#MaggioDeiLibri cose che ho imparato grazie agli #scrittori (#anniversari)

Oggi, per il #maggiodeilibri, dovremmo parlare di #anniversari #scrittori. Ma, confesso, non ho molta voglia di rifilarvi l’ennesima storia sulla Austen o su Baudelaire o spiegarvi che Tolkien e la Yocenaur io ancora non li ho letti nonostante sia un anno che stazionino in casa. Non sono ispirata, sarebbe stupido farvi leggere un post scritto per forza giusto? Per cui prendiamo l’argomento da un altro punto di vista e, se avrete la pazienza di seguirmi, alla fine ne potremo anche discutere dove vorrete.

Molti di quelli che mi seguono sanno che io sono incappata presto in alcune opere di illustri scrittori per caso. Vi chiederete “Come si fa ad incappare per caso in un classico?”. Semplice! Ero nipote di una maestra e figlia di due lettori onnivori e a casa mia la TV si accendeva solo per un’ora al giorno (che poi dovevo dividere con mio fratello e quindi diventava mezz’ora!). Quindi non c’erano altre alternative che la grande libreria terra-cielo che avevo in stanza dove c’era di tutto, posizionato ad arte, e quindi bastava allungare la mano, aprire e cominciare a leggere. Quindi, ad esempio, la frase che da il titolo a questo spazio viene da “Non chiederci la parola” di Eugenio montale che trovai da piccina su una delle antologie, suppongo di mio padre, che mia nonna, la maestra, teneva religiosamente a casa. Mi aveva colpito perché nelle ultime rime dice una cosa che per me sapeva di verità nuova:

 

Non chiederci la formula che mondi possa aprirti […] solo una cosa sappiamo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. 

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"Nord e sud", Elisabeth Gaskell – Il tempo e il gusto e forse il pretesto…


Fonte: The Atlasphere


Ho iniziato questo libro con la chiara intenzione di finirlo in un fine settimana. In parte perché la scorsa settimana, per diversa allocazione della sede di lavoro, ci avevo messo una vita ad andare e tornare dall’ufficio – quindi alla sera ero veramente distrutta! – in parte perché era da parecchio che non mi concedevo questo lusso. Per circa due giorni, fra giochi con i gatti, i pranzi, tazze di tè, caffè e chi più ne ha più ne metta, mi sono calata nella vita di un altro secolo e mi sono concessa il lusso di lasciarmi trasportare dalla storia raccontata senza orari e né impegni. È sempre una bella esperienza e in particolare in casi come questi, ovvero quando il tipo di scrittura e di costruzione della storia è dettato dalle mode dell’epoca. Se vi è capitato di leggere “Ritratto di signora” di Henry James, riconoscerete subito che è un romanzo concepito con il gusto della seconda metà dell’ottocento. Questo rientra per poco nella categoria, visto che è stato pubblicato nel 1855, ma è decisamente rappresentativo.

Margaret è prossima a rientrare a Helstone, dove abitano suo padre che è il canonico del paese, e la madre. Da quando aveva otto anni la madre l’ha spedita a Londra perché avesse l’opportunità di affinare le qualità che si addicono ad una signora e quindi è stata mandata a vivere a casa della zia Shaw con sua cugina Edith. Le due cugine non si assomigliano affatto, Edith bionda e Margaret mora, la prima è viziata  e abituata ad essere trattata come una regina, è civettuola e superficiale mentre la seconda vive di riflesso come una dama di compagnia, preferisce il silenzio e l’osservazione e rifugge dalle occasioni mondane. Quando fa rientro a casa Margaret ha diciotto anni e, nel giro di un anno, la sua vita prende una strada del tutto inaspettata: tutta la famiglia si trasferisce a Milton a seguito della decisione di suo padre di abbandonare la Chiesa per i cambiamenti previsti dal nuovo vescovo. Milton non è quel luogo bucolico che Margaret si aspetta, qui le buone maniere vengono messe da parte in funzione della produzione e il luogo ha regole che lei non conosce e nemmeno capisce. A far da rappresentante della categoria degli industriali c’è un certo mister Torthon che è uno degli allievi del padre di Margaret che, nella nuova città, ha deciso di fare il precettore, dall’altro lato ci sono gli Higghins, famiglia operaia e impegnata nel sindacato dei lavoratori, e la nostra “eroina” ha una gran difficoltà a ricollocare queste nuove classi con evidenti e marcate divergenze nel panorama sicuro e rassicurante di una vita vissuta nel profondo rispetto della religione.

Questa, in sostanza, è la storia iniziale da cui ho tolto qualche sfumatura giusto per lasciare un po’ di suspance – la sentite la suspance vero? – e devo ammettere che sulla carta non è affatto malvagia. Il problema è la profondità della visione dell’autrice su alcuni concetti. Paolachequandomettesuilblognonèmaitroppotardi mi ha fatto notare che in una delle recensioni di Goodreads si legge:

E l’Orgoglio e pregiudizio per i socialisti.

