[Dal libro che sto leggendo] Come siamo diventati nordcoreani

Mi piacerebbe dirvi che sarà una passeggiata di salute, ma non è così per questo libro. Oddio, la scrittura è piacevole e scorrevole, vi ritroverete a metà libro senza accorgervi di come ci siete arrivati, ma non sarà così semplice riuscire a capire come si sia arrivati ad avere la Corea del Nord e quindi anche quella del sud e cosa realmente abbia comportato per gli abitanti di questo luogo, nascere da quel lato del confine.A raccontare in prima persona la sua storia è proprio l’autrice, Krys Lee, che fugge un giorno, senza nessun preavviso lasciando tutto, in cerca di una libertà difficile da comprendere, perché quella conosciuta sino ad allora era diversa. Ma quale sia la differenza fra le due, può essere compresa solo da chi ha vissuto immerso nelle due realtà. Ed è questo esercizio quello che fa Krys: prende il suo vecchio mondo, lo ricostruisce attraverso i ricordi, e ce lo illustra illuminando particolari che altrimenti ci sfuggirebbero, perché occidentali e non disattenti, e li ingrandisce spiegandoceli.

Advertisements

[Dal libro che sto leggendo] Tredici (Thirteen Reasons Why)


Abbiamo parlato di questo libro giusto venerdì (“Tredici”, Jay Asher – Si poteva far di meglio…) e ci ho scritto su un sacco di cose, più di quanto mi aspettavo che ne venissero fuori. E, a distanza di un lungo fine settimana con l’aggiunta di un altro bel libro letto, posso dire di pensarla ancora così. Libro che, nato come un thriller diventa uno YA, cui viene data l’importanza di “aver trattato temi importanti per l’adolescenza, come i problemi dell’adolescenza nell’ambito scolastico”, che però, proprio perché è nato per altro, centra l’obiettivo solo in parte.

Ma, avendo visto che la serie TV che ne è stata tratta, posso dire che nel confronto scrittore bette sceneggiatori 10 a 1. Le varie puntate infatti sono confusionarie, tirano fuori situazioni che il libro non contempla e inseriscono tutta una serie di fattori che l’autore aveva volutamente trascurato per una scelta che, una volta spiegata, è sicuramente più condivisibile rispetto alle motivazioni dei produttori televisivi.

Per chi non conoscesse né serie e tanto mento il libro. Clay tornando da scuola trova in veranda un pacco che contiene sette cassette numerate. Una volta trovato un mangianastri, premuto play, gli si gela il sangue. La voce che sente uscire dall’altoparlante è quella di Hannah compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. Hannah, chiarisce da subito una cosa: le cassette contengono le tredici ragioni del suo gesto. Se sei nella lista hai ricevuto le cassette, le devi ascoltare tutte per scoprire il tuo peccato e quando avrai finito dovrai passarlo a quello che è il protagonista della storia dopo la tua. Se non lo farai, verrà resa pubblica la storia attraverso le cassette che sono state date ad una persona esterna alla lista stessa. A Clay non rimane che continuare ad ascoltare.

In fondo i dati del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

«Scusi?» ripete lei. «Quando vuole che sia recapitato?» 
Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. «Fa lo stesso» rispondo. 
La commessa prende il pacco. La stessa scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiquattr’ore fa; avvolta in un sacchetto di carta marrone, sigillata con scotch trasparente, uguale identica a come l’avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker. 
«Quant’è?» 
La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tiro fuori dal portafoglio qualche biglietto da un dollaro, pesco nelle tasche un po’ di moneta, e piazzo i soldi davanti a lei. 
«Temo che il caffè non abbia ancora fatto effetto» osserva. «Manca un dollaro.» 
Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi. 
O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l’unico modo per arrivare fino a sera. 
«Dovrebbero recapitarlo domani» aggiunge lei. «O al massimo dopodomani» e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle. 
Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace. 
Anche se non se lo merita. 
Rientrando domani, o dopodomani, troverà sulla porta di casa un pacco. Oppure, se la madre, il padre o qualcun altro rincaserà prima di lei, se lo ritroverà magari sul letto. E sarà tutta emozionata. È successo pure a me. 
Un pacco senza mittente? Si sono dimenticati o l’hanno fatto apposta? Sarà mica un’ammiratrice segreta? 
«Vuole la ricevuta?» Faccio segno di no. 
Un piccolo registratore di cassa la stampa lo stesso. Io sto a guardare, mentre la commessa strappa il foglietto lungo i dentini di plastica e lo butta in un cestino.
C’è un unico ufficio postale in città. Chissà se è la stessa impiegata che ha servito anche gli altri della lista, quelli che hanno ricevuto il pacco prima di me. Si saranno tenuti la ricevuta per ricordo? L’avranno infilata in fondo al cassetto della biancheria? Oppure infilzata su una bacheca di sughero? 
Faccio quasi per richiedergliela. Sono sul punto di dire: “Mi scusi, ci ho ripensato. Posso avere la ricevuta?”. Così, per ricordo. 
Ma se avessi voluto un souvenir, avrei potuto copiare i nastri o tenermi la mappa. In realtà, non desidero sentirne parlare mai più. Anche se la sua voce resterà per sempre con me. E le case, le strade, la scuola continueranno a ricordarmela. 
Non è più un problema mio. Il pacco è già partito. Esco dall’ufficio postale senza ricevuta. 
Vicino al sopracciglio sinistro, la testa continua a martellarmi. Ogni volta che deglutisco avverto in bocca un sapore amaro, e più mi avvicino a scuola, più mi sento sul punto di crollare. 
Voglio collassare. Voglio spalmarmi all’istante sul marciapiede e trascinarmi in mezzo all’edera. Perché, oltrepassata quella, il marciapiede fa una curva lungo il perimetro esterno del parcheggio della scuola. Poi, taglia dritto in mezzo al prato, fino all’ingresso dell’edificio principale. Attraversa il portone e diventa un corridoio che si snoda tra file di aule e armadietti su entrambi i lati, fino a varcare la soglia sempre aperta della classe, alla prima ora. 
Lì davanti, rivolta verso gli studenti, ci sarà la cattedra del prof Porter. Lui sarà l’ultimo a ricevere un pacco senza mittente. E in mezzo, a sinistra, ci sarà il banco di Hannah Baker. 
Vuoto.

Ieri

Un’ora dopo la scuola

Un pacco grande quanto una scatola da scarpe è appoggiato contro la porta di casa mia. La porta ha una piccola buca in cui infilare la posta, ma tutto quello che è più spesso di una saponetta viene lasciato fuori. Uno scarabocchio sull’involucro indirizza il pacco a Clay Jensen, così lo raccolgo ed entro in casa. 
Lo porto in cucina e lo appoggio sul bancone. Apro il cassetto delle cianfrusaglie e pesco un paio di forbici. Passo la lama attorno al coperchio e lo sollevo. Dentro c’è una specie di tubo fatto di plastica con le bolle. Lo srotolo e trovo sette audiocassette sfuse. 
Ogni cassetta ha un numero blu in alto a sinistra, scritto forse con dello smalto per unghie. Ogni lato ha un suo numero. 
Uno e due sulla prima cassetta, tre e quattro sulla seconda, cinque e sei sulla terza, e così via. L’ultima ha un tredici scritto su un lato e niente sull’altro. 
A chi verrebbe mai in mente di spedire una scatola piena di cassette? Nessuno le ascolta più. Non so nemmeno se abbiamo ancora un mangianastri. 
In garage! Lo stereo sul tavolo da lavoro. Papà l’ha comprato a una svendita. Glielo tiravano dietro. È di quelli vecchi, non importa se si copre di segatura o di schizzi di vernice. Ma la cosa fondamentale è che ha un mangianastri incorporato. 
Trascino uno sgabello davanti al tavolo, butto lo zaino per terra, e mi siedo. Schiaccio EJECT. Lo sportellino di plastica si apre e c’infilo dentro la prima cassetta.

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana “Chrysalide”
Prezzo 17,00€

– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] Rosemary’s baby


LettureSconclusionate



Ecco, se m’avessero detto che, in vita mia, avrei letto un libro horror li avrei presi per pazzi sciroccati. E infatti, quando mi è stato chiesto se avevo avuto paura a leggere “Rosemary’s aaby”, con fesso di non aver capito subito perché avrei dovuto avere quella reazione! Invece poi ho scoperto che una ragione l’avevano: Ira Levin, l’autore di questo spettacolare libro, è anche un autore di horror ed è uno degli scrittori preferiti di Stephen King insieme al un’altra famosa autrice che è Shirley Jackson di cui vi parlerò più in là.

Quello che, la qui presente “fifona”- poi un giorno vi spiegherò fino a che punto lo sono!-, ha appreso è: che l’horror garantisce quel grado di tensione che spesso non ritrovo in altri libri da cui invece me lo aspetterei. Ho scoperto anche che, se sono scritti così, mi piacciono assai e che, in fondo, la piacevolezza della narrazione fa veramente un gran lavoro e qui, di questo gran lavorio, c’è un esempio di eccellenza. 

