"Tutta la luce che non vediamo", Anthony Doerr – Questione di onde…

Fonte:TomSHW



Lunedì sera io ed Elisa, di Odor di gelsomino,  finalmente ci siamo riuscite a vedere in chat -la recensione di Elisa su questo libro la trovate qui: Tutta la luce che non vediamo -per poter parlare di questo libro. È sicuramente piaciuto ad entrambe anche se, abbiamo concordato, forse avrebbe dovuto non terminare la storia completamente. Il problema è che la trama ha una sua fine naturale (di quelle che ti lasciano in sospeso) mentre l’autore è voluto andar oltre quel momento costruendo anche un dopo che rende il tutto un po’ meno “intramontabile” di come era prima. Di sicuro la sensibilità di Elisa che ha capito molto prima di me quel che Friedrich sarebbe stato un personaggio chiave, cosa che io – concentrata a capire la sua voglia di libertà che trovava sfogo nel suo continuo fare birdwatching – non mi aspettavo proprio. È un personaggio in parte incompleto ma sicuramente questo ha un senso, Friedrich è un momento della vita di Werner e come tale rimane anche alla fine nel silenzio forzato del ricordo. Ci è piaciuto veramente tanto questo lavoro di Doerr e se, per Elisa, il punto è che è un bel libro ma un po’ fuori dai canoni dei Pulitzer precedenti mentre per me lo è a pieno titolo il problema è generato, come abbiamo concordato, da questo finale allungato – che non è un allungamento del brodo – ma che testimonia forse che, anche l’autore, non aveva voglia di abbandonare i suoi protagonisti.

Siamo in Germania in una città mineraria. Qui vive Werner con sua sorella, sono orfani e vivono in una casa famiglia con una donna che ama talmente tanto i ragazzi affidatigli che si prende cura non solo della loro salute ma anche della loro istruzione. C’è un momento della sera in cui lei canta e parla con i suoi ragazzi in francese permettendo loro di imparare un’altra lingua.
Siamo in Francia a Parigi, Qui vive Marie-Laure, lei è orfana di madre ed è diventata repentinamente cieca per una malattia congenita. Il padre, dopo un primo momento di sconforto ha deciso che sua figlia non deve essere per forza dipendente dagli altri. È una ragazzina curiosa, ha voglia di imparare e per lui il suo lavoro (creatore di serrature e tuttofare di un museo di Parigi) può rivelarsi un modo per tenerla sempre vigile e attiva. Così per ogni anno, al suo compleanno, Marie-Laure trova un piccolo cubo o parallelepipedo che deve scassinare per riuscire ad avere il premio e che poi andrà a comporre il grande plastico che il padre le sta costruendo per imparare a memoria i percorsi.
Siamo di nuovo in Germania, Werner si scopre un appassionato di radio. Ne trova una e la ripara e una sera mentre gli altri dormono intercetta una frequenza che ha tutta l’aria di venire da molto lontano. C’è un uomo che parla in francese, parla del mondo, del cielo e della scienza, e alla fine della trasmissione mette un pezzo di musica classica. La trasmissione preferita di Werner è quella sulle onde di trasmissione e nel periodo del Reich del Fürer cerca in giro libri che riguardino le trasmissioni radio. Siamo all’incirca tra il 1936-1938, quando Germania e Italia stilano la lista dei libri da bandire, quelli degli ebrei. Tra questi c’è l’unico testo che verrà distrutto da un ufficiale. A Werner non rimangono che poche pagine su cui studiare. Ma l’unica cosa che il libro non gli può dire la sa già: le onde sono amiche perché ti portano la voce del mondo ma per lo stesso motivo possono essere pericolose.
Siamo di nuovo in Francia. Il museo dove lavora il padre di Marie-Laure nasconde una pietra magnifica e dannata. Si dice sia stata sottratta al mare e finché non tornerà a lui la pietra salverà chi la possieda ma ucciderà chi gli è attorno. C’è invasione della Francia e di Parigi. Al padre di Marie-Laure viene affidata una delle sei pietre, solo il direttore sa quale sia la pietra del mare originale e ordina al al suo fidato tuttofare di portare la pietra il più lontano possibile da Parigi. C’è anche un generale tedesco che la sta cercando. È un ex antiquario con poca fortuna che sta recuperando tesori per il Reich, ma quella pietra… la vuole per sé.

Sembra una parte consistente della trama e invece c’è molto molto altro. Ma è il giusto per incuriosirvi. La serenità con la quale è raccontata tutta la vicenda è talmente palpabile che anche le poche situazioni al limite risultano anche gestibili da animi sensibili. Le due storie parallele sono destinate ad incontrarsi ma lo fanno in maniera del tutto inconsueta. Il momento è lo zenit ma anche una sorta di lascito. È il momento magico in cui in una mare di onde che portano messaggi diversi, una in particolare viene intercettata e ha l’opportunità di essere decodificata e ascoltata da u apparecchio radio e di raccontare la sua storia. Ed è in questo modo intermittente, con i disturbi esterni e con il mistero di quelle parole che magari ci sfuggono perché sovrastate dal rumore bianco, che risiede il vero segreto e il fascino della narrazione di Doerr. Dicevamo con Elisa che ci vuole un po’ per abituarsi a questi capitoli un po’ lunghi e un po’ corti che si alternano. Eppure dopo un po’ non ci fai proprio più caso mentre continui a leggere incuriosita da cosa possa ancora succedere a Werner e Marie-Laure.