Ecco, sembrerebbe, ma non è proprio così. Nella necessità di rappresentare un mondo in profonda mutazione che vede contrapposti il “Nord” operoso e che premia l’iniziativa del singolo e il “Sud” dove, la differenza di classe, è dettata dall’appartenenza, o no, all’alta borghesia o alla nobiltà, l’autrice per Milton si dilunga in lunghe discussioni su il punto di vista del padrone e su quello dell’operaio. Nord e Sud già senza tutto ciò avrebbero una grande differenza, il sud è ozioso e concentrato sull’effimera estetica, il nord invece è incapace di stare fermo e deve sempre superare anche se stesso. Ma questa differenza di rimando non basta alla Gaskell che prova a scendere ancora più nel particolare anche se rimane sempre in superficie. 

Così quando il problema è capire quale sia la partecipazione del padrone alla vita dei suoi operai, ci si sente dire da Torthon giustamente che il rapporto padrone-operaio è limitato all’orario in cui quest’ultimo lavora per il padrone, mentre l’operaio per tutta risposta dice che il padrone, profittatore e arraffone, riduce gli stipendi perché vuole continuare a guadagnare di più sull’operaio e che quindi necessita uno sciopero.

Se questo paragrafo vi significa poco all’apparenza, sappiate che è l’esempio di come l’autrice approccia all’argomento socio-economico-politico dell’epoca! Eppure ad un certo punto, vi assicuro, ci sono pagine e pagine di queste declinazioni, ora dedicate alle visioni dei padrona e ora degli operai che però non si trovano mai a confronto e quindi più che un dialogo rappresentativo a distanza, con unici mezzi Margaret e suo padre che si muovo trasversalmente nelle due classi, viene fuori un “dialogo fa sordi” che poi declina in scelte e azioni di cui si intuisce solo la motivazione perché non solo non è spiegata ma nemmeno evidentemente correlata. I ricchi rimangono comunque ininfluenti e molto poco interessanti, tranne Torthon, la cugina e la zia comparse di cattivo gusto che ricordano una versione moderna e affettata della matrigna e di una delle sorellastre di Cenerentola e abbiamo qualche descrizione famigliare che ricorda quella famosa scena della Alcott con tutte le “Piccole donne” sedute vicino alla madre che legge la lettera del padre dal fronte.
Certo, Margaret è più grande, ma purtroppo dato il suo mutismo incipiente per buona parte del libro – che si nutre in gran parte dei suoi pensieri – e le sue uscite ben poco signorili e tolleranti se non con chi giudica essere inferiore e bisognoso, non è che aggiunga altri spunti di riflessione. Come avviene per Isabel Archer, la donna che ne viene fuori è una vera e propria “donna da salotto” talmente abituata a discorsi, appunto, da salotto da non riuscire a declinare gli spunti che vengano da una realtà cui non è abituata.

Pertanto la figura dell’eroina, come avviene per quella di Henry James, si perde in decisioni che asservono più la lunghezza della trama che la reale profilazione di un tipo di donna che sia interessante al punto tale che divenga un modello cui ispirarsi. L’effetto invece è quello contrario e destabilizzante, di una donna che appartiene al suo mondo e che non riesce ad andare oltre e il cui comportamento rimane superato. Sinceramente il dislivello rappresentato dalla presenza della, chiamiamola, riflessione sociale rispetto alla storia d’amore, fa presagire che ci sia una metafora in tutto questo, che per quanto mi riguarda non esiste o non è affatto evidente. Mentre, in Orgoglio e pregiudizio, è presente e anche ingombrante per essere da insegnamento alle generazioni future. Quindi va presa come una sola storia d’amore che riporta al suo interno “sprazzi di vita sociale” al pari di una cronaca. 

Nonostante la Gaskell arrivi tardi alla scrittura e la Austen alla pubblicazione, la differenza è evidente. La Austen è attenta alla sintesi che evidenzia la metafora e se, per questioni di storia e di sottolineatura di qualche caricatura in particolare, deve sottostare alla regola del pettegolezzo lo fa sempre in maniera concisa e diretta. la scrittura è fresca e scorrevole e mai contorta, il romanzo deve essere appetibile a tutte, perché ogni donna sappia che dalla propria vita dovrebbe pretendere di più. La Gaskell per tutta risposta si adegua ad uno stile che raggiungerà a sua massima espressione con Henry James, frasi lunghe con miriadi di giri di parole, discorsi importanti inseriti in parti di testo senza una specifica ragione giusto per sottolineare la cultura o la visione di questo o quel personaggio e un’organizzazione della storia all’apparenza pretestuosa e con scelte quantomai singolari e discutibili.

Bella storia insomma, ma nulla di più. Non l’ho odiato, ma non non mi ha dato nulla di più. Diciamo che lo reputo come pura narrativa di intrattenimento né più e ne meno. Ho un altro libro della stessa autrice e confido che le mie perplessità rimangano solo su questo lavoro. Magari nel prossimo mi stupirà. E’ comunque una lettura piacevole e se uno non va poi così per il sottile scorre anche velocemente.
Buone letture e buona fiera del libro che incomincia oggi, quattro Dicembre a Roma!
Ci leggeremo per gli aggiornamenti, 
Simona Scravaglieri


Nord e Sud

Elisabeth Gaskell
Jo March Edizioni, Ed. 2011
Traduzione di Laura Pecoraro
Collana “Atlantide”
Prezzo 15,00€

Fonte: Letture Sconclusionate

[Dal libro che sto leggendo] Jane Austen. I luoghi e gli amici

Chawton Cottage
Fonte: Le bon travel & culture

Come saprete già dalla recensione di venerdì questo è un libro che ho già ultimato. Ma non ho voluto rinunciare a farvi dare comunque una sbirciata, anche perché lo stile scorrevole è talmente gradevole da non essere un libro che si porta avanti nel tempo, ma è n lavoro che si finisce praticamente subito.

