#NonSonoSòle, 6 Giungno 2015 – An unforgettable experience…


C’è chi inizia gli eventi culturali facendo la prova microfono, noi facciamo la prova torta!
Creazione di Francesca Schipa inaugurata da Carmelo Calì


Difficile pensare che invitare i lettori a portare i libri che non gli sono piaciuti in libreria abbia tanto successo. Questo perché chi legge, quando ha l’opportunità di parlare, non si tira affatto indietro. Pertanto anche quest’anno a #NonSonoSòle la magia si è ripetuta portando alla libreria Libri bar Pallotta lettori curiosi, autori ed editori increduli che fosse possibile fare cose del genere e librai (grazie Carla e Carmelo!) rassegnati all’invasione! Con l’aiuto di blogger amici come Irene di Librangolo Acuto, Sara Cappai di 40 Secondi,, Barbara di Libri in valigia  e con una new enty, Annamaria di  Babette Brown legge per voi  con Francesca Schipa e Pino Sabatelli siamo riusciti a portare a casa anche questo pomeriggio che ci ha regalato, risate, torte, gin e tanti libri belli e brutti scambiati o acquistati.

Ecco c’è da dire che gli autori non devono essere stati così convincenti se tanti libri sono stati acquistati. Ma onore al merito a tutti loro che dopo lo sguardo circospetto del “Dove mi metto?”, quello stupito alle prime discussioni “Ma allora fanno sul serio!” e quello interrogativo “Come mai potrò demolire il mio libro?”, si sono buttati nella mischia e avvicendandosi davanti al gruppo di attenti ascoltatori hanno snocciolato l loro motivazioni. La colpa è un po’ nostra perché non specifichiamo poi molto quello che si fa ed è così inconsueto che si chieda all’autore di auto-cassarsi da essere decisamente poco credibile come invito! Invece hanno dato tutti il massimo e ne sono rimasti ricompensati dall’attenzione dei partecipanti e dall’acquisto dei libri esposti in cassa. 

Tra le note di colore possiamo annotare le figuracce fatte dalla sottoscritta che, nell’ansia di cercare di conoscere tutti gli autori per poterli presentare, mi sono persa Sandro Settimj che aveva un impegno pregresso e non ha fatto in tempo a fare il suo intervento su Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato” (Mondadori Editore, Prezzo 16,00€) – al quale prometto solennemente di studiare tutte le foto che lo riguardano per punizione!- . Per lo stesso motivo vi siete persi, se non siete venuti, scene tipo: la sottoscritta che si domandava dove fosse Francesco Leto pur avendolo davanti agli occhi o che fermava Massimo Torre con un “Ciao, ma tu devi presentare il tuo libro?”. Ecco la prossima volta mi faccio un book fotografico che facciamo prima eh!.

Andando oltre quello che ho combinato io, il mondo sembra un posto migliore quando ci si sente liberi di dire e pensare, insieme ad altre persone, senza preconcetti. E se le cassazioni dei lettori sono state divertenti e divertite, passando da “era talmente bella la copertina” a “questo libro promette cose che non da assolutamente!”, la fine delle sòle è sempre quella: sulla Sedia delle sòle. Chiaramente questo avviene quando non capita che ti si dedichi una sòla, presentata e consegnata nelle mie mani , da Irene, e di cui vi parlerò quando l’avrò letta. Non ho capito perché – stando alla descrizione sembra uno Stoner versione tedesca – Pino sia convinto che a me piacerà da morire, vedremo. E la cosa più preoccupante è che è stato cassato da ben quattro blogger/lettori. Bah!

Detto ciò, e vi assicuro che non c’è un modo meno lungo di esporlo, gli autori hanno deciso di vestire i panni del “medico dei lettori”, nei loro sconsigli, decidendo di sconsigliare quelli che cercano in un libro cose che non ci sono. Tra i loro perché annoveriamo:

  • “Non è un libro di ricette!” Isabella Pedicini con Ricette umorali” Ricette Umorali. Il bis” (entrambi Fazi editore) – per fortuna non sono una lettrice di tali libri da cambusa!-; 
  • “Perché a volte i film sono meglio o peggio del libro da cui sono tratti” come avviene con Andrea Cotti autore di  Un gioco da ragazze e Stupido (rispettivamente Oscar Mondadori e Rizzoli Editore) – Tocca verificare!-
  • “Perché il protagonista non è completamente defunto” di Francesco Balletta con “Morto a 3/4” (Bookme De Agostini) –  gradito ritorno dallo scorso anno! Recensione-;
  • “Perché non è adatto alle persone che vanno in paranoia quando si parla dei poteri occulti dei massimi sistemi” Luca Poldelmengo “Nel posto sbagliato“(Edizioni E/O). Vi assicuro che per un attimo ha quasi convinto anche me! Ma solo un attimo… 😀

A questo genere di approcci fanno eco quelli più decisi tra i quali quello di Sandro Bonvissuto “Dentro” (Einaudi Editore) che ha rapito la platea con il suo discorso. Non volava una mosca! Al suo intervento fa eco quello di Francesco Leto che non riusciva a cassare il suo libro perchè incalzato da una lettrice che “lo sconsigliava vivamente a sconsigliarsi”. Alla fine il patto di sangue è stato firmato, Francesco teneva la cagnolina della signora e lei, che è anche un’attrice, ha dato voce ad una lettura scelta dal libro di Francesco Il cielo resta quello” (Frassinelli edizioni), uscendo poi per tornare a casa con il libro del suo nuovo beniamino! A questi sconsigli d’impatto ha fatto eco anche Perrone all’inizio preso alla sprovvista per cassare il suo catalogo dell’omonima casa editrice (è inutile, riuscirebbe difficile persino a Giuseppe Aloe auto-sconsigliarsi!), ha dato successivamente il suo sconsiglio per il libro che ha scritto, L’esatto contrario” (Rizzoli Editore) dicendo che, se non volete un giallo classico costruito indizio per indizio dove il protagonista non è un commissario o chi per lui, questo non è il libro giusto!

Infine, Paolo Foschi e Massimo Torre che si sono ascoltati attentamente mentre l’uno o l’altro presentavano i rispettivi. Paolo ancora si domanda come Giulio Perrone sia riuscito a pubblicare con Rizzoli (sarà il moood di quest’estate “come si fa a pubblicare con Rizzoli?”) e lascia il suo avvertimento sulla sua quadrilogia, il cui ultimo libro è Omicidio al Giro (E/O Edizioni), all’ignaro lettore “Io lavoro in RCS come giornalista sportivo e Rizzoli ha respinto la mia proposta di pubblicazione!” (ma per fortuna nostra Sandro Ferri e il suo team hanno l’occhio lungo!), mentre Massimo Torre, con i suoi modi pacati  ci porta in un altra città – Napoli -, raccontandoci del suo Chi ha paura di pulcinella?” (E/O Edizioni) e più in particolare al quartiere Sanità. Alla domanda diretta “sì può dire che il tuo libro ci aiuterà a conoscere meglio Napoli?”, dopo che sia era auto-sconsigliato sia per i temi forse troppo cari alle cronache nere e sia perché sarà una trilogia -quindi per conoscere la vicenda di Pulcinella al completo li dovrete comprare tutti!-, ha risposto ridendo “No! Perché poi se lo comprano per questo motivo!”. Ecco Massimo, io l’ho preso! Poi i due pargoli della Gorilla Sapiens Marco Parlato, gradito ritorno con il suo Tiroide” (Gorilla Sapiens) e la new entry, per #NonSonoSòle, Massimo Eternauta che ha partecipato alla raccolta di racconti  “Intanto, da qualche parte nello spazio…” (Gorilla Sapiens) e che ci ha deliziato con un brano inedito che ho già ascoltato un paio di volte ma che mi fa sorridere sempre!

Discussioni convinte ma non troppo per “Cassandra al matrimonio” il libro che si è deciso di leggere insieme con una votazione pubblica. Se Pino Sabatelli dice “Sì un buon libro, ma non eccezionale”, concordando sommariamente anche con Francesca Schipa (Recensione) per quanto attiene la presenza di una malattia dichiarata della protagonista che si oppone al matrimonio della sorella. Mentre Maria di Cuonzo sostiene con forza che la figura che l’ha più entusiasmata è stata la nonna, Irene sottolinea che il libro, nonostante sia degli anni sessanta, risulta contemporaneo per i temi trattati e per la scorrevolezza del testo. Insomma Cassandra passa il turno ma non a pieni voti, tranne che per la sottoscritta!(Recensione)

Infine la premiazione, legata al contest istigato dai temi di Cassandra e che ha visto una scrittrice, Letizia Draghi, che non solo ha ritirato la famosa borsa di Stoner di Fazi Editore, ma si è prestata al gioco della giornata, sconsigliando quelli che non amano i libri d’amore. Tra i suoi libri vi segnalo “Quel cucciolo è mio”  della collana Yuofeel di Rizzoli.
Cosa mi è piaciuto di più in assoluto? Il feeling che si è creato fra tutti che, rispetto allo scorso anno, era veramente palpabile. L’interesse degli stessi autori, il modo di scherzare e interagire fra loro, i blogger,i librai e lettori. In fondo eravamo tutti lì per i libri, abbiamo riso, ascoltato, mangiato bevuto e comprato altri libri. Molti bei titoli andranno alla libreria dell’Addolorata, qualche sòla e anche alcuni dei libri che sono stati presentati e che sono stati donati dagli autori stessi. Un bel gesto che conclude una bellissima giornata o per dirla in inglese “an unforgettable experience “. Non trovate?