In un mondo che li costringe ad una povertà indotta dalla guerra e dal razionamento, guerra che non hanno voluto e che non hanno cercato, Werner e Marie-Laure sono fortunati. Hanno la fantasia e la voglia di scoperta e hanno avuto persone che li hanno aiutati a costruire quell’io che gli permette, nonostante tutto quello che li circondi, a continuare a cercare e a scoprire. Non importa se lo fai da un lato o dall’altro della barricata. Nonostante coloro per i quali si lavora, se si continua a mantenere la propria voce dell’innocenza interiore si può e si deve continuare a sperare. Werner, anche se intercetta le trasmissioni della resistenza, rimane sempre fuori dal conflitto. Lui non vede altro che il suo apparato audio-trasmittente. Marie-Laure nonostante sia tra le fila della resistenza, non sente altro che il rumore delle onde della piccola grotta. Sono onde diverse, per lei fisiche per lui intangibili, ma ci sono. Nel momento in cui tangibile e intangibile si toccano e convergono la storia raggiunge il suo naturale apice in cui, nonostante la guerra e la morte, tutto quel che circonda questa storia diviene rumore bianco. È l’attimo perfetto e incorruttibile. Lui. Non c’è altro e proseguire non è consigliabile. Ed è Pulitzer.

Ma non ci si può non affezionare ai due protagonisti e forse anche Doerr non è riuscito a rimanere completamente neutrale. Ha seguito i due ragazzi nei loro spostamenti con lo sguardo vigile del padre premuroso e preoccupato anche se non ha mai interferito con le loro scelte e decisioni. Non ha potuto risparmiare loro nulla, paura, solitudine, buio. Non ha permesso che il suo essere “autore” potesse modificare i loro destini. Ma ad un certo punto non ce l’ha fatta a lasciarle e ha proseguito. Come detto non è una allungamento del brodo, non è una pezza. Ma è uno sguardo di un padre preoccupato e sincero, che cerca di accompagnare i suoi ragazzi verso il loro destino per non lasciarli nuovamente soli. Non stona ma non serve perché nel mare di onde che raccontano questa vicenda questo pezzo sembra non appartenergli. Eppure, nonostante questo, rimane una storia imperdibile e da conoscere per tutta la serenità che ti lascia e anche da rileggere.
Mancano anche a me Marie-Laure e Werner, anche per me, ad un certo punto hanno smesso di essere personaggi e sono divenuti persone reali, ho sentito e sofferto con loro e ancora penso a loro.

È stata una bellissima lettura che sono felice di aver fatto grazie ad Elisa con la quale spero di leggere in futuro altri libri. È un lavoro che vi consiglio caldamente, ma non perché lo dico io, ma perché è veramente molto difficile che non piaccia. È bello punto e basta. In fondo è tutta una questione di onde e di intercettarne quella giusta e, questa, è quella giusta.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Tutta la luce che non vediamo
Anthony Doerr
Rizzoli Editore, ed 2015
Traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani
Collana “La scala”
Prezzo 19,00€


Fonte: LettureSconclusionate

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[Dal libro che sto leggendo] Il lamento di Portnoy


Fonte: zoowithroy



Diciamo che non è n libro da educande ma quest’estate parlandone con delle amiche è nata l’idea di leggerlo insieme in #letturecondivise su Twitter. Tra le partecipanti ci sono @Exlibris2012 , @valeh89 e @comemusica. Se avete il libro e avete twitter non vi serve altro che postare o partecipare con i due HT #Portnoy e #letturecondivise.

Il lamento di Portnoy è un classico della letteratura erotica che solitamente viene propinato, nei suoi passi più calienti, in ogni raccolta di testi appartenenti al genere. E’ anche vero che però è una costante per Roth quella di inserire passi espliciti in tal senso. Mi era già successo con il primo libro suo che mi era capitato sottomano: “Il professore di desiderio”. Questo libro, invece l’ho trovato postato qui e lì, appunto, in raccolte e visto che ne è capitata l’occasione stavolta vorrei leggerlo tutto.

Nelle prima pagine dell’edizione che ho io c’è una introduzione che, dopo averla letta un paio di volte, secondo me è completamente inutile ai fini della lettura. A voi la scelta, qualora leggeste la medesima edizione, di affrontarla o no.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Il personaggio più indimenticabile che abbia mai conosciuto.

