#MaggioDeiLibri #legalità: Peppino Impastato consigli di letture!

Nella notte dell’8 maggio 1978 moriva, a Cinisi (Palermo), Peppino Impastato.
Se non ricordate di aver letto niente, sui giornali del 9 maggio, non è colpa vostra, credetemi.
Peppino Impastato non è forse una delle figure più conosciute della lotta alla mafia ma dovrebbe essere una delle più emblematiche.

Peppino, infatti, nasce in una famiglia collegata alla mafia locale. Ma la mafia è talmente radicata all’interno delle istituzioni cittadine che è praticamente impossibile che ci sia una famiglia non collegabile a essa e altrettanto impossibile sembra pensare di opporsi a essa. Lo è per il padre di Peppino, ma non per lui, e non per suo fratello Giovanni e per sua madre Felicia. Che quando Peppino inizierà la sua lotta politica, anche a suon di ironia e con toni scanzonati, anche dalle frequenze di una radio locale, contro ciò che c’era di marcio nella sua città, lo sosterranno. E anche dopo, durante il processo agli assassini di Peppino, non smetteranno mai di credere nella sua lotta per la legalità contro l’illegalità (vedete quanto scrive Lirio Abbate, in merito, nella foto).

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#MaggioDeiLibri: Il #benessere che nasce dai libri di Natascia Mameli

Vi è mai capitato di essere in una situazione di stallo della vostra vita? Di provare quella sensazione fastidiosa di insoddisfazione che vi afferra la gola mentre fate colazione e vi lascia solo per pochi momenti durante la giornata, che vi porta a continuare a pensare ‘cosa posso fare per mandare via questa sensazione? cosa posso cambiare?’ e ci pensate e ripensate finché, un giorno, mentre ne parlate con qualcuno, di questa situazione così incresciosa, di questo malcontento, vi viene fuori proprio quella frase, quel pensiero che fino a qualche secondo prima la vostra mente stava cercando di tenervi nascosta, di evitare che si formasse integralmente per evitare di soffrirci, ma adesso che l’avete formulata, ecco, adesso che avete capito qual era l’aspetto più doloroso della situazione, ok, bene, adesso sapete cosa dovete fare?

Eppure ci avete riflettuto sopra per giorni e giorni, forse addirittura per settimane, senza riuscire a capire cosa fare, senza che nessun pro e nessun contro avesse un peso specifico sufficiente a farvi propendere da una parte o dall’altra della questione. Ci avevate così tanto rimuginato sopra che eravate ormai convinti che non ne sareste usciti vivi (si fa per dire, ovviamente).

Come mai, la semplice esternazione di quel ‘contenuto’ nascosto della vostra mente è bastata a farvi vedere il sentiero che fino a quel momento c’era ma vi era celato?

Perché la nostra mente è uno strumento complesso e, lasciatemelo dire, un poco crudele. Ci nasconde proprio ciò di cui abbiamo più paura, nella falsa convinzione che questo ci difenda, mentre proprio il fatto di non riuscire a focalizzare quello che ci spaventa è motivo di disperazione.

Ecco perché parlare con un’altra persona, magari qualcuno che ci conosce poco, che ci ‘obbliga’ a spiegarci meglio di quanto non faremmo con un amico intimo, spesso ci fa uscire dalla testa proprio quello che non vorremmo. Il parlare e l’ascoltare ci aiutano a elaborare tutta quell’accozzaglia contorta di sentimenti che ci ‘perseguitano’ ogni giorno.

Il parlare e l’ascoltare, certo. A cui possiamo (dobbiamo?) aggiungere il leggere. Perché leggere è, esattamente, ascoltare centinaia di migliaia di punti di vista diversi dal nostro e raccontare a noi stessi qualcosa che solo la lettura, molto spesso, riesce a far affiorare e a far vedere da un’altra angolazione.

Per questo, quando cerchiamo il benessere, non è detto che ci si debba sentire obbligati a cercare un libro che parli esattamente di quel che ci turba o ci fa soffrire; esattamente come non è detto che troveremo la ‘soluzione’ in un manuale (ma magari sì, eh, ché le vie della lettura sono infinite!): però è quasi sicuro che, aprendo un libro, un libro qualsiasi (vabbeh, proprio proprio qualsiasi magari no, ma ci siamo capiti) e poi un altro e poi un altro, troveremo gli spunti di riflessione che ci aiuteranno a scalare la montagna di emozioni confuse che ci si para davanti.

Perché leggere è come avere sempre a disposizioni 5 o 6 amici che si raccontano e ti consigliano e, diciamocelo, senza nessun tipo di giudizio magari no, ma il loro giudizio non è mai personale. Non ce l’hanno con noi, non stanno parlando di noi: siamo noi a decidere cosa, di quello che stanno dicendo, ci serve, e cosa no, cosa vogliamo tenere e cosa no; cosa ha un senso e quale senso quella cosa può avere.

Pochi anni fa (2013) è uscito per Sellerio un libro di cui avrete sicuramente sentito parlare: si intitola ‘Curarsi con i libri’ ed è la traduzione, ma non solo, di un interessante progetto che raccomanda, per i più diversi malanni, un tipo di medicina alternativa che non ha a che fare con santoni e magie, ma con i libri. Per ogni disturbo (psicologico ma anche fisico) vengono consigliati titoli diversi tra cui scegliere. Titoli di romanzi che, leggendoli, dovrebbero avere un’influenza positiva nell’affrontare il disturbo relativo. Per la versione italiana il progetto è integrato con titoli di libri italiani. Purtroppo ho avuto qualche perplessità quando ho trovato elencati diversi titoli che risultavano fuori catalogo o non disponibili in italiano. Titoli che potevano essere molto interessanti ma risultavano ‘inservibili’ (per esempio, per ‘Abbandono’ il libro consiglia ‘Canto delle Pianure’ di Kent Haruf, che, per quanto ne so, in italia è arrivato nel 2015, grazie a NN edizioni; nel 2013 l’italiano medio a malapena sapeva chi fosse Kent Haruf). Per il resto, ho trovato l’idea davvero stimolante e io stessa mi sono messa di impegno a integrare il lavoro (scrivendo – oh cielo, non lapidatemi, giuro che ho usato la matita – proprio sul libro) con titoli che, man mano che la mia esperienza nel mondo dei libri cresceva, mi parevano adatti allo stesso problema, o ad altri, maggiormente quotidiani.

Come dicevo, un libro che parli, anche solo en passant, di un argomento per noi spinoso è sempre un buon complemento al nostro benessere. Non importa che il libro sia un manuale su quello o che l’argomento principale sia quello. Anzi, molto spesso, in un libro che compriamo apparentemente solo perché la trama sembra intrigante, o la copertina ci ha colpito o l’autore ci piace, troviamo proprio quello di cui abbiamo bisogno.Per lo meno, a me, è successo parecchie volte.