Nel pezzo che vi riporto oggi siamo all’inizio del viaggio, Costance e Hellen Hill hanno noleggiato un calesse per entrare in AustenLand come se fossero ritornate ai tempi di Jane Austen tempi e di qui andranno di tappa in tappa a ricostruire una vita nello stile dei primi del novecento, quasi fosse anch’essa un romanzo. 

Buone letture,
Simona Scravaglieri

I.
ARRIVO IN AUSTENLAND

In una bella mattina di metà settembre, un calesse di campagna si apriva la via attraverso le stradine dello Hampshire. Vi erano sedute due appassionate ammiratrici di Jane Austen, armate d penna e matita, ansiose di vedere i luoghi dov’era vissuta, osservare gli scenari che aveva osservato, e imparare tutto quanto era possibile imparare sull’ambiente che la circondava.
Il calesse n questione era stato preso a noleggio in un villaggio di campagna da un fabbro ed era guidato dalla moglie di quest’ultimo. La buona donna sapeva poco più di noi (le viaggiatrici) a proposito delle ventidue miglia di itinerario attraverso la campagna che ci si stendevano dinanzi.  ad ogni modo, ci sarebbero stati i cartelli stradali a guidarci e , senza dubbio, dei passanti a cui chiedere, e nel frattempo il nostro robusto pony trottava così svelto che pareva pronto a compiere un viaggio addirittura più lungo.
Avevamo studiato la mappa e immaginato che, grazie a varie scorciatoie, saremmo potute arrivare a destinazione prima dell’imbrunire. ma, ahimè, le scorciatoie! Ci sentimmo indecise sulla scelta da fare al primo bivio! Non ci restava altro che andare a chiedere informazioni presso un gruppo di case sul ciglio della strada. Così una di noi risalì un giardino rigoglioso degli ultimi fiori dell’estate e bussò alla porta. all’interno non arrivò alcuna risposta così provammo a un’altra casa – fiancheggiata da alberi carichi di mele – e poi a un’altra e a un’altra ancora, senza migliore fortuna. Ci venne in mente che i residenti dovevano essere tutti altrove, a raccogliere il luppolo. in effetti, avevamo lasciato i paesani alacremente al lavoro sul luogo della nostra partenza, dove la giovane figlia del pastore si era unita a uno dei gruppi ed era impegnata ad aiutare alcune donne anziane a riempire i sacchi.
Com’erano belle le stradine strette in cui passavamo, con le file di siepi dagli arbusti piegati ad arco, le rive scoscese adorne di felce gialla e lunghe scie di rovi di more ricoperti di frutti maturi! L’obiettivo immediato di questa giornata non era altro che Steventon, il luogo di nascita di Jane Austen; ma Steventon sembrava essere un villaggio in cui non si trovava alcuna sistemazione e ci era stato consigliato di fermarci a Clarken Green, un borgo a poche miglia da Steventon, dove avremmo potuto dormire in una piccola locanda di campagna. Ci dirigemmo dunque a Clarken Green.
Ci capitò di incontrare un bracciante, al quale chiedemmo la strada, ma scoprimmo che era ignaro dell’esistenza stessa di Clarken Green. Alla fine, arrivate in un qualche villaggio, un locandiere benevolo che se ne stava tra i suoi piccioni e i suoi polli si informò delle nostre difficoltà; ci disse che ci eravamo allontanate molto dal nostro itinerario e ci consigliò di riprendere la strada per Basingstoke. Con l’aiuto delle sue indicazioni, ci riuscimmo e verso sera ci trovammo a entrare nella vecchia città di Basingstoke. Dopo una breve sosta, riprendemmo il nostro viaggio e finalmente, quando l’oscurità si stava facendo più fitta, ci avvicinammo trionfalmente alla locanda solitaria di Clarken Green, Ma il nostro trionfo fu di breve durata. All’interno era tutto sottosospra – stanze smantellate, scatoloni ammassati alle entrate e mobilia accatastata contro le pareti Scoprimmo  che l’oste e la sua famiglia erano alla vigilia di una partenza. era impossibile, disse, riceverci, ma ci offrì l’uso di un calesse e di un cavallo fresco per portarci a Deane – un posto a poche miglia più a ovest – dove riteneva possibile che trovassimo riparo in una piccola locanda. Il nome colpì le nostre orecchie perché Deane ha un legame con la famiglia Austen. Il padre e la madre di Jane vi passarono i primi sette anni della loro vita da sposati. Certo ce andiamo a Deane!


