#MaggioDeiLibri #legalità: Peppino Impastato consigli di letture!

Nella notte dell’8 maggio 1978 moriva, a Cinisi (Palermo), Peppino Impastato.
Se non ricordate di aver letto niente, sui giornali del 9 maggio, non è colpa vostra, credetemi.
Peppino Impastato non è forse una delle figure più conosciute della lotta alla mafia ma dovrebbe essere una delle più emblematiche.

Peppino, infatti, nasce in una famiglia collegata alla mafia locale. Ma la mafia è talmente radicata all’interno delle istituzioni cittadine che è praticamente impossibile che ci sia una famiglia non collegabile a essa e altrettanto impossibile sembra pensare di opporsi a essa. Lo è per il padre di Peppino, ma non per lui, e non per suo fratello Giovanni e per sua madre Felicia. Che quando Peppino inizierà la sua lotta politica, anche a suon di ironia e con toni scanzonati, anche dalle frequenze di una radio locale, contro ciò che c’era di marcio nella sua città, lo sosterranno. E anche dopo, durante il processo agli assassini di Peppino, non smetteranno mai di credere nella sua lotta per la legalità contro l’illegalità (vedete quanto scrive Lirio Abbate, in merito, nella foto).

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#MaggioDeiLibri: Il #benessere che nasce dai libri di Natascia Mameli

Vi è mai capitato di essere in una situazione di stallo della vostra vita? Di provare quella sensazione fastidiosa di insoddisfazione che vi afferra la gola mentre fate colazione e vi lascia solo per pochi momenti durante la giornata, che vi porta a continuare a pensare ‘cosa posso fare per mandare via questa sensazione? cosa posso cambiare?’ e ci pensate e ripensate finché, un giorno, mentre ne parlate con qualcuno, di questa situazione così incresciosa, di questo malcontento, vi viene fuori proprio quella frase, quel pensiero che fino a qualche secondo prima la vostra mente stava cercando di tenervi nascosta, di evitare che si formasse integralmente per evitare di soffrirci, ma adesso che l’avete formulata, ecco, adesso che avete capito qual era l’aspetto più doloroso della situazione, ok, bene, adesso sapete cosa dovete fare?

Eppure ci avete riflettuto sopra per giorni e giorni, forse addirittura per settimane, senza riuscire a capire cosa fare, senza che nessun pro e nessun contro avesse un peso specifico sufficiente a farvi propendere da una parte o dall’altra della questione. Ci avevate così tanto rimuginato sopra che eravate ormai convinti che non ne sareste usciti vivi (si fa per dire, ovviamente).

Come mai, la semplice esternazione di quel ‘contenuto’ nascosto della vostra mente è bastata a farvi vedere il sentiero che fino a quel momento c’era ma vi era celato?

Perché la nostra mente è uno strumento complesso e, lasciatemelo dire, un poco crudele. Ci nasconde proprio ciò di cui abbiamo più paura, nella falsa convinzione che questo ci difenda, mentre proprio il fatto di non riuscire a focalizzare quello che ci spaventa è motivo di disperazione.

Ecco perché parlare con un’altra persona, magari qualcuno che ci conosce poco, che ci ‘obbliga’ a spiegarci meglio di quanto non faremmo con un amico intimo, spesso ci fa uscire dalla testa proprio quello che non vorremmo. Il parlare e l’ascoltare ci aiutano a elaborare tutta quell’accozzaglia contorta di sentimenti che ci ‘perseguitano’ ogni giorno.

Il parlare e l’ascoltare, certo. A cui possiamo (dobbiamo?) aggiungere il leggere. Perché leggere è, esattamente, ascoltare centinaia di migliaia di punti di vista diversi dal nostro e raccontare a noi stessi qualcosa che solo la lettura, molto spesso, riesce a far affiorare e a far vedere da un’altra angolazione.

Per questo, quando cerchiamo il benessere, non è detto che ci si debba sentire obbligati a cercare un libro che parli esattamente di quel che ci turba o ci fa soffrire; esattamente come non è detto che troveremo la ‘soluzione’ in un manuale (ma magari sì, eh, ché le vie della lettura sono infinite!): però è quasi sicuro che, aprendo un libro, un libro qualsiasi (vabbeh, proprio proprio qualsiasi magari no, ma ci siamo capiti) e poi un altro e poi un altro, troveremo gli spunti di riflessione che ci aiuteranno a scalare la montagna di emozioni confuse che ci si para davanti.

Perché leggere è come avere sempre a disposizioni 5 o 6 amici che si raccontano e ti consigliano e, diciamocelo, senza nessun tipo di giudizio magari no, ma il loro giudizio non è mai personale. Non ce l’hanno con noi, non stanno parlando di noi: siamo noi a decidere cosa, di quello che stanno dicendo, ci serve, e cosa no, cosa vogliamo tenere e cosa no; cosa ha un senso e quale senso quella cosa può avere.