Perché, in definitiva, un buon libro, con la giusta prospettiva, che ci aiuti a oltrepassare un momento difficile della nostra vita, rimarrà un libro indelebile. Un libro che ci ricorderà, sempre, che ci siamo passati, che ci sentivamo veramente sull’orlo del precipizio, ma siamo andati avanti. E ce la possiamo fare ancora. E ancora.

Natascia Mameli

Marassi Libri

CORSO DE STEFANIS 55 R

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GENOVA

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Il calendario di questa settimana:

#Maggiodeilibri – Il #benessere di una cupa e gentile lettura per caso!

Immaginate una calda, anzi rovente giornata di Agosto. Immaginate il GRA (Grande Raccordo Anulare) di Roma e, se non ci siete stati va bene anche immaginare un’autostrada a tre corsie con annessa corsia d’emergenza. Immaginate una fila ferma e ininterrotta di macchine sotto il sole caldo verso le cinque del pomeriggio. Ecco, comincia così la mia storia con un libro.

Molti d’estate sono in vacanza ad Agosto, ma io ho questo brutto difetto, preferisco lavorare in agosto e godermi le ferie a Settembre quando c’è meno gente e il fresco dell’autunno entrante comincia a farsi sentire nelle sere che si accorciano. Mi metto con il mio bel trapuntino estivo, allungata sul divano, con i gatti che vanno e vengono dal terrazzo che ancora riceve il sole e mi gusto un bel libro e i primi tè ai frutti di bosco. Ma quell’estate di cinque anni fa, Settembre sembrava ancora lontano e il traffico romano non accennava a diminuire fino a ferragosto. Stanca, sudata e rassegnata accesi la radio -cosa ormai rara da anni, la radio si accende solo alla mattina per svegliarsi ma al ritorno mai perché sono nell’attimo in cui odio il mondo rumoroso- e incappai in Fahrenheit. Era appena finito un gioco o una lettura e il presentatore (non mi chiedete il nome perché non lo ricordo) stava parlando con “un certo” Umberto Piersanti. Lui scrittore e poeta stava descrivendo le sue opere e il suo approccio alla poesia in particolare e di questa descrizione, ammetto, ricordo poco. Ma subito dopo è scoccata la scintilla. 

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"Consigli pratici per uccidere mia suocera" Giulio Perrone – Sul ciglio del precipizio…

"Consigli pratici per uccidere mia suocera", Giulio Perrone- Rizzoli (Fonte LettureSconclusionate)
“Consigli pratici per uccidere mia suocera”, Giulio Perrone- Rizzoli (Fonte LettureSconclusionate)

La cosa più difficile da spiegare per i libri come quello di cui vi parlo oggi è l’importanza di conoscere un certo tipo di letteratura che non punta sul farti provare tetre emozioni o non ti faccia sentire diverso solo perché parla di vite tristi e tetre. Il mondo di Giulio Perrone, già da quando ha pubblicato il precedente libro, è un mondo luminoso, fatto di suoni, voci, traffico, gente che vive e che sopravvive, magari a volte è stanca, ma riesce a conservare quell’attimo al giorno per un sorriso. E anche il suo autore è così, lo vedi alle presentazioni anche dopo un’intera giornata di lavoro e, nonostante tutto, non nega mai un sorriso o un ammiccamento a nessuno, indipendentemente da chi lo conosca o no.

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#MaggioDeiLibri cose che ho imparato grazie agli #scrittori (#anniversari)

Oggi, per il #maggiodeilibri, dovremmo parlare di #anniversari #scrittori. Ma, confesso, non ho molta voglia di rifilarvi l’ennesima storia sulla Austen o su Baudelaire o spiegarvi che Tolkien e la Yocenaur io ancora non li ho letti nonostante sia un anno che stazionino in casa. Non sono ispirata, sarebbe stupido farvi leggere un post scritto per forza giusto? Per cui prendiamo l’argomento da un altro punto di vista e, se avrete la pazienza di seguirmi, alla fine ne potremo anche discutere dove vorrete.

Molti di quelli che mi seguono sanno che io sono incappata presto in alcune opere di illustri scrittori per caso. Vi chiederete “Come si fa ad incappare per caso in un classico?”. Semplice! Ero nipote di una maestra e figlia di due lettori onnivori e a casa mia la TV si accendeva solo per un’ora al giorno (che poi dovevo dividere con mio fratello e quindi diventava mezz’ora!). Quindi non c’erano altre alternative che la grande libreria terra-cielo che avevo in stanza dove c’era di tutto, posizionato ad arte, e quindi bastava allungare la mano, aprire e cominciare a leggere. Quindi, ad esempio, la frase che da il titolo a questo spazio viene da “Non chiederci la parola” di Eugenio montale che trovai da piccina su una delle antologie, suppongo di mio padre, che mia nonna, la maestra, teneva religiosamente a casa. Mi aveva colpito perché nelle ultime rime dice una cosa che per me sapeva di verità nuova:

 

Non chiederci la formula che mondi possa aprirti […] solo una cosa sappiamo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. 

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"Mash", Richard Hooker – Il potere della scrittura che crea appartenenza…

Fonte: Eye on Canada “The real Mash”

Se non avessi assistito alla presentazione, il libro di oggi probabilmente non l’avrei mai letto. In generale perché probabilmente l’avrei giudicato un lavoro di nicchia, per soli estimatori. E invece, non solo sono andata alla presentazione e mi sono lasciata affascinare dalla passione del traduttore, ma ho anche deciso di prenderlo e l’ho finito giust’appunto l’altro giorno. M*A*S*H si è rivelato non solo un lavoro molto più serio e pertinente di quanto mi aspettassi, ma l’ironia e il paradosso che caratterizzano certi atteggiamenti, che pensavo avrebbero stonato con l’insieme, ben si combinano con un panorama desolante come quello che si viveva negli accampamenti ospedale, definiti appunto “MASH”, delle forze americane nella guerra di Corea. E’ una guerra che in fondo non ci appartiene, che è entrata magari nelle nostre case attraverso le notizie dei giornali, i film o serie TV o anche documentari storici o che abbiamo vissuto di rimando, come fosse una cosa che non ci interessava. Nel mio mondo di figlia degli anni ’70 è entrata relativamente tardi, con l’omonima serie TV che oggi scopro essere tratta da un film.