Era incastonata così profondamente nella mia coscienza che penso di aver creduto, durante tutto il primo anno di scuola, che ognuna delle insegnanti fosse mia madre sotto altre spoglie. Non appena suonava la campana dell’ultima ora di lezione, mi precipitavo a casa, e mentre correvo, mi domandavo se ce l’avrei fatta, almeno una volta, a raggiungere il nostro appartamento prima che lei fosse riuscita a trasformarsi di nuovo. Ma, invariabilmente, quando alla fine arrivavo, la trovavo sempre in cucina, già affaccendata a prepararmi il latte e i biscotti. Eppure quel prodigio di genialità, anziché indurmi a rinunciare a queste mie allucinazioni o illusioni ottiche che fossero, non faceva che aumentare sempre più il rispetto che provavo per i suoi straordinari poteri. E poi, comunque, era sempre un sollievo non averla colta nel bel mezzo delle sue incarnazioni, anche se non smettevo mai di provare, di tentare; sapevo che mio padre e mia sorella erano del tutto inconsapevoli della reale natura di mia madre, e le gravi conseguenze di un mio eventuale tradimento che, per quanto immaginavo, mi sarebbero cadute addosso se fossi mai riuscito a coglierla in flagrante, erano troppo grandi perché volessi accollarmele all’età di cinque anni. Credo persino di aver temuto che mi avrebbero fatto fuori se l’avessi veduta ritornare da scuola e volare dentro la finestra della camera da letto, o se l’avessi osservata mentre pian piano, una parte del corpo dopo l’altra, emergeva da uno stato d’invisibilità e rientrava nell’abituale grembiule. Naturalmente, quando mi chiedeva di raccontarle tutto ciò che avevo fatto quel giorno all’asilo, io lo facevo scrupolosamente. Non avevo certo la pretesa di capire tutto ciò che la sua ubiquità implicava, ma che si trattasse del desiderio di scoprire che tipo di bambino fossi, come mi comportassi, insomma, quando non c’era lei – questo, dico, era indisputabile. Una delle conseguenze di questa specie di visione, che continuò a esistere (in questa forma particolare) fino alla prima elementare, fu che, vedendo di non avere altra scelta, diventai onesto. Ah, e sveglissimo di cervello, poi! Di mia sorella, più grande di me, giallognola e troppo grassa, mia madre diceva (in presenza di Hannah, naturalmente – anche mia madre si atteneva all’onestà): “Certo che questa bambina non è un genio, ma non possiamo mica pretendere l’impossibile. Poverina, sgobba, si applica al massimo, considerate le sue limitazioni, e quindi quel po’ che riesce a fare è tutto di guadagnato.” Ma di me, l’erede del suo lungo naso egiziano e della sua bocca astuta e in continuo movimento, di me, mia madre diceva, con caratteristico ritegno: “Chi, questo mascalzoncello? Ma lui non ha
nemmeno bisogno di aprire un libro, prende 10 in tutto. È Albert Einstein Secondo lui!” E come reagiva mio padre a tutto questo? Beveva, naturalmente non beveva whisky come un goy qualunque; beveva olio minerale e latte di magnesio; succhiava lassativi; e mangiava speciali fiocchi di riso e di crusca con potere evacuante, mattina e sera; poi mandava giù frutta secca a cartocciate intere. Soffriva – ah, come soffriva! – di stitichezza. L’ubiquità di lei e la stitichezza di lui, mia madre che volava dentro la sua camera da letto entrando dalla finestra, mio padre che leggeva il giornale della sera con una supposta in culo… queste, Dottore, sono le prime impressioni che ricordo dei miei genitori, i loro attributi, i loro segreti.


Questo pezzo è stato tratto da: 

Il lamento di Portnoy
Philip Roth
Leonardo Milano Editore, ed. 1991
Fuori catalogo



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[Dal libro che sto leggendo] Cate, io

Fonte: DonnaModerna


Ci sono libri che adori dal primo rigo e altri che invece odi cordialmente magari fino alla fine. Nella mia casistica c’è una buona parte di libri che hanno ricevuto recensioni entusiaste, da parte mia, ma questo apprezzamento è dato a posteriori perché, per tutta la durata del libro, ho odiato ogni parola in maniera quasi viscerale. E’ la magia della recensione, non fermarsi mai a dire solo “non mi piace!” ma sviscerare tutti i fattori e cercare di capire se è solo una questione di gusto o c’è anche dell’altro.

Ce ne sono altri, come ad esempio il Quebert di cui vi ho parlato venerdì, dove anche una lunga pausa di riflessione non ha sortito alcuna buona novella ma una cassazione convinta. In questo caso il libro è solo un testo a cui non riesco, per ora, ad affezionarmi. Magari fra qualche capitolo lo amerò…per ora non trovo una ragione perché sia stato scritto se non per fotografare un momento, nemmeno poi tanto particolare.

