[Dal libro che sto leggendo] Come siamo diventati nordcoreani

Mi piacerebbe dirvi che sarà una passeggiata di salute, ma non è così per questo libro. Oddio, la scrittura è piacevole e scorrevole, vi ritroverete a metà libro senza accorgervi di come ci siete arrivati, ma non sarà così semplice riuscire a capire come si sia arrivati ad avere la Corea del Nord e quindi anche quella del sud e cosa realmente abbia comportato per gli abitanti di questo luogo, nascere da quel lato del confine.A raccontare in prima persona la sua storia è proprio l’autrice, Krys Lee, che fugge un giorno, senza nessun preavviso lasciando tutto, in cerca di una libertà difficile da comprendere, perché quella conosciuta sino ad allora era diversa. Ma quale sia la differenza fra le due, può essere compresa solo da chi ha vissuto immerso nelle due realtà. Ed è questo esercizio quello che fa Krys: prende il suo vecchio mondo, lo ricostruisce attraverso i ricordi, e ce lo illustra illuminando particolari che altrimenti ci sfuggirebbero, perché occidentali e non disattenti, e li ingrandisce spiegandoceli.

[Dal libro che sto leggendo] Tredici (Thirteen Reasons Why)


Abbiamo parlato di questo libro giusto venerdì (“Tredici”, Jay Asher – Si poteva far di meglio…) e ci ho scritto su un sacco di cose, più di quanto mi aspettavo che ne venissero fuori. E, a distanza di un lungo fine settimana con l’aggiunta di un altro bel libro letto, posso dire di pensarla ancora così. Libro che, nato come un thriller diventa uno YA, cui viene data l’importanza di “aver trattato temi importanti per l’adolescenza, come i problemi dell’adolescenza nell’ambito scolastico”, che però, proprio perché è nato per altro, centra l’obiettivo solo in parte.

Ma, avendo visto che la serie TV che ne è stata tratta, posso dire che nel confronto scrittore bette sceneggiatori 10 a 1. Le varie puntate infatti sono confusionarie, tirano fuori situazioni che il libro non contempla e inseriscono tutta una serie di fattori che l’autore aveva volutamente trascurato per una scelta che, una volta spiegata, è sicuramente più condivisibile rispetto alle motivazioni dei produttori televisivi.

Per chi non conoscesse né serie e tanto mento il libro. Clay tornando da scuola trova in veranda un pacco che contiene sette cassette numerate. Una volta trovato un mangianastri, premuto play, gli si gela il sangue. La voce che sente uscire dall’altoparlante è quella di Hannah compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. Hannah, chiarisce da subito una cosa: le cassette contengono le tredici ragioni del suo gesto. Se sei nella lista hai ricevuto le cassette, le devi ascoltare tutte per scoprire il tuo peccato e quando avrai finito dovrai passarlo a quello che è il protagonista della storia dopo la tua. Se non lo farai, verrà resa pubblica la storia attraverso le cassette che sono state date ad una persona esterna alla lista stessa. A Clay non rimane che continuare ad ascoltare.

