[Dal libro che sto leggendo] Una cosa piccola che sta per esplodere

Fonte: LettureSconclusionate



E siamo di nuovo qui con un racconto, in questo caso una raccolta di racconti, dell’eccezionale Paolo Cognetti. Leggere Cognetti è rassicurante, sai che in qualsiasi mondo lui ti porti, ti terrà per mano fino alla fine. Pure nei racconti come quello odierno, sai che non chiuderai alla parola “Fine” con il magone. L’intento di questo autore è quello di calarsi e calarti in una dimensione sapendo che non devi immedesimarti per forza, ma devi saper “guardare”. E lui sa perfettamente dosare le parole, la punteggiatura, le frasi per far vedere senza soffrire ma per capire.

Perchè in fondo, la questione della partecipazione dolorosa, da immedesimazione, è cosa oramai sopravvalutata e un facile escamotage per coprire le proprie manchevolezze. Basta che soffri, che partecipi empaticamente alla vita del personaggio (grazie a Pino Sabatelli de I fiori del peggio per avermi tirato fuori di bocca questo concetto mentre parlavamo di altro!) e magari non noteranno le mancanze. Mentre, se i tuoi lettori sono lucidi e presenti a se stessi, devi avere argomenti, specialmente con la formula narrativa del racconto.

Volutamente il primo racconto è tagliato così. Perché possiate sentire la forza che vi trascina nella necessità di capire che sta succedendo, perché quella cucina o quella casa, perché questa stanchezza, questa rinuncia e se poi si risolve? E perché è tutto al plurale? vuol dire che nella routine delle classi agiate questa è una ricorrenza? Lo so oramai fino allo sfinimento; i racconti sono brevi, e non riesco ad affezionarmi al personaggio, preferisco il tomo, mi sembra di non aver letto nulla… e chi più ne ha più ne metta. Il punto è: chi ha detto che per raccontare il mondo uno debba impiegarci mille pagine? Datevi l’opportunità di scoprire, se non lo conoscete già da “Sofia si veste sempre di nero“, di scoprire un autore che ha un talento che ha riconosciuto e che persegue con intelligenza e devozione: Lui è uno scrittore e soprattutto è uno scrittore di racconti. E lo sa fare dannatamente bene.

Ne riparleremo in recensione,
Buone letture,
Simona Scravaglieri

PELLEOSSA

Genitori ricchi abbandonano feste da ricchi il sabato notte.

Il primo sabato di una nuova estate, tra l’una e le due di una notte di luna piena, i nostri genitori scendono come note di musica lungo il viale d’ingresso di una villa in collina: un uomo e una donna sposati da quasi vent’anni, anni in cui il matrimonio si è nutrito di errori, promesse, tradimenti e perdoni, stringendo un vincolo più maturo e più solido, questi genitori si allontanano sottobraccio, dando le spalle a una villa da ricchi, un sabato notte.

Le nostre madri appoggiano la testa al petto dei nostri padri forti: corpi scolpiti in palestre esclusive, levigati da chilometri di bicicletta e nuoto, accarezzati durante i consigli d’amministrazione, guidano i corpi delle loro spose oltre lampioni e fontane, sedie e tavoli di ferro battuto, uomini e donne ubriachi e felici, amiche e amici ricchi che mostrano segni di felicità e ubriachezza quali cravatte allentate, colli macchiati di rossetto, fondotinta accumulati nelle rughe del sorriso, coppie di amanti più o meno ufficiali che i nostri genitori salutano con indulgenza riservata alle debolezze della carme, loro stessi protetti dall’aura erotica che circonda le coppie di mezz’età quando alzano il gomito.

Nel parcheggio, alla fine di questa parata, i nostri padri risvegliano le loro fuoriserie, macchine inglesi o tedesche  in cui le nostre madri fanno il nido, sprofondando nei sedili di pelle e appoggiando la fronte al fresco dei finestrini. 

Forse dormono, nonostante l’aria condizionata e le curve fra le colline, o forse spiano il paesaggio attraverso i vetri: imbocchi di strade private, cancelli elettrici e telecamere a circuito chiuso, un reticolo di feste passate che suscita un flusso di ricordi nel cuore delle nostri madri deboli, indebolite dall’inattività e dalla frivolezza, dal sussiego dei servitori, dai capricci degli ormoni e dalle coccole degli psicofarmaci, da un elenco di rimpianta partire da quello originario, un ragazzo del liceo sacrificato al maschio dominante, passando per le rinunce intermedie al teatro, o alla laurea, o allo studio del pianoforte , fino all’ultima dieta interrotta per la gola, l’ultima sigaretta fumata di nascosto, lungo un rosario che le nostre madri sgranano durante le ore di analisi e telefonate alle amiche.

Poi la luce di apertura del cancello di casa lampeggia sulle facce dei nostri genitori: gialla e nera, regolare, intermittente. I fari della macchina inglese o tedesca abbagliano i due cani dalmata che le corrono incontro. Le nostre madri si svegliano oppure fingono di svegliarsi, scendono, si chinano per accarezzare i cani, mentre i nostri padri raccolgono una foglia secca dai gradini d’entrata, riprendendo entrambi possesso della loro seconda o terza casa con gesti rituali, scaramanzie mirate a ritardare lo spettacolo che li aspetta pochi passi più in là, alla fine del viaggio, in cucina.

E’ questo il loro inferno personale. La cucina. L’inferno a cui ogni sera i nostri genitori fanno ritorno. La cucina disegnata da un amico architetto, esponente dell’albo professionale che comprende l’amico chirurgo, l’amico avvocato, l’amico commercialista e l’amico notaio. a cucina progettata per essere il cuore della casa benché sia una seconda o terza casa, con la cappa centrale, gli sgabelli da bar, il bancone rotondo all’americana e la vetrata che guarda il giardino, la lente attraverso cui un tempo il sole inondava di luce certe colazioni primaverili. In questa cucina dove i nostri padri si limitano ad affacciarsi, scuotere la testa e sospirare prima di salire in camera, le nostre madri ricostruiscono la gastronomia della serata, partendo dal frigorifero e proseguendo lungo il piano da lavoro in marmo, affondando le dita nello scarico del lavandino, finendo con il rovistare ne secchio dell’immondizia. Trovano avanzi di arrosto di vitello cucinato dalla domestica il pomeriggio stesso, avanzi di cipolle bianche e patate al forno, avanzi di formaggio francese il cui odore ha infestato per giorni la macchina inglese o tedesca, avanzi di torta, una crostata di stagione, pesche e fragole e albicocche e crema: avanzi di un pasto del tutto tradizionale, il pranzo della domenica in cui i nostri padri dovranno presentare ai nonni i conti annuali e in rosso dell’azienda di famiglia, menù predisposto per addolcire il palato dei loro presidenti onorari la propria inettitudine finanziaria.