Speriamo migliori, per ora accontentatevi di questo assaggio e se lo trovate un po’ bislacco nella sua esposizione, sappiate che è scritto tutto così, a quanto pare!
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Uno 
Mi chiamo Caterina mentre mio fratello attorciglia elastici alle cose nell’altra camera e mia madre chiama. E’ freddo come di regola ogni mattino, sarebbe da cucirsi il piumone addosso ma me ne sto così, col pigiama solamente. Scendo dal letto, e sono ancora Caterina. Sento le cose là strette tra gli elastici staccarsi, immagino le infinità di nodi sciogliersi e la gioia del lieto fine. In cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata. Sulla tavola è pieno di cose che non mi appartengono, molte sono di mio padre. Ha gli abiti da lavoro con i segni dei pennelli e tutto il resto; Oscar siede già tutto sporco di latte e biscotti intorno alle labbra ha un naso rotondo come un bottone da cappotto, rosso come un pulsante da distruzione del mondo, e mi viene da spingerlo, e mi viene da dire pulisciti, non è un trogolo quello, ma ci rinuncio. Mia mamma scende le scale in vestaglia, impreca contro gli elastici, dice che mangiamo senza di lui che non può proprio lasciare. Mangiamo e siamo noi misura di tutte le cose, mangiamo e sembriamo noi una famiglia normale; le sedie sembrano solo più strette, le posate un po’ piccole e nient’altro. E io sono ancora Caterina, e le cose sono le cose, o lo rimangono appena più che fuori di qui, oppure non ci si pensa, ecco tutto.
Questo pezzo è tratto da:

cate, io
Matteo Cellini
Fazi Editore, Ed 2013
Collana “Le strade”
Prezzo 16,00€

"Mandami tanta vita", Paolo Di Paolo – Saper ascoltare e vedere i silenzi…

Fonte: Taccuino di Casabella

Questa foto fa riferimento ad un periodo che, probabilmente, è la fine dell’ottocento ma racchiude, per me, il sapore della Torino come l’ho sempre vissuta io quando ci sono stata. Se infatti togliamo i militari, c’è praticamente quasi tutto: la profondità e prospettiva delle strade, gli immancabili portici, i bar dove il caffè e l’aperitivo sono un’arte, gli avventori sempre compunti che sembrano dover partecipare ad una cerimonia e quel senso di melanconia anche quando si è in un luogo affollato. Mentre leggevo il libro di cui vi parlo oggi, percorrevo questi portici quasi senza il suono dei veicoli, sentendo i miei passi e i discorsi sommessi dei clienti dei bar. Ho guardato le vetrine piene, ma sempre ordinatissime, di prodotti racchiusi nelle scatole di latta, come s’usava una volta, con stampe di immagini di donne felici, disegnate a colori sgargianti. Ho intravisto anche un piccolo negozio di alimentari dove due anziani signori sentivano il peso di una perdita troppo grande per dei genitori: quella del figlio. 

Più tardi mi sono seduta fra i banchi di una sonnacchiosa aula universitaria alla facoltà di Lettere dove, al tono lamentoso di un professore universitario che commentava Dante si contrapponeva un gruppetto di ragazzi che discuteva animatamente di non so quale dilemma politico disturbando, non solo me, ma anche tutti coloro che dovevano seguire quel corso. E’ caduto un libro. S’è fatto silenzio. Il mio vicino di banco, Moraldo, insieme agli altri si è voltato verso il punto da dove veniva il rumore. Il professore ha chiesto il silenzio o di abbandonare l’aula a chi non era interessato ricevendo, in risposta, una dichiarazione da parte di uno dei ragazzi che disturbavano che, mentre si chinava a raccogliere il libro caduto, lo accusava di annoiare a morte il suo uditorio. E mentre io ammiravo tale coraggio gli occhi di Moraldo dichiaravano tutta la propia antipatia e poca sopportazione verso l’ardire fuori luogo del facinoroso giovane. Ma in fondo a tutto quel disprezzo c’era una scintilla, una luce che dichiarava altro.

Ho mescolato un po’ le carte, la lezione di letteratura è proprio all’inizio del libro come ve l’ho riportata nel [Dal libro che sto leggendo], ma ho effettivamente vissuto quasi come un fantasma, che segue i protagonisti di questo romanzo, leggendo queste pagine. Come detto nello stesso post, l’autore qui si presenta sotto una luce diversa e perfettamente attinente allo spirito torinese che non è mai ostentato ma, se si riesce ad ascoltare i silenzi, può raccontare un sacco di storie. Silenzi, riflessioni, sguardi indagatori e altri completamente liberi da ogni pensiero, domande e dubbi riempiono queste pagine rese interessanti dal continuo contrapporsi delle due figure principali quella di Moraldo e quella di Piero Gobetti. Entrambi hanno delle cose in comune: sono giovani, studiano, vivono in una Torino nel periodo del regime fascista, vengono da due famiglie non abbienti (il primo dalla provincia ed è figlio di un negoziante di scarpe e il secondo figlio di genitori commercianti nel campo alimentare) e infine vogliono fare la differenza, perché in fondo sono i primi della famiglia ad andare all’Università.
Dall’altro lato, invece, la contrapposizione è visiva e invisibile al tempo stesso; esteriormente Gobetti è un pavido che sfida la vita di petto, si sposa giovane e diventa anche padre, sfida il duce in persona dalle pagine dei giornali, tiene lezioni ai compagni e fonda riviste e una casa editrice e Moraldo si presenta come il suo opposto. Timido e sempre indeciso, con un solo amico a Torino dove risiede, su imposizione dei genitori, presso una coppia attempata e molto fuori dai “giri”. Non ha ancora trovato quella strada per uscire allo scoperto, la sua Strada, quella importante. Eppure dentro di loro pulsa questa voglia di fare cose grandi, ma a Piero in fondo spaventano, perché mettono in pericolo i suoi cari e soprattutto perché il tempo è sempre troppo poco. Moraldo invece arde dalla voglia di varcare quel confine “sicuro” attraverso il quale si muove, non vuole fare il percorso normale dei suoi coetanei, vuole concorrere da subito alla creazione del suo mondo, deve solo fare uno sforzo in più.