In fondo i dati del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

«Scusi?» ripete lei. «Quando vuole che sia recapitato?» 
Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. «Fa lo stesso» rispondo. 
La commessa prende il pacco. La stessa scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiquattr’ore fa; avvolta in un sacchetto di carta marrone, sigillata con scotch trasparente, uguale identica a come l’avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker. 
«Quant’è?» 
La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tiro fuori dal portafoglio qualche biglietto da un dollaro, pesco nelle tasche un po’ di moneta, e piazzo i soldi davanti a lei. 
«Temo che il caffè non abbia ancora fatto effetto» osserva. «Manca un dollaro.» 
Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi. 
O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l’unico modo per arrivare fino a sera. 
«Dovrebbero recapitarlo domani» aggiunge lei. «O al massimo dopodomani» e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle. 
Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace. 
Anche se non se lo merita. 
Rientrando domani, o dopodomani, troverà sulla porta di casa un pacco. Oppure, se la madre, il padre o qualcun altro rincaserà prima di lei, se lo ritroverà magari sul letto. E sarà tutta emozionata. È successo pure a me. 
Un pacco senza mittente? Si sono dimenticati o l’hanno fatto apposta? Sarà mica un’ammiratrice segreta? 
«Vuole la ricevuta?» Faccio segno di no. 
Un piccolo registratore di cassa la stampa lo stesso. Io sto a guardare, mentre la commessa strappa il foglietto lungo i dentini di plastica e lo butta in un cestino.
C’è un unico ufficio postale in città. Chissà se è la stessa impiegata che ha servito anche gli altri della lista, quelli che hanno ricevuto il pacco prima di me. Si saranno tenuti la ricevuta per ricordo? L’avranno infilata in fondo al cassetto della biancheria? Oppure infilzata su una bacheca di sughero? 
Faccio quasi per richiedergliela. Sono sul punto di dire: “Mi scusi, ci ho ripensato. Posso avere la ricevuta?”. Così, per ricordo. 
Ma se avessi voluto un souvenir, avrei potuto copiare i nastri o tenermi la mappa. In realtà, non desidero sentirne parlare mai più. Anche se la sua voce resterà per sempre con me. E le case, le strade, la scuola continueranno a ricordarmela. 
Non è più un problema mio. Il pacco è già partito. Esco dall’ufficio postale senza ricevuta. 
Vicino al sopracciglio sinistro, la testa continua a martellarmi. Ogni volta che deglutisco avverto in bocca un sapore amaro, e più mi avvicino a scuola, più mi sento sul punto di crollare. 
Voglio collassare. Voglio spalmarmi all’istante sul marciapiede e trascinarmi in mezzo all’edera. Perché, oltrepassata quella, il marciapiede fa una curva lungo il perimetro esterno del parcheggio della scuola. Poi, taglia dritto in mezzo al prato, fino all’ingresso dell’edificio principale. Attraversa il portone e diventa un corridoio che si snoda tra file di aule e armadietti su entrambi i lati, fino a varcare la soglia sempre aperta della classe, alla prima ora. 
Lì davanti, rivolta verso gli studenti, ci sarà la cattedra del prof Porter. Lui sarà l’ultimo a ricevere un pacco senza mittente. E in mezzo, a sinistra, ci sarà il banco di Hannah Baker. 
Vuoto.

Ieri

Un’ora dopo la scuola

Un pacco grande quanto una scatola da scarpe è appoggiato contro la porta di casa mia. La porta ha una piccola buca in cui infilare la posta, ma tutto quello che è più spesso di una saponetta viene lasciato fuori. Uno scarabocchio sull’involucro indirizza il pacco a Clay Jensen, così lo raccolgo ed entro in casa. 
Lo porto in cucina e lo appoggio sul bancone. Apro il cassetto delle cianfrusaglie e pesco un paio di forbici. Passo la lama attorno al coperchio e lo sollevo. Dentro c’è una specie di tubo fatto di plastica con le bolle. Lo srotolo e trovo sette audiocassette sfuse. 
Ogni cassetta ha un numero blu in alto a sinistra, scritto forse con dello smalto per unghie. Ogni lato ha un suo numero. 
Uno e due sulla prima cassetta, tre e quattro sulla seconda, cinque e sei sulla terza, e così via. L’ultima ha un tredici scritto su un lato e niente sull’altro. 
A chi verrebbe mai in mente di spedire una scatola piena di cassette? Nessuno le ascolta più. Non so nemmeno se abbiamo ancora un mangianastri. 
In garage! Lo stereo sul tavolo da lavoro. Papà l’ha comprato a una svendita. Glielo tiravano dietro. È di quelli vecchi, non importa se si copre di segatura o di schizzi di vernice. Ma la cosa fondamentale è che ha un mangianastri incorporato. 
Trascino uno sgabello davanti al tavolo, butto lo zaino per terra, e mi siedo. Schiaccio EJECT. Lo sportellino di plastica si apre e c’infilo dentro la prima cassetta.

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana “Chrysalide”
Prezzo 17,00€

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[Dal libro che sto leggendo] Rosemary’s baby


LettureSconclusionate



Ecco, se m’avessero detto che, in vita mia, avrei letto un libro horror li avrei presi per pazzi sciroccati. E infatti, quando mi è stato chiesto se avevo avuto paura a leggere “Rosemary’s aaby”, con fesso di non aver capito subito perché avrei dovuto avere quella reazione! Invece poi ho scoperto che una ragione l’avevano: Ira Levin, l’autore di questo spettacolare libro, è anche un autore di horror ed è uno degli scrittori preferiti di Stephen King insieme al un’altra famosa autrice che è Shirley Jackson di cui vi parlerò più in là.