La storia narra di due giovani sposi che trovano finalmente un appartamento sfitto in uno dei palazzi centrali della città. Lei non vede l’ora di andarci a vivere, lui è un pochino più restio. L’appartamento in questione apparteneva ad una anziana signora che è improvvisamente caduta in coma e poi morta. C’è un’aura oscura che avvolge queste mura ma gli sposi non la colgono affatto sul momento. Rosemary vorrebbe farsi una famiglia, Guy, che è un attore all’inizio della sua carriera, vorrebbe aspettare. Poi la conoscenza dei vicini di pianerottolo, una morte improvvisa e inspiegabile di una giovane ragazza che si è buttata dalla finestra e tutta questa storia prende tutta un’altra piega.

Lo avevo aperto al Bookpride, quando l’ho preso, per vedere come era la scrittura e accantonato per seguire una presentazione. Poi l’ho portato a Roma e nel frattempo ho letto altro. Ma quelle poche frasi mi erano rimaste in mente, e allora l’ho preso nuovamente in mano per vedere come finiva il capitolo e il giorno dopo mi sono ritrovata a finire il libro stesso. Non credo ci sia un modo migliore per farvi capire quanto io reputi eccezionale questo libro!.

Buone letture,
Simona Scravaglieri



1. 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.
Guy le riferì la notizia premendosi il telefono contro il petto; Rosemary mandò un gemito: «Oh, noo!» e per poco non scoppiò in lacrime.
«Ormai è troppo tardi», disse Guy, parlando al telefono. «Abbiamo firmato il contratto proprio ieri». Rosemary gli afferrò un braccio. «Non potremmo disdirlo?», gli chiese. «Trovare una scusa?»
«Scusi un attimo, signora Cortez». Guy tappò di nuovo il telefono. «Che scusa?», chiese.
Lei spalancò e levò le braccia al cielo, agitata. «Non so. Possiamo dirgli la verità. Che ci è capitata l’occasione di un appartamento al Bramford».
«Tesoro», replicò Guy, «a quelli non gliene importa niente».
«Troverai una scusa, Guy. Proviamo, per piacere. Dille che faremo un tentativo, ti prego, prima che riattacchi».
«Ma abbiamo firmato un contratto, Ro! Siamo inchiodati».
«Ti prego! Quella riattacca!», piagnucolò Rosemary e, con apprensione esagerata, afferrò il telefono e cercò di spingerglielo all’altezza della bocca.
Guy rise e la lasciò fare. «Pronto, signora Cortez? Mi dicono che forse c’è la speranza di trovare una soluzione. Infatti, ancora non abbiamo firmato il contratto definitivo, avevano terminato i moduli e così abbiamo firmato soltanto un compromesso. Si può visitare l’appartamento?»
La signora Cortez diede le sue istruzioni: dovevano recarsi al Bramford tra le undici e le undici e mezzo, chiedere del signor Micklas, o di Jerome, e dire a chi dei due avessero trovato che li mandava lei, per visitare il 7E. Poi dovevano telefonarle. Lasciò il numero a Guy.
«Vedi che le idee non ti mancano?», osservò Rosemary, infilandosi le calze e un paio di scarpe gialle. «Come bugiardo sei straordinario».
Guy, che era davanti allo specchio, esclamò: «Maledizione, un foruncolo!»
«Non schiacciarlo».
«Sono soltanto quattro stanze, comunque. Niente camera per il bambino».
«Preferisco quattro stanze al Bramford a tutto un piano in quel… casermone bianco di cemento».
«Ieri l’adoravi».
«Mi piaceva. Non l’ho mai adorato. Scommetto che neppure l’architetto che l’ha fatto l’adora. Ricaveremo una zona pranzo nel soggiorno e avremo una bella camera per il bambino, se e quando verrà».
«Verrà, verrà», fece Guy. Si passò e ripassò il rasoio elettrico sul labbro superiore guardandosi allo specchio, dritto negli occhi, che erano grandi e castani. Rosemary si infilò un vestito giallo e tirò su la lampo dietro la schiena.
Vivevano in un’unica stanza, che era l’ex appartamento da scapolo di Guy. C’erano manifesti di Parigi e di Verona, un’ampia poltrona letto e un angolo cottura.
Era martedì 3 agosto.

Il signor Micklas era bassino e chiacchierone e gli mancavano un po’ di dita a tutt’e due le mani, tanto da trasformare in imbarazzo la stretta di mano; ma non per lui, a quanto pareva. «Ah, un attore», esclamò, schiacciando il pulsante dell’ascensore con il dito medio. «Siamo molto in voga tra gli attori». Ne nominò quattro che abitavano al Bramford, tutti abbastanza noti. «L’ho vista in qualche film?»
«Vediamo un po’», fece Guy. «Ho fatto l’Amleto qualche tempo fa, vero, Liz? E poi abbiamo girato Castelli di sabbia…»
«Scherza», disse Rosemary. «Era in Lutero e in Nessuno ama i perdenti. E ha lavorato molto in televisione. E ha fatto anche molte pubblicità».
«È lì che si fanno i soldi, no?», disse il signor Micklas. «Nella pubblicità».
«Già», fece Rosemary, e Guy aggiunse: «E si dà sfogo all’estro artistico». Rosemary lo supplicò con gli occhi; lui la guardò con aria innocente e, di sopra la testa di Micklas, le fece una smorfia da vampiro.
L’addetto all’ascensore –pannelli di quercia, con un lucido corrimano d’ottone tutt’intorno –era un ragazzo nero, in uniforme, con un sorriso stampato sulle labbra. «Settimo», gli disse il signor Micklas; poi, rivolto a Rosemary e a Guy: «L’appartamento ha quattro locali, due bagni e cinque armadi a muro. In origine, gli appartamenti del palazzo erano grandissimi –il più piccolo aveva nove stanze –ma ormai sono stati quasi tutti divisi in appartamenti da quattro, cinque e sei locali. Il 7E è da quattro, e in origine era la parte servizi di un appartamento da dieci. Comprende la cucina originale e il bagno padronale, che sono enormi, come vedrete. L’ex camera da letto padronale è diventata soggiorno, un’altra è rimasta camera da letto e due stanze della servitù si sono fuse nella sala da pranzo o seconda camera da letto. Avete bambini?»
«Contiamo di averne».
«Sarebbe la stanza ideale per un bambino, con il bagno e anche un armadio spazioso. Nel complesso sembra fatto su misura per una coppia giovane come voi».
L’ascensore si fermò e, sempre sorridendo, il ragazzo nero lo spinse in giù, poi in su, poi di nuovo in giù, finché fu allineato perfettamente al piano; quindi, sempre sorridendo, spinse di lato la grata interna in ottone e aprì la porta scorrevole esterna. Il signor Micklas si fece da parte e Rosemary e Guy uscirono dalla cabina per ritrovarsi in un corridoio male illuminato, con moquette e pareti verde scuro. Un operaio occupato davanti a una porta verde intagliata, contrassegnata 7B, gli lanciò un’occhiata, poi tornò a montare lo spioncino nel foro che aveva praticato.
Il signor Micklas si avviò a destra e poi a sinistra, percorrendo brevi bracci di corridoio verde scuro. Seguendolo, Rosemary e Guy notarono che in alcuni punti la carta da parati era strappata e che, a una giuntura, s’era staccata, arricciandosi all’interno; notarono una lampadina bruciata in un’applique di cristallo e una toppa più chiara nella moquette verde scuro. Guy guardò Rosemary: Moquette con le toppe? Lei guardò altrove e sorrise, radiosa: L’adoro. È tutto così delizioso!

Questo pezzo è tratto da:
Rosemary’s baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€


– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] I terribile segreti di Maxwell Sim

Fonte: Litteratures Europeennes
Vi sto trascurando e avete ragione, ma non riesco più a conciliare gli impegni fuori di casa con la mia vita personale. Non ho tempo! Non riesco a ritagliarmi un fine settimana di silenzio e tranquillità e il risultato è che leggo nei ritagli di tempo e campo con le sveglie che mi ricordano dove devo andare e quando. Così alla fine ho deciso: questo fine settimana taglio i ponti con il mondo e sarà finalmente silenzio, pace, bevande calde (anche perché la maledetta caldaia pare stia tirando le cuoia) e camino, libri e blog!

Il libro di oggi è quello che attualmente sto leggendo con uno sguardo un po’ scettico perché, come vi dicevo nel Diario di Settembre di persone che amano alla follia Coe ne conosco un po’ ma per ora il libro in questione, che per la verità non è fra i più nominati, non corrisponde affatto alle aspettative. La storia parte dal periodo oscuro che sta vivendo Maxwell Sim, ex “responsabile dei rapporti con i clienti” che dalla mattina alla sera vede la moglie far armi e bagagli e trasferirsi nel nord dell’Inghilterra, che non riesce ad avere un rapporto con il padre e che non ha amici. In preda ad una depressione è rimasto in congedo a casa dal lavoro e un bel giorno viene ritrovato nudo e ubriaco in una macchina con il portabagagli pino di spazzolini ecologici che doveva vendere per conto di una ditta specializzata.