Pochi anni fa (2013) è uscito per Sellerio un libro di cui avrete sicuramente sentito parlare: si intitola ‘Curarsi con i libri’ ed è la traduzione, ma non solo, di un interessante progetto che raccomanda, per i più diversi malanni, un tipo di medicina alternativa che non ha a che fare con santoni e magie, ma con i libri. Per ogni disturbo (psicologico ma anche fisico) vengono consigliati titoli diversi tra cui scegliere. Titoli di romanzi che, leggendoli, dovrebbero avere un’influenza positiva nell’affrontare il disturbo relativo. Per la versione italiana il progetto è integrato con titoli di libri italiani. Purtroppo ho avuto qualche perplessità quando ho trovato elencati diversi titoli che risultavano fuori catalogo o non disponibili in italiano. Titoli che potevano essere molto interessanti ma risultavano ‘inservibili’ (per esempio, per ‘Abbandono’ il libro consiglia ‘Canto delle Pianure’ di Kent Haruf, che, per quanto ne so, in italia è arrivato nel 2015, grazie a NN edizioni; nel 2013 l’italiano medio a malapena sapeva chi fosse Kent Haruf). Per il resto, ho trovato l’idea davvero stimolante e io stessa mi sono messa di impegno a integrare il lavoro (scrivendo – oh cielo, non lapidatemi, giuro che ho usato la matita – proprio sul libro) con titoli che, man mano che la mia esperienza nel mondo dei libri cresceva, mi parevano adatti allo stesso problema, o ad altri, maggiormente quotidiani.

Come dicevo, un libro che parli, anche solo en passant, di un argomento per noi spinoso è sempre un buon complemento al nostro benessere. Non importa che il libro sia un manuale su quello o che l’argomento principale sia quello. Anzi, molto spesso, in un libro che compriamo apparentemente solo perché la trama sembra intrigante, o la copertina ci ha colpito o l’autore ci piace, troviamo proprio quello di cui abbiamo bisogno.Per lo meno, a me, è successo parecchie volte.

Perché, in definitiva, un buon libro, con la giusta prospettiva, che ci aiuti a oltrepassare un momento difficile della nostra vita, rimarrà un libro indelebile. Un libro che ci ricorderà, sempre, che ci siamo passati, che ci sentivamo veramente sull’orlo del precipizio, ma siamo andati avanti. E ce la possiamo fare ancora. E ancora.

Natascia Mameli

Marassi Libri

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GENOVA

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Il calendario di questa settimana:

#maggiodeilibri La centuriona e Torey L. Hayden #scrittori #anniversari

unabambinatoreyhayden (1)Sicuramente quest’anno ci saranno tanti anniversari di nascite e pubblicazioni e quant’altro molto importanti da festeggiare, tra cui la nascita di uno dei miei autori preferiti: Luigi Pirandello.
Io però volevo ricordare, per il Maggio del Libro, il compleanno di una delle scrittrici (anche se ‘scrittrice’ non è la parola più corretta) che più hanno segnato il mio percorso di lettrice ‘consapevole’.Nasceva il 21 maggio di 66 anni fa, a Livingston, nel Montana, Victoria Lynn Hayden, meglio conosciuta come Torey L. Hayden, autrice di numerosi libri di quel genere che, in inglese, viene definito ‘non-fiction’: sono infatti non romanzi ma storie vere, vissute in prima persona dall’autrice. Un poco romanzati nella forma (leggi: dialoghi) ma veri al 100%.
A essere sincera, mi risulta piuttosto difficile parlare di questa autrice perché l’ho scoperta in un momento della mia vita piuttosto complicato. In che modo, quindi, la lettura dei suoi libri abbia influenzato il mio essere una lettrice non so se riuscirò a renderlo chiaramente, ma ci provo.

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#Maggiodeilibri storie di lettori… Natascia Mameli