Per coloro che non avessero mai visto né serie e né film, MASH, racconta della vita nel 4077 accampamento medico in Corea dove, per problemi di gestione dei feriti, un giorno vengono inviati due chirurghi, da aggiungere all’organico, dai nomi/soprannomi altisonanti come “Occhio di Falco” e il “Duca”. Il primo del Nord America e l’altro Sud, entrambi chirurghi formati sul campo, maghi di quella che i compatrioti chiamano “bassa macelleria”. Come dice ad un certo punto “Occhio di falco” ad una recluta, loro hanno ben chiaro quello che stanno facendo e, nel loro obiettivo, non c’è quello di fare le rifiniture ma di salvare il paziente. La rifinitura la lasciano ai medici successivi, perché se perdi tempo a fare un lavoro di fino con un paziente, molti altri che sono in attesa e hanno urgenza di essere operati potrebbero morire. Serve invece tenerne in vita il numero maggiore possibile. Ecco, in tutto questo si racchiude il tema di fondo di questa storia che, nei primi capitoli, non è così evidente. 

Io pensavo di ridere un sacco, ed è stato così in effetti, ma in alcuni punti emerge l’amarezza e la necessità di scappare dalla realtà, che si rivela dell’abuso di alcool, nella misoginia e nella ricerca di alcuni di visibilità per avere la certezza di sapere di “essere qualcuno” anche in un luogo sperduto come quello del campo. “Essere qualcuno” non significa avere i riflettori puntati, significa senso di appartenenza al gruppo, perché qui il gruppo non è dei “fighi” ma di quelli che ogni notte salvano vite aiutandosi fra loro al di là delle convenzioni di gradi e mostrine. Poi ci sono gli elicotteri delle sei, quelli più odiati perché nessuno si alzerebbe in volo a quell’ora di mattina o di sera. Sono quelli che portano i feriti più gravi e che annunciano una notte o una giornata di battaglie per tenere in vita questi uomini che, come succede per i medici, hanno scelto di rispondere al richiamo dell’esercito per la loro patria ma cominciano a non vederne più la ragione.

Non saprei nemmeno come spiegarvi, questo senso di vuoto e partecipazione che scaturisce dalla penna di Hooker – e di rimando del suo traduttore Marco Rossari- che ti pervade ad un certo punto. Non diventa noioso, ma senti la fatica di questi uomini sottoposti a turni massacranti che non si rassegnano ad abbandonare nessuno. E allora passa in secondo piano, il maschilismo riservato alle donne o l’alcol onnipresente e anche gli scherzi di pessimo gusto. Il tutto è inserito in un mondo che rimarrà lì e che, se non fosse così, sarebbe imploso e non avrebbe retto alla lunghezza di quella guerra. Qui il punto non è se la guerra sia giusta o no, qui il punto è l’effetto sulle persone che la vivono e soprattutto quelli che la vivono da relativamente lontano anche se abbastanza vicino. C’è un momento in cui, dopo un’affluenza costante di feriti, i medici si interrogano quando finirà questo continuo massacro e non riescono a sapere nulla. Loro sentono i rumori, vedono gli effetti, ma non sono né a casa e manco sul fronte. Eppure la guerra ha anche loro, è il loro mondo ed è un mondo pesante che li unisce e che una volta abbandonato li dividerà.

Quindi cominci Mash divertendoti. Le battute, lo scambio continuo di botta e risposta nei numerosi dialoghi garantiscono ritmo alla narrazione tanto che, le prime 100 pagine volano via in un soffio. Poi arrivi al capitolo del “Diluvio” -dove non c’è nulla di orribile tante volte ve lo steste chiedendo e che il mio “io” di lettrice ha individuato come il “capitolo 7” ma potrebbe non essere quello – in cui tutto il realismo della scrittura di Hooker si rivela. A quel punto quel mondo, quel campo immaginario, quei medici, le infermiere, le tende degli alloggi e dell’ospedale, tutto insieme, cominciano ad appartenerti. Quella guerra di cui hai solo sentito parlare diventa anche tua. Ma, la cosa strana è che non è “la guerra” come la intendiamo oggi noi italiani; quello che ti appartiene è la situazione come la vive chi sta in guerra. Ed è un concetto diverso: quello che noi viviamo è il rifiuto dell’offesa, del contrasto armato, della rivalsa, delle spese. Qui non ci sono pallottole, la prima linea nemmeno la vediamo. Qui noi vediamo persone, i segaossa al lavoro, le “pinte” di sangue e vediamo l’effetto su uomini che non hanno visto la prima linea ma ne vedono i risultati. Non si pongono il problema se sia giusto o no. Loro hanno risposto ad una chiamata della loro patria, sono lì per questo e null’altro. Nessuna politica e nessuna obiezione. Solo uomini e la fatica di contrastare gli effetti. E’ un punto di vista privilegiato che difficilmente gli autori riescono a riservare ai loro lettori come succede in questo caso.

E’ una lettura che si fa con leggerezza all’inizio e che poi, per le motivazioni elencate, si fa fatica a lasciare. Ne sono rimasta stupita pure io in prima persona. Ma è una lettura che consiglio veramente a tutti. Un po’ per sfatare il mito che io avevo che MASH fosse stato portato in TV solo per ridere e poi per darsi la possibilità di provare qualcosa di diverso e a questo punto, decisamente di qualità.
Non ve ne pentirete,
Simona Scravaglieri 


M*A*S*H*
Richard Hooker
Edizioni SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€



A post shared by Simona Scravaglieri (@leggendolibri) on Apr 17, 2017 at 12:23am PDT

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"Tredici", Jay Asher – Si poteva far di meglio…


Fonte: BadTV

Avrei voluto parlavi di Ira Levin, ma avendo pubblicato il [Dal libro che sto leggendo] l’altro giorno soprassediamo. Quindi visto che ho appena finito di vedere “13”, la serie TV di Netflix, e avendo già letto il libro, oggi parliamo di suicidio. Oddio, non sarà una cosa noiosa, perché tra libro e serie qualche svarione c’è e c’è anche qualche cosa buona. Ma gli svarioni sono un pochino di più. Mi è piaciuto? Mi piace l’idea di quello che è un libro che alla fine è stato destinato ai giovani -ne parliamo più avanti- e mi piace l’idea della costruzione della trama. Mi è piaciuta meno la serie, in cui i concetti, con la scusa dell’attualizzazione probabilmente, che non regge molto cambia il concetto di base e lo trasforma in un altro concetto meno universale del precedente concentrandosi solo su alcuni punti e non sul quadro generale. Diciamo che se, come succede di solito, al successo inaspettato di un libro, anche dopo tanti anni, e di una serie TV ne seguiranno altri -libri e serieTV- fatti “a stampo”, ovvero leggere variazioni del libro stesso, forse potrei non giustificare più tutto l’insieme che secondo me in alcuni punti traballa non poco. 