Quello che, la qui presente “fifona”- poi un giorno vi spiegherò fino a che punto lo sono!-, ha appreso è: che l’horror garantisce quel grado di tensione che spesso non ritrovo in altri libri da cui invece me lo aspetterei. Ho scoperto anche che, se sono scritti così, mi piacciono assai e che, in fondo, la piacevolezza della narrazione fa veramente un gran lavoro e qui, di questo gran lavorio, c’è un esempio di eccellenza. 

La storia narra di due giovani sposi che trovano finalmente un appartamento sfitto in uno dei palazzi centrali della città. Lei non vede l’ora di andarci a vivere, lui è un pochino più restio. L’appartamento in questione apparteneva ad una anziana signora che è improvvisamente caduta in coma e poi morta. C’è un’aura oscura che avvolge queste mura ma gli sposi non la colgono affatto sul momento. Rosemary vorrebbe farsi una famiglia, Guy, che è un attore all’inizio della sua carriera, vorrebbe aspettare. Poi la conoscenza dei vicini di pianerottolo, una morte improvvisa e inspiegabile di una giovane ragazza che si è buttata dalla finestra e tutta questa storia prende tutta un’altra piega.

Lo avevo aperto al Bookpride, quando l’ho preso, per vedere come era la scrittura e accantonato per seguire una presentazione. Poi l’ho portato a Roma e nel frattempo ho letto altro. Ma quelle poche frasi mi erano rimaste in mente, e allora l’ho preso nuovamente in mano per vedere come finiva il capitolo e il giorno dopo mi sono ritrovata a finire il libro stesso. Non credo ci sia un modo migliore per farvi capire quanto io reputi eccezionale questo libro!.

Buone letture,
Simona Scravaglieri



1. 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.
Guy le riferì la notizia premendosi il telefono contro il petto; Rosemary mandò un gemito: «Oh, noo!» e per poco non scoppiò in lacrime.
«Ormai è troppo tardi», disse Guy, parlando al telefono. «Abbiamo firmato il contratto proprio ieri». Rosemary gli afferrò un braccio. «Non potremmo disdirlo?», gli chiese. «Trovare una scusa?»
«Scusi un attimo, signora Cortez». Guy tappò di nuovo il telefono. «Che scusa?», chiese.
Lei spalancò e levò le braccia al cielo, agitata. «Non so. Possiamo dirgli la verità. Che ci è capitata l’occasione di un appartamento al Bramford».
«Tesoro», replicò Guy, «a quelli non gliene importa niente».
«Troverai una scusa, Guy. Proviamo, per piacere. Dille che faremo un tentativo, ti prego, prima che riattacchi».
«Ma abbiamo firmato un contratto, Ro! Siamo inchiodati».
«Ti prego! Quella riattacca!», piagnucolò Rosemary e, con apprensione esagerata, afferrò il telefono e cercò di spingerglielo all’altezza della bocca.
Guy rise e la lasciò fare. «Pronto, signora Cortez? Mi dicono che forse c’è la speranza di trovare una soluzione. Infatti, ancora non abbiamo firmato il contratto definitivo, avevano terminato i moduli e così abbiamo firmato soltanto un compromesso. Si può visitare l’appartamento?»
La signora Cortez diede le sue istruzioni: dovevano recarsi al Bramford tra le undici e le undici e mezzo, chiedere del signor Micklas, o di Jerome, e dire a chi dei due avessero trovato che li mandava lei, per visitare il 7E. Poi dovevano telefonarle. Lasciò il numero a Guy.
«Vedi che le idee non ti mancano?», osservò Rosemary, infilandosi le calze e un paio di scarpe gialle. «Come bugiardo sei straordinario».
Guy, che era davanti allo specchio, esclamò: «Maledizione, un foruncolo!»
«Non schiacciarlo».
«Sono soltanto quattro stanze, comunque. Niente camera per il bambino».
«Preferisco quattro stanze al Bramford a tutto un piano in quel… casermone bianco di cemento».
«Ieri l’adoravi».
«Mi piaceva. Non l’ho mai adorato. Scommetto che neppure l’architetto che l’ha fatto l’adora. Ricaveremo una zona pranzo nel soggiorno e avremo una bella camera per il bambino, se e quando verrà».
«Verrà, verrà», fece Guy. Si passò e ripassò il rasoio elettrico sul labbro superiore guardandosi allo specchio, dritto negli occhi, che erano grandi e castani. Rosemary si infilò un vestito giallo e tirò su la lampo dietro la schiena.
Vivevano in un’unica stanza, che era l’ex appartamento da scapolo di Guy. C’erano manifesti di Parigi e di Verona, un’ampia poltrona letto e un angolo cottura.
Era martedì 3 agosto.