Se volete respirare un po’ di quest’aria così particolare però potete partecipare alle serate del giovedì, che sono già iniziate a Maggio e che finiranno in autunno, per l’iniziativa Libri a Mollo della Libreria e Bar Pallotta a (Piazzale Ponte Milvio, 21) e del quale vi metto la locandina. Poi non dite che non vi penso eh!


Ringraziando tutti quelli che sono intervenuti,
vi auguro buone letture in attesa del prossimo appuntamento con le sòle che potrebbe non essere così lontano come si pensa!
Simona Scravaglieri 

La più bella vittoria per gli organizzatori!


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"Giancarlo Siani. Passione e morte di un giornalista scomodo", Bruno De Stefano – La logica della creazione del mito…

Fonte: Alessandro Di Battista
E’ vero, Giancarlo vive; ma non grazie alla maggior parte della letteratura e della filmografia esistente. Giancarlo vive solo ed esclusivamente grazie al giornalismo serio fatto da persone come Bruno di Stefano. Lo fa rivivere attraverso un’indagine seria e corredata di riferimenti che fa collocare questo libro a pieno titolo nella sezione “reportage d’inchiesta”. E’ una definizione stra-abusata dove grazie all’ignoranza dei lettori e alla furbizia di molti editori passa un sacco di spazzatura. Ma come riconoscerli? E’ una bella domanda e De Stefano ce ne da un saggio ponderato e ben costruito; vediamo qualche punto importante.

In un reportage d’inchiesta ai propri ascoltatori/lettori dovrebbero essere forniti tutti i dati, le fonti e i riferimenti. E’ un’opzione poco praticata nei reportage urlati perché richiede tempo, perizia e spesso può avvenire che una fonte smonti un’altra. E qui oltre al riportare riferimenti, testi e citazioni lo stile giornalistico di De Stefano interviene per chiarire, sarebbe meglio dire “tradurre”, terminologie o procedure quando non sono così chiare.
Questo tipo di inchieste, quando vogliono essere complete e non hanno paura di essere smentite, richiedono, per essere più chiare al lettore, la stesura dei dati in ordine cronologico così da permettere a noi poveri lettori di avere il quadro chiaro del periodo, della situazione, di chi c’era e chi no al momento dei fatti narrati. Come detto, richiede perizia ma soprattutto la certezza di quel che si sta scrivendo e l’intenzione di non creare un polverone ma di fare vera e propria informazione.
Terzo ma non meno importante, anzi forse è il fattore che fa di questo libro un qualcosa che fa rivivere e rende giustizia al giornalista ucciso il 23 Settembre del 1985, è: il non imporre un giudizio.

Sembra una cosa stupida ma, nel mestiere del giornalista, non è previsto la creazione di un movimento o la formulazione di una condanna. Fare informazione significa fornire ai propri lettori i mezzi per poter conoscere e comprendere quello che succede o è avvenuto o anche verrà. Quando questo viene meno l’informazione può divenire propaganda, disinformazione, diffamazione, creazione del mostro e via dicendo. In un mondo che vive ufficialmente d’informazione questa, come già anticipava Orwell, è sempre più una chimera e personaggi come De Stefano andrebbero seguiti e ascoltati punendo invece i comportamenti scorretti. 

Quello che vi si racconta in questo libro, senza fronzoli o – come già detto – forme compiaciute di condanna, è una storia vera, quella di Giancarlo Siani: ci si presenta un mondo che pensiamo di conoscere ad ogni commemorazione ma che, fatti alla mano, invece ci è più che oscuro. E da questo esce anche un particolare preoccupante ma esplicativo e rappresentativo dell’epoca che stiamo vivendo ovvero la “creazione del mito”. Un mito consumistico salito alla ribalta non per quello che è la vicenda umana, che ha spezzato la vita di un giovane giornalista intento nel fare il proprio lavoro, ma per le trasposizioni cinematografiche che hanno tentato di racchiudere un’immensa e intricata vicenda giudiziaria e che, per dovere di tempistica dello showbusiness, hanno successivamente tirato le somme del caso Siani anche senza avere in mano uno straccio di prova, o peggio, di condanna. 
Il mito, costruito nel buio di una sala cinematografica, non assomiglia al corrispettivo reale, molto più solo nel suo lavoro e tradito da chi lo conosceva – per ragioni di paura o di mero opportunismo – e sfruttato anche dopo la morte da chi lo aveva fatto già quand’era in vita.

Un’inchiesta da leggere approfonditamente e con curiosità, narrata come si conviene in un linguaggio scorrevole e con l’attenzione, da parte dello scrittore, al lettore che guida nei meandri della burocrazia con una facilità insperata. Un bellissimo lavoro da conservare e da rileggere per ricordarsi ogni tanto che mestiere fanno i veri Giornalisti.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Giancarlo Siani
Passione e morte di un giornalista scomodo
Bruno De Stefano
Giulio Perrone Editore, Ed. 2012
Collana “Biotón”
Prezzo 16,00€

Fonte: LettureSconclusionate

  


"L’omeblico di Adamo", Stefano Tofani – L’italiano medio e le statue….


Fonte:Federazione cittadini sovrani


Arriva in ritardo di una settimana lo so! Ma prima di convincere il problema, di nome Oscar che potete vedere nel post di venerdì scorso, che non si può battere entrambi sui tasti del pc e che scrivere a mezzo metro dal portatile è impossibile ci ho messo un po’. Così stasera approfitto del fatto che sia distrutto perché abbiamo giocato fino adesso e voglio raccontarvi di questo libro che mi ha dato più di un grattacapo. Perché? Semplice! E’ un bel lavoro senza colpi di scena particolari ed è così perfetto che non posso nemmeno farvi qualche paragone dei soliti perché stonerebbe.

La storia narra di una statua comparsa in una notte nella piazza di un paese dell’alta Toscana. Viene scoperta da un assonnato e successivamente stupito barista di paese che alle sei del mattino è diretto ad aprire il suo locale. Vengono chiamati i Carabinieri e successivamente all’albeggiare tutto il paese che, man mano, si risveglia si riunisce ai piedi di questa statua. L’evento ha la sua risonanza non solo perché l’oggetto in questione sia comparso dal nulla e non si sa chi raffiguri ma anche perché indossa un perizoma leopardato, una mascherina nera di carnevale e ha in mano un mappamondo dove manca l’Irlanda. Tutti quesiti cui non si sa rispondere e, come avviene in ogni paese italiano che si rispetti, partono le chiacchiere su chi sia l’uomo raffigurato e sul perché stia in perizoma leopardato e chi più ne ha più ne metta! Siamo italiani o no?

A questo giallo che viene svolto con una certa simpatia e attenzione da parte dell’autore, che mai entra nel merito ma si fa tramite per raccontare l’accaduto, fa eco la rappresentazione dell’Italia attraverso il piccolo mondo di provincia. C’è il parroco, l’assessore e il sindaco, ci sono i carabinieri, il geometra del comune e anche la parrucchiera del comune, lo spazzino gay, il pensionato impiccione  e quello pallonaro che racconta di donne immaginarie possedute. C’è lo scontro fra destra e sinistra e anche un po’ di mafia. C’è tutto, ma mescolato con sapienza, e ci regala le caricature di noi stessi e della nostra vita, che si svolga in una città o in un paese non fa differenza – perché c’è in misura maggiore o minore ovunque -. E’ un mondo che ci appartiene e che a volte ci infastidisce o ci diverte ma non è detto che sia completamente sbagliato come non è totalmente giusto. E’, appartiene alla nostra cultura e fa parte del nostro folklore, celebrato ogni mattina al bar o in coda sulle maggiori strade italiane.

Ed è per questo che non ha bisogno di fronzoli aggiunti, perché è perfetto così, si chiude con una situazione insperata che prospetta al lettore che qualcosa di meglio ci si può aspettare dal genere italico, che una smagliatura in questo sistema ingessato c’è sicuramente  basta solo aspettare perché la provvidenza benevola potrebbe comparire quando meno ce lo aspettiamo. Il tutto raccontato con una sottile ironia mai noiosa e con un ritmo sempre costante e coinvolgente. Una bella favola da regalare a Natale anche a chi solitamente non legge – lo apprezzerà sicuramente! – e da non far mancare alla propria libreria.
Lui, Stefano Tofani, non è proprio un esordiente, lo è per i romanzi ma è un bravissimo scrittore di racconti che potrete trovare anche nelle raccolte di 80144 edizioni – e non dite che non vi ho avvertito!-.