Questo pezzo è tratto da:

Una cosa piccola che sta per esplodere
Paolo Cognetti
Minimum Fax, ed. 2013
Collana “Mini”
Prezzo 9,00€



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"Eroi Imperfetti", Stefano Sgambati – Dell’importanza della pennellata…

Fonte: Paperblog

Quando, ad Agosto, vi ho parlato di Eroi Imperfetti, avevo evidenziato il fatto che mi è difficile parlare di questo libro separando il mio gusto personale dalla questione oggettiva. Poi, circa una settimana fa, mi sono fermata a vedere un documentario sugli impressionisti e ho cominciato a macinare pensieri e a confrontare e, questa recensione, è il frutto delle mie elucubrazioni. Si parlava di impressionisti e in particolare di Renoir, artista che comincia la sua carriera (sintetizzo altrimenti vi stuferete presto!) dipingendo porcellane e poi passa alla tela.

La trama di “Eroi imperfetti” si compone e si dipana attraverso le storie dei suoi protagonisti, è quindi una trama indotta. Tutti sono come singole pedine che si muovono in un unico campo di gioco: Ponte Milvio. Tutti hanno in comune la conoscenza, perché erano presenti o ne hanno notizia, del ritrovamento, in un tempo precedente a quello della narrazione, di un cadavere. Di lì la storia prende le pieghe che sono dettate dagli incontri casuali o indotti dagli stessi protagonisti. La donna annegata e ripescata dal Tevere era la madre di Irene che non riesce a gestire la sua vita e non ci prova nemmeno; il ritrovamento è stato vissuto da Matteo che si infatua di Irene e che, per caso oppure no, conosce il padre di lei, Gaspare, un un uomo ambiguo combattuto da un velato risentimento verso il gesto “infame” dell’ex moglie che gli ha tolto definitivamente l’amore della figlia.
Poi ci sono il vinaio di Piazzale ponte Milvio con sua moglie che vivono la propria vita imperfetta pensando che sia un ripiego e trovando l’abisso nel gioco maledetto intavolato da Gaspare che regalerà loro la risposta: la perfezione non esiste ma si costruisce passo per passo.

Questa è in estrema sintesi la trama. Che c’entra Sgambati con Renoir? E’ tutta una questione di pennellata! Se guardate il quadro  in alto, l’immagine è composta da innumerevoli piccole pennellate. Al di là della corrente di appartenenza e di pensiero quello che è più evidente è che il passato, di fine pittore di porcellane, si trasforma in una maniacale attenzione nei particolari anche nei quadri che hanno dimensioni decisamente diverse. Così il sovrapporsi di pennellate grasse e diverse a volte nelle sfumature di colore, non solo costruisce l’immagine ma anche ne denota caratteristiche fino ad allora ottenute in altro modo. Ombre, colori, punti di luce, le striature lasciate dall’incedere ora più forte e ora più leggero del pennello concorrono insieme a rendere definita l’immagine. Quindi una tecnica che, riportata in grande, potrebbe generare confusione nella nitidezza dell’oggetto rappresentato non solo annulla questa tesi, ma dimostra di saper rendere un carattere all’opera che sorprende chi la guarda.

Identica cosa succede con Sgambati. Il concetto viene cesellato, ripetuto, portato in metafora e via dicendo, per poter caratterizzare il pensiero o anche solo il momento. I personaggi, seppur abbozzati nelle loro caratteristiche fisiche, diventano reali solo nel rapporto e nella loro interazione con gli altri.
E’ in quel momento che i temi principali dell’imperfezione fanno capolino e sono le imperfezioni naturali dell’uomo: invidia, indolenza, odio, dolore, desiderio di morte, cattiveria. A questi si oppongono quelli positivi che, in una società che tende all’isolamento dell’individuo considerato diverso, sono pochi e nascosti e vittime  dei tanti ovvero gli imperfetti.

Dopotutto se la vita fosse perfetta sarebbe anch’essa allo stesso tempo imperfetta e noiosa, perché nella cosmologia di Sgambati la perfezione è l’attimo costruito perché si avverasse e non la costanza della perfezione stessa. Quindi la sconfitta dell’uomo sta nel non riconoscersi in colui che individua la propria perfezione definendola, pennellata dopo pennellata, e la ricostruisce con ciò che la vita gli pone davanti. Altrimenti l’abisso è dietro l’angolo ed è rappresentato dal caos di chi non trova la propria strada e individua quella degli altri come la perfezione che gli è stata rubata.

Libro sostanzialmente perfetto nel concetto e nello stile scelto per rappresentarlo oggettivamente, che, però, io personalmente ho faticato ad affrontare proprio per la precisione della pennellata. Quindi solo una questione di gusto personale che spero non vi fermi dal voler provare l’esperienza che secondo me va comunque fatta.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Gli eroi imperfetti
Stefano Sgambati
Minimum Fax Editore, Ed. 2014
Collana “Nichel”
Prezzo 15,00€


Fonte: Letture Sconclusionate


[Dal libro che sto leggendo] Gli eroi imperfetti


Fonte: Risparmio libro



In quest’ultimo periodo mi sono capitati due libri di cui mi è difficile parlare uno è questo e l’altro è un romanzo giallo – anche se le motivazioni per le quali è complicato raccontarveli sono diametralmente opposte!-. In questo caso il problema è di gusto personale. Oggettivamente in questo libro c’è una storia, ci sono anche dei personaggi perfettamente caratterizzati, c’è anche un “lato oscuro” per ogni personaggio che viene a galla man mano nella storia.