Questo pezzo è tratto da:

Jane Austen
I luoghi e gli amici.
Costance Hill con le illustrazioni di Ellen G. Hill
JoMarch, ed. 2013
Traduzione di Silvia Ogier, Mara Barbuni, Gabriella Parisi, Giuseppe Ierolli
Collana “Atlantide”
Prezzo 14,00€

"Jane Austen. I luoghi e gli amici", Costance Hill – Le ammiratrici del passato…


Il famoso scrittoio
Fonte: Un tè con Jane Austen



Come dicevo nel Diario relativo al mese scorso, questo libro mi è piaciuto ma non l’ho proprio tanto adorato. Mi è piaciuta la componente saggistica fatta alla vecchia maniera, un po’ folkloristica, che mi ricorda tanto Paolina Leopardi e Marcel Schowb ma, con la figura di Jane Austen sotto osservazione, è risultato un tantinello più lezioso rispetto a quello che mi sarebbe piaciuto. E’ un po’ come quando Paolina Leopardi (sì è la sorella di colui dell’Infinito) si sofferma in un punto particolare del suo resoconto sulla vita di Mozart per sottolineare che il padre di lui era preoccupatissimo perché il figlio non aveva dietro le braghe turchine per un’esibizione a corte, vado a memoria, a Parigi. Ecco, il pensiero che il grande Maestro abbia potuto anche avere una preoccupazione del genere, che questa abbia potuto torturare pure suo padre che lo aveva portato nei salotti dei regnanti di mezza europa fin da piccolo, non lo nascondo, ancora oggi mi fa più che sorridere. 

Perché perdonare Paolina e aspettarsi di più da Costance? Forse perché Costance aveva già scritto saggi su altri personaggi storici, mentre Paolina si struggeva da Recanati per conoscere il grande artista che non vide mai, per visitare i luoghi ove era stato e sentire la sua musica. Costance invece ha più possibilità di movimento eppure sembra meno interessata alla Jane scrittrice che a ritrovare i segni delle sue storie. Quindi le storie in questo libro sono quelle che fanno la scrittrice e non l’opposto. Forse è proprio in questo che risiede il problema. E il forte entusiasmo avventuriero che permea tutto il resoconto si attiene alla questione “chi era Jane Austen” solo a momenti. Ma c’ anche da dire che, per questo motivo, ovvero che stiamo parlando di una biografia concepita agli inizi del 1900 e che questa sia comunque in linea con lo standard e le abitudini biografiche del tempo, il voto a questo libro è comunque alto, ma nulla impedisce al mio personale gusto di vedere le sorelle Hill come due donne che avrebbero fatto arricciare il naso a Zia Jane. Ora, se volete avere fra le mani una biografia ragionata dell’autrice, non è sicuramente questo il libro; l’aggiunta al titolo del libro è chiara,” I luoghi e gli amici”, e infatti ci sono i luoghi, non tutti ma quasi, e qualche amico. Sicuramente l’aiuto del nipote di Jane Austen, J. E. Austen-Leigh, e della figlia di Fanny sono stati comunque decisivi.

Il viaggio parte proprio dalla casa natale di Jane Austen a Steventon e finisce all’ultimo luogo in cui ha vissuto l’illustre scrittrice ovvero  il Chawton Cottage, sempre nello Hampshire, che oggi, grazie anche alle sorelle Hill, è museo storico in cui viene conservato anche il famoso scrittoio dove Jane usava scrivere i suoi romanzi. Un aspetto particolarmente apprezzabile della Hill è il tempo che dedica a parlare delle vicissitudini austeniane per la pubblicazione dei suoi romanzi. Non è un mistero che all’epoca fossero mal visti i romanzi a firma femminile, eppure questo “impedimento”, fece la fortuna della nostra autrice. Jane si è sempre dilettata nella scrittura, e nelle arti in genere, aveva avuto la fortuna di frequentare una scuola femminile, non troppo lontana da villaggio di origine, insieme a Cassandra – sorella con la quale c’era un attaccamento quasi morboso forse perché unite da destini simili- e in casa era d’uso mettere spesso in scena piccole romanze. In un’atmosfera così creativa la nostra eroina trova fra le sue sorelle e cugine, Cassandra principalmente, l’uditorio perfetto per quelle che, inizialmente, sono fantasticherie e che poi diverranno romanzi veri e propri.

Ma quando finalmente ci fu la possibilità di pubblicare, cominciarono a venire fuori i primi rifiuti, finchè “Elinor e Marianne”, il futuro “Ragione e sentimento”, viene accettato da un editore di Bath che però lo tiene nel cassetto finché, un intermediario non ne richiede indietro i diritti. Jane tra un rifiuto e uno stato di attesa, rielabora lo stile e poi caratterizza i suoi personaggi fino a regalarci quei capolavori che oggi possiamo leggere. E questo passaggio, anche se non è così marcato come faremmo noi oggi, viene trattato ampiamente da Costance. E’, come dicevo, organizzato come un diario di viaggio, con tanto di piccole raffigurazioni dei luoghi (nitide, grazie Jo March!) e introdotto con le parole della Wolf che, come dicevo appunto nel diario, insieme alla cronologia delle opere e della vita della Hill, io avrei messo in fondo e non all’inizio: in parte perché non si parla della Hill (per la cronologia di opere e vita) in parte perché la Wolf acuta osservatrice ha, nei resoconti di Jane Austen, un piglio un po’ troppo tagliente. Riesce a cogliere sicuramente le sfumature, ma punta su alcuni aspetti che secondo me, starebbero meglio sbiaditi non così marcati, giusto per lasciare al lettore i margini della scoperta. Pure lì, dobbiamo tenere conto dell’epoca in cui l’autrice scrive e della necessità di rimarcare l’importanza e la profondità della scrittura femminile, ciò non toglie che forse bisogna centellinare bene i pensieri di questa illustre scrittrice, almeno secondo me.