Vi aspetterete che io vi dica la solita storia “descrive un’evoluzione” ma, invece, qui non c’è, anzi c’è ma non è affrontata, perché non ne è il tema principale. Il focus qui è incentrato sulle pulsioni giovanili di due ragazzi che si muovono in un mondo fermo e in attesa degli eventi che verranno. Non sono pulsioni sessuali ma mentali, sono pari ai movimenti delle cavie nelle gabbie. Che la gabbia sia costruita dalla politica, come avviene per Gobetti, o dalla “convenzione”, per Moraldo, il punto non è per forza vederci un’evoluzione ma osservare come ogni cavia si muove nel suo ambito ristretto. E quella che potrebbe sembrare un’azione statica diventa invece ritmata perché l’autore inserisce il “caso” – dove la storia si potrebbe fermare in un punto morto, perché i protagonisti non hanno occasione di incontrarsi o scontrarsi – che si presenta come un “deus ex machina” a dare nuova spinta alla trama.
Tanti dialoghi interiori ci fanno entrare negli animi dei due giovani e ci restituiscono un quadro chiaro del periodo suggerendoci altresì che, cambiano le epoche ma gli istinti giovanili non cambiano mai. Siamo sempre tutti uguali nell’epoca tecnologica come prima, quando la tecnologia era la lampada a gas da accendere con il cerino. 

Per costruire una storia così, che si regge in piedi da sola, costeggiando la storia e la vita di uno degli esponenti più temuti dal regime nascente mussoliniano e la geografia di due città, Parigi e Torino degli inizi del Ventennio, non servono toni urlati o la voce alta. Basta un tono sussurrato adatto sia ai dialoghi interiori, che ci presentano ciò che vedono, e anche allo stile di una città, come Torino, operosa e discreta ma con dietro un mondo di vite e di storie attaccate alla loro città di appartenenza come foto in bianco e nero un po’ sbiadite ma sempre affascinanti. 
Oserei dire affascinanti come questo romanzo. 
Un libro che rimane nella cinquina del Premio Strega di quest’anno ma che, forse, viste le precedenti premiazioni, è troppo bello per vincere.
Buone letture, 
Simona Scravaglieri


Mandami tanta vita 
Paolo Di Paolo 
Feltrinelli Editore, ed 2013 
Collana “Narratori Feltrinelli” 
Prezzo 13,00€

Fonte: LettureSconclusionate

[Dal libro che sto leggendo] Dono dunque siamo

Fonte: LeiWeb


Questa settimana insieme ad Elena Tamborrino (@Exlibris_2012) abbiamo letto in #LettureConivise “Dono dunque siamo”, raccolta di saggi di UTET Libri recentemente uscito in versione Ebook. Il tema che unisce e permette di sviluppare i concetti di ogni lavoro qui raccolto è “il dono” e devo ammettere che tranne un solo intervento sul quale sono ancora in dubbio, tutto il progetto mi è piaciuto molto.

Il “dono” è un gesto, un’azione, può significare solidarietà o anche solo sopraffazione, ci fa gioire o ci rende dipendenti, è utile a chi lo riceve ma può anche essere funzionale a chi lo fa. Insomma per voi cos’è il dono? Per i luminari interrogati in questa raccolta è tutto quel che vi ho detto e molto di più. Il problema ricorrente è distinguere il “dono” dal “regalo” e dalla solidarietà. Il concetto del dono è funzionale all’esigenza di chi ne ha bisogno, ma il contraccambio non è detto che debba essere restituito a chi ha iniziato la catena. Il dono si deve propagare, rendendo la nostra vita migliore e la società degna di essere vissuta.