Ora, non è che sia una tragedia se questo non mi piace, ne ho altri due suoi ma mi perplime il fatto che Maxwell debba essere assunto dalla citata ditta e che io sia oltre le cento pagine delle 363 della mia edizioni e ancora non si vede luce nemmeno dell’assunzione. Non sarà un po’ troppo prolisso? Vedremo, frattanto a voi lascio sbirciare il prologo!
Buone letture,
Simona Scravaglieri 


Commesso viaggiatore trovato nudo nella sua auto 

   Nella notte di giovedì, una pattuglia della polizia di Grampian, perlustrando il tratto isolato dalla neve sulla A93, tra Braemar e Spittal of Glenshee, ha rinvenuto un’automobile apparentemente abbandonata sul ciglio della strada sotto il Glenshee Ski Centre. 
   A un esame più attento, è risultato che il conducente privo di sensi era ancora all’interno del veicolo. Gli abiti appartenenti all’uomo di mezza età, che era pressoché nudo, erano sparpagliati all’interno della vettura. Sul sedile del passeggero, accanto a lui, c’erano due bottiglie di whisky vuote. 
   Il mistero si è infittito quando i poliziotti hanno ispezionato il bagagliaio e hanno trovato due scatoloni contenenti più di 400 spazzolini da denti, e un grosso sacco della spazzatura pieno di cartoline dall’Estremo Oriente. 
   L’uomo era in stato di grave ipotermia ed è stato trasportato in aeroambulanza alla Royal Infirmary di Aberdeen. È stato in seguito identificato come Maxwell Sim, 48 anni, originario di Watford, Inghilterra. 
   Mr Sim era un rappresentante freelance della Guest Toothbrushes di Reading, una ditta specializzata in prodotti ecologici per l’igiene orale. La ditta aveva chiuso i battenti quella mattina. 
   Mr Sim si è ristabilito perfettamente e si pensa sia tornato a casa sua a Watford. La polizia non ha ancora confermato se lo denuncerà per guida in stato di ebbrezza.  

“Aberdeenshire Press and Journal”, 

lunedì 9 marzo 2009



Questo pezzo è preso da:

I terribili segreti di Maxwell Sim
Jonathan Coe
Mondolibri Edizioni, ed. 2011
Traduzione di Delfina Vezzoli
Prezzo 1,50€ (prezzo mercatino, mancando il presso Mondolibri)

[Da libro che sto leggendo] Veleno d’amore

Fonte (Immagine di fondo): LettureSconclusionate

Bugia… Non lo sto “leggendo”, ma l’ho finito da un pezzo. È il primo libro letto per la challenge di cui vi parlavo nel Diario di Settembre ed è stato anche quello più veloce da finire, visto che mi ha preso solo un pomeriggio. È un racconto lungo un po’ strano, perché narrato tutto attraverso i diari di 4 diciassettenni, che scrivono le loro impressioni, al penultimo anni di liceo, quando sei troppo grande per pensare ancora alle bambole e troppo piccola per non aver paura dell’intimità con un ragazzo. È il resoconto di un anno, nemmeno, intenso, un anno fatto di scoperte, di invidie, di amicizia e odio, il tutto mescolato insieme agli umori altalenanti che caratterizzano questo particolare periodo della crescita di una ragazza.

È uno Schmitt, molto più vicino a quello de “La giostra del piacere” che a “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano“, il che significa che l’anima dello scrittore non è interessata a toccare le corde emozionali del lettore ma ad indagare su quelle sottili corrispondenze che permettono alle persone di attirarsi e respingersi e di convivere anche in spazi ristretti. In questo caso non ci sono quinte come succedeva invece nei due testi citati, il limite è rappresentato dal diario di ciascun personaggio e dalla visione che ha, colei che scrive, della realtà che la circonda. 
Questa sottile ramificazione di forze caotiche, che è un divenire di qualcosa che poi formerà il carattere delle giovani ragazze, è protagonista indiscussa di tutto il libro a dispetto delle nostre quattro giovani eroine che invece, sostituendosi al narratore classico, cercano di districarsi e di descriverlo. 

Libro veramente bello di cui riparleremo in una dettagliata recensione,
buone letture,
Simona Scravaglieri


Diario di Julia 


Mi cambio, mi trucco, sono la ragazza più felice del mondo perché sto per andare a raggiungere il gruppo, mi cambio, mi metto il profumo, mi cambio, mi cambio, mi trucco, esco, torno di corsa in camera, mi cambio, mi pettino, mi cambio, mi cambio e scoppio a piangere: troppo brutta, resto a casa! Chi più infelice di me?…

Soffocata dalle lacrime guardo il telefonino per vedere se le mie amiche si preoccupano. Niente. Zero messaggi. Nessuno sente la mia mancanza.
Allora decido di inghiottire una scatola di sonniferi. In cinque secondi salgo a prenderla in camera di mia madre: ho casa libera stasera, tutta la famiglia è a cena dalla nonna. Nel momento in cui sto per trangugiare il cocktail fatale mi torna in mente l’orrida settimana trascorsa in clinica l’inverno scorso e rinuncio. Il mio ultimo tentativo di suicidio mi ha guarito dal suicidio: mai ho sofferto tanto.
Invece di ammazzarmi finisco la vaschetta di gelato ai marroni che sta in frigo. Anche quello alla vaniglia. E pure alla fragola.
Alle nove il cellulare comincia a ronzare per le telefonate delle ragazze, allarmate perché non mi vedono al Balmoral, il nostro quartier generale, e capisco che era quella l’ora dell’appuntamento, non le sette come credevo.
Raphaëlle, Anouchka e Colombe non mi hanno tradito, non sono più sola su questa terra.
Comunque non ci penso proprio a farmi vedere in questo stato, soprattutto appena tornata dalle vacanze. Bella serata davvero… ho il viso gonfio dal dispiacere e domani sarò più grossa di una vacca.



Questo pezzo è tratto da:

Veleno d’amore
Eric- Emmanuel Schmitt
E/O Edizioni, Ed. 2015
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Collana “Dal mondo”
Prezzo 12, 50€


– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] Wuh!


Fonte: LettureScoclusionate


Oh! Il libro di oggi è un po’ un mito perchè dovrebbe essere fra i primi pubblicati da Gorilla Sapiens e in più a me, come avevo detto nel Diario di Luglio, era capitato di incontrare Andrea ad una giornata di #nonsonosòle fatta in libreria a Ponte Milvio. Ecco, il libro di oggi richiede un lettore attento che non si fermi alla sola storia. E’ una raccolta di racconti, alcuni estremi – ma non eccessivi visto che l’ho letto tranquillamente anche io! -, che disegnano in maniera realistica il mondo oscuro e illegale della droga. Ci sono i rave, i drogati in cerca di droga e anche coloro che vendono. C’è anche la frenesia della ricerca, l’ansia di non essere beccati, i colori e l’abbandono dell’assunzione e via dicendo.

Ma c’è anche molto altro che viene fuori a latere della lettura. In primis è quello che dice la casa editrice in quarta di copertina “questo è un libro triste”. Sì, un po’ si. Per me che manco so come è fatto uno spinello, leggere di queste vite che camminano sul filo del rasoio, tra “l’aldiquà e l’aldilà”, è stato un po’ come non poter salvare qualcuno che non conosco. E in secondo luogo, tornando all’argomento principale, c’è una magnifica prova di scrittura che, al di là della descrizione fatta a parole, rende con un ritmo ora incalzante e ora rilassato le emozioni derivanti dal susseguirsi delle situazioni.