Primo libro acquistato da una casa editrice, JoMarch , che non conoscevo e che ho incontrato grazie a Librangolo Acuto con il supporto de La Leggivendola e che conosce anche Paola, sempre quella del “perchénonapriunblogcheaspettiamotuttidileggerti!”. Anzi a dir la verità, credo di avere per casa anche “Nord e Sud” della Gaskell ma, tanto per andare sicuri, della stessa autrice ho comprato anche un altro libro, sempre al Salone del libro di Torino, che si intitola “Gli innamorati di Sylvia” di cui, se sopravvivo a questo Settembre, vi darò notizie al più presto. Sicuramente è un libro da leggere, piacevole e scorrevole, ha un bel team di traduzione che ha fatto un lavoro egregio e si vede dal fatto che l’ho iniziato nel tardo pomeriggio di una domenica un po’ noiosa e l’ho finito la sera stessa.
Va sicuramente tenuto in considerazione da chi, come me, legge qualsiasi cosa riguardi zia Jane.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Jane Austen
I luoghi e gli amici.
Costance Hill con le illustrazioni di Ellen G. Hill
JoMarch, ed. 2013
Traduzione di Silvia Ogier, Mara Barbuni, Gabriella Parisi, Giuseppe Ierolli
Collana “Atlantide”
Prezzo 14,00€

Fonte: Letture sconclusionate


Dici donna e proponi un classico…Il Corriere della Sera celebra la narrativa femminile nei secoli

Vi ricordate quando qualche tempo fa vi parlai delle uscite dei gialli Pollilo con Il Corriere della sera? Ebbene stavolta, dal 4 luglio (sì lo so sono in ritardo nella comunicazione!) in edicola, ogni giovedì, potremo trovare i grandi romanzi, scritti da donne, che hanno fatto la storia della letteratura. E’ anche vero che questa volta la raccolta ha un valore aggiunto in più, su questa pagina “I classici della letteratura femminile“, relativa al progetto, troveremo anche i contributi che volta per volta verranno registrati per presentare le autrici. Vi inserisco sotto i due video attualmente disponibili (dei due numeri che mi sono persa uff!).

In un momento in cui mi preparo al trasloco mi sono chiesta quanti dei libri che ho attualmente (e che sono veramente tanti!) sono necessari per la mia idea di biblioteca e mi sono resa conto che tra quelli che ho molti, troverebbero migliore destinazione a casa di altri. Non che non siano belli ma alcuni, come dissi in passato rappresentano la moda di un momento, altri sono libri che non rileggerei mai e altri infine sono veramente brutti. Un classico, che attraversa e convince nei secoli invece è una storia che si rilegge sempre volentieri e probabilmente è per questo che, da inguaribile svanita, mi sono accorta di avere tre versioni di “Orgoglio e pregiudizio” e due di “Cime tempestose” e non oso pensare quanti altri doppioni troverò! 

Se non ho capito male il prezzo di ogni uscita è 7,90€, che come al solito, per una buona traduzione e un libro di buona fattura, sono decisamente irrisorie. Oltre alle ormai classiche Austen, Bronte e Deledda, ci sono nomi come la Woolf, Colette nonché la Wharton e la Blixen. Ve lo segnalo perchè ho visto in edicola la pubblicità e andando sullo store ho trovato più informazioni: Store Corriere.

Delle volte per farsi una vera “Biblioteca ideale” è difficile, ma questi progetti aiutano non poco, non solo ad avere titoli di qualità, ma anche ad avvicinarsi ad autrici o autori che solitamente non avremmo scelto di leggere. Spero che la segnalazione vi sia utile.

Buone letture e buona domenica,
Simona Scravaglieri

Su Zia Jane…

Su Emily Bronte…

[Dal libro che sto leggendo] Lo spazio narrante

Fonte: Gum Design


Nonostante io sia nemica giurata delle introduzioni, che solitamente consiglio di leggere alla fine di un libro, in questo caso, invece già la lettura di questo pezzo è parte del libro stesso. Un libro ripubblicato da et.Al. ed estremamente piacevole per chi ama queste tra scrittrici e per chi vuole approfondire la conoscenza del loro lavori. Come detto è un libro che si presenta nei modi tipici del periodo nel quale è stato scritto, ma non per questo non manca del fascino di una studiosa che ha amato i soggetti del suo studio.
Forse è questa la molla che dovrebbe spingere a leggerlo o forse solo sapendo di affrontare un libro che si presenta come una piacevole sfida, dopotutto, zia Jane l’avrebbe presa così!
Buone letture,
Simona Scravaglieri