Per una che, come me, nemmeno un mese fa scriveva di aver ricevuto un “dono”, si può dire che questo libro è arrivato al momento giusto e mi ha fatto comprendere in maniera più approfondita che cosa guardare quando se ne riceve uno.
C’è un tweetbook, Elena è molto meno sconclusionata di me che ancora devo finire di montare lo storify delle letture condivise della scorsa volta di “Mandami tanta vita” e lo trovate qui:

Nel corso della lettura mi sono imbattuta in questo sfiziosissimo capitolo del saggio di Barezzaghi che vi riporto perché possiate goderne anche voi, invitandovi a dare un’occhiata al lavoro che, sono certa, vi piacerà.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 



3. I consigli di Walter Benjamin: il dono ostile 

Qual è la Regola del Regalo? A cercarla non sono soltanto le esperte e gli esperti di bon ton, anche se ci è andata vicina Donna Letizia quando ha scritto: «Chi fa un regalo non deve tener conto delle proprie preferenze ma di quelle della persona a cui il dono è destinato». E se, per esempio, bisogna fare un regalo a uno snob?

A darci i consigli giusti qui non è Donna Letizia, non è Elena Canino, non è Lina Sotis, ma addirittura il filosofo Walter Benjamin, nell’inedita veste di consulente mondano.

Fare un regalo a uno snob significa impegnarsi in una partita a poker. L’anima dello snobismo è infatti il bluff. E come nel poker anche qui non è facile distinguere se il bluff venga dall’audacia o dalla paura. In ogni caso non si potrebbe commettere errore più grande che mettersi sulla difensiva e domandarsi timidamente: Cosa avrà da obiettare a un necéssaire da viaggio? Cosa dirà di questo modello di pigiama? Che faccia farà a un cointreau? Gli snob vanno provocati. Quanto più grande è il disprezzo col quale usano ispezionare i doni natalizi, tanto più superfluo dovrà essere il dono prescelto. Non gli si risparmi alcuna ambiguità. I libri dovranno essere incartati, il prezzo sottolineato a matita. Ancora più importante del libro scelto – e nel fare regali agli snob non si può essere più aggressivi, più scaltri che coi libri – è il gesto col quale restituiremo come una palla da tennis la compita ispezione del suo sguardo. Davanti a uno smilzo volumetto intitolato Lettere di adolescenti lo snob resterà perplesso. E allora si potrà dirgli: «All’autrice non ha procurato né fama né denaro, non è stato il prologo di un secondo libro». Si eviterà di mettere a disposizione dello snob gli spunti che potrebbero agevolare la sua missione asociale. In generale regalate quello che volete. Le cose più insolite, le più ingiallite potranno renderlo abbastanza indifeso. Bisogna solo guardarsi da una cosa. Il vero snob, ben esercitato, nulla vi perdonerà di meno dell’attenzione per la sua sfera di interessi. […]
Donare è un’arte pacifica. Ma nei confronti dello snob va trattata in maniera marziale.

Walter Benjamin, Cosa regalare a uno snob?

Dono dunque siamo. Otto buone ragioni per credere in una società più solidale.
M. Aime, S. Bartezzaghi, Z. Bauman,
L. Boella, S. Natoli, M. Niola, S. Zamagni, L. Zoja
Utet Edizioni, Ed. 2013
Collana “Dialoghi sull’uomo”
Prezzo Libro/Ebook 12,00€
– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] Mandami tanta vita

Fonte: Andrea Riscassi



Se dovessi raccontarvi quel che è l’immagine che mi sono fatta di Paolo Di Paolo la parola migliore per descriverla è: contraddittoria. Non che lui lo sia in maniera evidente, ma è solo che lo leggo e lo vedo in contesti così differenti fra loro che difficilmente lo riconosco da un evento all’altro. Di Paolo è colui che organizza e presenta le Lezioni di Storia per l’Auditorium di Roma, e in quelle occasioni è competente, accattivante, con una “presenza” competente quanto l’illustre professore che ospita. Insomma una tigre del palcoscenico. Poi l’ho visto ad una presentazione del libro di Elvio Calderoni e, in questo caso, la competenza era accompagnata da una puntigliosa analisi passo per passo del testo che andava presentando insieme all’autore al suo uditorio. E in quel caso come anche leggendolo sull’Orlando esplorazioni, la rivista che dirige per Giulio Perrone Editore, ha un cipiglio da letterato di altri tempi che a volte ti stimola a dissentire (ho un pezzo pronto da tempo in risposta al primo numero della rivista che prima o poi posterò). Poi arriva con questo libro e nuovamente ci si presenta un nuovo Paolo di Paolo in versione “gentile”, con quei toni che ben si adattano al periodo e anche alla città.


E’ interessante scoprire il Gobetti raccontato da questo autore, che cogliendo i punti salienti della sua vita riesce a incastrare reale e invenzione in una maniera così vera da sembrare realmente accaduto. Le immagini di Torino dell’epoca della presa di potere fascista dopo l’omicidio Matteotti, la censura del Duce e il continuo inviare le guardie a bloccare il lavoro della Pietro Gobetti Editore, l’ansia di un giovane troppo grande per la sua età che vive l’ansia di fare e di creare una nuova cultura di autocoscienza della propria situazione e di rivolta verso la dittatura che avanza.

