[Dal libro che sto leggendo] Come siamo diventati nordcoreani

Mi piacerebbe dirvi che sarà una passeggiata di salute, ma non è così per questo libro. Oddio, la scrittura è piacevole e scorrevole, vi ritroverete a metà libro senza accorgervi di come ci siete arrivati, ma non sarà così semplice riuscire a capire come si sia arrivati ad avere la Corea del Nord e quindi anche quella del sud e cosa realmente abbia comportato per gli abitanti di questo luogo, nascere da quel lato del confine.A raccontare in prima persona la sua storia è proprio l’autrice, Krys Lee, che fugge un giorno, senza nessun preavviso lasciando tutto, in cerca di una libertà difficile da comprendere, perché quella conosciuta sino ad allora era diversa. Ma quale sia la differenza fra le due, può essere compresa solo da chi ha vissuto immerso nelle due realtà. Ed è questo esercizio quello che fa Krys: prende il suo vecchio mondo, lo ricostruisce attraverso i ricordi, e ce lo illustra illuminando particolari che altrimenti ci sfuggirebbero, perché occidentali e non disattenti, e li ingrandisce spiegandoceli.

Perché qui c’è un doppio problema: si parla di uno stato sotto assedio in un mondo orientale. Quindi al lettore è richiesto un atto di fiducia, ovvero quello di spogliarsi delle sovrastrutture della cultura occidentale e quello di accantonare per un momento la concezione di libertà individuali e collettive, che fanno parte del nostro DNA, e di lasciare che le parole dell’autrice lo facciano totalmente immergere nel clima e nelle situazioni qui raccontate. Solo allora potrà avere un quadro completo dell’orrore di cui tanto si parla ma di cui si hanno “certezze empatiche” da testimonianze terze molto spesso non spiegate sino in fondo. Per capire davvero una condizione bisogna immergersi nella cultura di riferimento e non guardarla dietro il filtro della nostra. Situazione che si verifica spesso sia per il mondo orientale quanto per quello mediorientale.

È talmente toccante che è un vero peccato farselo sfuggire. È un lavoro che vi consiglio caldamente, lasciate perdere che non vi piacciano le biografie o che vi annoi la politica internazionale. Lasciate solo parlare l’autrice in queste righe che vi riporto e probabilmente converrete con me che è un libro da leggere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Attraversare