E allora che c’è che non va? Lo so che ve lo state chiedendo! Troppe parole. Non è che proprio abbia “nevicato” a casa Sgambati e che quindi si descriva la capocchia di uno spillo con venti pagine, è diverso qui il problema. Nel pezzo di introduzione c’è un paragrafetto dedicato alle “cose che si sono dette”; ecco è tutto così. Ed è sfiancante, almeno per me, leggere tutte queste ripetizioni che mi ricordano un altro libro simile, solo come scelta narrativa, “Settanta acrilico, trenta lana” che mi aveva altresì costretta a lunghe sessioni di lettura quasi “forzata”. Entrambi i libri presi al netto di questo particolare sono validi e, in questo caso, capisco perché MinimumFax abbia deciso di far entrare nella sua scuderia Stefano Sgambati. Testo e anche, in parte, lo stile narrativo ricordano quelli sperimentali di Mc Sweeney’s dove la proposta estremamente eterogenea porta a stili simili a questo o diametralmente opposto come avviene ne “La famiglia White” di cui vi parlerò più in là.

Quando ho dovuto assegnare una valutazione a questo libro ho scelto di fare una votazione i più possibile oggettiva e infatti ha preso 4 stelline su 5. Confido infatti sul mio sesto senso, ho sentito più volte parlare Sgambati in relazione a questo libro e credo che il narratore di questo lavoro era così perché il lavoro stesso lo richiedeva e che nel prossimo sarà un nuovo e diverso Sgambati. È una caratteristica degli scrittori quella di essere sempre uguali e diversi ogni volta che si immergono in una storia. Attenderò il prossimo per capire se mi sbaglio oppure no.

Buone letture e buone ferie,
Simona Scravaglieri

1. LA CENA 

Non ci potevamo credere.
Lo guardammo. Dentro agli occhi come se volessimo cercare il cervello. Era tutto vero. 
 

Le cose vogliono essere dette. L’illusione che siamo stati noi a dirle crolla nel momento in cui esce di bocca, perfettamente autonome, cullate da una mano di ostetrica troppo sapiente per essere la nostra. Ci usano, sfruttano il nostro apparato fonatorio: solleticano la glottide, si arrampicano sul velo del palato, bussano sui denti, premono contro le labbra e si danno al mondo nella forma di lessemi. Le cose che si sono fatte dire si librano davanti alle nostre facce per farci sapere che oramai è tardi che non si può tornare indietro. È rassicurante questo fatto, almeno per uno come me che in vita sua ha sempre preferito farsi trasportare, piuttosto che trascinare. Le parole sono muscoli involontari e se sto camminando, adesso, a quest’ora, sperando che mia moglie, a casa, stia morendo di preoccupazione, be’, è colpa loro. 

Lo accogliemmo con una semplicità plastificata. Ci sentivamo a disagio perché mai , da quando eravamo sposati, avevamo accolto una persona “single” a cena. Questo fu, per me e mia moglie, il benvenuto alla “trasgressione”. Un uomo molto più grande. con le mani tese nell’atto di porgerci un regalo, come è d’uso quando si viene accolti in casa altrui: una bottiglia di vino rosso, uno Shiraz del Casale del Giglio proveniente dal mio negozio. Prima risata d’ordinanza: il pacchetto gliel’avevo fatto io stesso il giorno prima e quella annotazione ovvia, tra esseri umani troppo adulti, diventò utilissima come antidoto al veleno da imbarazzo.  

Questo pezzo è tratto da:

Gli eroi imperfetti 
Stefano Sgambati
Minimum Fax Editore, Ed. 2014
Collana “Nichel”
Prezzo 15,00€

La lettura in Italia, intervento di Marco Cassini (Minimumfax)

La crisi dell’editoria va comunque “letta” analizzando, quasi scomponendo, i numeri che qualche giornalista fornisce in maniera generalizzata e superficiale. Nel caso di Saverio Simonelli, colui che intervista Marco Cassini, c’è la volontà di capire e approfondire quale siano veramente i dati di questa crisi e come stia veramente la situazione fra le varie tipologie di editori e di proposte. In questa intervista parliamo dell’anno 2011, quando a Settembre entra in attuazione la Legge Levi – ovvero quella che impedisce gli sconti nel periodo natalizio -, e già questo spiega la diminuzione degli acquisti natalizi. La regolamentazione del prezzo è ancora oggetto di critica, tendendo conto del fatto che tale cartello non ha favorito nel lungo periodo i piccoli editori ma solo livellato il prezzo dei grandi ( che ancora producono valanghe di titoli), ed è ancora oggi una delle cause della diminuzione dell’affezione alle librerie. Tenendo conto che i prezzi sono aumentati da allora non è che i lettori ci abbiamo guadagnato poi molto. 

Un’intervista veloce ad un editore come Cassini, di cui vi ho parlato per il suo libro “Refusi. Diario di un editore incorreggibile” a Dicembre 2012, ma estremamente esaustiva grazie alla verve dell’intervistato e all’intelligenza dell’intervistatore.

Assolutamente imperdibile!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Cosa succede in città questa settimana…

Fonte: Valentina Paoli
Mi segnalano spesso eventi e appuntamenti e io di solito li giro sulla mia pagina perché chi mi legga possa averne notizia. Non so quanto riuscirò ad essere puntale con questo appuntamento ma proverò comunque a portarlo avanti periodicamente. Quindi partiamo e dove ci sono vi inserisco anche i link per visualizzare i riferimenti:

Eventi in rete:

10.6.2013 Parte #scritturecorsare #corsari é il nuovo progetto di riscrittura collettiva della Fondazione Cesare Pavese Il testo scelto è Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini che raccoglie gli articoli scritti per il Corriere della sera dal 1973 al 1975. E’ stato comunicato al Salone del Libro di Torino. Per informazioni: Twitteratura



11.6.2013 Parte #letturecondivise #donodunquesiamo , a questo ci tengo particolarmente perchè è un piccolo miniprogetto nato in collaborazione con una cara amica Elena Tamborrino alias @Exlibris_2012 proprietaria del blog  Exlibris. Appunti di una lettrice disordinata. In sostanza si legge insieme un libro, in questo caso è Dono dunque siamo. Otto buone ragioni per credere in società più equa, AA.VV (appena uscito in formato ebook a 7,59€ ). Si parte tutti insieme su twitter utilizzando i due hastag e si postano le parti che più ci piacciono o con cui non siamo d’accordo e se ne discute. Non ci sono obblighi di tempo, ognuno posta quando può e l’hastag del titolo rimane utilizzato finché l’ultimo lettore non conclude la lettura.




