#MaggioDeiLibri #Recensioni : “L’occupazione”, Alessandro Sesto – Un’occupazione curiosa…

L'occupazione, Alessandro Sesto, Gorilla Sapiens Edizioni, LettureSconclusionate
L’occupazione, Alessandro Sesto (Gorilla Sapiens Edizioni) Foto LettureSconclusionate

Penso quindi sono“. Il problema della nostra era contemporanea è spesso che “penso” è scambiato con “scrivo”. Non siamo in funzione di quello che ci viene in mente, anche estemporaneamente, ma siamo in funzione di ciò che scriviamo o fotografiamo e poi mettiamo sui social. “Sto vedendo Guerre stellari!“, “Sto leggendo Il giovane Holden…“, “Stamattina mi sono alzata così !❤ ” seguita da foto cult sul letto con calzini -che manco per andare in palestra metteremmo!-, tazza di caffè che non si sa come si tiene ferma su lenzuola candide, libro e, vai a capire il motivo assurdo del concepire una cosa del genere soprattutto se ti dichiari lettore, accanto il segnalibro! Milioni di persone tutte diverse impegnate tutte a trovare il loro stereotipo pur di poter appartenere a qualcosa.
Ora, oggettivamente, se domani ci invadessero, non ce ne accorgeremmo per due motivi: noi e costante “sforzo sociale“. Ci sarebbero i complottisti a dirci “È tutto un complotto dei poteri forti!!”, quelli che strage o non strage fanno diventare la loro foto come grandi arcobaleni, dispendi di frasi di circostanza “RIP“, “Mai più!”, “Che la terra ti sia lieve“, “Anche io sono “stato/persona/persone/personalità/vip (del caso)“, e ancora quelli che ci fanno satira sopra e quelli che ce l’hanno con coloro che fanno satira. In più i giornali cercherebbero l’HashTag più letto e se, l’occupazione, non è al top “chissene!” meglio mettere i gattini che fanno sempre tendenza. Ecco, sono fermamente convinta che, in un mondo in cui la polemica alza l’audience, l’occupazione, un qualcosa che ci mette tutti dalla stessa parte delle vittime, non sarebbe proprio la nostra prima preoccupazione.

 

La storia di cui parlo oggi sembra partire da una considerazione simile alla mia, e anche da una serie di assunti classici della distopia su cui si sono provati in passato con storie del tutto diverse fra loro Philip Dick o Orwell o Orson Wells.
L’America, si dice, sia stata invasa dall’Europa. Si dice perché non si sa perfettamente. Un tempo l’invasione, o occupazione che dir si voglia, era caratterizzata da situazioni tangibili: c’erano gli invasori fisicamente conquistavano il terreno conteso, spari e tumulti, gente che veniva riunita per esser meglio controllata e via dicendo. Nell’era di internet, quella dietro l’angolo, questo non avrebbe luogo, tutto si svolgerebbe in un giro di bit che ad esempio guidano un drone, e, per quanto possa sembrare assurdo, basterebbe far crollare la borsa di un paese per farlo risvegliare senza risorse.
Quindi, “L’Occupazione” di questa storia, ha difficoltà ad essere confermata proprio perché non è evidente e, quindi, i protagonisti si ritrovano a cercare notizie in rete e sui giornali; conferme e smentite si susseguono fino al punto di creare anche diatribe all’interno delle stesse redazioni e di veder uscire giornali che si contraddicono fra loro, anche se appartenenti alla stessa testata. In questa mondo seguiamo le vicende di Andreas e Jacob. Andreas ha una vita come tante, una fidanzata come tante, guarda serie come tante e lavora come tanti. Jacob ha un cane, lavora per una ditta che abbandonerà, è in cura da uno psicologo al di fuori dello standard e in comune con Andreas ha una cosa sola: entrambi sono degli informatici. L’occupazione, “occupa” lo spazio di un attimo nelle loro vite. Vite che poi, in attesa di conferme, riprenderebbero da dove si sono interrotte l’ultima notte da “nazione libera”, ammesso che non lo sia ancora, se non fosse che la compagna di Andreas sia sparita lasciando un asettico messaggio e Jacob si ritrovi in una nuova azienda più impegnata a far festa che a fare fatturato e che continui ad essere perseguitato da uno stalker, dal nick Tokyo, che continua a scrivergli cose assurde mentre sta giocando a Go – un gioco giapponese online-.