 Quando ero piccola non ero una grande lettrice. Anzi.
Uno non lo direbbe vedendomi adesso, dentro la mia piccola ma dignitosissima libreria, ma fino ai 13/14 anni le uniche letture che mi prendevano veramente erano quelle del Topolino.
Per il resto, come dire, non mi ricordo che sentissi quel magico richiamo che sento invece adesso provenire dalle pagine dei libri su cui poso gli occhi.
Mi sono sempre sentita attrarre dalle parole. Quando andavo dal dottore mi leggevo tutti gli avvisi, tutte le pagine strappate da riviste mediche e appese ai muri (non che ci capissi, la maggior parte delle volte); se ero sulla fermata dell’autobus imparavo a memoria qualsiasi cartellone pubblicitario avessi a portata di mano. Ogni momento di attesa che sentivo il bisogno di riempire con qualcosa, lo riempivo di parole, cercavo di trovarne il significato, quello che volessero significare ma anche quello che le singole parole, la loro scelta, significassero (per me) sulle reali intenzioni dietro alla comunicazione immediata.
Eppure, alle elementari, le maestre ci avevano messo a disposizione un ripiano di libri adatti alla nostra età.
Eppure, alle medie, i professori avevano cercato di proporci letture di tutti i tipi.
E in casa i libri non mancavano, dato che le mie sorelle più grandi erano tutte lettrici.
Come mai, allora, non ricordo nessuna lettura piacevole, fino a quel libro che cambiò la mia idea di lettura?

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Le letture della centuriona: L’amore addosso

Buongiorno! Sono ancora un po’ rincretinita dal sonno post Bookpride ma pronta a recuperare il silenzio della scorsa settimana. Cominciamo con il chiudere il mese con la segnalazione di Natascia Mameli, la mia, anzi la nostra libraia preferita che, a Marzo, Ha letto l’ultimo libro di Sara Rattaro. Lascio a lei la parola e a voi dico che, qualora siate a Genova, in fondo alla recensione potete trovare l’indirizzo per andare a trovare Natascia.

Buon inizio settimana!
Simona Scravaglieri

Fonte: Sperling&Kupfer



IL LIBRO DI MARZO 2017


Dopo lo svarione di febbraio, tiriamoci su (si fa per dire) con il nuovo libro di Sara Rattaro. Se non la conoscete e vi piacciono i libri molto sentimentali (e non parlo solo di amore, ovviamente) e un po’ strappa-lacrime, dovete assolutamente recuperare tutti i suoi precedenti. Da ‘Sulla sedia sbagliata’ a ‘Splendi più che puoi’ (il mio preferito) la Rattaro ha collezionato un successo di pubblico dietro l’altro. E lo dico soprattutto perché parlo del ‘mio’ pubblico, cioè i miei amici e i miei clienti. Persone tra le quali si nascondono (si fa sempre per dire) i più grandi fan di Sara. E ovviamente non solo tra i miei contatti si è palesato un certo amore crescente nei suoi confronti. Del resto, quando uno scrive bene e sa parlare delicatamente, ma anche in maniera molto diretta, di sentimenti (soprattutto quei sentimenti che ciascuno di noi prova, quelli più fastidiosi, quelli che vorremmo tenere nascosti in un angolino del nostro cuore; che sono poi quelli che ci fanno fare le scelte più difficili della nostra vita: quelle giuste e quelle sbagliate) non è difficile che trovi la via del cuore dei lettori. 
Ci tengo a sottolineare, data la mia conoscenza diretta e il mio apprezzamento personale nei confronti della scrittrice (che, ovviamente, non mi farà essere totalmente lucida nelle mie valutazioni, ma, diciamocelo, ogni recensionista ha le sue debolezze), che la sua fama è più che guadagnata, non solo per le capacità artistiche ma anche per l’instancabile dedizione al lavoro ‘pratico’ dello scrittore che comprende girare su e giù per l’Italia per fare mille presentazioni.


Titolo: L’amore addosso
Autrice: Sara Rattaro
Casa Editrice: Sperling & Kupfer
(noto a questo punto che questo è probabilmente il primo libro italiano che recensisco)