Eventi in città:

11.06.2013 Mestre. Ferdinando Imposimato incontra i lettori presso la Libreria del centro di Mestre alle ore 16.00 per la presentazione del suo libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia” (Ferdinando Imposimato, ed 2013, Newton Compton Editore prezzo 7,90€ sia il libro che l’ebook) la descrizione dell’evento la trovate qui : Libreria del centro di Mestre 


12.06.2012 Roma. Ore 21.00 Jennifer Egan, premio Pulitzer e pubblicata in Italia da Minimum Fax è al Festival Internazionale della Basilica di Massenzio. Le informazioni su come poter prendere parte all’evento si trovano sul sito della casa editrice qui: Minimum Fax


12.03.2013 Roma Ore 19.30 Libreria Minimum Fax. Questo è un audiolibro edito da Emons Audiolibri e letto da Marco Baliani. La descrizione dell’evento cita:
Il richiamo della foresta” di Jack London nella traduzione d’autore di Celati. Legge: Marco Baliani Dopo aver già letto “In viaggio con Erodoto di Kapuscinski” e “Il Giardino dei Finzi-Contini” di Bassani, Marco Baliani, uno dei massimi esponenti del teatro di narrazione, presta la sua interpretazione a un grande classico della letteratura per ragazzi, irrinunciabile per ogni adulto: Il richiamo della foresta di Jack London. Le indimenticabili pagine di Jack London sono lette nella traduzione d’autore di Gianni Celati.
Per informazionie aggiornamenti sulla pagine facebook dell’evento: Lettura “Il richiamo della foresta”



13.06.2013 Firenze. Ore 18.00 sempre Jennifer Egan sarà ospite a Palazzo Strozzi. La descrizione: finalista con “Guardami” al Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia, conversa con Michael Cunningham in un incontro moderato da Elena Stancanelli. Ingresso libero. Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Minimum Fax

13.06.2013 Colleferro (RM). Ore 18.00 Aula Consiliare del Palazzo Comunale, Piazza Italia 1.
Viene presentato il libro “La nostra guerra non è mai finita” di Giovanni Tizian (Mondadori Editore, ed 2013, collana “Le strade blu” prezzo 17,00€).
Interviene Gianluca Di Feo, Caporedattore de L’Espresso e l’incontro è organizzato dall’Associazione Culturale Gruppo Logos. Giovanni Tizian, che sarà presente all’incontro, è giornalista, attualmente sotto scorta, de L’Espresso e racconta la sua vita colpita dalle scure della ‘ndrangheta. Da Bovalino a Modena. Un viaggio nella memoria e nei percorsi della ricerca di giustizia per l’omicidio del padre Giuseppe Tizian, ucciso dalla mafia il 23 ottobre del 1989 mentre tornava a casa da lavoro.   
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Associazione Gruppo Logos


13.06.2013  Ore 21.00 Roma. Bookparty al Circolo degli artisti di Roma con Giulio Perrone Editore per la presentazione dell’antologia “Ma l’amore no“, raccolta di racconti dei ragazzi che hanno partecipato al progetto “Facciamo un libro” in collaborazione con la Fondazione Bellonci.
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Progetto facciamo un libro

14.06.2013 Ore 18.00 Firenze. Jennifer Egan al Salone del Cinquecento – Palazzo Vecchio, parteciperà alla cerimonia di premiazione della settima edizione del Premio Gregor von Rezzori – Città di Firenze insieme agli altri finalisti Etgar Keret, Atiq Rahimi, Juan Gabriel Vásquez, Jeanette Winterson. Ingresso libero. Informazioni e aggiornamenti dall’invito su facebook: Minimum Fax

14.06.2013 Roma. Ore 21.00 Lepre Edizioni invita amici e lettori al suo Book Party estivo in giardino. Presentazione delle novità editoriali “Il giorno rubato” di Marco De Franchi e “Pecunia olet?” di Michael Perth.
Informazioni e aggiornamenti dall’invito su Facebook: Lepre Edizioni

Il problema di garantire questa rubrica di news è dato sia dall’elenco di inviti, a volte tanti e a volte pochissimi, che mi arrivano (che non sempre riguardano quest’argomento!) e dal lavoro che c’è dietro per verificare che cosa si presenta, giusto per non mandare nessuno alla ventura. 
Buone letture e buoni incontri,
Simona Scravaglieri

"Sofia si veste sempre di nero", Paolo Cognetti – Il mistero del colore verde…

Fonte: ESpress 451


Vi confesserò un segreto: è vero, Sofia si veste proprio di nero. E lo fa per tutto il libro! Questo libro apre una questione assai spinosa che fa riflettere ovvero se “essere” è meglio di “avere” ossia se essere un libro, costruito in maniera magistrale con racconti che possono anche sussistere da soli e che nel contempo riescono ad essere pertinenti come romanzo unico, sia preferibile ad una storia che si perde un po’ negli stessi, perdonate la ripetizione, racconti. Quando l’ho preso ho pensato “Un pomeriggio e lo finisco!”. E quando mi sono ritrovata a leggerlo per portarmi avanti con gli impegni – è uno dei libri scelti per il salotto letterario di Febbraio -, ad un certo punto ho pensato di essere davanti ad un libro un po’ magico, ovvero un testo che è stampato in maniera normale, con un numero adeguato di righe per pagina e con una lunghezza delle stesse standard, che, nonostante questo, sembrava avere ogni pagina più piena delle paritetiche di altri autori. Alla fine riflettendoci mi sono data una risposta ed è che le pagine trasudano così tante informazioni perché ogni capitolo è scritto non come un romanzo ma in maniera a sé stante e quindi come un racconto. È probabilmente per questo che ha dei giudizi così contrastanti nei social dei lettori.