Sembra un gran caos vero? In effetti il “gran caos” finisce esattamente alla terza pagina. Dopo, tutto sembra diventare normale nella sua assurdità. È un libro delilliano questo, in molte delle sue parti, per la sua prosa diretta e realistica ma anche per la rinuncia alla ricerca ossessiva di verità. La storia non deve avere un fine, il memento è l’attimo stesso di cui si racconta. Fa l’occhiolino a Wallace per la sua rinuncia alla “metafora che deve asservire la ricerca di un significante”; si serve di frammenti delle nostre vite riassemblandoli in un grande mosaico che ne amplifica le caratteristiche peculiari nei loro aspetti più irrazionali. Non serve che si riconosca il singolo frammento, ma che, dall’unicum che ne esce, si sia in grado di dare il giusto valore, significato ed emozione alle cose che realmente sono importanti. Il significante non va più cercato come dice Eco, è lì, nella trama e nella storia presa così come è scritta.
È paradossale perché nessuno verrà mai ad occupare a nome dell’Europa, l’America senza che non ci sia almeno uno che dica “No, non ci sto!” e rimane vero in ogni sua parte che descrive l’apatia con la quale la vita e gli eventi ci scorrono vicino senza che noi abbiamo la benché minima voglia di prendervi parte. È limato sull’esigenza di esserci, ma avulso dalla vita di una qualsiasi persona che potremmo conoscere, tanto da rendercelo “strano”, e perrottiano nella sua curiosità di seguire le scelte, per noi a volte assurde, di Andreas e Jacob e le loro conseguenze che non seguono mai percorsi prefissati. Per dirla in poche parole: questo lavoro riassume la curiosità di Sesto. E’ una forma di indagine strana che sembra portarlo a guardare alle manie attraverso quelle dei personaggi che crea.

E così con lo scorrere delle pagine saltano fuori la nostra affezione per le storie infinite e che continuano a riavvolgersi su se stesse che noi amiamo vedere in tv, la nostra necessità di non avere risposte ma di essere ascoltati, il nostro necessario senso di appartenenza a qualcosa, che non è detto che ci appartenga, ma ci permette però di fare gruppo. Emerge l’uomo contemporaneo, impegnato a guardare il dito e non la luna che sta indicando, che perde il senso della visione d’insieme a favore di un senso di inadeguatezza nell’attimo che gli scorre davanti e nelle piccole cose che lo circondano. Una persona che si accorge che la stessa storia gli viene rifilata in più stagioni solo cambiandone i protagonisti, o che vive l’appartenenza ad un credo, anche se dichiaratamente nuovo e libertario, che invece diventa identico ai precedenti non nel suo essere una religione, ma per la rinuncia degli adepti a pensare con la propria testa. E la rinuncia a pensare, ad essere, pervade la nostra quotidianità e in parte questa storia. Andreas non ha più Nora, non sa dove sia andata a finire, la cerca. Rinuncia a se stesso, al pensiero, in favore di un mondo che non gli appartiene, anche se continua ad avere il dubbio che lei non lo abbia lasciato ma che sia stata costretta a farlo. Non coglie nuove opportunità e nemmeno percorre vecchie strade. Rimane lì a cercare senza convinzione, estraneo ad un mondo che vede scorrere come una serie TV. Stessa cosa dicasi per Jonas, che cerca Tokyo e anche qualcun altro (ma questo lo dovete scoprire da soli!). Cerca, ma non sa cosa e non sa perfettamente se la vuole trovare.