Mattina di un giorno qualunque. Un ragazzo rientra da scuola; si chiama Clay e, solitamente, non è propriamente un compagnone, anzi, preferisce starsene per conto suo. Mentre entra in casa si accorge che in veranda c’è un pacco indirizzato a lui; lo tira su ed entra in casa e, quando lo apre, trova una scatola da scarpe in cui sono inserite 13 cassette. Clay prende la scatola e si dirige in garage dove sa esserci uno stereo che le legge e inserisce la prima, preme play e dopo un attimo il sangue gli si gela. La voce che dice “Ciao, sono Hannah…” è quella di una sua compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. La prima parte è tutta di istruzioni veloci e semplici: le cassette mappano i 13 motivi attraverso i quali lei è arrivata a decidere di togliersi la vita e parlano di tredici persone che sono coinvolte. Ogni persona che riceve il pacco deve ascoltare tutte le cassette ricomporre il pacco e rispedirlo a quello che compare dopo la storia che lo riguarda. Se la procedura non sarà seguita c’è una copia delle cassette che varrà diffusa pubblicamente. E Hannah comincia a raccontare.  La storia comincia qualche tempo addietro quando Hannah arriva in città da fuori con i genitori. Loro vogliono farsi un negozio loro (che non è specificato di che tipo) e Hannah si ritroverà ad doversi inserire in una scuola del tutto nuova. Poi la festa per salutare l’unica amica che sta per partire e quel ragazzo Justin e tutto è partito da lui…

La storia non era nata inizialmente come uno YA, ma come un thriller. Jay cercava un’idea, un tipo di storia diversa dall’usuale e un giorno, per sua stessa ammissione, si è presentata così e lui non ha fatto altro che seguire l’ispirazione del momento. E questo si vede da alcune caratteristiche che, secondo me, dicono che quando l’immagine che segui è tanto particolareggiata o non ti accorgi delle cose che sono un po’ deboli oppure scrivendo tutto di getto è difficile dopo cambiare l’assetto di queste debolezze all’interno del testo. Questo perché qui ogni storia è correlata all’altra e introduce l’altra come una sorte di catena e cambiare o togliere qualcosa rischia di minare l’insieme. E la prima parte dall’azione di Hannah: Lei si toglie la vita ma fa in modo che la colpa della sua scelta non sia la sua ma delle persone riportate nella cassetta. Una vendetta che le toglie l’aura di vittima e che smorza i toni del suo gesto. Hannah accusa i suoi “carnefici” vendicandosi diventando lei stessa una carnefice. Punisce i gesti e gli atteggiamenti ma lo fa caricandoli di significati decisamente più pesanti di molti di quelli che qui sono riportati.

In questo libro si parla di solitudine, di difficoltà comunicativa, suicidio, in parte del bullismo ma in generale di superficialità da un lato e dall’altro della barricata. Quella di Hannah è una generazione senza punti di riferimento, che va avanti alla giornata e che conta sull’appartenenza al gruppo per sentirsi definita e questo è decisamente plausibile sia per gli adulti e a maggior ragione in ragazzi che attraversano quel complicato periodo che è l’adolescenza. Ma l’appartenenza è un qualcosa “dovuto” e non meritato. Le immagini che scorrono nel libro, dire la serie sarebbe stato facilmente giustificabile, sono quelle di una ragazza che vede sfumare delle amicizie ma che non fa poi molto per capire. Che subisce i classici scherzi da scuola come le liste del più bello/più brutta, che sente la gente che ride dietro a lei e via dicendo. Diventa il motivo per isolarsi sempre di più e non reagire sin dall’inizio. Hannah non vede chi ha accanto e che le vuole bene, seleziona le immagini che le servono a darsi il quadro peggiore che ci sia e sceglie di farla finita. Mettiamoci anche l’ultimo carico: Hannah non è una ragazzina qualunque occhialuta, bruttarella magari anche un po’ tanto in carne. Qui parliamo di una bella ragazzina che, nemmeno arrivata, già si fa notare dal gruppo dei “fighi” e che quindi è a quel mondo che vuole appartenere. Se fosse stata in giornata e avesse sfruttato, che so, la lista come le altre a suo favore avrebbe fatto parte del gruppo, si sarebbe lo stesso sentita sola? O suicidata?

Le motivazioni. Temi pesanti ce ne sono, lo stupro, il gruppo che punisce, la violenza, l’impossibilità a spiegare come ci si sente. Ma il problema è che non sono 13, sono molti di meno, a memoria forse 6. Gli altri sono fatti che Hannah spiega essere il collegamento fra i primi e gli ultimi. Così i carnefici non lo sono tutti per responsabilità evidenti. È un po’ come processare e condannare chi ha ucciso, la madre che lo ha partorito, e quello che è passato velocemente in macchina davanti alla casa dell’omicidio perché anche se le finestre erano chiuse, lo doveva sapere. E questo fa perdere un po’ di smalto a tutto l’impianto. E infine c’è Clay. Nella serie TV sembra completamente fuori di testa tanto che ci mette una sacco di tempo ad ascoltare le cassette, continua a lamentarsi, ad accusare, a scusarsi. Non fa alcuna analisi di quello che dice Hannah a lui interessa trovare il colpevole per sapere “chi è stato”. E anche questo secondo me è segno di superficialità. Non si ferma, l’ascolto è a scatti e si perde il senso dell’immagine che Hannah cerca di ricreare, con il risultato che i carnefici sembrano aver sentito meglio e capito a fondo quello che lui non capisce nemmeno all’ultimo. Nel libro sembra un quarantenne. È la parte di voce adulta che dialoga con la ragazza morta per elencare quante possibilità avrebbe avuto e che invece non ha nemmeno percorso. Nonostante non sia verosimile rende sicuramente il libro più incisivo ed educativo della serie tv. Clay parla, riflette, si arrabbia, ma nel libro in una notte ascolta tutto e si fa un quadro generale della situazione. Non può farla ritornare indietro, ma può finalmente capire perché non gli sia stata data una possibilità di cambiare il quadro d’insieme. È, come dice l’autore a valle del libro, quella voce esterna che riporta ogni eccesso al giusto punto di vista.

In questo, è vero somiglia più ad uno YA, anche se nella tradizione di questa tipologia di libri, la parte educativa non è così edulcorata come qui ed è derivata da comportamenti fattivi che portano a delle conseguenze mentre le considerazioni di Clay non danno sempre soluzioni percorribili e non sono misurabili in termini di effetti a corto raggio agli occhi di qualcuno che ha già deciso di farla finita ma anche da chi legge e vorrebbe per Hannah una via di uscita. Questo perché l’intento iniziale era il thriller e non il messaggio di salvezza. 
La scrittura: il testo è costruito invece come uno YA. Capitoli brevi, che intervallano situazioni passate descritte dalla ragazza con quelle presenti. È sicuramente attuale proprio per questo motivo perché in questo momento libri del genere vanno per la maggiore. È appetibile anche perché l’elenco dei temi è ben contestualizzato, e gli aduli in questo impianto entrano quel poco che serve a far funzionare la storia in generale. Linguaggio scorrevole, i momenti cardine, sono spiegati tutti tranne uno, quello dello stupro che nella serie invece è stato descritto minuziosamente. Dichiara due intenti diversi: il libro si incentra su quello che vive la ragazza che ubriaca assiste da un punto di osservazione non ottimale una scena che deve elaborare e capire. Per contro nella serie Hannah è una scusa per raccontare il lato oscuro delle scuole e dei rapporti fra studenti e quindi il punto è raccontare quello che subisce una vittima che non è la nostra protagonista. E in questo intento le cassette di Hannah diventano altro, sono il giudizio di un adulto che condanna tutto un mondo.