E se la formula di scrittura è vincente, la storia ci perde un po’. Questo perché per scelta di Paolo Cognetti, ogni racconto ha un suo soggetto principale e quindi, sebbene Sofia compaia ovunque, la storia principale ne risente. In sostanza, Sofia è il frutto della società che si è andata a formare dagli anni 70 in poi. Sofia se fosse reale oggi avrebbe fra i 24 e i 30 anni. Eppure un passato abbastanza contraddittorio, fatto di una madre perennemente depressa e di un padre che deve prendere le misure per trovare un modo per comunicare con lei e di una zia reduce dalle rivolte sessantottine, che ha generato una ragazza confusa e riluttante che a sedici anni, nel momento in cui ci si affaccia alla vita e contemporaneamente ci si ritrae da questo mondo che comunque ci spaventa non poco, decide di tentare il suicidio. I temi della contemporaneità ci sono tutti oltre al suicidio, Sofia è una ragazza che cerca di risolvere i propri problemi col sesso, che li dichiara al mondo con i suoi disordini alimentari e con il suo cronico nervosismo.

Ma c’è da chiedersi: “Noi, siamo così?” Sofia ci rappresenta o è solo la rappresentazione di una minoranza degli anni ottanta che però è diventata realtà nel nuovo secolo? Poi però se si soppesano le parole si scopre che Cognetti fa un lavoro di fino. Sofia cresce nella periferia di Milano e lo fa quando i genitori decidono di provare ad iniziare una nuova vita lasciandosi dietro litigi e recriminazioni. Ma in ogni luogo in cui sarà, anche al centro delle grandi città, Sofia, nonostante non se ne renda conto, continuerà a vivere ai margini volutamente e risentirà di questa mancanza di appartenenza al gruppo cui vuole tenacemente appartenere ovvero al quel grande pulsare e rumoreggiare della moltitudine che pensa metta in silenzio le solitudini. Questo lascia pensare che nel mucchio di storie e di vite, Cognetti, abbia deciso di accendere una luce speciale solo su una, che fosse il più particolare possibile, per poter raccontare tutto quello che sta intorno e rimane in ombra. Quindi, questo particolarissimo romanzo prende le fattezze di una pièce teatrale ove per ogni capitolo la protagonista, anche dove non lo è, rimane evidenziata dalla sua luce, a ricordare agli spettatori che c’è un filone principale da seguire, insieme alla luce che si accende sul protagonista del momento e per un tempo determinato e che racconta il proprio punto di vista e la propria vita permettendoci di buttare l’occhio nelle contestazioni, nelle fabbriche e persino nei modi di vivere di epoche contingenti. Se dovessi fare un paragone con una immagine è come vedere a ripetizione lo stesso fotogramma dove dell’olio cade su una superficie solo che ogni volta che il liquido vischioso cade si sparge in una direzione diversa.

Avere in mano un romanzo così è un po’ come avere una di quelle pietre di cristallo ferma fogli che imitano il taglio diamante. È una pietra troppo grossa per dichiararsi per quello che non è e così Sofia non prova nemmeno ad essere qualcosa di diverso e che non le appartiene, e lo dichiara per lei “è il presente che conta e la vita non va costruita, ma deve essere presa come un insieme di presenti”; ma anche il romanzo, nasconde la sua natura di raccolta di racconti, convincendo allo stesso tempo i lettori che si tratti di un unicum.
Il finto diamante ferma fogli è pesante ma è altresì appariscente e quindi attirerà l’attenzione di chi passa per le sue tante sfaccettature. Così questo libro. Ha queste pagine pregne che quando passi da una all’altra ti sembra di aver letto mezzo romanzo ma mantiene questo questo fascino dell’ignoto, della domanda di cosa potrà dire il prossimo protagonista; contestualmente, Sofia, non derogando alla sua cosmologia, subisce la vita con la pesantezza di chi non riesce ad ottenere ciò che vuole o   comprende le cose solo al momento della perdita, contestualmente non si nega nulla, non deve per forza accettare, ma la necessità di una vita sempre vissuta nel presente ha bisogno di continui stimoli che si accettano per come vengono pena un persistente stato di noia.

Potrei continuare all’infinito, ma rovinerei il gusto di leggerlo. A chi mi ha chiesto informazioni mentre lo leggevo ho risposto “È un libro strano” e, in effetti, lo è proprio per questa sua poliedricità. A chi ha commentato il mio dare cinque stelle a Cognetti ho chiesto “Sei persona da racconti o da romanzi?” perché il problema sta lì, se la persona che vi si avvicina non ama i racconti non riuscirà, forse, a goderselo fino in fondo questo sforzo produttivo che ha generato una costruzione quasi gaddiana del libro (solo nell’architettura racconto/romanzo). Consiglio comunque di leggerlo, anche per risolvere il quesito che a me è rimasto in sospeso, ovvero il perché di questo colore verde quasi salvia sul fondo. Per stessa dichiarazione fatta in passato da Minimum Fax, le copertine rispecchiano sempre il libro, pertanto io sull’attimo, arrivata alla fine e chiuso il libro, ho pensato che la risposta fosse “Lagobello” ma non ne son convinta fino in fondo e quindi accetto punti di vista sull’argomento.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Sofia si veste sempre di nero
Paolo Cognetti
Minimum Fax Editore, Ed. 2012
Collana “Nichel”
Prezzo 14,00€




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"Refusi. Diario di un editore incorreggibile.", Marco Cassini – Ho visto cose che voi…


Immagine presa da qui


Credo che i motivi principali per cui questo libro mi è tanto piaciuto (e ho anche detto che solo per le motivazioni che ci sono scritte qui dentro comprerei l’intero catalogo Minimum Fax) sono sostanzialmente tre:

– chi scrive è altrettanto, se non più, sconclusionato di me nel leggere;
– il tono di scrittura è talmente confidenziale e fuori dal classico schema ingessato o troppo  volutamente tralasciato, tipico dei titoli che ho letto in merito, tanto da non farmi sentire “presa in giro” o “educata” ad una certa visione del mercato;
– che l’autore dichiari quasi subito che, per lui, la spinta iniziale non era quella di “crearsi una figura di editore” da indossare, ma aveva il sogno di operare nel processo che, utopisticamente (diciamocelo), mette in contatto un buon libro con un lettore che ha voglia di leggerlo.
Il fatto che, negli ultimi tempi, abbia letto dei titoli di questa casa editrice non ha alcuna relazione con questo libro che ho scoperto quasi per caso leggendo un articolo di una rivista letteraria quest’estate. L’argomento dell’articolo o la rivista non mi è rimasto in memoria, ma la curiosità di leggere l’ennesimo titolo in materia di editoria (sono sempre alla ricerca del libro giusto per il tema giusto) c’era eccome. E forse, visto che stiamo a ridosso del natale, potrei fare come a sette-e-mezzo e dire “Sto!”, mi ha convinto non mi serve di sapere altro.