Già nel pezzo che vi posto oggi questo si vede nella sequenza anche della conversazione. Il libro è molto bello e secondo me da conoscere. Scritto bene, scorre anche meglio di quello che uno si possa aspettare visto l’argomento. Ne riparleremo comunque nella recensione!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il Ciriola 


– Ci hanno fregato, va bene?
– E chi?
– Mimmo, te l’ho già detto, il Ciriola ci ha venduto dieci aspirine!
– E adesso?
– Come e adesso? Non ci arrivi? Stiamo senza pasticche. Zero. Niente.
– Luca, datti una cazzo di calmata! Dobbiamo trovare una soluzione, non farci rodere il culo a gratis.
– Oh scusa Mimmo, scusami se stasera c’è il tecnival di musica elettronica, in un centro sociale a trecento metri da qui e noi, alle sei del pomeriggio, stiamo ancora a secco e rischiamo di finire in pasto agli avvoltoi.
– Sei un coglione.
– E tu vai a fare in culo.
– Ok fly down, una mezza dritta ce l’ho io.
– Spara ‘sta mezza dritta.
– Vai a stazione Termini, davanti al McDonald ci bazzica un polacco che vende le pasticche. Lo chiamano sos perché è l’ultima spiaggia per l’acquisto.
Attacco il telefono senza neanche un ciao, ho il cellulare rotto, chiamavo da una cabina ed è caduta la linea. La mia scheda telefonica aveva solo venti centesimi, giusto uno scatto. Butto via con rabbia la scheda perché non serve più a nulla, neanche per acchittare una riga. Troppo fina. Cazzo, vivo a San Lorenzo da diciotto anni, mi sballo da tre e che devo fare? Andare alla stazione per comperare droga. Il posto più bevuto di Roma! Ma siamo pazzi? Ciriola ringrazia che ho solo un’ora per risolvere il problema altrimenti rubavo una pistola e ti facevo uori come un vitello al macello. Senza sapere né legge e e né scrivere. un buco in mezzo alla fronte.
BUM!
CIRIOLA, NON MERITI IL QUARTIERE SAN LORENZO!
Mimmo però una cosa giusta l’ha detta, è inutile farmi rodere il culo adesso, ci penserò domani. E… Ciriola!, saranno proprio cazzi tuoi. Dopo più di due anni di affezionata clientela… non te la passo neanche se imbastisci che proprio oggi la tua dipendenza ti ha dato la crisi.
Vado a piedi perché la stazione è un postaccio e allora è meglio evitare che qualche guardia mi fermi con una scusa del cazzo. E poi sono proprio due passi. Cammino svelto. poi corro perché penso ancora a quella merda di Ciriola. E siccome devo star calmo, mi sfogo con la corsa.
Via dei Volsci. Porta San Lorenzo. E poi la stazione. l’insegna giallorossa del McDonald splende nella luce del tramonto mischiata alle altre insegne appena accese. Inquadro un polacco quando sono sulla porta del fast-food.
– Conosci sos? -, gli faccio.
– Sono qui per aiutarti -, mi fa lui. Allora gli passo la richiesta. Lui fa che non c’è problema e mi spara un prezzo abbastanza onesto. Accetto. mi fa di seguirlo. Accetto ancora. Camminiamo loschi per le via intorno alla stazione e non so perché ma mi viene in mente che, pur abitando vicino da sempre, saranno dieci anni che qua non ci metto piede. Roma è enorme e a volte posti belli e vicini li butti nel dimenticatoio perché non fanno parte delle tue abitudini. Intanto il polacco si è fermato in una delle viuzze che portano a piazza Vittorio, qui c’è un compare che lo aspettava, mi passa le paste, acchiappa i soldi e scappa via su un motorino guidato dal compare.
MERDA! SOS MI HA VENDUTO DEL BIMIXIM! UN MEDICINALE PER LA DIARREA! UN’ALTRA FREGATURA! LA CANDID CAMERA GLI FA UN BAFFO A QUAN SONO COGLIONE!


Questo pezzo è preso da:

WUH!
Andrea Paolucci
Gorilla Sapiens Edizioni, Ed. 2012
Collana “Caramella Acida”
Prezzo 13,80€

[Dal libro che sto leggendo] Le opinioni e la vita di Tristram Shandy, gentiluomo


La settima ristampa del libro di L. Sterne
Fonte: Glasgow University Library

Oggi vi porto in un universo completamente diverso. Qui siamo nel 1700 inoltrato, 1759 per la precisione, eppure questo scritto è decisamente più moderno di quelli che solitamente si conoscono e riconoscono come classici. Sterne si diverte a dare un saggio della divagazione ai suoi lettori portandoli attraverso una storia raccontata in uno stile decisamente inconsueto. E se i suo successori, che ultimamente mi è capitato di leggere, usano presentare tutti i loro protagonisti inanellando le vite una nell’altra, Sterne invece, nel procedere della storia della nascita di Tristram Shandy, li ingloba uno ad uno in capitoli, a volte decisamente articolati ma anche molto corti, come quello che vi posto oggi.

Chi parla in prima persona è Tristram che trova l’occasione di scrivere la storia della sua vita e in particolare, almeno per ora che sono quasi a pagina duecento, della sua nascita. C’è una sorpresa finale, che chiaramente io non vi dirò, ma basti sapere che ogni personaggio intervento sin qui, dal matrimonio alle prime doglie della madre ha avuto il suo spazio compresa la levatrice e il parroco di paese nonché i fidati servitori del padre e dello zio.

Ne risulta uno scritto che spesso e volentieri sembra autogestito direttamente dai protagonisti, ma che è anche sorprendentemente ricco di umorismo e situazioni esilaranti. Come vi avevo detto nel Diario di Febbraio l’autore de “La casa di foglie” (Mark Z. Danielewski.) si è ispirato a questo libro per il proprio libro e continua tutt’ora con le opere successive come ad esempio “The Familar” la serie  (di 27 volumi!!!!) che negli ultimi anni lo sta portando periodicamente alla pubblicazione. E, in questo, ricorda molto la costruzione del libro di Sterne che, volume dopo volume – qui ce ne sono 9 – arricchisce la narrazione inserendo qui e lì esponenti della cultura che hanno accolto favorevolmente il suo Tristram.

Lettura un po’ impegnativa ma decisamente bella e divertente e oggi vi lascio il primo capitolo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

CAPITOLO I 


Avrei voluto che mio padre e mia madre, o in verità entrambi, poiché entrambi erano tenuti a farlo, pensassero a quello che facevano quando mi hanno concepito; se avessero debitamente considerato quanto alta fosse la posta in gioco;⎯che non solo ne sarebbe derivata la procreazione di un Essere razionale, ma che molto probabilmente la felice conformazione e costituzione fisica del suo corpo, forse il suo ingegno e la struttura stessa della sua mente; ⎯ e per quanto potevano saperne, perfino la fortuna di tutta la sua famiglia avrebbero potuto essere condizionati dagli umori e dalle inclinazioni prevalenti del momento:⎯⎯Se avessero debitamente soppesato e riflettuto a tutto ciò, e agito di conseguenza,⎯⎯sono profondamente convinto che il posto da me occupato nel mondo sarebbe stato molto diverso, da quello in cui è probabile che il lettore mi veda.⎯Credetemi miei buoni amici, non si tratta di un fatto trascurabile come molti di voi potrebbero ritenerlo;⎯tutti avete, oso dire, sentito parlare degli spiriti vitali, di come vengano trasmessi dal padre al figlio e così via,⎯ e di parecchio altro al riguardo:⎯ebbene, potete credermi quando vi dico, che nove decidimi della saggezza o della stoltezza di un uomo, dei suoi successi o fallimenti in questo mondo dipendono dai loro moti e attività, e dai diversi indirizzi e direzioni verso cui li avviate; così che una volta messi in movimento, bene o male che sia, non si tratta di una faccenda da quattro soldi, — partono schiamazzando per la tangente; e a forza di ripetere gli stessi passi, finiscono col tracciare una vera e propria strada, dritta e comoda come il viale del giardino, dalla quale, una volta che vi siano avvezzi, lo stesso Diavolo non riuscirebbe ad allontanarli.Scusate, mio caro, disse mia madre, non avete dimenticato di ricaricare l’orologio? ⎯⎯⎯Buon D⎯! esclamò mio padre, lasciandosi sfuggire un’imprecazione, ma avendo l’accortezza al tempo stesso di non alzare troppo la voce⎯⎯⎯.Quando mai una donna, dalla creazione del mondo ai giorni nostri, ha interrotto qualcuno con una domanda così sciocca? E che cosa stava dicendo vostro padre?⎯⎯⎯Niente, naturalmente.


Questo pezzo è tratto da:

La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo
Laurence Sterne
Mondadori Editore, ed. 2011
traduzione di Lidia Conetti
Collana “Oscar Mondadori”
Prezzo 11,00€

[Dal libro che sto leggendo] Il fondamentalista riluttante

Fonte: Vogue

Questa è una lettura fatta nel fine settimana che ho adorato. Non è bello, ma molto di più. Scorre che è un piacere ed è un piacevolissimo diversivo dalle letture che sto facendo in questo periodo. Oltretutto non è grandissimo e si finisce in una giornata.

E’ un dialogo fra un pakistano e un americano che si incontrano in un mercato di Lahore e che hanno l’occasione. Changez, ha vissuto in America per 5 anni e trova in questo incontro un’occasione per parlare di quei momenti. Più che un dialogo è quasi un monologo, visto che parla sempre lui, ma è così avvolgente la voce del protagonista che non annoia mai.