Ecco un libro che, a prima vista ti fa pensare ‘uff, il solito libro che parla di corna, che fantasia!’ ma che poi, grazie al suo stile e alla sensibilità dell’autrice, ti fa cambiare idea, pagina dopo pagina.
Innanzitutto, il personaggio voce narrante (principale) del libro, Giulia, al contrario dell’affetto che mi aveva suscitato Emma (la protagonista del precedente libro dell’autrice) mi ha infastidita non poco. Perché una donna adulta, che decide, coscientemente, di tradire il marito, si ritrova a nascondere le proprie ‘colpevolezze’ (scritto tra virgolette di proposito, se ne potrebbe parlare…) dietro il proverbiale dito? Perché, in una situazione che è quella più raccontata dalla letteratura e dalla cinematografia, ogni donna (ma Giulia, a mio avviso, in particolar modo) si sente una vittima degli eventi piuttosto che artefice del proprio destino? Ovviamente, parlo del tradimento e non degli eventi che la conducono in ospedale a dover, contemporaneamente, badare al marito e cercare di scoprire le condizioni dell’amante.
Chi sono questo marito e questo amante? La Rattaro sceglie di farli parlare pochissimo ma quando parlano fanno la differenza. Alla fine, ma è un giudizio del tutto personale, quello che si fa amare di più dal lettore è il marito, nonostante, all’inizio, fosse quello di cui mi interessava di meno (chissà perché, se una donna che ”conosciamo” tradisce il marito siamo portate a pensare che il marito, in qualche modo, se lo meriti, sia poco interessante? o succede solo a me?)
L’amante quasi mi sta antipatico, anzi, senza il quasi. Questo artistoide tanto preso dalla propria creatività da sentirsi un tantino superiore a chiunque altro, da non rispettare le regole di buona creanza tra amanti, che ci fa pure lo sgarro di passare tre quarti del libro in maniera del tutto passiva. Per fortuna l’autrice gli fa fare la fine che merita.
Però Giulia non è solo moglie e amante; è anche figlia (e non solo), e sua madre, in questa storia, riveste un ruolo ben più importante di quello che può apparire a uno sguardo disattento. La mania di controllare la vita di tutti, soprattutto quella delle figlie, l’ossessione per le apparenze e le preoccupazioni di ‘cosa direbbero di te se si sapesse…’ possono essere di buon grado imputate d’essere l’origine della maggior parte delle paure di Giulia (non che questo, ai miei occhi, l’assolva in alcun modo dal vivere una vita del tutto passiva). Anche il suo personaggio suscita abbastanza antipatia, anzi, forse nel suo caso, è più un fastidio odioso.
Chi manca? Silvia. Chi è Silvia? Spiegarlo sarebbe difficile, ci si dovrebbe soffermare su un paio di punti che però, come dire, rivelerebbero troppo.
Alla fine Emanuele ci spiegherà tutto, perché non è tutto così facile, e questa, come vi dicevo, non è affatto solo l’ennesima storia di tradimenti.
“L’amore addosso” per me è soprattutto una storia che ci può insegnare come i segreti, anche quelli piccoli, anche quelli che sembrano poco importanti, influiscano sulla nostra vita in maniera inaspettata. E di come quelli grandi, molto spesso, rischino di distruggercela del tutto. Senza che ce ne accorgiamo, inconsciamente, essi scavano nella nostra volontà, nel nostro modo di vedere le cose, e ci creano tunnel attraverso i quali è difficile procedere e vederne una via di uscita.
Nell’aver cercato di non essere troppo di parte, spero di non aver fatto il torto di non aver sufficientemente messo in risalto le parti più belle del libro.
Tra cui, quelle in cui è la voce dell’autrice stessa a parlarci, direttamente. A farci soffermare un attimo, in mezzo alla bufera di emozioni che ci suscitano sempre le sue storie, per riflettere su quanto ogni pensiero, ogni sentimento sia prezioso.

Una domanda all’autrice (chissà se ci risponderà): 
La figura della madre di Giulia è ispirata a qualcuno che conosci, vero?
Io penso di sì.

E un suggerimento, anche se penso non sia nello stile di Sara  creare ‘sequel’: un bel “l’amore addosso 2” che ci racconti tutta la storia, dall’inizio, dal punto di vista di Emanuele e magari anche il seguito con il piccolo tesoro riscoperto?
A me piacerebbe tanto leggerlo.

Cosa dite, mi vengono meglio le recensioni su libri italiani o su quelli stranieri?
Mah!
Fatemi sapere cosa ne pensate
Natascia Mameli


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La letture della Centuriona: La biblioteca sull’oceano

Ehhhh come la capisco Natascia questo mese in cui nulla sembra smuovermi dal mio torpore del blocco del lettore. Nel suo caso è un libro no… Ogni tanto le scelte ti sembrano remare contro, tante volte preparano a tempi di libri bellissimi. Auguro a Nastascia che Marzo sia migliore, nel frattempo, forse, ho trovato il libro che mi farà uscire dal blocco del lettore… Ne riparleremo più in là! In fondo tutti i riferimenti della libreria di Natascia!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Fonte: Amazon.it 


IL LIBRO DI FEBBRAIO 2017

Ecco, doveva capitare: per quanto uno ci stia attento e sia ben addestrato a decifrare le avvisaglie, è sempre possibile che un libro, apparentemente decente, si riveli uno dei peggiori mai letti nella propria carriera di lettore.
Per me, il libro di febbraio è stato, infatti, una rivelazione in negativo. E incolpo (non che ci sia da dare la colpa a qualcuno, è solo per dire) me stessa che mi sono fatta irretire dalla fascetta. Neanche da quanto scritto sopra, perché, a dire il vero, non l’ho letta, ma il fatto stesso che fosse citato il libro ‘La luce sugli oceani’ di M:L. Stedman (che lessi anni fa e mi fece innamorare… tra l’altro ho visto che esce il film, per cui vi consiglio di leggerlo prima) mi ha attirato. Certo, avrei dovuto farmi suonare un campanello d’allarme! La concomitanza di citazione e di titolo volutamente simile avrebbe dovuto farmi capire che si trattava di nient’altro che del solito specchietto per le allodole. Perché, diciamocelo, cari fascettisti, ci prendete proprio per il sedere, quando paragonate due libri che non hanno niente a che spartire uno con l’altro se non il continente in cui si svolgono.