Promosso a pieni voti, finito con dispiacere perché mi stavo divertendo un sacco, attendo con ansia il prossimo lavoro perché è uno scrittore che promette molto bene!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

L’ombelico di Adamo
Stefano Tofani
Giulio Perrone Editore, ed. 2013
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€

Fonte: LettureSconclusionate


[Dal libro che sto leggendo] L’ombelico di Adamo

Fonte: VivaStreet di Virgilio
 Sono molto contenta di parlavi del libro che sto leggendo proprio in questi giorni per due motivi: il primo perché appartiene alla mia collana preferita di Perrone Editore (HINC), quella che ospita anche i lavori di Giuseppe Aloe e che proprio grazie a lui ho scoperto, e l’altra perché questo lavoro arriva, fra le mie letture, come una ventata di aria fresca in un momento in cui avevo bisogno di un bel “mistero” e di una trama scorrevole da seguire in tutta tranquillità. Ecco questo è sicuramente un bel libro- e lo posso dire con cognizione di causa perché sono a 30 pagine dalla fine! -.
Ben scritto, divertente e anche tinto di giallo. Popolato di personaggi che sono al contempo immaginari e realistici, figure  che potremmo trovare ovunque, amplificate in caricature ironiche e non ossessivamente ciniche.

 C’è un sottile gioco forza cui ci si deve sottoporre, quando si scrive, per non calcare la mano o non caratterizzare troppo poco un personaggio: nel primo caso si arriva anche a rendere scadente il lavoro nel secondo il lettore non riesce a far suoi i personaggi. Stefano Tofani ottiene l’effetto perfetto, propone personaggi che fanno sorridere e riesce altresì a mantenere anche l’attenzione dei suoi lettori affrontando la sua storia con vari ritmi. Nel caso che vi inserisco sotto, che è anche il primo paragrafo, si notano questi ritmi diversi dalla camminata svogliata e assonnata del barista fino agli scatti mentre si guarda intorno.

Una penna quantomai felice, una storia decisamente scorrevole e piacevole da leggere, un mistero da risolvere seguendo le indagini di tre divertenti carabinieri e quelle dei Cùzzolesi e non Cùzzolini!
Sono certa che anche voi lo troverete irresistibile!

Buone letture,
Simona Scravaglieri
29 dicembre 
Il primo a vederla fu Pacino, il barista, poco dopo le sei.
Attraversando la piazza a piedi come ogni mattina,la sfiorò quasi, ma vuoi per sonno, freddo o distrazione cronica, giunse alla porta del bar senza averne registrato la presenza. Solo armeggiando con la saracinesca ebbe un ripensamento: si voltò e ci rimase secco.
Una statua. Che ci faceva lì, al centro di Cùzzole?
Riavutosi, tornò indietro circospetto, mettendosi ad osservarla da ogni lato: molto più alta di lui, due metri e mezzo – tre, raffigurava un tizio con un mappamondo in mano che indossava null’altro che un paio di mutandine colorate e una mascherina nera. Candido, nudo e liscio come una statua classica.
Dopo aver esaminato il monumento, volse lo sguardo intorno, credendosi vittima dell’ennesimo scherzo. guardò verso i campi: buio e nebbia. Verso la villa dei Colombo: la villa dei Colombo. Verso il bar:il bar. Ancora verso i campi: di nuovo buio e nebbia. Tutto taceva nella notte che si diradava. Frastornato cercò da sedere, ma da sedere non c’era – troppo distante la panchina -e così prese a stropicciarsi gli occhi, a fondo, dubitando della propria lucidità. Dev’essere un miraggio, pensò.
Voltò le spalle al monumento, con le mani sugli occhi, e rimase in quella posizione per un minuto o due, come un bambino che gioca a bubù sette: se era un miraggio andava colto di sorpresa, non gli doveva dare il tempo di materializzarsi. Tuttavia, quando tornò a guardare, con uno scatto che gli impennò il riporto quella strana statua era ancora lì. Si stagliava nitida contro il digradare nero dei campi, e brillava più per una qualche luce propria che per il boccheggiare giallastro del lampione o per il riverbero fiacco della luna.
La sera prima Pancino aveva chiuso il bar alle undici e prendendo la vi di casa insieme al Pellacci, si era addirittura fermato in quei paraggi per accarezzare Tobia, sbucato da dietro i cassonetti, ma non c’era nulla. Dunque la statua era come piovuta dal cielo durante la notte,anzi in quelle sette ore.Quasi ad aver prova definiva della sua esistenza decise di toccare con mano, come San Tommaso al cospetto di più alto mistero: si avvicinò titubante e l sfiorò con un accarezzare rapido, intimidito.


Questo pezzo è tratto da:

L’ombelico di Adamo
Stefano Tofani
Giulio Perrone Editore, ed. 2013
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€

"Gli anni di nessuno", Giuseppe Aloe – Dipendenze infelici….

Fonte: Giacinto Onlus
Devo ammettere che mi piange il cuore a scrivere di questo libro. Non tanto per la storia, ma per la mia affezione all’autore che trovo sia uno scrittore di grande talento; non lo scrivo tanto per indorare la pillola ma perché l’ho già dichiarato nelle recensioni degli altri suoi lavori che ho letto (“Non è successo niente“,”Lo splendore dei discorsi” e “La logica del desiderio“) e continuo a pensare quanto allora scritto nonostante questo libro. Ma non posso prescindere e ne rimandare oltre le mie considerazioni in merito; è rimasto sospeso per parecchio tempo nell’attesa che la storia si depositasse e mi mostrasse un barlume di speranza, ma non è successo proprio nulla.  Oggi pertanto parliamo de “Gli anni di nessuno” che è l’ultimo libro scritto da Giuseppe Aloe uscito alla fine del 2012.

La storia è in perfetto stile di “aloiano”, chi parla e riflette in prima persona è uno scrittore che è stato oggetto di attenzioni della cronaca nazionale per la sua prigionia nei suoi primi anni di vita. I suoi genitori, la classica coppia perfetta composta, da un uomo e una donna che si sono trovati come “destinati l’uno all’altra”, è diventata “monca” alla sua nascita perché la madre muore di parto e il padre sente la necessità di rinchiudere, praticamente in detenzione, il figlio perché “colpevole” di questa tragedia incolmabile che lo ha colpito in maniera irreparabile. Quando il bambino sarà liberato, prima sarà mandato in una casa d’accoglienza e dopo affidato alle cure di uno studioso – amico di famiglia- che si fa carico del suo recupero e della sua formazione. L’oggi, il presente narrativo, vede, questo bimbo, un uomo fatto che deve affrontare la prossimità della morte del suo protettore che è metafora di una nuova forma di liberazione da un tipo diverso di prigionia rappresentata dalla “dipendenza” psicologica a questa figura quasi paterna.

Trama e tema quindi ci sarebbero, ovvero il passaggio di “dipendenze” e l’accettazione dello status di liberazione finale dal punto di vista di un “recluso” – da praticamente sempre – che guarda, alla sconosciuta nuova condizione, come un uomo in bilico di davanti a un burrone. E allora  la domanda finale sarebbe: “E allora cosa c’è che non va?”. Quel che non va è che il “tema” non viene svolto ma solo accennato. Il personaggio principale, come quelli che gli satellitano attorno, vengono trattati come negli altri romanzi: le caratteristiche fisiche non sono esplicitate nella scrittura ma vengono fuori in maniera diversa per ogni lettore, dalla conoscenza che fa il lettore, attraverso i loro pensieri, dei personaggi. Fa parte proprio dello stile di Aloe agire così, far vedere attraverso gli occhi dei suoi personaggi, far sentire il lettore che sta pensando, gioendo o soffrendo come colui di cui sta leggendo. Il problema è che solitamente a tutto questo, che avviene non solo per le caratteristiche fisiche delle persone ma anche per quelle dei luoghi, s’affiancava, negli altri lavori, un percorso di evoluzione di lettore e personaggio che portava dallo status iniziale a quello rinnovato finale.
E’ un percorso che lettore, autore e personaggio di solito facevano insieme e che quindi esplodeva anche il tema o il significante, come lo chiamo io, della storia attraverso lo scorrere della trama della storia di superficie.