Ho questo libro da un sacco di tempo, credo guardando l’adesivo sul prezzo, di averlo preso nel 2011, e ricordo di averlo comprato con “Tempo di uccidere” che invece ho letto praticamente subito. Non so sinceramente perché non gli ho dato subito un’opportunità ma è un libro che consiglio caldamente a tutti perché, mi ripeto lo so, è davvero piacevole da leggere. Un po’ come staccare la spina e immergersi in un mondo in cui, le regole della cortesia e della naturalezza, sono quelle che in occidente non si trovano più. A questo fanno da contorno riflessioni su avvenimenti relativamente recenti, come quello del 2001 delle torri gemelle, guardate da un punto di vista del tutto inconsueto.

Ne riparleremo in recensione,
buone letture,
Simona Scravaglieri

Capitolo primo  


Chiedo scusa, signore, posso esserle d’aiuto? Ah, vedo che l’ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla mia barba: io amo l’America. Mi sembrava che lei stesse cercando qualcosa; anzi, più che cercando, lei pareva in missione, e dato che io sono nativo di questa città e parlo la sua lingua, ho pensato di offrirle i miei servigi. 
Come ho fatto a capire che lei è americano? No, non dal colore della pelle; in questo paese abbiamo un ampio spettro di coloriti, e il suo non è raro tra le popolazioni alla nostra frontiera nordoccidentale. E non è stato nemmeno l’abito a tradirla; un turista europeo avrebbe potuto facilmente acquistare a Des Moines il suo stesso abito con lo spacco singolo e la sua camicia button-down. Certo, i capelli rasati e l’ampio torace –il torace, direi, di un uomo che fa regolarmente palestra, e ai manubri solleva senza sforzo duecento chili –sono tipici di un certo tipo di americano; ma di nuovo, gli sportivi e i soldati di ogni dove tendono a somigliarsi tutti. È stato piuttosto il suo contegno a permettermi di identificarla, e non lo prenda come un insulto –vedo che la sua espressione si è indurita –ma come una semplice osservazione. Allora, mi dica, cosa stava cercando? Di certo a quest’ora del giorno solo una cosa può averla condotta al vecchio bazar di Anarkali –così chiamato, come forse sa, in onore di una cortigiana murata viva per aver amato un principe –ed è la ricerca della perfetta tazza di tè. Ho indovinato? Mi permetta dunque, signore, di consigliarle il mio locale preferito. Ecco, è questo. Le sedie di metallo non sono granché imbottite, i tavoli di legno sono altrettanto grezzi, ed è, al pari degli altri, a cielo aperto. Ma le assicuro che la qualità del tè è ineguagliabile. 
Preferisce sedersi qui, con le spalle rivolte al muro? Benissimo, anche se così trarrà meno beneficio dalla brezza intermittente che, quando soffia, rende più gradevoli questi pomeriggi caldi. Non si toglie la giacca? Così formale? Be’, questo non è tipico degli americani, almeno non nella mia esperienza. E la mia esperienza è notevole: ho trascorso quattro anni e mezzo nel vostro paese. Dove? Ho lavorato a New York, e prima ho frequentato il college in New Jersey. Sí, ha indovinato: a Princeton. Che intuito! Cosa pensavo di Princeton? Be’, per rispondere a questa domanda devo raccontarle una storia. Appena arrivato mi guardai intorno e osservando gli edifici gotici –più recenti, scoprii in seguito, di molte moschee di questa città, ma antichizzati dai trattamenti a base di acidi e dal sapiente lavoro degli scalpellini –pensai, questo è un sogno diventato realtà. Princeton mi dava la sensazione che la mia vita fosse un film di cui io ero la star, e che tutto fosse possibile. Ho accesso a questo splendido campus, pensavo, a professori che sono titani nel proprio campo e a studenti che sono principi della filosofia in gestazione. 
Ero stato, devo ammetterlo, esageratamente generoso nelle mie idee sullo standard degli studenti. Erano quasi tutti intelligenti, questo sì, e molti erano anche brillanti, ma mentre io ero uno dei due soli pakistani del mio corso, due su una popolazione di piú di cento milioni di anime, badi bene, gli americani erano il frutto di una scrematura condotta su percentuali molto meno clamorose. Erano un migliaio i suoi compatrioti le cui iscrizioni erano state accettate, cinquecento volte i miei, pur essendo la popolazione del vostro paese soltanto il doppio di quella del mio. Di conseguenza i non americani tra noi tendevano in media a far meglio degli americani, e nel mio caso giunsi all’ultimo anno senza aver ricevuto un solo voto al di sotto del massimo. 
Col senno di poi capisco bene la potenza di quel sistema, pragmatico ed efficace come molte altre cose negli Stati Uniti. Noi studenti internazionali venivamo da ogni angolo del globo, ed eravamo vagliati non solo attraverso i severi test standardizzati, ma anche attraverso ulteriori selezioni minuziosamente personalizzate: colloqui, prove scritte, raccomandazioni, che permettevano di identificare i migliori e i più promettenti tra noi. Agli esami in Pakistan ero stato tra i migliori, inoltre ero un giocatore di calcio abbastanza bravo da competere nella squadra universitaria, cosa che feci prima di infortunarmi al ginocchio nel corso del secondo anno. Agli studenti come me venivano concessi visti e borse di studio, un totale sostegno finanziario, ed eravamo, badi bene, ammessi nei ranghi della meritocrazia. In cambio ci si aspettava che ponessimo i nostri talenti al servizio della vostra società, la società di cui entravamo a far parte. E perlopiú eravamo ben lieti di farlo. Io certamente, almeno all’inizio. 
Ogni autunno Princeton si sollevava la gonna per i reclutatori delle grandi aziende che arrivavano al campus e, come dite voi negli Stati Uniti, mostrava un po’ di pelle. La pelle mostrata da Princeton era una bella pelle, naturalmente, giovane, eloquente e quanto mai invitante, ma anche in mezzo a tutta quella pelle, nel corso dell’ultimo anno mi resi conto di essere qualcosa di speciale. Ero un seno perfetto, se vuole, un seno abbronzato, succulento, apparentemente ignaro della forza di gravità, e confidavo di poter ottenere qualunque lavoro desiderassi. 
Eccetto uno: Underwood Samson & Company. Mai sentiti nominare? Erano una società di consulenza. Stabilivano per i loro clienti il valore di un’azienda da acquisire, e lo facevano, si diceva, con una precisione inquietante. Erano piccoli, in pratica una bottega che impiegava un numero ristrettissimo di persone, e pagavano bene, offrivano al neolaureato un salario di partenza di più di ottantamila dollari. Ma soprattutto garantivano a chi ci lavorava un robusto set di competenze e un’esperienza lavorativa di prim’ordine, tanto che dopo due o tre anni trascorsi lì come analista, ti era praticamente garantita l’ammissione alla Harvard Business School. Per questo nel 2001 più di cento tra i laureati di Princeton avevano mandato i propri voti e curriculum alla Underwood Samson. Otto vennero selezionati –per un colloquio, ovviamente, non per un lavoro –e uno di loro ero io.


Questo pezzo è tratto da

Il fondamentalista riluttante
Mohsin Hamid
Einaudi Editore, ed. 2008
traduzione di Norman Gobetti
Collana “Super ET”
Prezzo 9,50€


– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] Il Circolo Pickwick


Ohhhh la bellezza di questa rilettura mi sta rimettendo al mondo. Cominciamo con il dire che questo libro lo avevo letto la prima volta nel 1999 e, devo ammettere, che, all’epoca, non mi era particolarmente piaciuto. Il bello delle riletture risiede nell’insieme delle conoscenze che si accumulano con le letture successive di libri, magari diversissimi per genere o autore o altro, che ti permettono, anche nei modi più strani e contorti, di vedere ciò che hai già letto sotto una luce completamente nuova. Ecco, è quello che è successo  in quella rilettura fatta tenendo a mente di alcune osservazioni di Hornby di “Vita da lettore” e con l’esperienza delle letture di Gennaio (La signora in bianco) e Febbraio (Armadale) di Collins.

Siamo a Londra nel 1827 e in una sera, in una stanza occupata per la maggior parte da un grande tavolo, una serie di uomini stanno ascoltando completamente rapiti un anziano signore che sta esprimendo all’assemblea riunita la sua gioia per la nuova impresa che si sta per compiere. Il signore in questione è Mr. Pickwick, fondatore dell’omonimo circolo, che riunisce appassionati delle varie branche della cultura e dell’arte. Con lui, gli uomini che lo vorranno, potranno intraprendere viaggi che, volta per volta, li porteranno a studiare particolari comportamenti della società inglese, come per esempio quelli tenuti durante le elezioni o nelle manifestazioni pubbliche, prendendo appunti e relazionando il circolo delle evidenze venute fuori  durante l’osservazione. 