titolo: La biblioteca sull’oceano (titolo originale: the railwayman’s wife —-> come noterete non ha nulla a che fare con nessun oceano!)
autore: Ashley Hay
casa editrice: Sperling & Kupfer
traduttrice: Velia Februari

Veniamo subito al dunque: come mai il libro non mi è piaciuto? Potrei riassumere tutto in una singola parola, quella più brutta e antipatica che si possa usare in una recensione, ma non mi limiterò certo a questo. Il libro, infatti, è sì, noioso, ma ha anche elementi di vero artificio, non nella sua eccezione positiva, che mi ha reso sgradita la lettura, man mano che questa andava avanti e la cosa diveniva sempre più palese.

Nonostante il libro sia ambientato in un periodo storicamente interessante (la seconda guerra mondiale è finita da pochi anni), in un paese che possiamo definire, facendo una citazione fin troppo banale, ‘bruciato dal sole’, l’Australia, che forse ai più è sufficientemente sconosciuto da incuriosire (sicuramente a me fa questo effetto), la trama non spicca neanche per un secondo (c’è una quasi-storia d’amore, ma che non arriva mai, anzi non parte proprio, anzi mi sto ancora chiedendo perché mai questi due avrebbero dovuto innamorarsi, a meno che il colore dei capelli sia un motivo sufficiente. Lo è?)

La narrazione parte dall’arrivo di una persona, il Poeta (no, nel libro non è scritto maiuscolo, benché venga individuato con quell’appellativo la maggior parte delle volte che l’autrice parla di lui; è una mia cosa, perché, a mio avviso, il suo personaggio è inconsistente, pure nelle parti più drammatiche – quelle sulla seconda guerra mondiale – e si riduce solo a quello: un poeta che vorrebbe essere un Poeta) che, dopo essere stato al fronte (non chiedetemi quale fronte) e aver girovagato per l’Australia dopo la fine della guerra, si è finalmente deciso a tornare nel paese natale.

Lui è il protagonista maschile di tutta questa vicenda, ma ha un ruolo marginale, più scenografico che altro. In certi pezzi è evidentemente il pupazzetto che serve a far scaturire certe sensazioni e certi pensieri alla protagonista, in altri, giuro, sembra non servire manco a quello. Pare un diversivo. Un modo di alternare le parti della protagonista femminile con qualcosa di diverso.

Ani, la protagonista femminile per l’appunto, gravata dopo poche pagine da un lutto pesantissimo, costretta a rivedere la propria vita in un periodo (complici le scelte personali, comunque) in cui la donna è principalmente la moglie di qualcuno (da qui, a mio avviso, l’importanza e la sensatezza del titolo originale, contro quello assolutamente banale e insensato di quello italiano) è lì. E non si muove un granché. 
La parte iniziale in cui la morte la investe e la rende insensibile al resto del mondo è abbastanza comprensibile, ma più si va avanti e più il carattere di questa donna si fa incomprensibile. Ha sicuramente avuto un’infanzia segnata dalla prematura morte della madre, ha sicuramente subito un grandissimo colpo dopo la morte del marito, ma niente giustifica a pieno la flemma e la mancanza di verve con cui affronta la vita.

La mandano a fare la bibliotecaria (in una piccola realtà, in cui tutto gira intorno alla società ferroviaria, ci si preoccupa di trovare un posto all’interno della società a una giovane madre rimasta vedova) perché, a quanto pare, le piacciono i libri. Che le piacciono lo dice l’autrice, lo fa dire alla protagonista stessa ma non riesce a convincermi riguardo alla passione di questa verso la lettura. Io li ho contati e, in tutto il libro, vengono citati la bellezza (!) di 18 libri. Citati. L’unico di cui si parla un po’ di più è questo ‘Canguro’ (indovinate un po’ di cosa parla? no, non dei canguri, ma dell’Australia, intendo!!!) di D.H. Lawrence. Un libro che deve essere una vera pietra miliare per gli australiani perché viene citato a più riprese. Per il resto, pochi accenni qui e là a Jane Eyre, a Furore, ai racconti di Canterbury e altri libri probabilmente mai tradotti in italiano (non che questo indichi qualcosa, solo per dire che non ho trovato il titolo in italiano). Insomma, roba da terza media. Però, l’autrice insiste sul grande amore della protagonista per i libri. Protagonista che, una volta arrivata a lavorare nel magico mondo delle biblioteche, ha troppo da fare per leggere (teniamo conto che il paesino in cui è ambientato sarà composto da decine, forse un centinaio di persone, mica migliaia!) e passa il tempo a guardare il vuoto o a sentir passare i treni. Certo, uno del proprio tempo fa quel che vuole, eh!