Confesso che ad un certo punto mi sono domandata che cosa ci faceva un titolo di un Responsabile Minimum Fax nella collana Contromano, ma leggendolo, mi sono resa conto che, allocazione migliore non l’avrebbe trovata. Dovrebbe essere un saggio, ma non si presenta come tale perchè la storia di questa Casa Editrice non è solo una realizzazione di una passione personale, espressa in maniera intellettuale e tecnica, ma anche un’esperienza che tange la vita personale di chi racconta. Così vi capiterà di accompagnarlo dal medico, di rovistare fra i pensieri di chi ha ricevuto l’ennesimo testo “dell’amico di un amico di un conoscente che ha visto l’ultima volta appena nato” e sa a malapena chi sia e via dicendo. Potrebbe essere una biografia, ma non sarebbe completa affronta solo 12 mesi facendo appello qui e là a ricordi pregressi, e nemmeno come romanzo sarebbe completamente aderente al genere. Ma tutte queste componenti creano un genere diverso, a metà fra il diario personale e il reportage di una realtà lavorativa alquanto complessa, che viene raccontato con insperata scorrevolezza e con l’accortezza di essere il più possibile chiari. Persino i passaggi in cui si raccontano i “giri”  i “lanci” di un libro o i calendari di librai editori , argomenti quantomai tecnici, sono illustrati in maniera comprensibile tipica di una persona che sembra abituata a spiegare “manie e consuetudini di un mondo da sempre fuori dalla portata dei semplici lettori” a chi non è del settore.

Di qui mi sono chiesta, a chi consigliare questo libro? E la prima risposta che mi è venuta è stata “non agli aspiranti scrittori”. Già sento la domanda:”Perché?”. Risposta semplice e diretta, “perché non venga interpretato ma solo letto”. La magia di questo libro sta proprio in questo, appare talmente onesto da far sembrare azione disonesta se non criminale l’interpretazione di quel che dice. Quindi, se cercate una dritta per farvi pubblicare, forse non è il libro adatto, ma se avete voglia di passare un pomeriggio intelligente scorgendo il logo di Minimum sul Tevere (dove, lo scoprirete voi) o in trattoria a festeggiare o anche a dispiacervi di un suo dispiacere o a gioire per un fax dell’ultimo minuto o scorrendo le scelte fatte in una vita vissuta per un sogno, beh questo è il libro giusto! Il giro turistico parte in una mansarda romana e il mezzo sarà apparentemente un fax a carta termica e un impulso elettrico che correndo su un cavo di rame vi porterà in giro per l’Italia e anche per il mondo passando per le pagine di un catalogo di libri, amato costruito e voluto fino in fondo da ogni appartenente a questa piccola grande Casa Editrice.
Non credo che un libro così ben scritto richieda altre parole oltre a quelle, forse già eccessive, che ho scritto sin qui. Letto in un soffio, chiuso con il dolore che fosse finito troppo presto.
Buone letture,
Simona


Refusi. Diario di un editore incorreggibile.
Marco Cassini
Laterza Editore, ed. 2008
Collana “Contromano”
Prezzo 9,50€
Prezzo Ebook 6,90€ 


[Dal libro che sto leggendo] L’inconfondibile tristezza della torta al limone

immagine presa da qui


E’ veramente un piccolo assaggio questo che vi segnalo, infatti corrisponde al primo paragrafo del primo capitolo. E’ un libro che si dichiara praticamente da subito negli intenti e come detto nella recensione, che è anche molto scorrevole e piacevole da leggere. Ci ricorda che la nostra vita emozionale è un po’ come una torta a strati e che ogni strato è un’esperienza cucinata con le nostre scelte e azioni. Ogni torta pertanto è diversa ma influenza anche quelle di coloro che ci stanno intorno, in fondo, gli ingredienti da cui si parte sono sempre gli stessi per tutti (amore, odio, affetti, tradimenti, dolori, tristezze e via dicendo) ma siamo noi, con il nostro sentire e il nostro viverle a renderle personali e particolari. E’ bello che qualcuno ogni tanto ci ricordi anche queste cose piccole e che spesso ci dimentichiamo.
Buone letture,
Simona

1. 
E’ successo la prima volta martedì pomeriggio, un caldo giorno di primavera sui pianori di Hollywood, dove una leggera brezza spirava verso est dall’oceano scompigliando i petal delle viole del pensiero da poco piantate nelle nostre cassette per i fiori.

Mia madre era a casa, mi stava preparando un dolce. Mentre risalivo saltellando il vialetto d’ingresso mi aprì la porta prima che arrivassi a bussare.

Che ne dici di una seduta di allenamento?, mi chiese, sporgendosi oltre lo stipite della porta. Mi attirò a sé per un abbraccio di benvenuto. stringendomi al grembiule che mi piaceva di più, quello di cotone un po’ consumato con coppie di ciliegie disegnate lungo gli orli.
Sul piano di lavoro in cucina aveva preparato gli ingredienti: il sacchetto della farina, la scatola dello zucchero, due uova marroni sistemate nelle scanalature tra le piastrelle. Un panetto giallo di burro che si sfaceva agi spigoli. Una coppetta di vetro con le scorze di limone. Passai in rassegna lo schieramento. Era la settimana del mio nono compleanno, e a scuola era stata una lunga giornata di lezioni di calligrafia, che destavo, e di proteste in cortile per il conteggio dei punti, e la cucina piena di luce e gli occhi affettuosi di mia madre erano braccia accogliente, aperte. ficcai un dito nel sacchetto cerato dei cristalli di zucchero di canna e mormorai sì, magari, sì.
Lei dise che ci sarebbe voluta più o meno un’ora, così tirai fuori il libretto di ortografia. Posso dare una mano?, domandai, disponendo i fogli e le matite sulle tovagliette di plastica. 
Eh no, rispose mamma, mescolando la farina con il bicarbonato.