In questo caso il tema non viene svolto ma solo accennato, quasi che, la fine della dipendenza, non fosse interessante per l’autore e che solo quello status di “attesa” fosse il vero argomento principe. Per cui l’insieme appare incompiuto e alla fine del romanzo ti viene da chiedere: “Beh? E quindi? Perché mi hai raccontato questa storia?”. Ad una lettura senza pretese potrebbe anche apparire  un ottimo lavoro, visto lo stile di Aloe che si rivela sempre vincente, mentre per un lettore, che pretende un pelino di più di una trama accattivante, risulta mancante di una soluzione finale. Non basta che l’anziano studioso muoia, non serve descrivere nei minimi particolari la precedente prigionia e la successiva liberazione per non descrivere il nuovo binomio che gli segue. Questo perché, se la nostra vita è un susseguirsi di dipendenze, cosa che se ci riflettiamo è in effetti reale, non ci basta che se ne descriva una sola e che la liberazione sia fatta da un principe azzurro sotto forma dello studioso, cosa che ha un che di fiabesco, ma da uno come Aloe mi e ci dovremmo aspettare, anzi ci aspettiamo, una riflessione più profonda. Qui non ne ho trovata traccia. Un vero peccato.

Nell’attesa del prossimo libro che mi faccia dimenticare questa piccola delusione,
buone letture,
Simona Scravaglieri

Gli anni di nessuno
Giuseppe Aloe
Giulio Perrone Editore, Ed. 2012
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€



Cosa succede in città questa settimana…

Fonte: Valentina Paoli
Mi segnalano spesso eventi e appuntamenti e io di solito li giro sulla mia pagina perché chi mi legga possa averne notizia. Non so quanto riuscirò ad essere puntale con questo appuntamento ma proverò comunque a portarlo avanti periodicamente. Quindi partiamo e dove ci sono vi inserisco anche i link per visualizzare i riferimenti:

Eventi in rete:

10.6.2013 Parte #scritturecorsare #corsari é il nuovo progetto di riscrittura collettiva della Fondazione Cesare Pavese Il testo scelto è Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini che raccoglie gli articoli scritti per il Corriere della sera dal 1973 al 1975. E’ stato comunicato al Salone del Libro di Torino. Per informazioni: Twitteratura



11.6.2013 Parte #letturecondivise #donodunquesiamo , a questo ci tengo particolarmente perchè è un piccolo miniprogetto nato in collaborazione con una cara amica Elena Tamborrino alias @Exlibris_2012 proprietaria del blog  Exlibris. Appunti di una lettrice disordinata. In sostanza si legge insieme un libro, in questo caso è Dono dunque siamo. Otto buone ragioni per credere in società più equa, AA.VV (appena uscito in formato ebook a 7,59€ ). Si parte tutti insieme su twitter utilizzando i due hastag e si postano le parti che più ci piacciono o con cui non siamo d’accordo e se ne discute. Non ci sono obblighi di tempo, ognuno posta quando può e l’hastag del titolo rimane utilizzato finché l’ultimo lettore non conclude la lettura.




Eventi in città:

11.06.2013 Mestre. Ferdinando Imposimato incontra i lettori presso la Libreria del centro di Mestre alle ore 16.00 per la presentazione del suo libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia” (Ferdinando Imposimato, ed 2013, Newton Compton Editore prezzo 7,90€ sia il libro che l’ebook) la descrizione dell’evento la trovate qui : Libreria del centro di Mestre 


12.06.2012 Roma. Ore 21.00 Jennifer Egan, premio Pulitzer e pubblicata in Italia da Minimum Fax è al Festival Internazionale della Basilica di Massenzio. Le informazioni su come poter prendere parte all’evento si trovano sul sito della casa editrice qui: Minimum Fax


12.03.2013 Roma Ore 19.30 Libreria Minimum Fax. Questo è un audiolibro edito da Emons Audiolibri e letto da Marco Baliani. La descrizione dell’evento cita:
Il richiamo della foresta” di Jack London nella traduzione d’autore di Celati. Legge: Marco Baliani Dopo aver già letto “In viaggio con Erodoto di Kapuscinski” e “Il Giardino dei Finzi-Contini” di Bassani, Marco Baliani, uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione, presta la sua interpretazione a un grande classico della letteratura per ragazzi, irrinunciabile per ogni adulto: Il richiamo della foresta di Jack London. Le indimenticabili pagine di Jack London sono lette nella traduzione d’autore di Gianni Celati.
Per informazionie aggiornamenti sulla pagine facebook dell’evento: Lettura “Il richiamo della foresta”



13.06.2013 Firenze. Ore 18.00 sempre Jennifer Egan sarà ospite a Palazzo Strozzi. La descrizione: finalista con “Guardami” al Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia, conversa con Michael Cunningham in un incontro moderato da Elena Stancanelli. Ingresso libero. Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Minimum Fax

13.06.2013 Colleferro (RM). Ore 18.00 Aula Consiliare del Palazzo Comunale, Piazza Italia 1.
Viene presentato il libro “La nostra guerra non è mai finita” di Giovanni Tizian (Mondadori Editore, ed 2013, collana “Le strade blu” prezzo 17,00€).
Interviene Gianluca Di Feo, Caporedattore de L’Espresso e l’incontro è organizzato dall’Associazione Culturale Gruppo Logos. Giovanni Tizian, che sarà presente all’incontro, è giornalista, attualmente sotto scorta, de L’Espresso e racconta la sua vita colpita dalle scure della ‘ndrangheta. Da Bovalino a Modena. Un viaggio nella memoria e nei percorsi della ricerca di giustizia per l’omicidio del padre Giuseppe Tizian, ucciso dalla mafia il 23 ottobre del 1989 mentre tornava a casa da lavoro.   
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Associazione Gruppo Logos


13.06.2013  Ore 21.00 Roma. Bookparty al Circolo degli artisti di Roma con Giulio Perrone Editore per la presentazione dell’antologia “Ma l’amore no“, raccolta di racconti dei ragazzi che hanno partecipato al progetto “Facciamo un libro” in collaborazione con la Fondazione Bellonci.
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Progetto facciamo un libro

14.06.2013 Ore 18.00 Firenze. Jennifer Egan al Salone del Cinquecento – Palazzo Vecchio, parteciperà alla cerimonia di premiazione della settima edizione del Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze insieme agli altri finalisti Etgar Keret, Atiq Rahimi, Juan Gabriel Vásquez, Jeanette Winterson. Ingresso libero. Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Minimum Fax

14.06.2013 Roma. Ore 21.00 Lepre Edizioni invita amici e lettori al suo Book Party estivo in giardino. Presentazione delle novità editoriali “Il giorno rubato” di Marco De Franchi e “Pecunia olet?” di Michael Perth.
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su Facebook: Lepre Edizioni

Il problema di garantire questa rubrica di news è dato sia dall’elenco di inviti, a volte tanti e a volte pochissimi, che mi arrivano (che non sempre riguardano quest’argomento!) e dal lavoro che c’è dietro per verificare che cosa si presenta, giusto per non mandare nessuno alla ventura. 
Buone letture e buoni incontri,
Simona Scravaglieri

[Dal libro che sto leggendo] Gli anni di nessuno


Fonte: Repubblica

Libro controverso. Decisamente tanto, questo perché, a detta di chi non legge Aloe, non è un libro malvagio e invece per me, che ho praticamente letto quasi tutto non lo è affatto. La storia è sua, c’è tutto lo scrittore in queste righe ma vuoi per quest’aura plumbea un po’ forzata e un po’ per questa storia che apre questioni che non si chiudono la magia sembra un po’ sparita. Eppure quelle che solo le regole di scrittura di questo autore ci sono tutte,  introversione, una causa scatenante la vicenda estremamente presente, silenzi che bilanciano il vociare esterno e descrizioni della vista di città conosciute ma mai nominate.
E per me è un vero peccato. Non smetterò di leggere Aloe per questo, ma un po’ mi dispiace perché è diventato una compagnia costante nelle mie letture come anche altri autori di cui a scatola chiusa acquisterei qualsiasi libro perché sono garanzia di qualità.
Non è un libro che ho letto oggi, ma a Dicembre 2012 e credo che per la recensione ancora ci vorrà un certo periodo di “digestione”. Ma se non vi volete cimentare con questo provate con quello citato giust’appunto venerdì scorso: La logica del desiderio.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

1.
Il professore è morto. Diceva così la voce al telefono. Cha voce era? Aveva qualcosa di familiare. Un tono, una cadenza. E’ morto all’alba.

In quel momento ero dietro la finestra. Erano le cinque di mattina. Le cinque passate. La città era chiusa in un sonno sgradevole. Avevo fatto un bagno interminabile. L’acqua era diventata fresca: Le mani porose. Probabilmente avevo preso sonno nella vasca. Mi sembrava, mentre indossavo l’accappatoio, che ne rimanessero dei vaghi ambiti. Non so, un’uscita, un sole smagliante, una donna che si lanciava dal balcone, un cortile rosso.