Ma torniamo un attimo al Poeta. Alla sua esperienza decisamente dolorosa che, anche nel suo caso, non viene minimamente approfondita, se non in due o tre occasioni in cui si lascia trasportare dai ricordi, ma sempre senza dirci niente di più di quanto sia frustrante, per lui, aver avuto tanto da scrivere mentre combatteva e niente adesso, in tempo di pace. Che poi io tutta questa sorpresa sul perché non riesca a farsi venire l’ispirazione messa a confronto con ciò che può essere l’acuminarsi delle sensazioni in un contesto di vita o morte non ce la vedo; ma può essere una mia superficialità nel guardare a un campo che mi è del tutto estraneo (e parlo della poesia, non tanto della guerra). Forse, però, l’autrice non è stata davvero capace di far passare niente, su questo fronte.

Cos’altro? Niente, in realtà. Il libro è tutto qui (ci sarebbe, in effetti, un’altra quasi-storia d’amore, ma l’autrice è così impegnata a non dirci niente dei protagonisti che figurati se le viene in mente di parlarci di questi altri due sfigati). Infiniti giri per dirci, ridirci, ripeterci all’infinito che queste due povere anime dannate non troveranno pace. L’autrice è anche così crudele da illuderci che, almeno, questa sia una storia a lieto fine. Arriva addirittura a far dire al Poeta “Lo leggo solo perché so come va a finire” facendo riferimento al finale positivo di non ricordo più quale libro. Questo, dai, se non è messo lì per illuderci, non so proprio per quale motivo possa essere stato scritto. Anche perché non ci appiccia niente con il personaggio.

Poi, però, ed eccoci al dunque riguardo al perché il libro non mi sia piaciuto affatto, capisci che questo è solo uno dei tanti indizi. Io l’ho scritto nei miei appunti già più o meno a metà libro, poi ho avuto diversi riscontri, per poi arrivare ai ‘ringraziamenti’ finali e veder confermati, assurdamente proprio dall’autrice, i miei sospetti.

Piccola parentesi su ‘i miei appunti’. Forse vi avevo già accennato al fatto che prendo appunti per forza di cose (la mia memoria vacilla da quando sono nata, e ovviamente non migliora invecchiando). In questo particolare caso, poi, avendo da subito notato l’alternarsi del racconto dal punto di vista della bibliotecaria e dal punto di vista del Poeta, ho iniziato a scrivere partendo da: numero di capitolo, protagonista. Poi aggiungevo altre cose (nomi, posti, cose sconosciute da andare a cercare) ma soprattutto mi interessava vedere quanto spazio era occupato da uno e quanto dall’altra. 
Bene, praticamente Roy (il Poeta) poteva anche essere eliminato. Vi spiego dopo perché, a mio avviso, l’autrice abbia voluto inserire anche la sua ‘voce’ (la chiamo voce, ma, precisiamo, le parti non sono raccontate in prima persona, anche se viste assolutamente in soggettiva: da Ani, nei capitoli di Ani, in cui l’autrice ci parla di come si sente Ani, di cosa sta pensando Ani, di quanto sia sofferente Ani… che sia un caso di egocentrismo personaggesco?; da Roy quando i capitoli sono dedicati a lui; con solo un paio di deviazioni e qualche inspiegabile svarione inutile, riguardante gente di passaggio).

Ecco, ecco, basta parentesi. Il motivo per cui il libro mi ha fatto anche un po’ arrabbiare (l’avevate capito, eh?) è che è davvero esageratamente costruito ad arte. Artificiale. Ho scritto negli appunti che mi pareva che l’autrice fosse partita da tutta una seria di aneddoti (Guernica è forse l’unica avvisaglia della futura seconda guerra mondiale?), di figure riuscite, di frasi ad effetto ritagliate ad arte (arriva a far commettere alla protagonista piccoli gesti insulsi, pur di trovare l’espediente per metterci la frase ben studiata per suscitare un moto emotivo) per poi metterci nel mezzo quello che serviva, senza troppo sforzo, a tenere insieme le cose. Niente di più. Un po’ come dei pezzi di costruzioni di marche diverse, che non hanno attacchi compatibili ma che vengono incollati con il silicone per dare un apparenza di finito. Una tristezza, a mio avviso.