Ora, il libro non è il massimo, proprio per questo suo essere nato per altri motivi e poi riportato in un binario diverso. Ed è un libro che, proprio per questo motivo, non può essere considerato uno spunto per parlarne ma che deve essere letto con un adulto proprio perché manchevole di tutta una serie di informazioni atte a spiegare e a far capire ai ragazzi quello che qui è accennato o vagamente ventilato. La serie invece no, è bocciata. Non direi che è la trasposizione televisiva del libro, ma che è “liberamente tratta dall’idea di questo libro”. La solitudine c’è anche senza la superficialità del mondo, ma in questo caso l’intenzione non è quella di narrare la storia di Hannah ma di parlare altro: bullismo, nonnismo, violenza stupro etc. Evidenzia le mancanze dell’impianto della scuola, ma non si fa carico di spiegare o comunque condannare i comportamenti familiari che sono le, chiamiamole, giustificazioni di ogni personaggio: Justin è così perché, Alex per quest’altro motivo, Jess ha quest’altro problema. Quindi raccontare tutto questo insiste sui giovani, quella è la leva. E per questo, anche se l’intento di base è lodevole, lo svolgimento è totalmente mancante anche perché è lo sceneggiatore stesso ad inserire a forza tutte queste spiegazioni in più che nel libro non servivano. Quindi il merge di due esigenze diverse diventa un’accozzaglia di temi che richiedono più di una spiegazione per episodio e capisco perché molti hanno chiesto a gran voce di vietare la serie ai minori di 14 anni.   

Dopo tutta questa serietà un appunto personale, come se non ne avessi fatti, ma in questo caso leggero lo voglio proprio fare: Jay, tu che sei l’autore del libro e che hai solo 3 anni in meno di me, ma tu le hai mai usate le audiocassette? No dimmelo, perché davvero c’è una cosa che mi ha urtato praticamente per mezzo libro e anche per buona parte della serie. Hannah infatti dice ai suoi ascoltatori “Ascoltate tutte le cassette, riavvolgetele, e poi speditele a quello della lista che viene dopo di voi”. Ora, il libro è uscito nel 2007, e va bene le audiocassette erano già cose da “tempi del Commodore 64”, ma sono 7 e le ha registrate lei su due lati tranne l’ultima. Ora le domande che sorgono sono due: ma da dove viene tutta questa preoccupazione sul “riavvolgere” la cassette? Altrimenti quello della lista che viene dopo s’offende? E poi ti svelo un segreto che forse non ricordi: se registri o senti la cassetta dal lato A e poi la giri ascoltando il lato B, la cassetta, quando hai finito si è già riavvolta! Lo so, sono una rompiscatole ma non ci posso far nulla se me lo ripetono in continuazione! 

Libro da leggere? Sì perché no, è un modo come un altro per parlare di cose serie e anche se la decisione di Hannah non è così chiara, è un modo per iniziare a parlarne. Certo il tutto deve essere fatto con le dovute precauzioni. È un libro che va commentato anche parlandone con altri, proprio perché capire cosa puoi fare quando la vita ti toglie il respiro e ti senti soffocare è una cosa importante. La serie potete guardarla perchè come sempre avviene ne parleranno tutti e quindi se volte appartenere al gruppo dovete sapere che succede. Ma, se ancora potete, concedetevi il lusso di leggere prima il libro per carpire le profonde differenze nelle intenzioni. Un’ultima raccomandazione: nell’extra ad un certo punto viene passato questo messaggio: “resistete se state così male perché passata quella storia il tutto migliora”. Vi svelo un segreto: non migliora, ma voi diverrete sicuramente più forti e adulti tanto da capire quale peso dare a certe situazioni e a certi personaggi. A me è successo così.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana “Chrysalide”
Prezzo 17,00€

Fonte: LettureSconclusionate

"I falsificatori", Antoine Bello – La fascinazione della falsificazione…

Antoine Bello
Fonte: Melty

Dire che è bello questo libro è poco in questo caso ma anche le cose belle hanno qualche difetto anche se, la mancanza, si trasforma comunque in un’opportunità. Il problema non è solo che Antoine abbia fatto un po’ il furbo terminando il libro con un bel “continua…”. Però capisco che non è stato trascurato nulla. 
Ho trovato questo libro nell’ultima visita fatta al mercatino e l’ho preso dopo aver letto le prime righe della sinossi nel risvolto di copertina: “Questa è la storia di un’organizzazione segreta internazionale, il “Consorzio per la Falsificazione della Realtà”, che da tempo immemore, senza che nessuno ne abbia mai sospettato l’esistenza, reinventa il reale per fini e moventi ignoti ai suoi stessi membri“. Credo di non essere andata oltre a “senza che nessuno ne abbia sospettato” perché con queste cose vado a nozze; l’idea della falsificazione della realtà mi affascina dalla famosa truffa di cui vi ho parlato nel “Dal libro” relativo a questo libro. 

Perché se è vero che la tecnologia può svelarci ma anche tutelarci, l’informazione, specie quella che riguarda gli eventi passati, viene continuamente modificata ma spesso non ci facciamo caso. Il problema è che per le notizie generiche è più facile; viviamo in un mondo dove le informazioni escono in continuazione ed è facile modificare l’accezione con cui percepire qualcosa di cui abbiamo memoria ma che è stata sommersa da milioni di altre informazioni. Ma quanto è complicato invece, modificare o inserire un qualcosa che non c’era e che fa riferimento a periodi già consolidati e studiati, non sempre è così chiaro. In parte il problema risiede nuove scoperte della scienza, tipo il carbonio 14, in parte perché tutto l’impianto deve reggere e recepire cose come: lingua dell’epoca, riferimenti rilevabili, nomi, immagini, tipo di carta, tipo di inchiostro e via dicendo. È stato quindi un attimo nelle mie mani per poi finire fra i libri senza i quali non sarei tornata a casa. Anzi, mentre lo leggevo, sono andata a verificare se in fondo ci fossero note – non ci sono, per chi vuole stare tranquillo- e mi è caduto l’occhio su un bel “Continua…” che mi ha costretto a cercare e comprare anche quello che è la sua prosecuzione: “Gli illuminati”. Ma vediamo di che si parla.