Il signor Micklas era bassino e chiacchierone e gli mancavano un po’ di dita a tutt’e due le mani, tanto da trasformare in imbarazzo la stretta di mano; ma non per lui, a quanto pareva. «Ah, un attore», esclamò, schiacciando il pulsante dell’ascensore con il dito medio. «Siamo molto in voga tra gli attori». Ne nominò quattro che abitavano al Bramford, tutti abbastanza noti. «L’ho vista in qualche film?»
«Vediamo un po’», fece Guy. «Ho fatto l’Amleto qualche tempo fa, vero, Liz? E poi abbiamo girato Castelli di sabbia…»
«Scherza», disse Rosemary. «Era in Lutero e in Nessuno ama i perdenti. E ha lavorato molto in televisione. E ha fatto anche molte pubblicità».
«È lì che si fanno i soldi, no?», disse il signor Micklas. «Nella pubblicità».
«Già», fece Rosemary, e Guy aggiunse: «E si dà sfogo all’estro artistico». Rosemary lo supplicò con gli occhi; lui la guardò con aria innocente e, di sopra la testa di Micklas, le fece una smorfia da vampiro.
L’addetto all’ascensore –pannelli di quercia, con un lucido corrimano d’ottone tutt’intorno –era un ragazzo nero, in uniforme, con un sorriso stampato sulle labbra. «Settimo», gli disse il signor Micklas; poi, rivolto a Rosemary e a Guy: «L’appartamento ha quattro locali, due bagni e cinque armadi a muro. In origine, gli appartamenti del palazzo erano grandissimi –il più piccolo aveva nove stanze –ma ormai sono stati quasi tutti divisi in appartamenti da quattro, cinque e sei locali. Il 7E è da quattro, e in origine era la parte servizi di un appartamento da dieci. Comprende la cucina originale e il bagno padronale, che sono enormi, come vedrete. L’ex camera da letto padronale è diventata soggiorno, un’altra è rimasta camera da letto e due stanze della servitù si sono fuse nella sala da pranzo o seconda camera da letto. Avete bambini?»
«Contiamo di averne».
«Sarebbe la stanza ideale per un bambino, con il bagno e anche un armadio spazioso. Nel complesso sembra fatto su misura per una coppia giovane come voi».
L’ascensore si fermò e, sempre sorridendo, il ragazzo nero lo spinse in giù, poi in su, poi di nuovo in giù, finché fu allineato perfettamente al piano; quindi, sempre sorridendo, spinse di lato la grata interna in ottone e aprì la porta scorrevole esterna. Il signor Micklas si fece da parte e Rosemary e Guy uscirono dalla cabina per ritrovarsi in un corridoio male illuminato, con moquette e pareti verde scuro. Un operaio occupato davanti a una porta verde intagliata, contrassegnata 7B, gli lanciò un’occhiata, poi tornò a montare lo spioncino nel foro che aveva praticato.
Il signor Micklas si avviò a destra e poi a sinistra, percorrendo brevi bracci di corridoio verde scuro. Seguendolo, Rosemary e Guy notarono che in alcuni punti la carta da parati era strappata e che, a una giuntura, s’era staccata, arricciandosi all’interno; notarono una lampadina bruciata in un’applique di cristallo e una toppa più chiara nella moquette verde scuro. Guy guardò Rosemary: Moquette con le toppe? Lei guardò altrove e sorrise, radiosa: L’adoro. È tutto così delizioso!

Questo pezzo è tratto da:
Rosemary’s baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€


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[Dal libro che sto leggendo] I terribile segreti di Maxwell Sim

Fonte: Litteratures Europeennes
Vi sto trascurando e avete ragione, ma non riesco più a conciliare gli impegni fuori di casa con la mia vita personale. Non ho tempo! Non riesco a ritagliarmi un fine settimana di silenzio e tranquillità e il risultato è che leggo nei ritagli di tempo e campo con le sveglie che mi ricordano dove devo andare e quando. Così alla fine ho deciso: questo fine settimana taglio i ponti con il mondo e sarà finalmente silenzio, pace, bevande calde (anche perché la maledetta caldaia pare stia tirando le cuoia) e camino, libri e blog!