Di fatto, alcune figure, alcune immagini e molte ‘frasi a effetto’ sortiscono un buon effetto. Ad esempio, ad un certo punto, verso la fine, la scrittrice fa dire alla protagonista una cosa molto carina sulla possibilità, nel cinema, di passare da una visuale della scena a quella opposta, come fossero i punti di vista (la soggettiva) di due persone, una di fronte all’altra. Poi, poco più avanti, lega (nell’unico capitolo in cui il protagonista è prima lei e poi lui) i punti di vista di lei a quelli di lui, usando lo stesso espediente, tramutando la finestra della biblioteca in una cinepresa, con lei da una parte del vetro, e lui dall’altra. Ecco a cosa serviva il personaggio di Roy: a creare questa bellissima scena che sarebbe davvero toccante, se non fosse smaccatamente artificiale, e se non fosse che fa sembrare il personaggio maschile un pupazzetto messo lì per fare scena.
Insomma è tutto un po’ funzionale all’esercizio di scrittura creativa, finto e messo lì a forza. Non c’è legame, non c’è una storia. E non è piacevole. E il finale è tremendo.

So che mi dimenticherò presto di questo libro e quel che mi rimarrà sarà il senso di fastidio per una madre che non riesce veramente a reagire a niente, per una bambina che vuole essere grande troppo presto (fare la scrittrice!), per un uomo che non sa cosa farsene di tutto il tormento che si porta addosso. E, in generale, una sensazione greve di mancanza di speranza.

Qualcosa di buono? Non lo so. Proprio buono magari no, ma di interessante trovo che, essendo ambientata nell’altro emisfero e in un contesto così lontano dalla nostra vita, mi sorprende nelle piccole cose. Il caldo durante le feste di Natale, il mare e le spiagge così diverse da quelle a cui sono abituata. Poco davvero, a dirla tutta. 
Salverei un’unica frase, perché rispecchia molto il mio pensiero, per quanto non sia certo di nessuna originalità:
“Il cinema non la coinvolgeva quanto la lettura;la sua immaginazione funzionava meglio quando doveva elaborare da sola immagini e movimenti, anziché trovarseli spiattellati davanti agli occhi. Ma le piaceva la tregua che il cinema le offriva, la possibilità di starsene seduta al buio sena dover pensare a niente.”

Dopo questa terribile esperienza, mi sono buttata in un libro che, di certo, non mi deluderà. Grazie di esistere Sophie!

Alla prossima
Natascia Mameli

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Le letture della Centuriona: Il segreto di Black Rabbit Hall

E siamo arrivati alla recensione di fine mese di Natascia Mameli che, come ogni mese, ci racconta una delle sue letture. Siete pronti? Allora sediamoci tutti comodi e lasciamoci raccontare questo nuovo libro consigliato dalla libraia!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Fonte: Amazon
Nuovo anno, nuova vita, si dice.
Qui la vita procede come sempre, e, a dirla tutta, vi auguro lo stesso.

Titolo: Il segreto di Black Rabbit Hall (titolo originale: Black Rabbit Hall)
Autore: Eve Chase
Casa editrice: Rizzoli
Traduttrice: Beatrice Masini


Partiamo con una considerazione estetica che, come si suol dire, pure l’occhio etc… etc… La copertina, di cui la elaborazione grafica è stata curata da Librofficina, Roma, secondo quanto riportato all’interno del libro, è bellissima. La realizzazione, leggermente in rilievo, del cancello e della scritta da quella sensazione di profondità e lontananza dalla casa, laggiù, in basso, che trovo veramente aggiunga valore al libro.

Nel libro si alternano due storie ambientate in due tempi separati da “più di trent’anni”.
Alla fine degli anni ’60 troviamo la famiglia Alton, a raccontarci la loro storia è, in prima persona, Amber, 14 anni, figlia di Mr e Mrs Anton (che, si sa, gli inglesi ci tengono), sorella maggiori di due piccoli diavoletti di 3 e 5 anni e sorella gemella di Toby, ragazzino irrequieto e indomabile.
L’azione si svolge tra Londra (ma ci interessa poco) e le colline della Cornovaglia, in cui la famiglia Alton passa ogni periodo di vacanza, dove hanno una residenza. Black Rabbit Hall, direte voi. Beh, quasi. La residenza in realtà ha il banalissimo nome di Pencraw Hall ma i residenti la chiamano Black Rabbit Hall perché le colline sono piene di tane di conigli e questi, al tramonto, stagliati contro il sole della sera, disegnano delle nere sagome di loro stessi. Poi c’è quell’assonanza tra hall e hole, che forse non vi sarà sfuggita.