Leggere un libro del genere, non aiuta la mia curiosità sul periodo perché è una storia romanzata dove il fulcro è rivolto al confronto di ciò che è Gobetti e il suo contrario ovvero Moraldo che, invece, vive una vita grigia e sente che qualcosa potrebbe cambiare ma non sa cosa. Consiglio però di leggere queste pagine per la “gentilezza”, con la quale sono scritte, che si traduce in immagini vivide senza il bisogno di sotterfugi letterari, tanto abusati oggi tanto per fare “qualcosa di diverso”. Si legge in un soffio e si abbandona con difficoltà. Non ve ne pentirete!

Questo è un libro che ho letto in #letturecondivise con @ExLibris_2012 del blog “Appunti di una lettrice disordinata“. Vi posterò i pezzi che ci sono piaciuti di più al più presto!

Buone letture,
Simona Scravaglieri
Fidarsi della prima impressione può portare fuori strada. Comunque, per lui, era stata antipatia. Istintiva, quasi feroce. Si era voltato, come tutti i presenti, per il chiacchiericcio insistente in fondo all’aula. La lezione su Dante durava già da un’ora, la noia lievitava insieme ai versi. L’impettito professore, con gli occhi fissi sul libro – la sagoma di un’upupa, la testa stretta e un pennacchio di capelli bianchi- commentava ostinato a voce bassa. gareggiando in monotonia con lo scroscio della pioggia. Poi dev’essere caduto un libro a terra: il rumore ha spezzato di colpo la voce e una terzina incomprensibile del Purgatorio. Allora l’upupa ha finalmente alzato gli occhi piccoli come spilli, e li ha visti. 
Un gruppo di tre o quattro seduti alle ultime file – discutevano per fatti loro già da parecchio – aveva cominciato a sghignazzare. Prego loro signori, ha scandito l’upupa ruotando il collo a scatti, verso destra e poi verso sinistra, se non fossero interessati alla lezione, di volere abbandonare l’aula. A questo punto il più smilzo – svettava per altezza, con una nuvola di ricci chiari sulla testa – si è alzato di colpo, ha raccolto il libro che poco prima aveva fatto cadere e l’ha infilato in una tasca già sformata della giacca. Al collo portava una cravattina a nodo fisso e i polsini di celluloide, sul naso un paio di occhiali tondi che in quella luce grigia brillavano. Sulle labbra, un sorriso malizioso, quasi di scherno.
Illustre professore, ha spiegato, in verità si tratta di un’azione di protesta  contro la sua persona, oltre ch del tentativo di svegliare dal sonno la sua platea. Molti hanno nascosto le risate portandosi la mano alla bocca. E’ passato un interminabile minuto di silenzio. Il professore guardava fisso davanti a sé, come raggelato. Ha aperto la bocca senza che ne uscisse alcun suono. Poi le prime parole sono state Quasi smarrito. Cominciava con questa ammissione la sua replica di protesta?
Nell’aula persisteva il silenzio assoluto, a cui perfino la pioggia pareva essersi arresa. Quasi smarrito, ha ripetuto l’upupa, ma non era altro che il seguito della terzina dantesca interrotta Quasi smarrito, e riguardar le gentil/ che ‘n Sennaàr con lui superbi fuoro. Superbi, aveva detto? Una semplice coincidenza. ll terzina successiva il gruppo dei provocatori aveva lasciato l’aula.
Moraldo era rimasto impressionato. La faccia di quel giovane l’aveva indispettito e riempito- lo avrebbe ammesso a fatica, storcendo la bocca- di curiosità. Quel tizio era antipatico, sì, inutile girarci intorno. Sicuro di sé, sprezzante: un ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, nervoso nei movimenti, il pomo d’Adamo sporgente. Avrebbe poi scoperto che lui e il suo piccolo clan venivano dalla facoltà di Legge  e che ogni tanto passavano da Lettere come uditori. Lui, il capo, aveva appena fondato una rivistina seriosa: ne aveva lasciata qualche copia sparsa sugli ultimi banchi. Si dava un gran da fare  tra conferenze, libri, discorsi di politica. C’era chi li chiamava, lui e i suoi amici, l’Accademia dei Partiti.

Questo pezzo è tratto da:

Mandami tanta vita
Paolo Di Paolo
Feltrinelli Editore, ed 2013
Collana “Narratori Feltrinelli”
Prezzo 13,00€

Cosa succede in città questa settimana…

Fonte: Valentina Paoli
Mi segnalano spesso eventi e appuntamenti e io di solito li giro sulla mia pagina perché chi mi legga possa averne notizia. Non so quanto riuscirò ad essere puntale con questo appuntamento ma proverò comunque a portarlo avanti periodicamente. Quindi partiamo e dove ci sono vi inserisco anche i link per visualizzare i riferimenti:

Eventi in rete:

10.6.2013 Parte #scritturecorsare #corsari é il nuovo progetto di riscrittura collettiva della Fondazione Cesare Pavese Il testo scelto è Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini che raccoglie gli articoli scritti per il Corriere della sera dal 1973 al 1975. E’ stato comunicato al Salone del Libro di Torino. Per informazioni: Twitteratura