Il libro di oggi è quello che attualmente sto leggendo con uno sguardo un po’ scettico perché, come vi dicevo nel Diario di Settembre di persone che amano alla follia Coe ne conosco un po’ ma per ora il libro in questione, che per la verità non è fra i più nominati, non corrisponde affatto alle aspettative. La storia parte dal periodo oscuro che sta vivendo Maxwell Sim, ex “responsabile dei rapporti con i clienti” che dalla mattina alla sera vede la moglie far armi e bagagli e trasferirsi nel nord dell’Inghilterra, che non riesce ad avere un rapporto con il padre e che non ha amici. In preda ad una depressione è rimasto in congedo a casa dal lavoro e un bel giorno viene ritrovato nudo e ubriaco in una macchina con il portabagagli pino di spazzolini ecologici che doveva vendere per conto di una ditta specializzata.

Ora, non è che sia una tragedia se questo non mi piace, ne ho altri due suoi ma mi perplime il fatto che Maxwell debba essere assunto dalla citata ditta e che io sia oltre le cento pagine delle 363 della mia edizioni e ancora non si vede luce nemmeno dell’assunzione. Non sarà un po’ troppo prolisso? Vedremo, frattanto a voi lascio sbirciare il prologo!
Buone letture,
Simona Scravaglieri 


Commesso viaggiatore trovato nudo nella sua auto 

   Nella notte di giovedì, una pattuglia della polizia di Grampian, perlustrando il tratto isolato dalla neve sulla A93, tra Braemar e Spittal of Glenshee, ha rinvenuto un’automobile apparentemente abbandonata sul ciglio della strada sotto il Glenshee Ski Centre. 
   A un esame più attento, è risultato che il conducente privo di sensi era ancora all’interno del veicolo. Gli abiti appartenenti all’uomo di mezza età, che era pressoché nudo, erano sparpagliati all’interno della vettura. Sul sedile del passeggero, accanto a lui, c’erano due bottiglie di whisky vuote. 
   Il mistero si è infittito quando i poliziotti hanno ispezionato il bagagliaio e hanno trovato due scatoloni contenenti più di 400 spazzolini da denti, e un grosso sacco della spazzatura pieno di cartoline dall’Estremo Oriente. 
   L’uomo era in stato di grave ipotermia ed è stato trasportato in aeroambulanza alla Royal Infirmary di Aberdeen. È stato in seguito identificato come Maxwell Sim, 48 anni, originario di Watford, Inghilterra. 
   Mr Sim era un rappresentante freelance della Guest Toothbrushes di Reading, una ditta specializzata in prodotti ecologici per l’igiene orale. La ditta aveva chiuso i battenti quella mattina. 
   Mr Sim si è ristabilito perfettamente e si pensa sia tornato a casa sua a Watford. La polizia non ha ancora confermato se lo denuncerà per guida in stato di ebbrezza.  

“Aberdeenshire Press and Journal”, 

lunedì 9 marzo 2009



Questo pezzo è preso da:

I terribili segreti di Maxwell Sim
Jonathan Coe
Mondolibri Edizioni, ed. 2011
Traduzione di Delfina Vezzoli
Prezzo 1,50€ (prezzo mercatino, mancando il presso Mondolibri)

[Da libro che sto leggendo] Veleno d’amore

Fonte (Immagine di fondo): LettureSconclusionate

Bugia… Non lo sto “leggendo”, ma l’ho finito da un pezzo. È il primo libro letto per la challenge di cui vi parlavo nel Diario di Settembre ed è stato anche quello più veloce da finire, visto che mi ha preso solo un pomeriggio. È un racconto lungo un po’ strano, perché narrato tutto attraverso i diari di 4 diciassettenni, che scrivono le loro impressioni, al penultimo anni di liceo, quando sei troppo grande per pensare ancora alle bambole e troppo piccola per non aver paura dell’intimità con un ragazzo. È il resoconto di un anno, nemmeno, intenso, un anno fatto di scoperte, di invidie, di amicizia e odio, il tutto mescolato insieme agli umori altalenanti che caratterizzano questo particolare periodo della crescita di una ragazza.