La più semplice definizione che si possa dare di un’ opera narrativa è forse quella proposta da Scholes e Kellogg: “Perché una composizione sia narrativa non occorre niente di più e niente di meno che una voce narrante e una narrazione”. Ma non appena questi due elementi ci vengono dati, ecco che subito ne appare un altro: il destinatario della narrazione, l’ascoltatore; è il suo desiderio che evoca la storia. Senza la curiosità del re, non avremmo le mille e una storia di Shahrazad. Fra la voce narrante e il desiderio di ascoltare si stabilisce unna tensione, una distanza, in cui germina la storia.Questa tensione, questa distanza è la prima struttura spaziale – anche se si tratta di uno spazio puramente virtuale – dell’opera narrativa. Ma spesso questo spazio virtuale ha una sua rappresentazione narrativa: è la stanza in cui si trovano Shahrazad e il re, o è la villa nella campagna fiorentina dove si raccoglie, per sfuggire alla peste, la brigata del Decamerone. Solo quando e finché voce narrante e desiderio di ascoltare si trovano insieme in quella stanza o in quella villa le storie vengono narrate. Le storie però si svolgono in uno spazio che è esterno al luogo chiuso – letto, stanza o castello che sia – dove avviene la narrazione: esse ricostituiscono anzi quel mondo che è stato chiuso fuori. Così il mondo precluso dalla peste ricompare nelle novelle.
Il re e Shahrazad (come la brigata fiorentina) sono il centro di due spazi diversi: la stanza in cui si narra e il mondo narrato che la circonda con i propri confini magici e reali; in questo modo le storie disegnano l’orizzonte a cui la stanza ha chiuso ogni altro accesso. La narrazione si articola e si svolge proprio nella separazione e nella relazione fra questi due spazi.
La figura di un luogo chiuso dove si narra nasce dall’origine orale della narrazione: è l’immagine di quello spazio che stringe insieme la voce narrante e il suo ascoltatore. Come se, una volta compiuto il passaggio dalla cultura orale alla letteratura, la narrazione scritta si sentisse in dovere di raccontare non solo la storia, ma anche la narrazione della storia e di perpetuarne dentro di sé il luogo originario.
Man mano che l’origine orale della narrazione si allontana e si perde, e la scrittura diventa la forma naturale in cui si cala la storia, come come avviene nel romanzo, le sue figure nella stanza cominciano a muoversi più liberamente e a dissiparsi: il loro spazio si dilata fino a coincidere con lo spazio in cui le storie si svolgono (è il caso del castello di Sade, dove avvengono insieme storie e narrazione, e il mondo esterno è abolito), o fino a oltrepassarlo, così che il rapporto si rovescia e il gioco in cui la storia si svolge è a sua volta contenuto e racchiuso dentro allo spazio in cui si muovono narratore e ascoltatore.
Ma, quale che sia la configurazione, il gioco fra spazi distinti continua ad essere una dette strutture nascoste della narrazione.
Un esempio singolare di questo rapporto è, fra quelli studiati in questo libro, il romanzo di Emily Bronte.
In Wuthering Heights, 1a voce narrante, si distingue dalla voce dell’autore (diversamente dai romanzi di Jane Austen), fino a contraddirne lo stile, il pensiero e la comprensione degli eventi. Per di più, nel corso del romanzo, questa voce cambia, e nel momento in cui cambia (quando cioè passa dal primo narratore al secondo) produce dentro al romanzo il proprio ascoltatore, che, oltre al primo narratore è anche il trascrittore finale della storia; o meglio, come sempre avviene, è il desiderio del primo narratore di conoscere veramente (e trascrivere) la storia, che spinge il secondo a raccontare.
A questo punto, lo spazio in cui si svolgono gli eventi e quello in cui vengono narrati, sembrano coincidere: di fatto, ci accorgiamo che questo spazio è diviso in due luoghi, e che solo in uno di questi la storia viene raccontata, per la maggior parte del tempo. In tal modo vengono di nuovo distinti il luogo in cui la storia si svolge dal luogo in cui la storia si narra.
Queste riflessioni preliminari ai tre studi che qui si propongono, vogliono indicare qual è stata l’intenzione che li ha raccolti. Ho voluto cercare, per ciascuna delle tre opere, quale fosse il rapporto che unisce lo spazio narrativo alla narrazione, intendendo per spazio narrativo non solo il luogo in cui avvengono i fatti narrati, ma il luogo d’incontro fra voce narrante e desiderio di ascoltare; e il complesso gioco che s’instaura fra di essi.
Due preziose indicazioni per questo studio sono state le opere di Jurij Lotman e di Ludwig Binswanger. Il primo ha tradotto lo spazio narrativo in termini che permettono di liberarne la sottile struttura dalla figura del paesaggio in cui i personaggi si muovono. L’altro mi ha spinta a cercare per ognuna delle tre scrittrici esaminate, quel “progetto di mondo” che prende forma nello spazio narrativo della sua opera. Solo a questa luce, infatti, lo spazio narrativo acquista tutto il suo significato, ed è proprio l’affinità fra lo spazio narrativo e il “mondo” dell’autore che spiega la solidarietà fra la struttura del luogo in cui la narrazione si svolge e la struttura della narrazione stessa. Ed è ciò che pone lo spazio fra le voci narranti della storia.