Sliv, giovin laureato in geografia e residente in Islanda, sta cercando lavoro e si imbatte in un annuncio che sembra proprio calzargli a pennello. Decide di portare il proprio curriculum di persona e, per quella che sembra una casualità, trova colui che seleziona le nuove risorse. Tra un colloquio e l’altro viene poi assunto e ottiene il suo primo incarico. Deve andare in Groenlandia e verificare il sito più adatto per ubicare in una cittadina un centro di riciclo rifiuti. Non vi sto a raccontare tutto, ma la storia ha il suo inizio con quello che sembra essere un errore in una relazione da consegnare al cliente. Poi l’errore si ripete e viene ricorretto. Infine, alla consegna dell’originale per l’archiviazione del caso, l’errore sta sempre lì. È “l’errore” che aprirà le porte a Sliv di un mondo che non si aspettava, il CFR , e che non riuscirà mai a conoscere per intero, a meno che non faccia carriera al suo interno.

Questo libro ripercorre la carriera del giovane Sliv che si inserisce in una comunità di falsificatori d’eccezione dove l’effettiva “Falsificazione” sembra avere fini più che chiari: modificare la percezione della realtà per motivare un cambio di rotta su temi e/o atteggiamenti di un mondo distratto fino alla formazione di consensi per salvare idee che sono buone ma hanno bisogno di supporto. Io ve l’ho fatta facile, ma i temi che tratta sono tutt’altro che semplicistici.


Il mondo costruito da Bello è complesso fatto di piani ben distinti fra loro che servono, come fossero in una perfetta catena di montaggio, a raggiungere l’obiettivo finale: la falsificazione. Per arrivare a ciò si serve da un lato di uno scenario, che tenga conto dei luoghi, delle persone, i tempi, le situazioni, le correlazioni con i fatti che hanno interessato il mondo in quello specifico momento. Dall’altro necessita di documentazione, la ricreazione dei personaggi con tutta la documentazione che li riguarda, la modifica di relazioni la spasmodica verifica dei materiali con i quali redigere la documentazione, la concezione di documenti, anche quelli più insignificanti ma che suggellano la verità dell’esistenza di una persona, un’associazione o un gruppo tribale. L’impianto regge decisamente bene, grazie anche alla interessante documentazione a supporto che l’autore porta a giustificazione di questo o quell’evento dai resoconti dei vari personaggi che si intervallano nella formazione del giovane agente.


Così passa in secondo piano una crescita straordinariamente veloce di un giovane all’interno di un’organizzazione così ramificata; Sliv sarà pure un talento naturale ma, ad un certo punto, è in stallo e la storia potrebbe risolversi benissimo lì. Certo, sarebbe stata poco d’impatto, ma l’autore decide di usare una soluzione alla vicenda che, secondo me, agli occhi del CFR, se davvero esistesse, sarebbe stata scartata come una pessima prova di falsificazione. Il punto lodevole dell’impianto ovvero la filosofia che sta alla base di una struttura come il CFR, diventa così centrale, lasciando da parte Sliv stesso che diventa un tramite per conoscere e svelare. Ad un certo punto sembra che proprio lo stesso autore si sia posto alcune domande che lo hanno portato a proseguire la sua storia perseguendo l’idea più che il personaggio. 

Tutto inizia sul finire del novecento e internet non aveva la diffusione che c’è oggi. Se ieri bastava lasciare le carte nella Biblioteca di Francia per creare il Priorato di Sion, oggi il mondo è informatizzato e ogni informazione è l’insieme di tabelle e di correlazioni elettroniche che permettono di risalire esattamente a quell’argomento o a quel fatto tramite la ricerca di algoritmi sempre più perfetti. Quindi la falsificazione dovrebbe avere altri mezzi, che non sono più l’oggetto in sé quanto l’impianto informatico a supporto. E, ironia della sorte, l’oggetto fisico non serve più. Non ci sei in quanto occupi spazio reale. Ci sei in quanto in una delle milioni di banche dati del mondo occupi uno spazio virtuale. Una strisciata della carta di credito, il tracciamento dei minuti di conversazione su un telefono, l’incrocio di bit fra le tue mail e via dicendo certificano non solo che esisti ma anche che mangi, bevi, chi frequenti, quanto lo fai e così via. Non serve che sappiano quanto spendi, ma quanto spesso lo fai. 
Insomma con l’arrivo di internet il modo di pensare anche ad una falsificazione cambia non solo prospettiva ma proprio nei suoi punti fermi. E visto che per arrivare alla falsificazione bisogna partire dalla verità io questo insieme di concetti li trovo davvero affascinanti. E se voi siete come me, questo libro vi piacerà da morire. È scritto in maniera estremamente scorrevole, c’è qualche momento lento, ma sono necessari per capire su cosa si va a lavorare e le fasi per arrivare al risultato sperato. E la descrizione, anzi la creazione della descrizione che si basa su fatti realmente accaduti è così perfetta da risultare piacevole anche quando, in taluni casi e per altri autori avreste potuto sbuffare per mesi.
Servirà anche il secondo libro però per avere un quadro completo, ma il libro comunque è leggibile anche da solo e quindi non rimane in sospeso. È un’uscita del 2009 che mi ero proprio persa e che davvero vale la pena di conoscere!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

I Falsificatori

Antoine Bello

Fazi editore, Ed 2010
traduzione di Lisa Crea
Prezzo 19,50€
Fonte: LettureSconclusionate

"Fine turno", Stephen King – Se lo scenario conquista al diavolo il finale…

Fonte: Manuel Marangoni


Caro lettore che passi di qui, mi corre l’obbligo ricordarti che questa recensione è quella del capitolo finale della Trilogia di Hodges e conterrà sicuramente degli spoiler. Per cui, se non vuoi anticipazioni,  questa recensione non fa per te! Lettore avvisato, mezzo salvato!

Quasi non mi capacito di essere arrivata alla fine della trilogia! Non ci avrei mai messo la mano sul fuoco, almeno alla fine del primo libro. In parte perché “MR. MERCEDES“, il primo appunto, era stata un po’ una delusione, ma poi si era ripreso con “Chi perde paga“. Ora, “Fine turno” in linea generale mi è piaciuto anche se, tra i tre, io continuo a preferire più il secondo. Il problema di King è che ha del geniale ma che, questo suo talento, lo ammazza con questi tempi lunghi, dilatati e, a volte, anche un po’ annoiati. Mi si potrebbe dire che è “maniacale” riguardo i particolari e vi sentireste rispondere: “No, almeno non in questi libri”. 