È uno Schmitt, molto più vicino a quello de “La giostra del piacere” che a “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano“, il che significa che l’anima dello scrittore non è interessata a toccare le corde emozionali del lettore ma ad indagare su quelle sottili corrispondenze che permettono alle persone di attirarsi e respingersi e di convivere anche in spazi ristretti. In questo caso non ci sono quinte come succedeva invece nei due testi citati, il limite è rappresentato dal diario di ciascun personaggio e dalla visione che ha, colei che scrive, della realtà che la circonda. 
Questa sottile ramificazione di forze caotiche, che è un divenire di qualcosa che poi formerà il carattere delle giovani ragazze, è protagonista indiscussa di tutto il libro a dispetto delle nostre quattro giovani eroine che invece, sostituendosi al narratore classico, cercano di districarsi e di descriverlo. 

Libro veramente bello di cui riparleremo in una dettagliata recensione,
buone letture,
Simona Scravaglieri


Diario di Julia 


Mi cambio, mi trucco, sono la ragazza più felice del mondo perché sto per andare a raggiungere il gruppo, mi cambio, mi metto il profumo, mi cambio, mi cambio, mi trucco, esco, torno di corsa in camera, mi cambio, mi pettino, mi cambio, mi cambio e scoppio a piangere: troppo brutta, resto a casa! Chi più infelice di me?…

Soffocata dalle lacrime guardo il telefonino per vedere se le mie amiche si preoccupano. Niente. Zero messaggi. Nessuno sente la mia mancanza.
Allora decido di inghiottire una scatola di sonniferi. In cinque secondi salgo a prenderla in camera di mia madre: ho casa libera stasera, tutta la famiglia è a cena dalla nonna. Nel momento in cui sto per trangugiare il cocktail fatale mi torna in mente l’orrida settimana trascorsa in clinica l’inverno scorso e rinuncio. Il mio ultimo tentativo di suicidio mi ha guarito dal suicidio: mai ho sofferto tanto.
Invece di ammazzarmi finisco la vaschetta di gelato ai marroni che sta in frigo. Anche quello alla vaniglia. E pure alla fragola.
Alle nove il cellulare comincia a ronzare per le telefonate delle ragazze, allarmate perché non mi vedono al Balmoral, il nostro quartier generale, e capisco che era quella l’ora dell’appuntamento, non le sette come credevo.
Raphaëlle, Anouchka e Colombe non mi hanno tradito, non sono più sola su questa terra.
Comunque non ci penso proprio a farmi vedere in questo stato, soprattutto appena tornata dalle vacanze. Bella serata davvero… ho il viso gonfio dal dispiacere e domani sarò più grossa di una vacca.



Questo pezzo è tratto da:

Veleno d’amore
Eric- Emmanuel Schmitt
E/O Edizioni, Ed. 2015
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Collana “Dal mondo”
Prezzo 12, 50€


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[Dal libro che sto leggendo] Wuh!


Fonte: LettureScoclusionate


Oh! Il libro di oggi è un po’ un mito perchè dovrebbe essere fra i primi pubblicati da Gorilla Sapiens e in più a me, come avevo detto nel Diario di Luglio, era capitato di incontrare Andrea ad una giornata di #nonsonosòle fatta in libreria a Ponte Milvio. Ecco, il libro di oggi richiede un lettore attento che non si fermi alla sola storia. E’ una raccolta di racconti, alcuni estremi – ma non eccessivi visto che l’ho letto tranquillamente anche io! -, che disegnano in maniera realistica il mondo oscuro e illegale della droga. Ci sono i rave, i drogati in cerca di droga e anche coloro che vendono. C’è anche la frenesia della ricerca, l’ansia di non essere beccati, i colori e l’abbandono dell’assunzione e via dicendo.

Ma c’è anche molto altro che viene fuori a latere della lettura. In primis è quello che dice la casa editrice in quarta di copertina “questo è un libro triste”. Sì, un po’ si. Per me che manco so come è fatto uno spinello, leggere di queste vite che camminano sul filo del rasoio, tra “l’aldiquà e l’aldilà”, è stato un po’ come non poter salvare qualcuno che non conosco. E in secondo luogo, tornando all’argomento principale, c’è una magnifica prova di scrittura che, al di là della descrizione fatta a parole, rende con un ritmo ora incalzante e ora rilassato le emozioni derivanti dal susseguirsi delle situazioni.