Forse per questo non avevo riconosciuto la voce. Stavo ancora vagando in quelle immagini. Forse la donna era mia madre. O una sconosciuta che avevo incontrato per strada il giorno prima. Bassa, i capelli colorati, una voglia sul mento, le mani che tenevano due buste stracolme. Si buttava dal balcone con le buste e le teneva strette fino allo schianto. Ricordo che nel lancio la gonna le si apriva leggermente, come un paracadute difettoso.

Durante la notte mi ero svegliato di soprassalto. Avevo girato gli occhi al soffitto. Non riuscivo a riconoscere né la stanza e né me stesso. Uno sconosciuto in casa d’altri. Quella luce, mi dicevo, che luce è? Veniva da fuori come se fosse sceso un angelo ad irradiare l’ultima parte della notte. Un angelo o un riflettore. Ma di quelli da milioni di watt. Un angelo da milioni di watt. Un riflettore da campo da calcio. Tutto il soffitto era illuminato. Avevo chiuso gli occhi, me li ero sfregati con forsa e riaprendoli mi ero accorto che la luce era sparita. La stanza era di nuovo al buio. Ma che stanza era? Perché mi avevano trascinato in quella camera aperta a tutte quelle complicazione? Era stato in quel momento che mi ero sollevato w come per uno scatto di coscienza avevo riconosciuto la mia camera. Da un quadretto appeso alla parete. Un quadretto innocuo. Piccolo. La cornice azzurra che conteneva il disegno di una vacca rossa con il muso allungato. Una stampa inglese. Era rossa come se già prefigurasse il macello. E in effetti le volte che incontravo lo sguardo ne intravedevo un’infinita malinconia. La curiosità che si piega alla disperazione di chi va a morire. Era la mia stanza, con i suoi armadi, la scrivania, la sedia marrone, la porta a vetri aperta verso il corridoio, l’assenza di rumori, di voci,di fischi. Era proprio la mia casa. La casa di nessuno.

Cosa sto a fare a letto? Mi ero detto mentre guardavo anche la parete e il quadretto. Meglio alzarsi. E’ così che avevo pensato di fare un bagno caldo. Erano quasi le quattro. un’ora pericolosa. Mi muovevo adagio. Avevo indossato un maglione. Eravamo già a Novembre e la stagione si presentava furibonda. Pioveva da giorni. Il cielo si era come abbassato. Proprio sopra le teste. Minaccioso. Come se dovesse calare da un momento all’altro, e noi con lui. Schiacciati dal cielo. Lo guardavo. Un tracollo senza precedenti, pensavo. Il cielo che cade sul mondo. Questa massa informe che precipita sulla città con un boato prodigioso. Il sapore delle mie catastrofi, le chiamava il professore sorridendo. E anzi se le trascriveva su un taccuino per le sue letture serali. Mi fanno compagnia, mi rasserenano, mi diceva. Lui leggeva le mie catastrofi e si rassicurava. Gli davano la sensazione della fantasia che lavora, che non si ferma a fare le ragnatele sul muro. Sono immagini di grande freschezza, diceva sorridendomi.


Questo pezzo è tratto da:

Gli anni di nessuno
Giuseppe Aloe
Giulio Perrone Editore, Ed. 2012
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€

"La logica del desiderio", Giuseppe Aloe – Ripensando a Roth…

Fonte: LinkFacebook

Di questo romanzo vi avevo accennato nel “Dal libro che sto leggendo” quest’estate qui: La logica del desiderio. La questione interessante è che non è un libro facile da raccontare , nonostante sia veramente bello. La difficoltà sta nel rendere al lettore le straordinarie immagini che l’autore descrive, nel percorso di crescita di un giovane studente, e nel non rivelare praticamente tutta la storia. Percorso, che rientra in una delle caratteristiche della “modalità di scrittura” di Aloe, ovvero, il crescendo che culmina sempre con un “cambio di stato” e, questo libro non fa eccezione rispetto ai precedenti ( e nemmeno al successivo “Gli anni di nessuno”, Giulio Perrone Editore, ed. 2012 ).

La storia è anche abbastanza semplice, quasi come una ricetta. Prendi una cittadina del sud e mettici l’estate calda aggiungici un palazzo con i tipici ballatoi, che sono luogo di rifugio e di refrigerio per chi abita in quel genere di condomini. Mettici anche un cortile interno, dove i ragazzi possono giocare e gli adulti incontrasi, quando parcheggiano le macchine, e che funge da ingresso anche ad una serie di villette. Ora inseriamo i protagonisti, e ne servono un po’,   per realizzare questa pietanza: c’è il giovane universitario, che studia lettere e vorrebbe scrivere, e c’è suo padre che, vedovo, continua la sua vita con una regolarità conquistata e messa a punto in una vita intera. Sono una famiglia, ma, come spesso avviene, il figlio non lo sa e il padre forse non riesce a spiegarglielo. Così se lo raccontano nei silenzi, nelle frasi dette tanto per intervallare un silenzio con l’altro e anche in quelle che, una volta che si inizia a pronunciarle, muoiono in un sussurro. C’è anche una giovane coppia, lui e lei, appena sposati e pronti a vivere la loro nuova vita. Per il ragazzo fermo sul ballatoio, a studiare, sono l’immagine di quel che potrebbe essere il suo futuro e per la donna, che invece scarica le scatole con il marito, è la speranza che questa strada intrapresa porti ad una nuova vita che sia ricca di sorprese e che non assomigli alla grigia routine che lei ha sempre rifiutato.

I giorni passano, anche gli anni, il giovane e la donna si studiano da lontano. E inaspettatamente un giorno avviene un contatto. La donna, per il giovane, d’ora in poi avrà una voce, uno sguardo particolare mentre dice certe cose e altre sfumature per altri pensieri. La prospettiva di vita che il giovane osserva da lontano è sbiadita, non sa realmente cosa avviene quando la porta di quella  casa si chiude alle spalle dei due sposi e, lei, non dice nulla mentre si scontra con la realtà della routine che  fa parte del naturale decorso di una vita regolata da impegni e, in fondo, normale. Poi un giorno un bacio fra lo studente e la giovane donna porta il futuro di lui a contatto con il passato di lei e salta la “logica del desiderio”: ciò che prima era solo pensiero e costruzione di un sogno diventa contatto, sapore e realtà.

La storia non finisce qui, ma la logica di questo desiderio accompagna i protagonisti – questi sono solo una parte – fino alla fine. La logica che è sinonimo di evoluzione e di crescita nonché di morte.  Eccessivo? Per come lo spiega Aloe e riprendendo quei critici, che si svenano nei saggi sulla cosmologia alcuni autori particolari, potremmo dire che è “naturale” ( ma leggetelo come “appartenente alla natura”), dopotutto, l’uomo è uno degli elementi del grande insieme della natura. Esso preso, al netto delle sollecitazioni esterne, è “desiderio” perché questo sentimento è connaturato nella sua natura e lo distingue dagli altri esseri viventi. E il desiderio non è una “necessità”, ma è “altro”, ovvero, il “pensiero di mettere in prospettiva la propria vita e di trovare un posto”, una definizione. E forse con questa ultima frase potremmo dire che la differenza fra noi e gli altri esseri viventi dell’ “universo-natura” è proprio che non sappiamo qual è il nostro posto. Nel suo disegnare il “desiderio”, in questo libro Aloe fa un’azzardo, che riesce in maniera del tutto inaspettata, contrapponendo più desideri diversi come quello fisico dell’appartenenza amorosa, quello del futuro che si vorrebbe che venisse in fretta e del passato che ci sembra, perdonate la ripetizione, “passato troppo in fretta” quando la morte si avvicina. E queste fasi che si potrebbero facilmente descrivere come circolari, perché si ripetono nella vita di tutti, qui invece vengono usate come una scala da salire e arrivare allo step successivo della conoscenza e della realizzazione del proprio io. La relazione fra la ripetizione di ciò che è già successo non c’è, perché sebbene i gradi di crescita siano per tutti simili, non sono mai uguali così come i caratteri di chi li vive.

Philip Roth, ne “Il professore di desiderio“, nicchiava alla definizione per la quale noi viviamo una realtà in cui “siamo in quanto desideriamo”. Qui Aloe invece sembra rispondere a quella definizione di “desiderio” – che, nel libro citato, trova la realizzazione partendo proprio dal “desiderio fisico” che porta all’auto-definizione di sé stessi -, che questa impostazione non è decisiva, ma è solo un tramite, e che la “definizione-di-sé-stessi” è una conseguenza del desiderio realizzato. Quindi i desideri, che qui in parte si avverano o che vengono negati, producono un cambiamento di status che a sua volta produce una scalfittura nell’io dei protagonisti. Ma è il risultato della somma di queste modellazioni, che vengono  fuori da dolori e realizzazioni, a rendere la definitiva immagine finale dell’uomo cresciuto e che non è più studente. E l’evoluzione non si ferma qui, prosegue, e Aloe ce e fa vedere tutte insieme su personaggi diversi. E’ probabilmente per questo che tanti personaggi e tante vite così diverse sono, per chi legge questo libro, così armoniche perché in pratica sono proiezioni del futuro e del passato dei protagonisti che vengono rappresentate contestualmente. Quindi il desiderio di un rapporto di coppia maturo del giovane studente si confronta con la realizzazione del bacio ma anche con la privazione della sua sfera familiare e così avviene per i desideri di tutti i protagonisti in un gioco di specchi che rimandano le conseguenze dei desideri riflettendo però contemporaneamente i desideri del proprietario.

