che la ricostruzione dei due guanti lasciati lì, dove ora non c’è più segno della barbarie che ne è stata. La Visera non è contemplata nella biografia, perché quando Salamov comincia ad elaborare il lutto di quello che è successo, ricostruendo i suoi vecchi guanti, lo fa di getto partendo dalle esperienze più vicine (il campo della Kloyma) tornado indietro ( quello della Visera, fino alla sua infanzia in Vologda) e la catalogazione all’estero e anche quella iniziale di Einaudi che doveva uscire alla fine degli anni ’90 del 1900 non aveva previsto di selezionare e i racconti in maniera ragionata come ha invece fatto con passione Adelphi. Ecco in una cosa Saviano ha sbagliato parlando di Salamov, anzi più di una ma a questa ci tengo di più, Salamov non ha mai scritto per lasciarci questo lascito. Lui scriveva solo per se stesso e si sente, dall’accortezza e dalla sensibilità con cui descrive determinate scene, orribili, ma sempre narrate con l’attenzione di uno che sa di non poter sopportare più di tanto. Ogni racconto che compone ogni capitolo di questo trittico di raccolte è un diario personale per ripercorrere una vita rubata.

In questo spazio non troverete la recensione de “La quarta Vologda” perché non mi sono mai sentita in grado di concludere la mia esperienza con Salamov e il fatto di non averla scritta mi ha sempre dato quel senso di “forse potrei rileggerlo e così conoscerlo di nuovo dall’inizio”. Discorso diverso quello di Gustaw Herling scomparso oramai 17 anni fa nel 2000. Herling che, in seconde nozze ha sposato la figlia più piccola di Benedetto Croce, ha avuto fortuna e sfortuna al contempo. La fortuna è stata quella di avere un talento particolare per raccontare le storie. La sfortuna non è stata solo quella di essere stato in giovane età catturato durante la seconda guerra mondiale mentre andava a combattere contro i tedeschi e di aver passato anni nei gulag per gli stranieri, ma anche di non essere stato compreso a fondo dall’establishment culturale italiano.

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Relegato e bistrattato come Malatesta, quasi portasse sfortuna, poteva contare su pochi attenti amici, come ad esempio Ignazio Silone, ed un selezionato gruppo di estimatori fra cui figura Piero Sinatti, il primo traduttore di Salamov in Italia. Nel libro uscito da una conversazione proprio con Sinatti e la Raffetto, che se non sbaglio lavora oggi ancora in Adelphi e che dovrebbe aver curato l’uscita de la Visera, che si chiama “Ricordare, raccontare. Conversazioni su Salamov” Herling un po’ ci indirizza sulla natura non solo di Salamov come scrittore, ma ci lascia anche una sorta di testamento accennando proprio dei Gulag: quel cosmo circolare che Salamov descriveva fra le pagine de la “Visera” è reale. Ogni volta che cambiano i poteri costituenti chi ha giurato fedeltà al vecchio tenutario del potere domani verrà ucciso per lasciare lo spazio all’altro di spadroneggiare. Tutta questa realtà è l’immagine delle forme del male che si contendono i casi della vita di ognuno di noi e visto che, il compito dell’intellettuale, non è di giudicare ma di insegnare a guardare e istigare la riflessione e la discussione lui dedicherà una vita a descrivere le varie forme in cui questo può manifestarsi. Ne viene fuori una raccolta lunghissima che solo in Polonia, il suo paese d’origine, è pubblicata in maniera integrale, che si chiama “Diario scritto di notte”. nel resto del mondo è pubblicato in selezioni di racconti fra cui la più bella a mio avviso è “Don Ildebrando e altri racconti“.

Ma cosa ci azzeccano con la #legalità e fra loro queste due espressioni completamente diverse e lontane nel tempo? Nella cosmologica savianica, quelle che le unisce è il “Potere della parola”. L’esercizio all’analisi di parole e concetti, alla conoscenza della storia ci impedisce di essere in balia di un”informazione non sempre attenta alla verità” come succedeva per la giornalista di Repubblica, e ci spinge ad andare a cercare testi sicuramente più di nicchia per trovare quelli che, come i rappresentanti che vi ho citato (ma ce ne sono molti altri anche citati qui nelle recensioni del blog) che questo lavoro lo fanno ogni giorno con passione e attenzione, al netto del pericolo costante che questo lavoro comporti. Nel caso dei Gulag il potere della parola si esplica in due modi, uno indiretto che ci ha regalato pagine di profonda riflessione sulla giustizia e la legalità su cui si appoggiano i regimi che annientano spesso l’establishment culturale e l’altra con l’esercizio del ricordo che non deve venire perpetrato passivamente nel riportare fatti e avvenimenti ma utilizzato per andare oltre. Magari non capiteranno più i Gulag, o forse ci sono già di nuovo, ma l’esercizio alla conoscenza è il primo vero passo verso la #legalità che ognuno può fare per trovare la sua libertà e anche salvaguardare quella degli altri.

Se non siete morti di stenti fin qui, siete già sulla buona strada!

Questo pezzo ha una dedica particolare ad un amico conosciuto negli ultimi tempi ed è Rosario Lubrano. È con lui che qualche tempo fa alcuni di questi argomenti erano venuti fuori e se la mia memoria non mi ha abbandonato completamente è proprio grazie a coloro che ogni tanto mi chiedono di queste storie.

Sotto vi inserisco il calendario della settimana.

 

Buone letture,

Simona Scravaglieri

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