Già nel pezzo che vi posto oggi questo si vede nella sequenza anche della conversazione. Il libro è molto bello e secondo me da conoscere. Scritto bene, scorre anche meglio di quello che uno si possa aspettare visto l’argomento. Ne riparleremo comunque nella recensione!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il Ciriola 


– Ci hanno fregato, va bene?
– E chi?
– Mimmo, te l’ho già detto, il Ciriola ci ha venduto dieci aspirine!
– E adesso?
– Come e adesso? Non ci arrivi? Stiamo senza pasticche. Zero. Niente.
– Luca, datti una cazzo di calmata! Dobbiamo trovare una soluzione, non farci rodere il culo a gratis.
– Oh scusa Mimmo, scusami se stasera c’è il tecnival di musica elettronica, in un centro sociale a trecento metri da qui e noi, alle sei del pomeriggio, stiamo ancora a secco e rischiamo di finire in pasto agli avvoltoi.
– Sei un coglione.
– E tu vai a fare in culo.
– Ok fly down, una mezza dritta ce l’ho io.
– Spara ‘sta mezza dritta.
– Vai a stazione Termini, davanti al McDonald ci bazzica un polacco che vende le pasticche. Lo chiamano sos perché è l’ultima spiaggia per l’acquisto.
Attacco il telefono senza neanche un ciao, ho il cellulare rotto, chiamavo da una cabina ed è caduta la linea. La mia scheda telefonica aveva solo venti centesimi, giusto uno scatto. Butto via con rabbia la scheda perché non serve più a nulla, neanche per acchittare una riga. Troppo fina. Cazzo, vivo a San Lorenzo da diciotto anni, mi sballo da tre e che devo fare? Andare alla stazione per comperare droga. Il posto più bevuto di Roma! Ma siamo pazzi? Ciriola ringrazia che ho solo un’ora per risolvere il problema altrimenti rubavo una pistola e ti facevo uori come un vitello al macello. Senza sapere né legge e e né scrivere. un buco in mezzo alla fronte.
BUM!
CIRIOLA, NON MERITI IL QUARTIERE SAN LORENZO!
Mimmo però una cosa giusta l’ha detta, è inutile farmi rodere il culo adesso, ci penserò domani. E… Ciriola!, saranno proprio cazzi tuoi. Dopo più di due anni di affezionata clientela… non te la passo neanche se imbastisci che proprio oggi la tua dipendenza ti ha dato la crisi.
Vado a piedi perché la stazione è un postaccio e allora è meglio evitare che qualche guardia mi fermi con una scusa del cazzo. E poi sono proprio due passi. Cammino svelto. poi corro perché penso ancora a quella merda di Ciriola. E siccome devo star calmo, mi sfogo con la corsa.
Via dei Volsci. Porta San Lorenzo. E poi la stazione. l’insegna giallorossa del McDonald splende nella luce del tramonto mischiata alle altre insegne appena accese. Inquadro un polacco quando sono sulla porta del fast-food.
– Conosci sos? -, gli faccio.
– Sono qui per aiutarti -, mi fa lui. Allora gli passo la richiesta. Lui fa che non c’è problema e mi spara un prezzo abbastanza onesto. Accetto. mi fa di seguirlo. Accetto ancora. Camminiamo loschi per le via intorno alla stazione e non so perché ma mi viene in mente che, pur abitando vicino da sempre, saranno dieci anni che qua non ci metto piede. Roma è enorme e a volte posti belli e vicini li butti nel dimenticatoio perché non fanno parte delle tue abitudini. Intanto il polacco si è fermato in una delle viuzze che portano a piazza Vittorio, qui c’è un compare che lo aspettava, mi passa le paste, acchiappa i soldi e scappa via su un motorino guidato dal compare.
MERDA! SOS MI HA VENDUTO DEL BIMIXIM! UN MEDICINALE PER LA DIARREA! UN’ALTRA FREGATURA! LA CANDID CAMERA GLI FA UN BAFFO A QUAN SONO COGLIONE!


Questo pezzo è preso da:

WUH!
Andrea Paolucci
Gorilla Sapiens Edizioni, Ed. 2012
Collana “Caramella Acida”
Prezzo 13,80€

[Dal libro che sto leggendo] Le opinioni e la vita di Tristram Shandy, gentiluomo


La settima ristampa del libro di L. Sterne
Fonte: Glasgow University Library

Oggi vi porto in un universo completamente diverso. Qui siamo nel 1700 inoltrato, 1759 per la precisione, eppure questo scritto è decisamente più moderno di quelli che solitamente si conoscono e riconoscono come classici. Sterne si diverte a dare un saggio della divagazione ai suoi lettori portandoli attraverso una storia raccontata in uno stile decisamente inconsueto. E se i suo successori, che ultimamente mi è capitato di leggere, usano presentare tutti i loro protagonisti inanellando le vite una nell’altra, Sterne invece, nel procedere della storia della nascita di Tristram Shandy, li ingloba uno ad uno in capitoli, a volte decisamente articolati ma anche molto corti, come quello che vi posto oggi.