E se il desiderio negato permette naturalmente la crescita grazie alla delusione,, quello realizzato fornisce una soddisfazione labile e che necessariamente si nutre di nuovi desideri che potrebbero annientare anche lo status appena ottenuto. Anche questo per Aloe è un dato di fatto; il desiderio non è detto che sia necessariamente realizzabile, anzi stando a guardare la vita del padre di questo studente è bene che rimanga “a un soffio dal dito teso per toccarlo”, perché è in questo modo che desiderio e negazione riescono a dare il meglio di sé. E quando finalmente lo scopri, sei pronto per la prossima rampa di scale e la prossima scalfittura che modellerà il tuo “io” verso una perfezione che tu non sai nemmeno di cercare. E quindi, l’ultimo atto della vita, viene naturalmente spiegato. Spesso si dice che quando si invecchia si diviene saggi. Secondo la cosmologia, che sembra applicata a questo libro, dire “saggio” non è corretto, ma si diventa più vicini ad una perfezione, che non è dettata da canoni estetici, ma è definita e sopratutto modellata dalla sommatoria dei nostri desideri che a mano a mano tra concessioni e negazioni restituiscono un’immagine di noi. E chissà se dopo, passato il guado della vita, il desiderio rimarrà nel mondo dei vivi o trapasserà in quello dei morti… ma questa è un’altra storia.

Probabilmente è per questa “molteplicità di significati”, che non ci si aspetterebbe di avere in un romanzo di 200 pagine, che il libro è entrato nel settebello del Premio Strega. Ma, mi piace pensare, che lo sia stato anche per l’estrema naturalezza con cui Aloe affronta il tema traducendolo in una storia che è metafora e rappresentazione della vita e dell’io umano e mortale. Il tutto senza alcuna intromissione dell’autore, che non compare mai nemmeno come voce narrante, quasi a dire ai propri lettori che non si può giudicare la vita degli altri, ma solo vederla scorrere davanti agli occhi come in un film continuando a percorrere anche la nostra per permettere agli altri di guardarci.
  
Buone letture,
Simona Scravaglieri


La logica del desiderio
Giuseppe Aloe
Giulio Perrone Editore, Ed. 2011
Collana “Hinc”
Prezzo 13,00€

[Dal Libro che sto leggendo] Giancarlo Siani. Passione e morte di un giornalista scomodo.

Immagine presa da qui

Questo bellissimo libro mi ha accompagnato per ben due settimane di lettura. E’ un’inchiesta, una di quelle che ci piacerebbe vedere magari a puntate su un giornale, quelli di una volta, che qualificano il lavoro di quelli che generalmente vengono descritti “Giornalisti”. E Bruno De Stefano un giornalista lo è, in questo blog trovate anche un commento ad una sua partecipazione ad una antologia che ha curato con Marcello Ravveduto e che si chiama “Strozzateci Tutti“, e ha anche scritto altri libri inchiesta ( ne ho un altro che devo trovare il tempo di leggere!) e quello che lo contraddistingue è la meticolosità. Delle volte sembra che smetta i panni del giornalista per vestire quelli di storico o statista e persino in qualche punto di sociologo. In fondo è questo il motivo per il quale questi libri si scrivono per approfondire e non per convincere il proprio uditorio che la propria parte è quella giusta. A decretare chi abbia ragione o no dovrebbero essere i fatti, presentati con la dovizia di riferimenti e di particolari che Bruno mette nei suoi lavori. Un lavoro improbo certamente, ma che in questo caso rende sicuramente i suoi frutti restituendo al lettore la possibilità di avere una visione quantomai completa di una vicenda che troppo spesso rimane nelle mente delle persone non per quello che è realmente accaduto, come dalle ricostruzioni giudiziarie ed extra-giudiziarie ma per la ricostruzione a volte fantasiosa della filmografia in argomento. E forse non è un caso che stessa conclusione venga fuori anche da un libro che trasferisce su carta i ricordi degli amici di Don Pino Puglisi trucidato dalla mafia nel 1993 (“Pino se lo aspettava”, Marco Corvaia – di questo ne parleremo nei prossimi post).
1.
23 SETTEMBRE
Un cadavere nella Méhari
«Integro, inodore, cereo, tiepido, rilassato». Nel descrivere un uomo morto ammazzato, un altro al posto suo avrebbe utilizzato un lessico diverso; ma Mauro Pelella, sovrintendente in servizio alla polizia scientifica, per mestiere ha l’obbligo di essere distaccato e neutrale. Del resto non deve affascinare il lettore con una prosa ricercata ma solo compilare un verbale; e i verbali della Scientifica non contengono emozioni ma soltanto
un’ asettica ricostruzione dei fatti.
E nel caso specifico, il fatto è che la sera del 23 settembre del 1985, al Vomero, il quartiere della borghesia napoletana, c’è stato un omicidio. Il sovrintendente Pelella, chiamato per eseguire i rilievi tecnici sulla scena del crimine, scatta fotografie e prende appunti mentre osserva una Citroen Méhari di colore verde bottiglia, targata NAK14314, parcheggiata in via Romaniello all’altezza del civico 21/b. Il sovrintendente scruta ogni
angolo della macchina, memorizza anche il più insignificante dei particolari, si sofferma su dettagli che un occhio poco allenato non noterebbe mai. E di tanto in tanto si consulta con il magistrato e i due funzionari di polizia arrivati al Vomero per seguire le indagini: il sostituto procuratore Felice Di Persia, il capo della squadra mobile Franco Malvano e il responsabile della Sezione omicidi Franco Gratteri. Il lavoro degli investigatori stavolta si annuncia difficile perché nella Méhari, al posto di guida, non c’è uno dei tanti camorristi abbattuti nel corso di una delle frequenti guerre tra clan. Il corpo senza vita che Pelella ha descritto «integro, inodore, cereo, tiepido, rilassato» è, infatti, quello di un bravo ragazzo: Giancarlo Siani, venti sei anni compiuti appena quattro giorni prima. Era un giornalista, Siani. O meglio, lo sarebbe diventato. Fino a un istante prima del delitto era solo un “abusivo”, cioè non aveva un contratto di assunzione; lavorava come cronista nel quotidiano «Il Mattino» e se in via Romaniello non gli fossero piombati addosso gli assassini, sarebbe stato regolarmente inquadrato entro la fine di ottobre.
Dalla relazione che il sovrintendente Pelella stende la sera del delitto, risulta che Giancarlo Siani è stato assassinato con due pistole calibro 7.65: i colpi gli hanno bucato il petto e la schiena. Non ha avuto neppure il tempo di scendere dall’auto, il quadro di avviamento e i fari e le luci di posizione sono ancora accesi. Ma mentre i flash dei fotografi e le telecamere dei Tg riprendono le immagini del cadavere nella Méhari tutti, dentro e fuori il mondo dell’informazione, si pongono la stessa domanda: chi era Giancarlo Siani? E cosa aveva scritto di così impegnativo per fare quella fine? Era un giornalista in prima linea? Seguiva inchieste o processi di camorra?
Le domande, come lo stupore, sono più che giustificate: Giancarlo, infatti, era sconosciUto ai più anche all’interno della redazione centrale del suo stesso giornale dov’era approdato da quasi quattro mesi dopo una lunga gavetta nell’ufficio di corrispondenza di Castellammare di Stabia. Il suo volto e il suo carattere gioviale erano noti forse soltanto a quei pochi che in estate lavoravano nello stanzone della Cronaca di Napoli, dove Siani occupava una delle ventuno scrivanie, alcune delle quali ancora vuote perché i giornalisti erano ancora in ferie. Nelle ore che seguono l’agguato di via Romaniello i redattori de «Il Mattino» hanno poco da raccontare ai tanti colleghi che da tutta Italia chiamano per avere notizie su Giancarlo; la sua biografia, del resto,è assai striminzita sia sul piano professionale sia sul versante privato. E non poteva essere altrimenti: aveva solo ventisei anni, era un giornalista ancora acerbo che aveva appena messo un piede nel mestiere e si apprestava a mettere anche l’altro.