1

YONGJU

Ancora oggi se chiudo gli occhi rivedo le immagini della mia terra. La metropolitana di Pyongyang, profonda come un bunker, gli anziani sulle sponde del Pothong che ballano ubriachi al suono tintinnante del kwaengwari, le recinzioni elettrificate intorno alle centinaia di campi di lavoro, su a nord, che noi fingevamo non esistessero. Sono queste le immagini della mia terra, la mia pena detentiva. La memoria però è una superficie scivolosa, uno specchio che va in frantumi appena lo sfioro. Mi sfugge tra le mani come le poesie che un tempo scrivevo e che non riuscivo mai a finire. È una persecuzione. E così mi ritrovo a cercare indizi del passato, a tornare di continuo al palazzo che galleggia nella luce, al nostro Paese che il mondo chiama Corea del Nord.
Le parole di mia madre mi tormentano. Quell’ultima sera, mi disse, nessuno voleva trovarsi nel palazzo costruito su tunnel chilometrici usati come rifugio antiaereo. Lei e mio padre sfoggiavano lo stesso sorriso degli altri invitati, lo stesso cappotto di pelliccia e lo stesso Rolex con su inciso il nome del Caro Leader, il Grande Generale, l’uomo con decine di titoli onorifici. Sul cuore sfoggiavano lo stesso distintivo della famiglia Kim, una dimostrazione di fedeltà ai capi.
Noi, i figli, non c’eravamo, eppure i nostri genitori, entrando nell’ampio salone allestito per il ricevimento, si salutavano con le solite frasi di circostanza: «Ho saputo che tuo figlio frequenterà il politecnico Kim Chaek. Sarai fiero di lui, immagino», oppure: «Ho visto tua figlia suonare il violoncello. Incantevole».
Eravamo un argomento di conversazione sicuro. Si conoscevano tutti dai tempi della scuola e dei comitati di partito. I figli, come me, erano esentati dai dieci anni di servizio militare obbligatorio e studiavano nelle migliori scuole di Pyongyang, mentre le figlie come la mia sorellina erano destinate a sposare i loro pari.
Nostra madre, in abito di seta, i capelli raccolti in uno chignon, si sedette a un lato del lungo tavolo di mogano; nostro padre, in completo nero, all’altro. Anche se sembravano divertirsi, avevano tutti paura. Non fosse stato per i distintivi e la presenza del Caro Leader, che li osservava dal suo posto a capotavola, sarebbe stata una festa come un’altra.
Questa era la Pyongyang della mia famiglia nel 2009. Non conoscevamo nessuno di quelli che erano stati esiliati nelle tetre cittadine minerarie o che mettevano nello stufato corteccia triturata per riempirsi la pancia. Con i ragazzi che vivevano nelle province, costretti a lavorare nei campi di papaveri da oppio, o con la massa di persone che giravano in lungo e in largo il Paese in cerca di lavoro, per rimediare denaro e quindi cibo, avevamo in comune solo la cittadinanza. Quanto a me, conducevo la vita che mi era concessa dallo status sociale dei miei: leggevo e parlavo un inglese passabile, russo e un po’ di cinese, e immaginavo che avrei frequentato una scuola di specializzazione all’estero. Avevo ventun anni, e davo per scontato che la mia vita sarebbe stata tutto sommato facile.
In quel salone, mentre si muovevano con disinvoltura sotto un lampadario pesante quanto un carro armato, i miei genitori sembravano intoccabili. È doloroso rievocare l’immagine di mia madre, famosa attrice: l’ovale innocente del suo viso, gli occhi color nocciola, quello sguardo penetrante e sincero ma allo stesso tempo diffidente. Si diresse verso l’amante di mio padre con quella sua andatura fluida, perfezionata da centinaia di ore di pratica. Dopo aver salutato le persone accanto a cui passava si sedette di fronte a una donna con le ciglia finte, e con un tono che di solito riservava ai bambini si rivolse a lui: «Venerdì sera hai fatto piuttosto tardi, vero tesoro?».
Così facendo stava ricordando a quella donna che c’era una sola moglie, e che era stata proprio la generosità della moglie a permettere al marito l’incontro con l’amante. Il suo orgoglio feroce nascondeva le ferite come un manto.
Mio padre, uomo sicuro di sé, non sembrava particolarmente turbato, e mentre si sedeva accanto a mia madre sorrise. Dirigeva l’ufficio governativo del commercio, una carica importante e misteriosa perfino per la sua famiglia: per lui c’erano sempre questioni più serie delle donne. Tuttavia, mentre l’amante arrossiva e si voltava come un girasole verso l’ignaro marito, sussurrò a mia madre: «Era proprio necessario?».
Lei rispose: «Ha importanza?», poi raddrizzò il mento, sollevando la scollatura per nascondere gli impercettibili ma inevitabili segni che il tempo aveva lasciato sul suo fisico durante gli anni del matrimonio, combinato dal Grande Generale in persona. Mio padre non notava quei dettagli, o forse non lo interessavano. Lei invece ci teneva a non avere il rossetto sbavato e a proteggere la propria dignità. Quell’ultima sera interpretò la parte alla perfezione, finché non ci fu più nessuna parte da interpretare.
Alla moglie del numero undici del partito, seduta accanto a lei, chiese: «Com’è andato l’intervento di tua suocera?», e poi: «Era buono il miele che vi ho mandato?». Circondata dai quaranta invitati e dalle loro limitate libertà, la mia pragmatica madre curava le proprie alleanze. Alcuni minuti dopo, al numero sette del partito seduto di fronte a lei disse: «I piani di sviluppo che hai esposto nel tuo discorso faranno un gran bene al Paese».
Mentre lui arrossiva e pontificava di strategie commerciali, lei sospese le bacchette sulle striscioline di pesce palla e di tonno che guizzavano ancora nel piatto, parte dell’ultimo carico arrivato dal mercato ittico Tsukiji di Tokyo a bordo di un jet privato. Mio padre pregustava il brandy che sarebbe stato servito alla fine: gli faceva venire nostalgia dei viaggi di lavoro in Europa, un continente, mi aveva detto, in cui tutto il mondo è in vendita. Questa era la nostra vita.
Prima che gli inservienti portassero via gli avanzi dalla tavola imbandita e la fontana mobile di Chivas Regal, la mamma sfiorò il piede di papà con il suo, gli occhi fissi sul bicchiere che aveva davanti. Cogliendo il segnale, lui alzò il calice per brindare alla salute del Caro Leader e disse: «Al nostro Grande Generale!». Finalmente tutti osarono guardarlo.
Il Caro Leader bevve alla propria salute. Solo allora gli altri bicchieri si sollevarono in successione. «Al nostro Grande Generale!» dissero tutti, con sorrisi smaglianti e spaventati.
Forse si sentiva a disagio anche lui, avvolto nella sua giacca maoista di seta grigia. Mi chiedo se mentre rifletteva sui suoi possibili successori si toccasse un neo schiarito che lo impensieriva o i capelli radi pettinati all’insù, per controllare che fossero ancora al loro posto. Eppure sapeva bene su cosa poteva fare affidamento quando non gli restava altro: la curiosa gestualità delle mani, le parate di soldati che marciavano con il passo dell’oca, la vista sulla distesa di monumenti celebrativi. Sprofondò nella sedia e attirò l’attenzione degli astanti con un movimento stanco del braccio.
Vorrei che la scena si fermasse qui. Vorrei poter impedire gli eventi che mi raccontò mia madre la notte in cui lasciammo per sempre Pyongyang. Vorrei che la lingua del mio struggimento fosse più forte del tempo. Ma non posso far altro che ricordare, immaginare, credere all’unica storia che mi resta di mio padre.
Lì, in quel salone così grande da sentire l’eco delle voci, il Caro Leader alzò la mano verso la parete più a nord, e quella si aprì.

Questo prezzo è tratto da:

Come siamo diventati nordcoreani
Krys Lee
Codice Edizioni, Ed. 2017
Traduzione di Stefania Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani
Collana “Narrativa”
Prezzo 18,00€

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s