Il problema è la scelta del particolare da approfondire che non va: hai un assassino, il quale stravede per indurre gli altri a suicidarsi, e dimmi perché, dammi un indizio, spiega la situazione… E invece no: Brady “è affascinato dalla magia di poter indurre qualcuno a suicidarsi” e basta. Che volevate altro? Accontentatevi! Perché leggere la trilogia? Per la precisione della costruzione degli intrecci che reggono anche se si leggono i tre libri in fila. Tempi, persone, dislocazione delle stesse, la crescita dei piccoli, i rapporti fra i grandi sono talmente perfetti che un errore non lo trovi manco se lo cerchi analizzando la trama più e più volte.

Brady che sembrava ridotto a vegetale, dopo il trauma cranico procuratogli da Holly, non è nello stato in cui tutti pensano che sia. In effetti, non si sa per quale motivo, riesce a fare cose che hanno dell’incredibile e, ad un certo punto, è in grado nuovamente di spostarsi, anche se non fisicamente, dal suo letto d’ospedale per poter commettere il colpo del secolo. In fondo vuole portare a casa ciò che ha già iniziato, ma si ritrova con mezzi che mai avrebbe potuto immaginare di avere e sopratutto che sarebbero difficilmente spiegabili ad una persona sana di mente. Nel frattempo ci sono una serie di morti inspiegabili con un’unica marca di consolle portatile dei giochi. Si dice che chiunque l’abbia ne rimanga stregato. E, Hodges sa che c’è qualcosa che non va… e torna ad investigare.
Che succederà? Lo dovete leggere da soli!

Ora il principio è: che seppur assurdo come tema da dimostrare, questo mezzo utilizzato da Brady alla fine diventa credibile, quasi giustificabile. Il problema è che, sebbene al tema del mezzo ad un certo punto sei in grado di dare una certa parvenza di plausibilità, manca tutto quello che c’è stato per arrivare all’utilizzo di quel mezzo. Quindi è un po’ come se King vi stesse dicendo che Brady fino a ieri era in ospedale ma ha imparato a buttarsi dalla finestra per cadere nel cesto di una mongolfiera che lo porta in giro nella città per ammazzare la gente. La prima domanda che ti fai è: ma la mongolfiera lì che ci fa? Chi ce l’ha messa? Possibile che nessuno se ne sia accorto? E come fa a non sfracellarsi Brady? Come ha imparato? E come fa dalla mongolfiera ad ammazzare le persone? Ad alcune di queste domande King risponderà ma a quelle basiche, tipo sul perché la mongolfiera è lì e su come ha imparato Brady a gettarsi, darà un accenno spiegando magari come fa a rientrare.

Questo modo di fare indebolisce l’insieme tanto che ogni tassello aggiunto sul passato, di cui accenna sporadicamente qui e lì, galleggia senza una reale concatenazione con quelli a cui si è accennato in precedenza. Ed è un vero peccato perché invece l’insieme dei tre libri tiene davvero bene. I personaggi che vanno e vengono, mantengono le loro caratteristiche come se i tre libri fossero in realtà uno solo. Quindi anche se si assentano e poi vengono richiamati a casa, anche se sono passati 4 anni, sono come uno si aspetterebbe di trovarli, cresciuti ma coerenti alla costruzione del loro personaggio iniziale. Quelli aggiunti sono altrettanto credibili e accurati. Le loro caratterizzazioni, di tipo del tutto americano, sono corrispondenti, in alcuni casi pure troppo, allo stereotipo del tipo di personaggio che impersonano. Hodges, è sempre se stesso, la polizia brancola sempre un po’ nel buio per lasciargli spazio d’azione e lo fa motivando in maniera plausibile la rinuncia all’indagine.

Il finale stavolta non è allungato anzi decisamente coinciso. Non è credibile fino in fondo solo perché ad un certo punto, quando tutto sembra perduto c’è una comparizione mal giustificata che fa tanto mi-serviva-qualcuno-che-salvasse-capra-e-cavoli, ma dopo tutta questa architettura costruita in maniera eccezionale e originale, sono disposta anche a perdonare questo a King.
Rimane il fatto che, guardando alla trilogia completa sono contenta di averla letta. Alla fine ho visto qualcosa di diverso dalle mie letture legate al genere e soprattutto ho scoperto alcune caratteristiche di King che non mi dispiacciono, tra cui la più importante è quella capacità di creare scenari e situazioni originali. 
Vediamo che succederà con i due libri che ho comprato proprio per questa caratteristica: The dome e Cell. Ne riparleremo!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Fine turno
Stephen King
Sperling&Kupfer, ed. 2016
Traduzione di G. Arduino
Collana Pandora S&K
Prezzo 19,90€

Fonte: LettureSconclusionate

"Il celestiale Bibendum", Nicolas De Crécy – La distopia è ora…

“Il celestiale Bibendum”, Nicolas De Crécy Eris Edizioni


Parlare di questo libro si sta rivelando più difficile del previsto. Immagini e storia hanno due vie completamente diverse per essere affrontate e, quindi, oggi chiedo uno sforzo anche a voi per seguire le peregrinazioni del mio pensiero. Perché questo libro è presentato come fosse distopia, ma non è altro che una satira del mondo presente, quasi a dire: “La distopia è ora”. Ce lo suggeriscono le immagini e le rappresentazioni dei personaggi principali e in parte ce lo dicono anche le parole.
Mettiamola così, vista dal punto di vista dell’autore, questo sembra un modo per guardarsi allo specchio: siamo figli di questo mondo, siamo parte di questo mondo e siamo coloro che continuano ad alimentarlo. Se c’è una cosa che di Pasolini ho apprezzato (e vi assicuro che probabilmente è solo quella) è l’uomo, fine indagatore di un presente, quello di allora come quello di oggi, che dovrebbe cambiare e che invece commette gli errori del passato trincerandosi dietro barricate con nomi diversi. L’uomo come quello che ho letto in “Scritti corsari” era proprio così.

In questo libro ci sono tre entità: l’uomo, la macchina, l’odio. E’ un po’ come essere in matrix. L‘uomo è una foca: “un animale caruccio e che fa tenerezza quanto basta per far sorridere gli altri, anche quelli più duri di cuore”. 
La macchina, che non è il robot che si vede nei film, neanche il computer. La macchina è quella descritta da Pasolini a commento delle prime pubblicità dei jeans americani. La macchina è: quel sistema consumistico che, dai tempi in cui Pier Paolo ne parlava, è diventata parte integrante del nostro mondo. Noi siamo il mondo degli eccessi di New York-sur-Loire e quella città, rappresentata come tale ai fini dello scorrere della trama, è una macchina i cui ingranaggi sono gli eccessi: eccesso di produzione, eccesso di pubblicità per creare più necessità e il desiderio dell’impossibile, eccesso di mancanza di etica che ci permetta di capire che creare malattie, sudditanze psicologiche, dolore, per creare nuove esigenze e ampliare il mercato, non può essere la soluzione giusta. Ma questi concetti concreti puramente tecnologici ed economici non possono imbrigliare l’uomo completamente. Io non ho mai finito di leggere “scritti corsari”; li apro ogni tanto e ne leggo un articolo per ricordarmi che, al netto delle convinzioni personali politiche ed etiche, si può guardare alla realtà in modo oggettivo e si deve cercare chi sa fare la medesima cosa, non derogando il cervello al gregge per paura di rimanere solo. Solo così si può pensare di cambiare. 