Questo pezzo è tratto da:

Giancarlo Siani
Pannione e morte di un giornalista scomodo
Bruno de Stefano
Giulio Perrone Editore, ed. 2012 (Premio Siani 2012)
Collana “Bioton”
Prezzo 16,00€

Diario di un mese di libri… Novembre 2012

Immagine presa da qui

C’è un libro di cui ho conservato un ricordo speciale, quello di Nick Hornby che risponde al titolo “Shakesperare scriveva per soldi“. Mi piacque particolarmente perchè raccoglieva gli articoli che redigeva mensilmente per “The Biliever” e, mentre raccontava quel che aveva letto durante il mese precedente, ci inseriva pezzetti della propria vita. Quest’anno mi piacerebbe finire e iniziare con una nuova abitudine quella di mappare le mie letture e, ahimè, anche gli acquisti in modo da poter rispondere alle domande che volta per volta mi vengono poste in privato o da chi mi incontra del tipo “Ma davvero li leggi tutti quei libri??” o anche “Ma dove lo trovi il tempo di farlo?” e la più diffusa affermazione “Ahhh se un libro non mi piace alla n° di pagina (e qui ognuno ha il suo confine 1° pagina o 10°, 15°, 30° e qualcuno si concede fino a 50!) lo butto! Non ha senso leggere un libro che mi pare brutto!”. Ecco queste sono solo la punta dell’iceberg. Quindi, per i coraggiosi sedetevi comodi perché potrei non essere breve e per chi non ha tempo o non ha voglia, spero che non mi voglia odiare per questa mia scelta che si può sempre saltare e non leggere! Dopotutto non è detto che mi riesca di fare tale resoconto tutti i mesi!:)
Buone letture e buon mese,
Simona

P.s.: dopo aver scritto, tagliato sostituito e via dicendo, questo pezzo mi sono accorta che è anche un ottimo modo per mettere a confronto le letture. E chiaramente aggiornerò il post linkando volta per volta le recensioni dei libri di cui scriverò.

Libri comprati:
Lettera d’amore alla scozia“, Alexander McCall Smith – Guanda Editore
I piatti più piccanti della cucina tartara“, Alina Bunsky – E/O Edizioni
Antologia di Spoon River“, Edgar Lee Masters – Oscar Mondadori Editore
Cronache del dopobomba“, Piliph K. Dick – Fanucci Editore
I doni della vita”, Irène Némirovsky – Adelphi Editore
Hope: A tragedy“, Salamon Auslander – Picador editore
Vite Immaginarie“, Marcel Schwob – Adelphi Editore
Siamo Spiacenti.Controstoria dell’editoria italiana raccontata attraverso i rifiuti“, Gian Carlo Ferretti – Bruno Mondadori Editore
The Fran Lebowitz Reader“, Fran Lebowitz – Vintage Editore (vers. Ebook)

Libri letti
Pino se l’aspettava“, Marco Corvaia – Navarra Editore
Giancarlo Siani“, Bruno De Stefano – Giulio Perrone Editore
I doni della vita“, Irène Némirovsky – Adelphi Editore
Lasciamisenzafiato“, Elvio Calderoni – Miraggi Editore
Atti innaturali, pratiche innominabili“, Donald Barthelme – Minimum Fax Editore
Vite Immaginarie“, Marcel Schwob – Adelphi Editore
Mozart“, Paolina Leopardi – il nostes magico Editore
Storie dentro storie“, Giovanna Astori – L’Erudita Editore

Una delle cose che mi si domanda più spesso è “Ma come fai a scegliere un titolo invece di un altro?”. Ebbene non sono io che scelgo, sono loro a scegliere me! Ci sono libri che scanso per mesi e anche per anni e che invece un giorno improvvisamente mi appaiono rivestiti di luce nuova e trovo impossibile non sapere quel che c’e’ scritto dentro! Può essere per una descrizione trovata in un altro libro, per la copertina o il titolo, fatto sta che se quel libro improvvisamente lo trovo essenziale prima o poi riesco ad averlo. Il problema è che, nonostante tutta la buona volontà che ci metto nel leggere più libri al mese, non sempre mi riesce di leggere tutto quel che compro, oppure, capita il caso che non sia “il momento” giusto per leggere quello stile di scrittura o quel contenuto. Ma so sempre che lo leggerò prima o poi e quel momento sarà sicuramente perfetto. Quindi, concludendo, si può dire che le mie scelte, fatta eccezione per le scelte operate per la partecipazione a specifici gruppi di lettura, sono solitamente un incrocio di destino&fortuna.

Detto questo, Novembre è stato un mese impegnativo culminato in una tre giorni a metà mese a Milano dove ho seguito “Librinnovando“, appuntamento che credo diverrà una piacevole abitudine. Arrivare a Milano significa anche avere il tempo di fare quello che qui, a Roma, faccio saltuariamente, ovvero andare per librerie, in questo caso la Feltrinelli (quella che si trova a Piazza Duomo) per vedere che si consiglia in libreria (ci sono momenti di illusione bonaria in cui immagino che tutti i libri abbiano le medesime opportunità di visibilità! Questa, però, rimane l’unica libreria di grande in cui mi capita di trovare piccoli e medi editori). E non sia mai che la lettrice sconclusionata metta piede in una libreria riemergendone senza un libro! (C’e’ un mucchio di gente che mi prende in giro per ciò, ne riparleremo). E infatti i primi sette della lista dei comprati sono stati acquistati proprio lì, mentre “Siamo Spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana raccontata attraverso i rifiuti” l’ho preso quando ho seguito un seminario, a valle di Librinnovando per Bookcity, con un interessantissimo intervento di Giulio Mozzi che ha esordito sostenendo che, a volte, ragionando per assurdo, gli piacerebbe poter realizzare un’antologia della “letteratura rifiutata”. Infine l’ebook della Lebowitz che inizia le mie letture in lingua, chiaramente non vi aspettate una recensione veloce, visto che in Italia non è tradotta, e che non potevo esimermi dal non avere/leggere dopo l’entusiasmo mostrato per il documentario di Scorsese riproposto in occasione del suo settantesimo compleanno. 

Per quanto riguarda i libri letti, gli ultimi mesi dell’anno sono il momento in cui metto il turbo, ma non perchè abbia un reale motivo, ma probabilmente divento famelica. In più, mi trovo a voler chiudere libri che ho aperto da un po’ e accantonato temporaneamente o perché avevo da leggere altro, per un gruppo di lettura, o  mi hanno chiesto un parere per altro o anche perché ho temporaneamente perso l’affezione al tema. E’ il caso di Atti innaturali, pratiche innominabili” un incredibile e mirabolante esercizio di linguaggio che sarà costato sette camicie al traduttore. L’effetto è quello di vivere realmente le sensazioni e le nevrastenie dei personaggi , il linguaggio e la metafora sono portati agli estremi e contempla racconti che, seppur tradotti in maniera eccellente, purtroppo non sono totalmente comprensibili perché sicuramente mi mancano degli input relativi al periodo. Pertanto riporta un bell’appunto “Approfondire” (che implica consultare/comprare altri libri in merito ahimè!). Non è il caso del “Giancarlo Siani” raccontato da Bruno De Stefano, giornalista che con il suo certosino modo di lavorare ha ricostruito tutto il percorso del dopo-uccisione di questo giornalista tanto famoso quanto la sua storia è oggetto di leggende non metropolitane ma “filmiche”(passatemi il termine). Collusioni, connivenze e quant’altro hanno creato una fitta rete di depistaggi che, nascondendosi dietro comodo giudizio finale “fu ucciso perchè aveva scritto che sull’arresto di Valentino Gionta aleggiava il dubbio che fosse avvenuto grazie a Nuvoletta”, sottraggono alla vista di ieri e di oggi i rapporti deviati di organizzazioni di stampo mafioso e camorristico con la politica. 
C’è stato poi l’intermezzo del Salotto Letterario di TempoXme_libri di inizio mese con Pino se l’aspettava” (i post del salotto di “Pino se lo aspettava“) di Marco Corvaia. Bella l’introduzione, in cui si riportano anche i pensieri dell’autore “Questa storia stava aspettando uno scrittore che la trascrivesse”. In effetti il libro comincia così, un rientro a Palermo, una cena a casa dei genitori di un caro amico e di lì la scoperta che i suoi ospiti sono stati amici intimi di quel Don Pino Puglisi che negli anni ’90 venne ammazzato davanti al portone da cui è entrato per andare a cena. Quello che ha dell’impressionante è che, nel caso delle organizzazioni di stampo mafioso, non vale sempre il detto “Paese che vai usanza che trovi” ma, in casi come quelli dell’eliminazione di un personaggio scomodo, i “metodi o procedure” sono uguali ovunque. Minaccia, isolamento, morte, calunnia. Non c’e’ altro e lo scempio della calunnia uccide una seconda volta non solo chi non c’e’ più ma anche chi rimane che si ritrova oltre a compiangerlo anche a doverlo difendere. Mario Francese, Don Diana, Federico Del Prete, Giancarlo Siani sono stati uccisi non tanto per essersi opposti ai clan apertamente ma nell’esercizio del loro lavoro. Una specie di morte bianca sopravvenuta mentre non facevano altro e, purtroppo, ancora oggi si tende invece a ricordarli per date o immaginette tipo “santino” che ne offendono la memoria che invece dovrebbe rappresentare un “esempio” ovvero se tutti facessimo il nostro lavoro, probabilmente ci sarebbero meno smagliature nel tessuto sociale in cui le mafie possano inserirsi.   