Chi parla in prima persona è Tristram che trova l’occasione di scrivere la storia della sua vita e in particolare, almeno per ora che sono quasi a pagina duecento, della sua nascita. C’è una sorpresa finale, che chiaramente io non vi dirò, ma basti sapere che ogni personaggio intervento sin qui, dal matrimonio alle prime doglie della madre ha avuto il suo spazio compresa la levatrice e il parroco di paese nonché i fidati servitori del padre e dello zio.

Ne risulta uno scritto che spesso e volentieri sembra autogestito direttamente dai protagonisti, ma che è anche sorprendentemente ricco di umorismo e situazioni esilaranti. Come vi avevo detto nel Diario di Febbraio l’autore de “La casa di foglie” (Mark Z. Danielewski.) si è ispirato a questo libro per il proprio libro e continua tutt’ora con le opere successive come ad esempio “The Familar” la serie  (di 27 volumi!!!!) che negli ultimi anni lo sta portando periodicamente alla pubblicazione. E, in questo, ricorda molto la costruzione del libro di Sterne che, volume dopo volume – qui ce ne sono 9 – arricchisce la narrazione inserendo qui e lì esponenti della cultura che hanno accolto favorevolmente il suo Tristram.

Lettura un po’ impegnativa ma decisamente bella e divertente e oggi vi lascio il primo capitolo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

CAPITOLO I 


Avrei voluto che mio padre e mia madre, o in verità entrambi, poiché entrambi erano tenuti a farlo, pensassero a quello che facevano quando mi hanno concepito; se avessero debitamente considerato quanto alta fosse la posta in gioco;⎯che non solo ne sarebbe derivata la procreazione di un Essere razionale, ma che molto probabilmente la felice conformazione e costituzione fisica del suo corpo, forse il suo ingegno e la struttura stessa della sua mente; ⎯ e per quanto potevano saperne, perfino la fortuna di tutta la sua famiglia avrebbero potuto essere condizionati dagli umori e dalle inclinazioni prevalenti del momento:⎯⎯Se avessero debitamente soppesato e riflettuto a tutto ciò, e agito di conseguenza,⎯⎯sono profondamente convinto che il posto da me occupato nel mondo sarebbe stato molto diverso, da quello in cui è probabile che il lettore mi veda.⎯Credetemi miei buoni amici, non si tratta di un fatto trascurabile come molti di voi potrebbero ritenerlo;⎯tutti avete, oso dire, sentito parlare degli spiriti vitali, di come vengano trasmessi dal padre al figlio e così via,⎯ e di parecchio altro al riguardo:⎯ebbene, potete credermi quando vi dico, che nove decidimi della saggezza o della stoltezza di un uomo, dei suoi successi o fallimenti in questo mondo dipendono dai loro moti e attività, e dai diversi indirizzi e direzioni verso cui li avviate; così che una volta messi in movimento, bene o male che sia, non si tratta di una faccenda da quattro soldi, — partono schiamazzando per la tangente; e a forza di ripetere gli stessi passi, finiscono col tracciare una vera e propria strada, dritta e comoda come il viale del giardino, dalla quale, una volta che vi siano avvezzi, lo stesso Diavolo non riuscirebbe ad allontanarli.Scusate, mio caro, disse mia madre, non avete dimenticato di ricaricare l’orologio? ⎯⎯⎯Buon D⎯! esclamò mio padre, lasciandosi sfuggire un’imprecazione, ma avendo l’accortezza al tempo stesso di non alzare troppo la voce⎯⎯⎯.Quando mai una donna, dalla creazione del mondo ai giorni nostri, ha interrotto qualcuno con una domanda così sciocca? E che cosa stava dicendo vostro padre?⎯⎯⎯Niente, naturalmente.


Questo pezzo è tratto da:

La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo
Laurence Sterne
Mondadori Editore, ed. 2011
traduzione di Lidia Conetti
Collana “Oscar Mondadori”
Prezzo 11,00€