De Crécy, sa perfettamente che l’uomo per sua natura è “cervello” ma è anche “mente”: il cervello elabora, la mente si fa confondere dai ricordi. Sempre di chimica si tratta ma, nel primo caso è asettica analisi e dall’altro è un qualcosa che correla la singola operazione a sensazioni dovute ai ricordi che elabora e quindi anche ad emozioni. La società che De Crécy crea è cervello, come quello descritto sopra, ma anche mente e la mente, per essere dominata, va educata. Ecco la seconda parte della macchina: formazione, cultura, filosofia e media. Tutto qui. La filosofia crea la riflessione e l’ipotesi della società; la cultura divide il prodotto della filosofia in applicazioni diverse come la comunicazione e i media, la sofisticazione del pensiero singolo attraverso il marketing, la creatività nel proporre qualsiasi cosa in un prodotto che sia desiderabile sia nell’immaginario del singolo che della società stessa. La formazione è quel tramite che permette all’uomo scevro da qualsiasi artificio, la foca di cui sopra quindi,  di entrare nel mondo organizzato e apprendere ed elaborare gli stimoli secondo dei risultati attesi e previsti.  

Ma una macchina che deve viaggiare ha bisogno di essere guidata e, a questo proposito, intervengono i livelli strutturali che ricreano una parvenza di democrazia che non c’è, perché tutti vengono preparati per quello che per loro deve essere naturale scelta personale -di desiderio, voto, aspettative-, attraverso un municipio, ed un governatore. Un governatore che sintetizza questa macchina in una immagine, quella con cui è rappresento: è l’insieme di tanti uomini. Se perde di credibilità si indebolisce, gli uomini lo abbandonano come se avesse uno squarcio che perde sangue. Non è altro che la libera scelta di ognuno di noi di aderire al disegno preconfezionato che ci viene messo davanti fin da piccoli. Ma il Governatore rappresenta anche un’altra faccia di noi: il burattinaio. E’ quell’ente che sa che deve fare perché l’intera macchina funzioni, anche a discapito di ciò che la compone. Perché il bene, se così lo vogliamo definire ma non è mai un bene, preconfezionato in una democrazia è al di sopra del singolo e al servizio di un bene superiore, ovvero la “macchina” detta anche “società”.

E l’odio? Anche l’odio siamo noi. E’ l’unica parte ancestrale dell’uomo che nessun sistema può debellare. L’odio fa parte di noi come anche il bene. Ma l’odio è più facile da perseguire, non richiede sovrastrutture o ragionamenti. E’ cieco, ha un obiettivo, ma non riflette sulle conseguenze o se sia la cosa migliore da fare. E’ solo odio, cieco, con corna e coda e che nella migliore delle tradizioni abbiamo imparato a chiamare “diavolo”. Allo stesso modo, nella tradizione cristiana l’odio è da temere, è satana, brutto e cattivo. La verità è che l’odio è ignorante. L’odio destabilizza la macchina perché non può essere debellato, può essere veicolato ma non costretto e non ci sono fattori che ne garantiscano la stabilità. L’odio è cattivo perché prevede che si metta solo se stessi su entrambi i piatti della bilancia e non ci siano altre alternative. Ma l’odio è anche un’altra cosa è la dichiarazione della solitudine, della frustrazione e dell’incomprensione. Così il Diavolo deve uccidere Diego perché non diventi “Il nobel dell’amore”. Lo deve uccidere perché sarebbe il suo antagonista, perché non ricrei negli altri immagini di un mondo bello attutendo possibili sentimenti d’odio e d’invidia e lo deve fare per evitare che la separazione fra il gruppo della società con il buio dell’odio non si ingigantisca ulteriormente facendolo rimanere ulteriormente isolato e incompreso, forse più, di come lo è ora. E’ per questo che il diavolo di questa storia è circondato da esseri surreali che non potrebbero stare in mezzo agli altri e che non sono in grado di elaborare concetti basici. Non riuscirebbero mai ad integrarsi nella comunità, così come i cani parlanti, che rappresentano la “storia” di un passato di soprusi, ma che, vivendo con quell’eterno rancore e nel rivangare il passato stesso, non riescono ad essere parte di nessuna delle due società. Spuntano un po’ così, senza un’anticipazione e senza che nessuno chieda nulla. Non sono l’odio, perché, nella loro esclusione, non sono isolati o incompresi ma non un gruppo che ha un obiettivo.

Ecco, questo è il libro che ho letto io e del quale sono rimasta stregata. Se Pasolini, nel corso degli ultimi anni della sua vita -quelli degli “Scritti corsari”- era come Orwell – quando, di ritorno dalla guerra di secessione spagnola, deluso perché i poteri che dovevano cambiare il mondo erano identici a quelli che stavano combattendo e lo descriveva in 1984 e ne La fattoria degli animali-, lo è anche De Crécy a suo modo. 
La rappresentazione satirica di questa storia è feroce, se letta in questo modo, e non lascia spazio a soluzioni o spiragli di salvezza, come nella migliore delle tradizioni classiche distopiche. Probabilmente perché la grande metafora della distopia non serve a dirci come cambiare, ma a farci leggere, attraverso una “realtà altra”, i meccanismi che la generano. La storia di Diego che un bel giorno arrivò da chissà dove, su una nave al porto di New York-sur-Loire è tutta qua: quella di una foca, che nemmeno sbarcata rischiava la vita per diventare un simbolo della schiavitù moderna. Un simbolo “innocuo e tenero” che non aveva condiviso e a cui non aveva aderito. Un “simbolo” non aveva altro scopo che creare un diversivo, da una realtà che vede macchina complessa che schiaccia tutto ciò da cui è alimentata e che ha bisogno, come il governatore, di continue iniezioni di nuove leve e di nuove lealtà cieche al potere vigente. 
A raccontarvi le peripezie di Diego ci sarà un faccione di un uomo che ha perso il corpo, dall’aspetto un po’ da clown e un po’ da marshmallow, e che vi farà, con il ghigno del satiro greco, da cicerone in questa storia raccontando come, da quando siamo nati, il mondo che pensiamo di creare ci inscatola e non ci appartiene. Siamo noi ad appartenere a lui.

Libro davvero stupendo e imperdibile.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il celestiale Bibendum
Nicolas De Crécy
Eris Edizioni, ed. 2015
Traduzione di F. Ledvinka
Collana “Kina”
Prezzo 22,00€


Fonte: LettureSconclusionate