Questo pezzo è tratto da:

L’inconfondibile tristezza della torta di limone
Aimee Bender
Minimum Fax Editore, ed 2011
Collana “I sotterranei”
Prezo 16,50€

"L’inconfondibile tristezza della torta al limone", Aimee Bender – Quando è tutta una questione di strati…

Immagine presa da qui
Non è una torta a limone, l’autrice forse mi perdonerà, ma la trovo rappresentativa, quanto la copertina scelta da Minimum Fax e il titolo, della bella trama del libro di cui parliamo oggi perché, questo lavoro, è una minuziosa sovrapposizione di strati, dalle epoche che caratterizzano la vita ai sapori delle pietanze che si mangiano giorno per giorno fino ad arrivare alla sovrapposizione di esperienze che si fanno conoscendo nuove persone o riscoprendo quelle che si conoscono già e via dicendo. E’ veramente una torta a strati con sapori differenti e avulsa da quelle torte che oggi associamo allo stile americano che vengono coperte da quegli strati di zucchero, che ne nascondono particolarità e imperfezioni che le rendono perfette nel gusto, regalando però al tutto quell’effetto di eleganza ordinata visiva che tutto uniforma e che altrettanto appiattisce. Ecco questo libro non ha affatto coperture di zucchero. E’ un dolce un po’ crepato in superficie e non ha quello strato superiore piatto e perfetto quasi fosse stato livellato con l’aiuto di una livella. E’ un dolce fatto in casa, con amore, e a cui, proprio per dargli un aspetto più bello, è stato messo più di uno strato di un riempimento. Non serve altro, il resto lo farà il gusto.

E dietro una copertina di tutto rispetto, curata fino alla scelta dei colori, si nasconde la dolcezza della torta raffigurata e l’asprezza di due toni differenti quella del verde lime che fa da sfondo, più pungente, e quella gialla limone (quarta di copertina), meno intensa nella sua acidità. Devo ammettere di essermi chiesta se veramente coloro che hanno fatto questa scelta cromatica l’abbiano intesa come ho fatto io. Comunque, parlando strettamente della storia, si racconta della tipica famiglia americana, padre madre e due figli maschio e femmina, classica casa in un agglomerato tipico per le famiglie. Scuola incombenze, insoddisfazioni tipiche da casalinga e silenzi altrettanto tipici dei rapporti familiari. Quello che differenzia questo lavoro da quelli del genere di riferimento risiede nella scelta narrativa dell’autrice di concentrarsi su quel che non si vede e non su quel che ci immagineremmo di leggere. L’attimo in cui la figlia minore, un giorno di ritorno da scuola, mentre assapora la torta al limone fattale dalla madre, improvvisamente sente che quel che mangia si trasforma in emozioni che non sono sue, bensì quelle di chi ha cucinato la pietanza è il momento che da l’inizio alla stratificazione delle emozioni. E’ una scelta narrativa alquanto bizzarra ma la storia sembra staccarsi dalle mani della sua autrice che detta le situazioni che però vengono riempite dai sapori conditi dalle emozioni di chi le ha preparate e questa dualità ci accompagnerà fino alla fine della storia ad un finale per nulla scontato.

E’ una scoperta terribile quella di poter capire qualcuno attraverso qualcosa che fa, e che sopratutto fa per noi. Non tanto perché toglie la magia di una scoperta fatta nel tempo, quanto perché ci metterebbe in uno stato di presenza continua nell’intimità di chi ci circonda. Ci sono infatti momenti in cui le emozioni ci sorprendono e non sono sempre motivate ma sono attimi privati e tali devono rimanere anche perché nemmeno noi sapremmo darne conto a chi ci vuole bene. In più il momento in cui a questa ragazzina, si apre il mondo delle emozioni altrui segna la chiusura anticipata della sua infanzia. La comprensione che il mondo, che fino ad allora, era popolato di spensieratezza e di normalità diviene improvvisamente pieno di migliaia di declinazioni di emozioni vecchie e nuove che come nei gusti degli ingredienti delle varie pietanze hanno effetti diversificati a seconda delle associazioni far loro o della preparazione o cottura. E anche questo fattore si contrappone al dualismo precedente, ma la confusione del lettore viene risparmiata proprio grazie al fatto che i tre grandi strati appartengono per consistenza tutti allo stesso argomento e, potremmo dire, alla stessa torta.
Oltretutto, quel che si racconta qui, ovvero questa “scoperta” della nostra piccola protagonista, è un po’ quello che tutti i genitori, anche quelli della storia, vorrebbero risparmiare il più possibile ai propri figli cercando il più possibile di rendere loro il mondo ovattato il più a lungo possibile. Ma non so quanto questo demandare possa effettivamente essere efficace anche se, in cuor mio, farei la stessa scelta. Questo perché questo stacco corrisponde ad una nuova fase della vita, un po’ come una rinascita sensoriale ed emozionale. E’ un punto di profonda rottura con il passato innocente e inizia una nuova vita, più consapevole e magari spesso non piacevole, ma è una rinascita che ci permette di andare oltre noi stessi e diventare delle persone definite, diverse dalle altre proprio grazie alle stratificazioni, leggi esperienze,  accumulate fino a quel momento dalla vita di ognuno. Un po’ come i cerchi delle sezioni degli alberi.

E’ in questo continuo depositare strati che le emozioni e gli amori, gli affetti che vanno e che vengono ci rendono più forti e aggiungono nuovi strati e nuovi sapori, proprio come avviene in questo romanzo, dove le persone si nascondono e si scoprono e non è necessario che ci sia comunicato più di tanto su quel che non vediamo, perché il punto non è la scoperta di quel che succede ma il sapore dell’emozione che si prova. E’ un romanzo affascinante proprio per questa sua resa attraverso delle parole di tutti questi sapori dolci, salati e ora acidi del sapore delle emozioni. E la stratificazione che in parte è causale a seconda di quel che avviene nella vita cucinata con le nostre scelte e le nostre soluzione a decretare il successo o l’insuccesso della torta che rappresenta la nostra vita e il condimenti di quella di chi vive o che entra in contatto con noi casualmente. E’ una prova d’autore contemporanea quanto basta a riuscire a raccontare il mondo di oggi nei cambiamenti nelle sue fondamenta, la famiglia, e, al contempo, a lasciare quel sapore retrò che tanto ci piace che è tipicamente americano. Una storia leggera e allo stesso tempo profonda che scorre agilmente fra le pagine e nelle nostre mani rimanendo a mio avviso intramontabile e godibile nonostante le varie mode del momento.