  Parliamo di un libro che, oggi, leggiamo in versione integrale ma che all’epoca del suo concepimento fu pubblicato per 20 mesi in fascicoli settimanali tra il  marzo 1836 e l’ottobre del 1837. Come succede per Collins, anche qui, una volta che sai cosa guardare, ci sono un sacco di piccoli spunti che ti svelano qualche segreto del successo della prima opera dickensiana. Le ripetizioni che a volte servono per dare un’aura un po’ poetica e rimanere, lo spazio del racconto nella memoria del lettore “Goswell Street era ai suoi piedi; alla sua destra, a perdita d’occhio, si vedeva Goswell Street; Goswell Street si stendeva alla sua sinistra; e il lato opposto di Goswell Street si trovava al di là della strada“, quelle che invece servono a dare ritmo “sbatté via con una manata gli occhiali di Mr. Pickwick, proseguì l’attacco con un pugno nel naso di Mr. Pickwick, un secondo punto nel petto di Mr. Pickwick, un terzo nell’occhio Mr. Pickwick, e un quarto, per amore di varietà, nello stomaco di Mr. Tupman, per spostarsi poi saltellando in mezzo alla strada, tornare sul marciapiede, e con un colpo finale togliere dal corpo di Mr. Winkle tutto il fiato di cui disponeva in quel momento: il tutto in una mezza dozzina di secondi“. I giochi di parole che ogni tanto alleggeriscono la lettura rendendola divertente “Mr. Pickwick procedette nell’infilare se stesso dentro i suoi vestiti, e i suoi vestiti dentro la valigia” o che servono per “allungare un po’ il brodo – che però non si rivelano così pesanti come uno penserebbe- o l’accenno ad oggetti la cui funzione verrà spiegata nel omento in cui questo si riveli risolutivo, le presentazioni di ogni personaggio, non tutti, che permettono all’autore di inserire nuove storie quasi fossero leggere divagazioni. 

 Ce ne sono però alcuni non presentati, volutamente, i cui tratti caratteristici ci vengono svelati volta per volta perché accompagnano l’allegra combriccola per alcuni tratti della storia lasciandola nelle mani del successivo personaggio chiave, permettendo una certa continuità della trama principale. Sembra quasi vi abbia fatto una recensione e invece non è così. Ricordo infatti di averlo letto ma, orrore orrore, confesso che non mi ricordo come finisce e sono curiosa di sapere se mi piacerà così tanto fino in fondo – cosa che saprete alla fine del mese se mi riesce di finirlo! -, e, quindi, quella di oggi, è solo un’anteprima del libro e della recensione, contenti? Tutti i tratti citati vengono dal pezzo che vi ho copiato a mano io.

  Aspettare è valsa la pena? Spero di sì!
  Buone letture,
  Simona Scravaglieri

CAPITOLO II


Primo giorno di viaggio e prima sera di avventure, con relative conseguenze.

Il sole puntualissimo di tutte le attività, era appena sorto e aveva appena incominciato a far luce sulla mattina del tredici maggio milleottocentoventisette, quando Mr. Samuel Pickwick sorse come un altro solo dai suoi sonni. spalancò la finestra della sua camera da letto e si affacciò a guardare il mondo sottostante. Goswell Street era ai suoi piedi; alla sua destra, a perdita d’occhio, si vedeva Goswell Street; Goswell Street si stendeva alla sua sinistra; e il lato opposto di Goswell Street si trovava al di là della strada. «Tali» pensò Mr. Pickwick « sono le ristrette vedute di quei filosofi che, paghi di osservare le cose situate di fronte a loro, non guardano alle verità che si nascondono dietro di esse. Sarebbe come anch’io mi accontentassi di guardare Goswell Street per sempre, senza mai compiere lo sforzo di penetrare nelle contrade sconosciute che la circondano da ogni parte». E data forma a questa bella riflessione, Mr. Pickwick procedette nell’infilare se stesso dentro i suoi vestiti, e i suoi vestiti dentro la valigia. Raramente i grandi uomini hanno cure eccessive per il proprio abbigliamento: le operazioni di rasatura, vestizione e deglutizione del caffè furono compiute rapidamente, e nel giro di un’ora Mr. Pickwick, con la valigia in mano, il cannocchiale nella tasca del cappotto e nel panciotto il libretto degli appunti, pronto a ricevere qualsiasi notizia degna di essere trascritta, era arrivato al posteggio delle carrozze di St. Martin-le-Grand.
– Carrozza! – disse Mr. Pickwick.
– Subito, signore – gridò uno strano esemplare della razza umana, con un giaccone di tela di sacco, un grembiule dello stesso tessuto, e un numero inciso su una piastra dello stesso tessuto, che sembrava uscito dal catalogo di una collezione di rarità. Era il custode del parcheggio.
– Ecco, signore. Avanti, prima carrozza! – E quando il cocchiere della prima carrozza fu tirato fuori dalla bettola dove era andato a fumarsi la prima pipa, Mr. Pickwick e la sua valigia furono caricati sulla prima vettura.
– Golden Cross – disse Mr. Pickwick.
– Ce n’è solo per uno scellino, Tommy – esclamò di malumore il vetturino per informazione del suo amico custode, mentre la carrozza si avviava.
– Quanti anni ha il cavallo, buon uomo? – chiese Mr. Pickwick, fregandosi il naso con lo scellino che aveva preparato per pagare.
– Quarantadue – rispose il vetturino, dandogli un’occhiata di sbieco.
– Come? – esclamò, Mr. Pickwick, già con la mano sul libretto degli appunti. Il vetturino ripeté la sua precedente affermazione. Mr. Pickwick guardò fissamente l’uomo in faccia, ma, vedendolo restare impassibile, prese subito nota del fatto.
– E quanto lo tenete attaccato ogni volta? – chiese Mr. Pickwick, desideroso di avere altre informazioni.
– Due o tre settimane – rispose l’uomo.
– Settimane? – disse Mr. Pickwick sbalordito; e il libretto degli appunti ricomparve.
– Lui vive a Pentoville: quella è casa sua, – continuò tranquillamente il vetturino – ma noi lo portiamo a casa di rado perché è troppo debole.
– Perché è troppo debole! – ripeté Mr. Pickwick senza capire.
– Sì, perché tutte le volte che lo stacchiamo dalla carrozza casca, – continuò il vetturino – ma quando è attaccato lo teniamo ben corto di briglia, lo bardiamo ben stretto fra le stanghe perché non possa cadere tanto facilmente; e poi abbiamo un paio di magnifiche ruote ben gradi, che, quando lui si muove, gli corrono dietro, e lui deve andare avanti; non potrebbe far diverso.
Mr. Pickwick registrò ogni parola di questa spiegazione nel suo libricino, con l’idea di riferirla al Circolo come un esempio della vitalità dei cavalli in situazioni particolarmente difficili. Aveva appena terminato di scrivere quando arrivarono a Golden Cross. Il vetturino saltò giù e Mr. Pickwick uscì. Mr. Tupman, Mr. Snodgrass e Mr. Winkle, che stavano aspettando ansiosamente l’arrivo del loro illustre capo, gli si affollarono intorno per salutarlo.
– Ecco uno scellino- disse Mr. Pickwick, allungando la moneta al vetturino.
Ma quale fu lo stupore di quel dotto quando l’imprevedibile personaggio gettò la moneta sul marciapiede e chiese con espressioni molto colorite che gli fosse concesso il piacere di pagarsi a cazzotti.
– Siete matto – disse Mr. Snodgrass .
– O ubriaco – disse Mr. Winkle.
– Sotto!- gridava il vetturino, mulinando i pugni col il ritmo di un orologio – Sotto! Tutti e quattro!
– Qui si ride! – gridò una mezza dozzina di cocchieri di piazza – Forza, Sam… – e fecero cerchio intorno al gruppo, contenti e soddisfatti.
– Cosa c’è che non va, Sam? – chiese uno di quei gentiluomini in maniche di camicia di tela nera. – Cosa c’è? – rispose il vetturino
– Chiedigli che cosa se ne fa del mio numero.
– Io non me ne faccio niente – disse stupito Mr. Pickwick.
– Ma ci credete, – continuò il vetturino rivolgendosi alla folla – ci credete che una spia possa andarsene in giro nella carrozza di un galantuomo, non solo per prendergli il numero, ma per segnarsi ogni parola che dice, se non basta.
Una luce si aprì davanti agli occhi di Mr. Pickwick: si trattava del suo libricino di appunti.
– L’ha fatto davvero? – chiese un altro vetturino.
– Sì, – rispose il primo – e poi, per accusarmi di percosse, fa venir qui tre testimoni a guardare. Ma gliela faccio pagare, dovesse costarmi sei mesi. Sotto! – e il vetturino scaraventò il suo cappello per terra con temerario disprezzo della sua stessa proprietà privata, sbatté via con una manata gli occhiali di Mr. Pickwick, proseguì l’attacco con un pugno nel naso di Mr. Pickwick, un secondo punto nel petto di Mr. Pickwick, un terzo nell’occhio Mr. Pickwick, e un quarto, per amore di varietà, nello stomaco di Mr. Tupman, per spostarsi poi saltellando in mezzo alla strada, tornare sul marciapiede, e con un colpo finale togliere dal corpo di Mr. Winkle tutto il fiato di cui disponeva in quel momento: il tutto in una mezza dozzina di secondi.
– Non c’è una guardia? – disse Mr. Snodgrass.
– Metteteli sotto la pompa – suggerì un venditore di frittelle.
– Non la passerete liscia – ansimò Mr. Pickwick.
– Spie! – urlò la folla.
– Sotto! – gridò ancora il vetturino, che aveva continuato a mulinare i pugni senza interruzione tutto il tempo. Il resto della banda era rimasto spettatore della scena, ma quando l’idea che i Pickwickiani si fu diffusa a sufficienza, tutti cominciarono a discutere con notevole interesse la convenienza di appoggiare la proposta del turbolento venditore di frittelle; e non si può prevedere quali atti di violenza alle persone avrebbero potuto commettere, se la baruffa non fosse stata inaspettatamente risolta dall’intervento di un nuovo venuto.