Poi ci sono state tre storie che parlano di rapporti e d’amore e in sequenza di lettura sono I doni della vita“, Lasciamisenzafiato” e Storie dentro storie” quest’ultimo letto il 1° dicembre ma lo avevo già sbirciato il giorno prima! Per quanto riguarda la Némirovsky, ci siamo a lungo guardate da lontano io e lei. Lei mi faceva l’occhiolino dalle bellissime copertine Adelphi e io, cocciuta, mi giravo dall’altra parte. Ma, confesso in uno scatto di calo di zuccheri l’ho comprata (me l’avevano suggerita come donna che sapeva raccontare l’amore in maniera particolare e siccome sono romantica come una lapide funeraria rifuggivo le possibili sdolcinatezze!) e invece mi sono trovata in mano una “saga” ristretta in circa 200 pagine. La cosa affascinante è che mi sembrava di leggere con il tono che nella mia mente avevo affidato ad una sola scrittrice, Liala, di cui ho letto quasi tutti lavori tra i 10 e i 15 anni . Ebbene si, anche io ho avuto un periodo “Romance” cui non rifuggo, ma fortunatamente è passato! La questione però è che qui non ci troviamo di fronte ad una storia d’amore, o meglio sì, ma che si contende la luce da protagonista con la saga di una famiglia e il periodo che va da prima della prima guerra mondiale all’inizio della seconda e, nonostante l’autrice non si dilunghi più di tanto a commentare le innovazioni che caratterizzano le varie epoche, queste compaiono qui e lì a far capolino fra le maglie della trama. E’ un po’ come andare a spasso per la storia, fortunatamente non con il figlio di Piero Angela (tanto un caro ragazzo ma troppo pedante sugli inutili particolari a volte!). Per il secondo appuntamento salottiero (che trovate qui: Salotto letterario “Lasciamisenzafiato“) invece ci siamo trovate “incastrate” in un romanzo di Miraggi scritto da Elvio Calderoni, “Lasciamisenzafiato“, che ha tessuto una fitta rete di situazioni e casualità, che costituiscono l’armatura di un romanzo poli-protagonistico (non lo andate a cercare sul dizionario perché è un termine che mi sono inventata sul momento per potermi far capire!). Dopo lunghe discussioni, io nel salotto sono la cattiva della situazione solitamente, ho deciso di prendermi un momento di riflessione sul testo che oggi (13 dicembre) culmina in un pensiero che credo rappresenti l’essenza di questa trama, almeno per il mio modo di vedere. Non c’e’ propriamente un protagonista ma, a parte qualche ombra secondaria che viene solamente accennata, quasi fossero facenti parte integrante del fondale che fa da sfondo al susseguirsi delle scene, tutti coloro che intervengono in questa intricata vicenda sono protagonisti contemporaneamente. Quel che riesce particolarmente bene a Calderoni è descrivere i luoghi, perché ti vien voglia di andarli a vedere, parlare dei dolori, quasi del “male” interiore alla Herling, e della musica. Quando questi due ultimi fattori compaiono contestualmente riesce a dare il meglio di se stesso. C’è, in particolare, una scena gestita in maniera magistrale dove bene e male si contrappongono, il male viene stretto nella morsa dell’altrui sguardo che attanaglia chi, come la protagonista Clara tenta inutilmente di nasconderlo, si trova su un palco a raccontare una storia di note con un sax mentre fuori, il bene libero da restrizioni e supportato dal silenzio quasi confortante della notte esplode in note classiche ad opera di un giovane, Alessandro, che riscopre la sua passione per la musica con un violino prestato. Attorno a quest’ultimo ci sono la fidanzata e prossima sposa di lui, il ragazzo giovane che lo ha sentito suonare e che pensa che la sua realizzazione nella musica dipenda da quel violinista che dice di non suonare più ma che dimostra di vivere fisicamente la musica che suona. Poi anche il fratello Federico, il maggiore fra i due e molto simile fisicamente ad Alessandro, legato a lui da un viscerale amore gemellare che sottolinea questa somiglianza e infine foto, tante tante foto, che legano sottolineando con il loro scatto quasi ogni volta che si verifica una casualità fortunata o sfortunata. Insomma un libro da leggere per farsene un’idea di cui vi parlerò più in là. 
Infine Storie dentro storie” di Giovanna Astori che si affaccia ora nel campo editoriale anche se ha già partecipato ad antologie di racconti. Anche qui ci si incastra (quando si dice il caso eh? Poi venite a dirmi che non è destino/fortuna!) ma in questo caso la natura dell’incastro non è data dalla causalità  bensì dalla contestualità, ovvero è frutto di conoscenze o di attività come la commessa che conosce la persona che tutti i giorni prende il bus con lei, il suo capo, la sua amica e via dicendo. Questa ragnatela di trama ha un centro ben definito, mentre quella di Calderoni sembra propriamente frutto di un’occorrenza che si presenta di caso in caso e quindi, la conoscenza, non è una condizione necessaria mente il luogo si. Quindi nonostante abbiano costruzioni simili, nella scelta del fattore trainante, ma differenti, nello svolgimento, sono diversi anche gli assunti di base che per l’Astori sembra sia più importante il viaggio/percorso, per Calderoni invece è l’opposto perché la permanenza in un posto qualifica il cambiamento personale in base a quello che, quella parte di mondo fa/agisce, per il nostro cambiamento personale. 

Altri due libri che si sono cercati, ma non mi avevano comunicato di essere simili, sono il “Mozart” di Paolina Leopardi e “Vite immaginarie” di Marcel Schwob. Due casi di biografie (nel primo solo quella del grande musicista e nel secondo quelle di grandi uomini o miti classici, affiancati con estrema nonchalance a biografie di assassini e pirati). Sono gustosi, perché sono in netta opposizione alla disciplina biografica che ci aspetteremmo, ovvero quella pomposa e didascalica, proponendone una romanzata, che tanto ricorda quel tipo di saggistica (sicuramente più seriosa ma raccontata in maniera accessibile a molti) che sta ritornando di moda nei tempi odierni. Sono scritti a distanza di circa 50 anni, la sorella di Leopardi pubblica nel 1837 mentre Schwob intorno agli anni ’90 dello stesso secolo. E la bellezza dei suddetti racconti è che sono un miscuglio fra la formula favola e l’elaborazione personale, a mo’ di racconto fatto ad un confidente quasi un gossip, di informazioni raccolte qui e là in maniera seria, quasi scientifica. E’ qui che il secondario diviene importante mentre ciò che, la disciplina biografica, ritiene centrale diventa praticamente secondario. E’ una formula accattivante e a dirla tutta per il Mozart, abbiamo fatto notte fonda con “Il notes magico” ( I post li trovate qui: Salotto letterario “Mozart“) e con le altre lettrici, nel salotto del gruppo di lettura, perché l’argomento ha avuto parecchia presa e un po’ ovunque Paolina è stata accostata ad un’altra sua contemporanea inglese, Charlotte Bronte, di cui ricorda l’approccio al racconto. Nel secondo caso questo gioco di secondario che diventa primario è ancora più evidente già nell’architettura del libro, trattandosi di una raccolta di biografie, visto che a racconti di vite quasi leggendarie come quella di “Empedocle” si affiancano quella della prostituta o del generale scontento perché vuole diventare pirata. La serietà e l’applicazione dello scrittore è la medesima di quella di un biografo classico, ma il risultato è nettamente differente quando leggi che, Paolo Uccello in una cappella per la quale gli era stata commissionata l’affrescatura delle volte dipinse un mirabile affresco che rappresentava i quattro elementi e siccome aveva ad un elemento associato la figura del camaleonte – non ricordo a quale di questi- ma non sapendo come fosse fatto, al suo posto, dipinse un dromedario”.  Ecco se avete amici non lettori, cui invece volete regalare un libro che dovrebbe aprir loro le strade di questo fantastico mondo di carta o di bit, direi proprio di cominciare da questi due titoli.

Questo è stato il mio intenso mese di Novembre e devo dire che molte cose le ho anche tagliate, confido nel tempo per diventare più brava nell’essere succinta.
Nuovamente buone letture,
Simona Scravaglieri
Immagine presa da qui