Ginevra Bompiani, Roma 1978


Questo pezzo è tratto da:

Lo spazio narrante
Jane Austen, Emily Bronte, Sylvia Plath
Ginevra Bompiani
Et.Al. Edizioni, Ed 2012 (ristampa della precedente del 1978)
Prezzo 14,00€

"Lo spazio narrante", Ginevra Bompiani – Tra mito e realtà…

Fonte: Il libro delle ombre del signore oscuro

Mi capita spesso di leggere resoconti quantomai “fiabeschi” sulla vita e sul lavoro di Jane Austen e mi sono sempre chiesta come mai, dette leggende metropolitane o campestri , per le altre due protagoniste di questo studio – ovvero Emily Bronte e Sylva Plath-, non fossero mai state scritte. Alla fine di questo libro, finalmente mi sono data una risposta, che non so quanto sia definitiva, ma, al momento, basta a frenare l’istinto omicida che mi sale all’ennesimo resoconto di quanto “fosse romantica Jane Austen“. Ora, solitamente non sono una snob – sono certa che non dovrei essere io a dirlo, ma datemi il tempo di finire la frase e capirete – ma non c’è nulla di peggio per uno scrittore di essere rappresentato come non era. E la “presa sul pubblico” che ti mette fra le scrittrici più conosciute e lette, ma per la motivazione sbagliata, probabilmente è meno desiderabile di non essere conosciute affatto. Purtroppo, la maggior parte dei resoconti cinguettanti e leziosi che ho visto in giro, sono l’equivalente della ripetuta mancata lettura di approfondimenti e di saggi, come questo di cui vi parlo oggi, che purtroppo sono dovuti all’errato pensare che basti solo leggere l’autore per capirlo e basti un “carino” come aggettivo caratterizzante per la descrizione di un libro. Ma possiamo dire, guardandola dal suo punto di vista, che Jane Austen è riuscita nel suo intento prendendo per il naso non solo le lettrici del suo tempo ma, travalicando il secolo, anche quelle dei giorni nostri.

La questione sta proprio in questo è probabilmente riconducibile al modo in cui ha vissuto la sua vita che è paragonabile al modello di lettura che si può applicare ai suoi scritti. Prendiamo il più famoso “Orgoglio e pregiudizio” si può leggere in due maniere differenti: o solo la trama di superficie e quindi seguire due donne intelligenti e tre civettuole, un padre amorevole, due uomini attraenti – di cui uno più scontroso – e infine le immancabili amiche e sorelle di questi ultimi – ora impiccione e ora silenti – e per ultimo il cattivo. Ci sono feste e, con un intreccio quantomai semplice quasi da favola – ci suggerisce la Bompiani -, queste persone entrano in contatto e in scontro fra loro. Si innamorano e si odiano, si attraggono e si respingono, mostrandosi ora per quel che sono e ora per come vorrebbero apparire e, alla fine, tutti trovano una definitiva collocazione nello “spazio narrante” definito dall’autrice. In pratica una collocazione nel “casellario della società per bene“. Qui si potrebbe chiudere il libro e archiviarlo con quel fare sognante di chi ha letto una bella storia e se l’è goduta fino in fondo. Ed è sempre qui che la maggior parte dei resoconti delle amanti del genere si fermano.Ma se riprendiamo in mano il libro e riflettiamo su quello che abbiamo letto, il romanzo improvvisamente perderà la sua aura rosea e, ad uno sguardo più attento, scopriremo la trama di fondo. Se all’inizio c’erano donne distinte quelle brave e rette e quelle civettuole, scopriremo che alla fine tutte hanno rispettato le regole di convenienza dettate dal periodo, anche se ci sono arrivate per strade più o meno onorevoli. Quindi l’intelligenza – qui rappresentata come paritetico del saper stare in società e non come la intendiamo solitamente noi- non le ha salvate, al massimo si può dire che l’intelligenza ha fatto sì che sposassero uomini più ricchi. Vedremo altresì che tutte hanno avuto bisogno di aiuto decisivo di quegli uomini che vengono, in alcune parti del romanzo, relegati a ruoli di gregari. E fin qui mi fermavo io, dando a Zia Jane il ruolo di colei che “descrive il mondo che vive e che in parte anche subisce, trascrivendolo ora con feroce ironia e ora con sarcasmo e trasponendolo, nel “presente” in cui si svolgevano i fatti narrati, indietro nel tempo onde commentare ma non entrare in scontro diretto con le regole di convenienza del momento in cui si trovava a vivere”. Così forniva al suo pubblico familiare e amicale quel che ci si sarebbe aspettato da una scrittrice che si è formata in casa e che, probabilmente, è entrata in contatto con tutta quella narrativa che ha fatto sognare le fanciulle del suo tempo; ma al contempo, non scendeva a compromessi con sè stessa divertendosi a rappresentare persone fatti e tutta la cultura di quel periodo per quel che era: una serie di regole che mettevano al sicuro questo mondo dal caos che avrebbe generato l’incertezza della mancanza totale di ordine. 