Buone letture,
Simona

L’inconfondibile tristezza della torta al limone
Aimee Bender
Minimum Fax Editore, ed 2011
Collana “I sotterranei”
Prezzo 16,50€   

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[Dal libro che sto leggendo] Atti innaturali, pratiche innominabili


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Con questo libro torniamo all’inizio de ‘900 americano, più o meno anni ’30-’50, quindi quasi contemporanei di Bukowsky che invece inizia la sua carriera negli anni ’20. Lo stile è similare per alcuni racconti di Donald Barthelme, ma la resa è diversa. Mentre leggerete questo pezzo calatevi in uno stato in cui la scrittura diviene il mezzo per entrare nel personaggio. Sono anni in cui il ‘900 cerca di distaccarsi dalla letteratura classica e questo ne è un ottimo esempio, potrete entrare nelle fobie e nei mondi di coloro che hanno una malattia di mente. Quel mondo è popolato da personaggi che la mente rende reali anche nelle azioni pertanto l’illusione diventa torturatrice e fa veramente male oppure quel giornale che tanto ci piace scrive notizie che solo noi riusciamo a leggere. E’ la magia delle parole che rende possibile, anzi tangibile, questi mondi solitamente a noi inaccessibili, ma pochi scrittori con una formidabile padronanza dei vocaboli riescono a fare questo tipo di letteratura. Scrittura che non è per forza accettabile supinamente, nel senso che non ci deve piacere per forza, ma deve essere recepita come una forma d’arte come un quadro perchè proprio nel senso di rappresentazione viene concepita. L’unico limite di queste forme di linguaggio sperimentale sta nella traduzione e nella tradizione. La prima perchè alcune volte gli scritti perdono nella trasposizione in un’altra lingua proprio per questa loro particolarità dove l’effetto è dovuto alla selezione dei vocaboli e delle figure metaforiche. E proprio le figure metaforiche, appartenenti ai modi di dire di un determinato paese possono apparire a chi legge, ma è di altri luoghi, alcune visioni un po’ incomprensibili… ma provare a superare la barriera è sempre un bell’obiettivo sfidante! 
Buone letture,
Simona

Questo giornale qui 

Anche oggi la ragazzina se ne viene danzando ostinata col suo uncinetto azzurro acciaio col suo uncinetto. Lei sa che teoricamente non posso alzarmi da questa sedia e mi punge, qua e là, tanto per farmi urlare, la graziosa ragazzina che abita da qualche parte in fondo all’isolato. Una volta l’ho rimproverata aspramente dicendo “no! per l’amor di Dio che gusto c’e’ a farmi gridare così?” Lei portava un vestito stampato color azzurro Morte di Beethoven e scarpine bianche che la mamma aveva pulito ben bene col bianchetto prima di mezzogiorno tanto erano belle e bianche (le scarpe). A occhio e croce doveva avere undici anni. L’uncinetto impugnato e proteso come una spada, disse “tortura è la risposta vecchio pappamolla, tortura è il nome del gioco che sto imparando in condizioni di laboratorio. La tortura è studio appropriato ai bambini della mia età classe e reddito medio e tu non conti in ogni caso tu sei finito vecchio sporcaccione che non sai neppure alzarti da quella sedia sgangherata”. Mi sistemò con quelle parole  che avrei fatto molto volentieri a meno di sentire per belle che fossero e anche messe insieme con tanta proprietà. Odio star qui su questa sedia in questa casa calda e verde grazie alla Presidenza Sociale. Ma sapete quant’è piccola? La ragazzina colpì di nuovo questa volta infilzando la coscia esile e disse “sappiamo esattamente quant’è piccola e anche che sono soldi buttati via perchè non crepi vecchio sporcaccione a cosa servi eh?” Allora le spiegai di questo giornale spruzzato qui e là di rare bugie e di fotografie dalle didascalie inesatte messe ungo una vita fatta di illusioni e di qualche momento divertente. Mi vantai dicendo “sappiamo come dare un pizzicotto proprio là dove i nervi si concentrano sotto la pelle per cui i bravi cittadini fanno certi salti come quei sogni dove si apre di colpo una porta  e si vedono là sorpresi in flagrante…” Ma in quel momento mi resi conto che i suoi sogni sono composti in maniera molto diversa per cui non li possiamo leggere poi insieme. Le tirai un vaso di marmellata ( di ribes) centrandola in pieno sulla rotula e lei fuggì via ululando ma se dovessero venire a protestare io ho tutti i segni delle punzecchiate a parziale scusante. La graziosa ragazzina che abita da qualche parte in fondo all’isolato.

La ragione per cui mi piace leggere questo giornale qui, questo che ho in mano, è che mi piace cosa dice. E’ il mio preferito. E mi farebbe proprio molto piacere se lo poteste leggere anche voi. Ma non potete. Però qualcuno sì che può. Arriva per posta. Un po’ di tempo fa lo do a un tizio, glielo metto in mano e gli dico “dacci un’occhiata”. Lui ci diede un’occhiata poi un’altra occhiata ma non riuscì a vederci proprio niente di straordinario in questo giornale qui, non riuscì a vederci. E dice “e allora?” Be’ naturalmente ero anche io nel ramo dei giornali una volta durante la depressione. Ci si divertiva allora. Quel tipo a cui ho dato il giornale un po’ di tempo fa perché ci desse un’occhiata, quello che ha detto ” e allora?” è uno istruito legge roba buona fa viaggi a destra e a sinistra beve forte più che altro gin parla ai delfini click click click click. E’ professore di etnologia all’Università di Calfornia a Davis. Proprio per niente babbeo ma però non riuscì a vederci niente di straordinario in questo giornale. Gli dissi guarda a pagina 2 quella storia sulla fiera delle ragazze brutte dove la ragazze brutte si vendon proprio tutte. Ma lui disse “alla mia pagina 2 questo giornale parla della CEE”


Questo pezzo è tratto da:

Atti innaturali, pratiche innominabili
Donald Barthelme
Minimum Fax Editore, Ed 2005 
Collana “Minimum Classics”
Prezzo 10,00€