11.6.2013 Parte #letturecondivise #donodunquesiamo , a questo ci tengo particolarmente perchè è un piccolo miniprogetto nato in collaborazione con una cara amica Elena Tamborrino alias @Exlibris_2012 proprietaria del blog  Exlibris. Appunti di una lettrice disordinata. In sostanza si legge insieme un libro, in questo caso è Dono dunque siamo. Otto buone ragioni per credere in società più equa, AA.VV (appena uscito in formato ebook a 7,59€ ). Si parte tutti insieme su twitter utilizzando i due hastag e si postano le parti che più ci piacciono o con cui non siamo d’accordo e se ne discute. Non ci sono obblighi di tempo, ognuno posta quando può e l’hastag del titolo rimane utilizzato finché l’ultimo lettore non conclude la lettura.




Eventi in città:

11.06.2013 Mestre. Ferdinando Imposimato incontra i lettori presso la Libreria del centro di Mestre alle ore 16.00 per la presentazione del suo libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia” (Ferdinando Imposimato, ed 2013, Newton Compton Editore prezzo 7,90€ sia il libro che l’ebook) la descrizione dell’evento la trovate qui : Libreria del centro di Mestre 


12.06.2012 Roma. Ore 21.00 Jennifer Egan, premio Pulitzer e pubblicata in Italia da Minimum Fax è al Festival Internazionale della Basilica di Massenzio. Le informazioni su come poter prendere parte all’evento si trovano sul sito della casa editrice qui: Minimum Fax


12.03.2013 Roma Ore 19.30 Libreria Minimum Fax. Questo è un audiolibro edito da Emons Audiolibri e letto da Marco Baliani. La descrizione dell’evento cita:
Il richiamo della foresta” di Jack London nella traduzione d’autore di Celati. Legge: Marco Baliani Dopo aver già letto “In viaggio con Erodoto di Kapuscinski” e “Il Giardino dei Finzi-Contini” di Bassani, Marco Baliani, uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione, presta la sua interpretazione a un grande classico della letteratura per ragazzi, irrinunciabile per ogni adulto: Il richiamo della foresta di Jack London. Le indimenticabili pagine di Jack London sono lette nella traduzione d’autore di Gianni Celati.
Per informazionie aggiornamenti sulla pagine facebook dell’evento: Lettura “Il richiamo della foresta”



13.06.2013 Firenze. Ore 18.00 sempre Jennifer Egan sarà ospite a Palazzo Strozzi. La descrizione: finalista con “Guardami” al Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia, conversa con Michael Cunningham in un incontro moderato da Elena Stancanelli. Ingresso libero. Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Minimum Fax

13.06.2013 Colleferro (RM). Ore 18.00 Aula Consiliare del Palazzo Comunale, Piazza Italia 1.
Viene presentato il libro “La nostra guerra non è mai finita” di Giovanni Tizian (Mondadori Editore, ed 2013, collana “Le strade blu” prezzo 17,00€).
Interviene Gianluca Di Feo, Caporedattore de L’Espresso e l’incontro è organizzato dall’Associazione Culturale Gruppo Logos. Giovanni Tizian, che sarà presente all’incontro, è giornalista, attualmente sotto scorta, de L’Espresso e racconta la sua vita colpita dalle scure della ‘ndrangheta. Da Bovalino a Modena. Un viaggio nella memoria e nei percorsi della ricerca di giustizia per l’omicidio del padre Giuseppe Tizian, ucciso dalla mafia il 23 ottobre del 1989 mentre tornava a casa da lavoro.   
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Associazione Gruppo Logos


13.06.2013  Ore 21.00 Roma. Bookparty al Circolo degli artisti di Roma con Giulio Perrone Editore per la presentazione dell’antologia “Ma l’amore no“, raccolta di racconti dei ragazzi che hanno partecipato al progetto “Facciamo un libro” in collaborazione con la Fondazione Bellonci.
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Progetto facciamo un libro

14.06.2013 Ore 18.00 Firenze. Jennifer Egan al Salone del Cinquecento – Palazzo Vecchio, parteciperà alla cerimonia di premiazione della settima edizione del Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze insieme agli altri finalisti Etgar Keret, Atiq Rahimi, Juan Gabriel Vásquez, Jeanette Winterson. Ingresso libero. Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Minimum Fax

14.06.2013 Roma. Ore 21.00 Lepre Edizioni invita amici e lettori al suo Book Party estivo in giardino. Presentazione delle novità editoriali “Il giorno rubato” di Marco De Franchi e “Pecunia olet?” di Michael Perth.
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su Facebook: Lepre Edizioni

Il problema di garantire questa rubrica di news è dato sia dall’elenco di inviti, a volte tanti e a volte pochissimi, che mi arrivano (che non sempre riguardano quest’argomento!) e dal lavoro che c’è dietro per verificare che cosa si presenta, giusto per non mandare nessuno alla ventura. 
Buone letture e buoni incontri,
Simona Scravaglieri