Ed è da qui che Ginevra Bompiani parte raccontandoci prima di Jane poi di Emily e infine con Sylvia. In fondo, tutte e tre le scrittrici che prende in analisi, hanno in comune principalmente l’analisi e il rifiuto, passatemi il termine anche se non è il più corretto, più o meno evidente del loro presente. E infatti l’autrice di questo brillante saggio non le ha scelte e accostate a caso. Ci sono più fili conduttori in questo testo. Uno è dichiarato “Lo spazio narrante” che è da intendersi come luogo fisico dove le vicende sono narrate. Che sia un romanzo o una poesia, il luogo sottolinea le intenzioni dell’autrice che scrive. Così i paesaggi austeniani ricordano la realtà, ma sono sempre più piccoli di quel che sarebbero dovuti essere, perché fanno parte del labirinto che costituisce l’architettura su cui poggia la storia. Le due case su cui fa perno “Cime tempestose” della Bronte invece sottolineano la dualità tra bene e male, tra realtà e mito, tra la convenienza di un mondo di regole che non si vede ma di cui si sente l’eco e l’impeto che è solitamente appartenente natura dell’uomo che genera il caos. E infine, lo spazio narrante della Plath che rispecchia la lotta che la sua autrice fa nella vita. Da una parte una donna che si ammansisce al mondo che vive e al quale ubbidisce in maniera quasi paranoica, soprattutto dopo il tentativo di suicidio cui sopravvive. Il suo spazio è altro, ed è uno spazio popolato da visione e morte, da sofferenze per il dolore del mondo che scuote anche chi scrive e che diventa tangibile. La naturalità di esso non basta ad eliminarlo dal mondo finché la sua comprensione non è piena. Pertanto lo spazio narrante non è fisico e statico ma proiezione e in evoluzione fino al punto in cui la sua rappresentazione non sia così chiara da renderne in maniera univoca l’immagine. 

Ci sono altre direzioni in cui ci si può muovere in questo libro, vedendolo ad esempio come un crescendo di questo spazio narrante: prima rappresentato solo nella scrittura ma diviso dal mondo reale (Austen), poi parte della vita dell’autrice ma segregato in casa e ridotto alla conoscenza – e condivisione – di pochissime persone (Bronte) e infine vissuto pubblicamente e giornalmente nella dualità del vivere come si conviene ma urlando tra le righe la propria ribellione (Plath). Pertanto è semplice comprendere perché sulle altre due tali leggende, cui accennavo all’inizio, non si possano raccontare ovvero perché la loro vita non è così “romantica”, secondo l’accezione di coloro che seguono il genere romance, e riconducibile a ciò che è “convenzionalmente accettabile”. La qual cosa potrebbe fa pensare che le altre due scrittrici hanno vissuto fino in fondo il loro rifiuto di una realtà che non condividevano – addirittura la Plath vedeva questo mondo come eterno e immutabile non prevedendone una evoluzione o un cambiamento-, ma in fondo tutte riescono a trovare un modo per parlare della loro visione del mondo e la Austen riesce, rispetto alle altre, a non entrare in collisione con il mondo che rappresenta rimanendo distinta rispetto quello che è il romanzo narrato.

Leggendo questo libro mi si è è venuta in mente questa poesia, famosa perchè citata in un film “L’attimo fuggente” in cui il professore Keathon citava Withman spiegando ai suoi allievi la necessità della poesia, e della narrativa aggiungerei io:

Oh me, oh vita! 

Oh me, oh vita! 
Domande come queste mi perseguitano, 
infiniti cortei d’infedeli, 
città gremite di stolti, 
che vi è di nuovo in tutto questo, 
oh me, oh vita!
 Risposta 

 Che tu sei qui, 
che la vita esiste e l’identità. 
Che il potente spettacolo della vita continui 
e che tu puoi contribuire con un verso. 


Tutte hanno scritto del mondo di stolti, e di infedeli alla ragione della naturalità dell’azione e del vivere in deroga alla convenzione rigida e artefatta e, alla fine, tutte loro hanno aggiunto un verso a al potente spettacolo della vita. 

A quanto detto posso aggiungere solo che è un libro scritto da una studiosa che ha apprezzato e studiato queste donne per anni e diretto probabilmente a chi le ama parimenti. Non è un libro complicato ma in alcune parti richiede attenzione alla riflessione. E’ scritto in maniera chiara ed è pieno di riferimenti. Va sicuramente letto con calma per poterlo apprezzare in pieno, ma è sicuramente un lavoro da conoscere. E chissà che anche voi troviate nuovi fili conduttori in questa lettura che io non ho visto. 
Buone letture, 
Simona Scravaglieri


Lo spazio narrante

Jane Austen, Emily Bronte, Sylvia Plath
Ginevra Bompiani
Et.Al. Edizioni, Ed 2012 (ristampa della precedente del 1978)
Prezzo 14,00€