Più di trent’anni in avanti nel tempo, troviamo Lorna, la scrittrice ci parla attraverso i suoi occhi ma, al contrario di Amber, non è lei stessa a raccontarsi: è in procinto di sposarsi e approda a Black Rabbit Hall durante la disperata ricerca di un posto caratteristico dove farlo.
Quella residenza estiva sembra aver tutte le carte in regola per essere la scelta giusta. Ma solo nelle idee di Lorna. Da subito, il promesso sposo è, infatti, contrario: la casa è in vistosa decadenza, la gente del posto non ne parla in maniera entusiasta e la padrona di casa sembra un pochino fuori dagli standard degli anni correnti. Anzi, sembra decisamente rimasta anchilosata ai vecchi modi inglesi. Per di più la casa non sembra avere né le autorizzazioni né la sicurezza adatta a ospitare un evento con tanti ospiti.
Tutti notevoli motivi che spingerebbero chiunque a andare oltre. Ma non Lorna. Lorna sa che quella casa ha qualcosa di speciale per lei. Perché aveva sicuramente qualcosa di speciale per sua madre. E lei deve scoprire cosa.

Ovviamente lo scoprirà, che ve lo dico a fare. Ma la cosa interessante è cosa scoprirà, e come. Perché è la strada che fa l’avventura, mica la destinazione. Capitolo dopo capitolo, l’alternarsi della storia di Lorna con quella di Amber ci racconta cosa è successo alla famiglia Alton, che dalla allegra brigata delle prime paginearriva alla triste commiserazione della signora Alton, sola e senza quasi più contatti con i rimanenti membri della famiglia.

Sono approdata al libro dopo qualche disavventura con altri possibili ‘libri di gennaio’. Dopo averne scartato uno che proprio non era nelle mie corde, mi sono arrivati 3 libri che avevo selezionato: me li sono messi sulla scrivania e ho iniziato a leggere le prime pagine per vedere quale mi ‘chiamava’. E Black Rabbit Hall aveva decisamente il registro giusto. Ho scoperto quasi subito cosa, del libro, mi stesse attirando.
Pur non avendone trovato traccia nella trama ufficiale né sui commenti di Goodreads che ho letto prima di iniziare il libro, mi sono resa conto che quello di cui parla il libro non è quanto dichiarato dalla scrittrice (vedi suo profilo Goodreads): antiche dimore e storie di famiglie sono un pretesto per parlare di qualcosa che forse era importante per la scrittrice (o forse è il contrario, ma in questo momento riesco a vederla solo così).

Sia Lorna che Amber si trovano ad avere a che fare con una delle cose più difficili da accettare nella vita di una donna: la perdita della propria madre. Pur non essendo uno dei libri più lacrimevoli che io abbia mai letto, alcune delle frasi in cui la scrittrice racconta il dolore di Lorna e di Amber per la morte della propria madre, sono molto commoventi, e credo che sia difficile che le abbia potute scrivere senza aver provato lei stessa quelle sensazioni. Anche perché non parliamo di stucchevoli cliché sulla perdita e il dolore, ma di elaborazioni anche ‘negative’ nei confronti di chi ci ha messi al mondo e ci ha cresciute. Nella prima parte del libro la scrittrice parla di ‘liberazione’: un termine difficile da usare in questi contesti. Amber è spaventata all’idea di essere improvvisamente diventata ‘la mamma’ della famiglia, o, per lo meno, colei che deve sostituirla nel ruolo di persona che si preoccupa per gli altri.

La storia d’amore, immancabile, è delineata in modo superficiale, come quasi tutte le figure maschili. Ci sono, ma fanno poco la differenza, anzi, apparentemente, giocano a far diventare le cose difficili ancora più difficili. La scrittrice ci rassicurerà del contrario alla fine dei giochi, che è pur sempre qualcosa, ma non tanto.
Una piccola bacchettata sulle mani alla scrittrice per il continuo uso, nei dialoghi, dei nomi propri che, a meno che non sia una caratteristica inglese, è veramente sfinente e un errore abbastanza da principianti (vero è che questo è il suo primo libro e fare la giornalista non insegna certe cose). Però la ringrazio sentitamente per l’utilizzo della parola ‘temeraria’ che non dovrebbe mai passare di moda.

Citazione preferita:
“E sto diventando troppo grande per i castelli di sabbia”
“Non essere sciocca. Non si è mai troppo grandi per i castelli di sabbia”
(chi non vorrebbe avere/aver avuto una madre che ti dica queste cose?)

Al prossimo mese, allora!
Natascia Mameli

NB: non è che io mi sia dimenticata della promessa della doppia recensione dell’ultimo libro di Zafon, eh, ma provateci voi a fare doppie recensioni in periodo natalizio e in periodo di inventario. Portate pazienza! 

Marassi Libri
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