Questo pezzo è tratto da:
Il Circolo Pickwick
Charles Dickens
Adelphi, Ed. 1997
Traduttore Ludovico Terzi
Collana “gli Adelphi”
Prezzo 16,00€

[Dal libro che sto leggendo] La regina rossa

Fonte: Epic Reads


Buon anno a tutti voi! Ho passato un capodanno inusuale, senza libri, non che non li avessi con me, ma sentivo un gran bisogno di prendermi una pausa, quindi ho fatto tutto meno che leggere. Ieri però sentendomi in colpa – ho visualizzato la mia sfida Goodreads e l’ho mancata per quattro libri! – ho fatto fioretto e ho deciso di ricominciare da un libro leggero. Questo è quello che per gli amanti del genere è uno Young Adult ovvero un romanzo per giovani adulti. Oltretutto questo libro ha vinto il premio “Libro rivelazione Goodreads” grazie ai voti degli utenti della oramai famosa piattaforma che è seguito ad un battage portato avanti dai più seguiti blogger e vlogger. Potevo io, me medesima, curiosa come una gallina, non impicciarmi? Giammai! E infatti lo scorso anno lo avevo già cercato e preso e quest’anno apro le danze proprio con questo libro.

Siamo in un periodo imprecisato che viene dopo un altro periodo imprecisato – dove ci sono stati fattacci vari, non specificati dall’autrice – in cui il mondo è diviso in regioni che lottano fra loro per il predominio uno sull’altra e sono tutti regni. Ogni regno ha un re – che scoperta eh?- un’aristocrazia e il popolo che deve sostentare chi gli sta direttamente sopra. Si distinguono per sangue: il popolo ha il sangue rosso (denominati per questo “i rossi”) e l’aristocrazia argentato (di qui il nome argentei). La nostra protagonista che si chiama Mare abita in montagna in un villaggio chiamato Palafitte – la nostra autrice è piena di fantasia! -. E’ una ragazza di diciassette anni e nella vita oltre a studiare poco e male è anche una ladruncola per aiutare la sua famiglia e Kilorn, suo coetaneo, è il suo migliore amico. Ora nel regno in cui vive è uso che i ragazzi che non hanno un impiego al compimento dei diciotto anni vengano spediti in guerra e sia lei che Kilorn rischiano improvvisamente di dover partire. Per evitare non c’è altro da fare che rivolgersi al mercato nero e trovare i soldi necessari per poter scappare. Ma un furto cambierà in un attimo la vita che Mare si aspetta di vivere.

Ora, il libro l’ho iniziato lunedì e l’ho finito oggi. Non avevo letto tutto quello che si scriveva su questo lavoro, ma oggi, cercando i dati del libro stesso ho scoperto di non aver scritto a caso le mie impressioni a caldo su Goodreads quando dicevo che è rimescolamento delle carte di Hunger Games, che la sua eroina è spostata quanto e come la protagonista di Divergent. Lei è tanto lagnosa, si infila mani e piedi in ogni guaio per poi lamentarsi. E gli altri sembrano più delle babysitter che altro.
La storia scorre pure, anche se qualche buco nero nella trama c’è eccome… diciamo che si fanno figli e figliastri fra i poveri protagonisti. Accontentatevi suvvia!
Ne riparleremo nella recensione.

Buone letture e ancora buon anno di bei libri,
Simona Scravaglieri

1

Odio il Primo Venerdì. Il villaggio diventa insopportabilmente affollato e in questo momento, nell’afa dell’estate inoltrata, è l’ultima cosa che uno vorrebbe. Dal posticino all’ombra in cui mi trovo non va malaccio, ma il tanfo di sudore della gente accaldata, intenta a lavorare, farebbe rapprendere anche il latte. L’aria del mattino riverbera il calore e l’umidità che salgono dalla strada e le pozzanghere lasciate dal temporale di ieri si sono addirittura riscaldate e addensate, formando delle chiazze variopinte di olio e grasso.
Il mercato si svuota a mano a mano che i commercianti chiudono le proprie bancarelle. La loro giornata di lavoro è conclusa e sono distratti, disattenti. Così, mi riesce molto più facile arraffare quello che mi va, tra le merci esposte. Una volta finito, le mie tasche straripano di bigiotteria e ho persino una mela da sgranocchiare lungo il cammino. Niente male, per aver lavorato solo qualche minuto. Mi lascio trasportare dalla fiumana di persone intorno a me. Le mie mani guizzano a destra e a sinistra, con movimenti rapidi e leggeri. Estraggo qualche banconota dalla tasca di un signore, sfilo un braccialetto dal polso di una signora… niente di troppo grosso o vistoso. Gli abitanti del villaggio si trascinano nella folla, troppo assorti per accorgersi di una ladruncola in mezzo a loro.
Le alte palafitte a cui il nostro paesino deve il nome (si chiama proprio Palafitte… che originalità!) si ergono intorno a noi, a tre metri dal suolo fangoso. In primavera, la sponda più bassa del fiume è sommersa dall’acqua, ma ora siamo in agosto, mese in cui la disidratazione e le insolazioni mettono in ginocchio il villaggio. Quasi tutti aspettano con ansia il Primo Venerdì, quando lavoro e scuola finiscono prima. Ma io no. Io preferirei starmene a scuola, a non imparare nulla, in una classe stracolma di ragazzi.
Tanto non ci andrò ancora per molto. Il mio diciottesimo compleanno si avvicina e, insieme a quello, la leva militare. Non sono l’apprendista di nessuno, non ho un lavoro, quindi verrò mandata in guerra, come tutti gli altri cosiddetti “pelandroni”. Non c’è da meravigliarsi che non ci sia più un posto libero, dato che ogni uomo, donna o bambino fa di tutto per tenersi alla larga dall’esercito.
I miei fratelli sono andati in guerra non appena hanno compiuto diciotto anni. Li hanno spediti tutti e tre a combattere nelle Terre dei Laghi. Solo Shade sa scrivere e mi manda delle lettere, quando riesce. Gli altri due, Bree e Tramy, non li sento da più di un anno. Del resto, non avere notizie è una buona notizia. Possono passare anni senza che i genitori sappiano più nulla dei propri figli, per poi ritrovarseli davanti alla porta di casa, in licenza o talvolta addirittura in congedo definitivo. Anche se la cosa più frequente è ricevere una lettera di carta spessa, con il sigillo del re impresso sotto un breve messaggio di ringraziamento per la vita del proprio ragazzo o ragazza. A volte, se si è fortunati, si riceve addirittura qualche bottone staccato dall’uniforme logora e sdrucita della persona caduta.
Quando Bree è partito, avevo tredici anni. Mi ha dato un bacio sulla guancia e un paio di orecchini da dividere con Gisa, nostra sorella minore. Erano due pendenti, con una perlina di vetro di un pallido rosa tramonto. Quella stessa notte, ci siamo fatte il buco all’orecchio. Tramy e Shade hanno proseguito la tradizione di famiglia, quando se ne sono andati. Ora io e Gisa abbiamo entrambe un orecchio ornato da tre piccole pietre che ci ricordano i nostri fratelli, impegnati a combattere chissà dove. Non credevo che sarebbero partiti sul serio, ma poi il legionario si è presentato alla porta di casa con la sua armatura scintillante e se li è portati via, uno dopo l’altro. E in autunno verranno a prendere anche me. Ho già iniziato a risparmiare – e a rubare – per comprare a Gisa degli orecchini per quando me ne andrò.
Non ci pensare. Ecco cosa dice sempre la mamma, parlando dell’esercito, dei miei fratelli, di tutto quanto. Gran bel consiglio, mamma.
In fondo alla strada, all’incrocio tra via del Mulino e largo del Manifestante, la folla si addensa e sempre più persone si uniscono alla fiumana. Una banda di marmocchi, tutti aspiranti ladruncoli, si butta nella mischia con mani avide e appiccicaticce per l’emozione. Sono troppo giovani per riuscire a cavarsela e gli agenti di sicurezza sono svelti a intervenire. In condizioni normali, i ragazzini verrebbero messi ai ceppi o spediti nella prigione della centrale, ma anche gli agenti vogliono assistere al Primo Venerdì. Decidono di dare ai capibanda una bella razione di botte, per poi lasciarli andare. Piccole indulgenze.
Una lieve pressione sul mio fianco mi fa voltare di scatto. Afferro la mano del povero sprovveduto che sta cercando di fregarmi qualcosa e la tengo stretta, così che il furbetto non possa scappare. Invece di un moccioso pelle e ossa, mi ritrovo davanti una faccia che mi sorride sorniona.
Kilorn Warren. Apprendista di un pescatore, orfano di guerra e probabilmente il mio unico vero amico. Da piccoli di solito facevamo a botte, ma ora che siamo più grandicelli – e che lui è più alto di me di quasi mezzo metro – cerco di evitare la rissa. Immagino che essere così alti abbia un’utilità. Per esempio, raggiungere facilmente le mensole più alte.
«Diventi sempre più veloce.» Sghignazza e si libera dalla mia presa.
«Semmai sei tu che sei sempre più lento.»
Alza gli occhi al cielo e mi strappa la mela di mano.
«Dobbiamo aspettare Gisa?» mi domanda, mentre l’addenta.
«Per oggi è esonerata. Deve lavorare.»
«Allora sbrighiamoci. Non voglio perdermi lo spettacolo.»
«Ah, guarda, sarebbe una vera tragedia.»
«No, no, così non ci siamo, Mare» mi prende in giro, muovendo l’indice verso di me. «Si dà il caso che sia divertente.»
«Si dà il caso che sia un avvertimento, pollastro che non sei altro.»
Ma mentre finisco di parlare, lui si è già incamminato a grandi falcate e devo darmi una mossa per riuscire a stargli dietro. Procede a zigzag, come se non riuscisse ad andare dritto. Lui dice che è per via delle sue “gambe da marinaio”, ma non è mai stato in mare aperto. Evidentemente passare tante ore sulla barca del proprio datore di lavoro, benché sul fiume, sortisce per forza qualche effetto.
Come mio padre, anche quello di Kilorn è stato mandato in guerra, ma mentre il mio è tornato senza una gamba e un polmone, il signor Warren ha fatto ritorno dentro una scatola da scarpe. Dopodiché sua madre è scappata e ha lasciato il figlio a cavarsela da solo. È un miracolo che non sia morto di fame eppure, in un modo o nell’altro, è sempre riuscito a trovare la forza per attaccare briga con me. Io gli portavo da mangiare per non dover prendere a calci un mucchietto di ossa e ora, a distanza di dieci anni, eccolo ancora qui: è apprendista e non dovrà andare in guerra.
Arriviamo ai piedi della collina, dove la folla è più fitta e la gente si spintona da tutti i lati. Assistere al Primo Venerdì è obbligatorio, a meno di non essere un “collaboratore essenziale”, come mia sorella. Non penso che ricamare la seta sia essenziale, ma gli argentei adorano quella stoffa. Con degli scampoli decorati da Gisa si possono corrompere persino gli agenti di sicurezza, o almeno qualcuno di loro. Io però non ci ho mai provato.
Le ombre intorno a noi si fanno sempre più scure, mentre ci inerpichiamo su per la scalinata di pietra, verso la cima della collina. Kilorn fa i gradini a due a due lasciandomi indietro, poi si ferma ad aspettarmi. Mi osserva con un sorrisetto compiaciuto, mentre si scosta dagli occhi verdi una ciocca di capelli fulvi sbiaditi.
«A volte mi dimentico che hai le gambe corte come quelle di un bambino.»
«Sempre meglio che avere il cervello di un bambino» ribatto, dandogli un buffetto sulla guancia, quando gli passo davanti. Si mette a ridere e mi segue su per le scale.
«Oggi sei più scorbutica del solito.»
«Odio queste manifestazioni.»
«Lo so» mormora lui con aria seria, una volta tanto.
Poco dopo, ci ritroviamo nell’arena, con il sole cocente a picco sulle nostre teste. Costruita una decina di anni fa, l’arena è la struttura più grande di tutta Palafitte. Non è nulla in confronto alle costruzioni monumentali che ci sono nelle città, eppure le altissime arcate di acciaio e le tonnellate di cemento sono sufficienti a lasciare senza fiato una paesana come me.
Gli agenti di sicurezza sono dappertutto e le loro uniformi nere e argento risaltano tra la folla. Anche loro non vedono l’ora di assistere alle manifestazioni del Primo Venerdì. Sono armati di grossi fucili o pistole, nonostante non ne abbiano il minimo bisogno. Solitamente, infatti, gli agenti sono argentei e non hanno nulla da temere da noi rossi. Lo sanno tutti. Non siamo loro pari, anche se di primo acchito non si direbbe. L’unica differenza visibile dall’esterno è che gli argentei camminano a testa alta. Noi invece abbiamo la schiena piegata dal lavoro, dalle speranze disattese e dalla delusione inevitabile per il nostro destino.
Nell’arena scoperta fa caldo come fuori e Kilorn, in punta di piedi per vederci meglio, mi trascina in un posto all’ombra. Non ci sono seggiolini per noi, solo delle lunghe panche di cemento, mentre i pochi nobili argentei si godono il fresco nelle tribune confortevoli ai piani superiori. Lì hanno bibite, cibo, ghiaccio (persino in piena estate), poltroncine imbottite, luce elettrica e altri comfort che io non avrò mai. Eppure per loro tutto questo è assolutamente normale, anzi addirittura si lamentano delle misere condizioni in cui versano. Gliela farei vedere io la miseria, se potessi. Noi ci dobbiamo accontentare di panche dure e di qualche schermo gracchiante, troppo luminoso e chiassoso da sopportare.
«Mi ci gioco la paga di una giornata che vince un altro fortebraccio» esclama Kilorn e poi scaglia il torsolo della mela verso il centro dell’arena.
«Niente scommesse» ribatto contrariata. Molti rossi sperperano i propri guadagni facendo puntate sui combattimenti, nella speranza di vincere un gruzzolo che li aiuti a tirare avanti per un’altra settimana. Ma non io, nemmeno con Kilorn. È più facile sgraffignare il borsello dell’allibratore che cercare di vincere qualcosa scommettendo. «Non dovresti sprecare così i soldi.»
«Non è uno spreco, se ci azzecco. È sempre un fortebraccio a fare a pezzi qualcun altro.»
In effetti, almeno un combattimento su due vede protagonista un fortebraccio, poiché le loro doti e abilità sono più adatte all’arena rispetto a quelle di ogni altro argenteo, o quasi. Sembra che quegli energumeni ci provino gusto a usare la loro forza sovrumana per scaraventare a destra e a manca gli altri campioni, come se fossero bambole di pezza.
«E che mi dici dell’avversario?» chiedo, pensando alla varietà di argentei che potrebbero comparirci davanti. Telecinetici, lestopassi, acquatici, crescifoglia, pelleroccia: tutti terrificanti.
«Non saprei. Speriamo sia qualcosa di figo. Almeno mi diverto un po’.»
Io e Kilorn non la pensiamo proprio allo stesso modo sulle Gesta del Primo Venerdì. Per me, guardare due campioni che si massacrano a vicenda non è particolarmente piacevole ma Kilorn va in brodo di giuggiole. «Che si disintegrino a vicenda» dice lui. «Tanto non sono dei nostri.»
Non capisce il vero scopo delle Gesta. Non si tratta di semplice intrattenimento per dare ai rossi un po’ di tregua dal lavoro estenuante. È un piano freddo e calcolato, un messaggio chiaro: solo gli argentei combattono nelle arene, perché solo un argenteo può sopravvivere. Combattono per mostrarci la loro forza, il loro potere. “Non avete speranze contro di noi. Siamo molto meglio. Siamo degli dèi” sembra gridare ogni colpo sovrumano inferto dai campioni.
Ed è assolutamente vero. Lo scorso mese ho assistito al combattimento tra un lestopasso e un telecinetico e, benché il lestopasso si muovesse più in fretta dell’occhio umano, il telecinetico lo ha bloccato di colpo. Con il solo potere della mente, ha sollevato l’oppositore da terra. Poi il lestopasso ha iniziato a soffocare: credo che il telecinetico gli avesse stretto la gola in una sorta di morsa invisibile. Quando il lestopasso è diventato cianotico, l’incontro è stato dichiarato concluso e Kilorn ha esultato. Aveva scommesso sul telecinetico.
«Signore e signori, argentei e rossi, benvenuti al Primo Venerdì delle Gesta di agosto.» La voce dell’annunciatore rimbomba, amplificata dalle pareti dell’arena. Come al solito, sembra annoiato e non posso biasimarlo.


Questo brano è tratto da:

La regina rossa
Victoria Aveyard

Mondadori Editore, ed. 2015
Traduzione di E. Cagliana
Collana “Chrysalide”
Prezzo 19,00€



– Posted using BlogPress from my iPad