Questo avviene proprio perché non è la verità finale che ci libererà tutti, ma è il viaggio. Un viaggio che parte da un’occupazione che non c’è, da una persona che non c’è più o che non è reale e che finisce in un momento imprecisato. Un’apice che non ha bisogno di una discesa. Un viaggio attraverso un mondo irreale, popolato di personaggi assurdi e dall’assurdo significato che si da alle cose o alle persone, nonché agli avvenimenti. Un viaggio molto simile a quello che fa ognuno di noi, in contesti decisamente più normali ai nostri occhi, ma che diverge poco da quello di Sesto. Imparando a guardare le nostra realtà da altre angolazioni, con altre parole, ne esce un uomo in parte sconfitto dal peso di una mancanza di verità certa, quella dei giornali, delle presenze e delle risposte. Le certezze sono quelle che pensiamo essere i cardini della nostra vita che, paradossalmente, non ha nulla di certo.
Emerge anche l’ingenuità che riusciamo a mantenere, molto spesso nascosta anche a noi stessi, che ci spinge ad andare oltre quella che è la nostra comfort-zone e che ci porta a scoprire e a soppesare ciò che è diverso da noi. Non è detto che accettiamo di sposarlo, ma entrare in contatto con la diversità è il più puro atto di curiosità che si avvicina pericolosamente a quella di un bambino. La curiosità è qualcosa che ci rende liberi, di provare, sentire e prendere in considerazione. Forse l’ultimo atto di libertà che ci rimane da esercitare. Possiamo lasciare oppure tenere ciò che per curiosità abbiamo visto, sentito o provato. Ma da lì, entrano in gioco fattori diversi, i filtri dell’età adulta, le esperienze e via dicendo e torniamo nel nostro personale stato di Occupazione. Perché alla fin fine “L’occupazione” di Sesto non è altro che quella che noi costruiamo giorno per giorno riempiendoci di filtri e di limiti che pensiamo che con l’età ci debbano appartenere.

La curiosità che muove questo libro è anche quella del suo autore. Sembra un po’ un insieme di tutte le curiose esperienze e letture, diversissime fra loro, che Sesto ha fatto. Il suo peregrinare fra una storia e l’altra -che sia in TV, in un libro o un documentario-, si fondono alla perfezione creando situazioni satelliti e cosmologie del tutto particolari, talvolta decisamente verosimili e divertenti- legate fra loro dalle avventure dei due protagonisti, lasciandoci interdetti e sicuramente divertiti. In tutto questo e contando che Sesto finora si era sempre dilettato in racconti, pensare che sia uscito con un intero romanzo di 300 pagine può sicuramente fare un certo effetto. E invece no, è il Sesto di sempre scorrevole, divertente e anche molto divertito, che con la nonchalance che lo contraddistingue, con fare “curioso” segue le avventure dei protagonisti che ha creato senza interferire, ma lasciandosi trascinare. Riesce a portare con se i suoi lettori senza annoiarli con dichiarati inutili particolari ma riuscendo ad evidenziare la necessità di ognuno di loro.
È stata un’avventura decisamente interessante cui, mi auguro, seguiranno molte altre, con molti altri e diversi riferimenti, che polverizzeranno alla prima riga l’immagine che, finora, mi sono fatta di questo autore e che, come questa volta, svela sempre qualcosa di nuovo e inaspettato. Chi non lo legge, probabilmente verrà occupato per ricordargli l’importanza di leggere “L’occupazione”. Io ve l’ho detto, poi non vi lamentate!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

L’occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana “Scarto”
Prezzo 17,00€

E ora il calendario di questa settimana:

Lunedì 22 mattina Elena Tamborrino Io e Pepe (Libri ed altro)
Martedì 23 mattina Simona Scravaglieri di Letture Sconclusionate
Mercoledì 24 pomeriggio Marianna Di Felice di Sulle ali della fantasia
Giovedì 25 mattina Paola C. Sabatini Letture Sconclusionate
Giovedì 25 pomeriggio Angela Cannucciari del canale Angela Cannucciari
Venerdì 26 pomeriggio Daniela Mionetto di Appunti di una lettrice
Sabato 27 mattina Natascia Mameli Letture Sconclusionate
Sabato 27 pomeriggio Barbara Porretta di Librinvaligia
Domenica 28 mattina Giada del canale Dada Who?

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#maggiodeilibri si parte da qui! [dal libro che sto leggendo] The Dome (Under the dome)

Quest’anno il “Maggio dei libri” ho deciso di festeggiarlo anche io. Non è una cosa che abbia fatto mai, ma c’è anche da dire che questa manifestazione, nata nel 2011, ha un anno in meno del mio blog e che, in fondo, sempre di libri si parlerà. Così ho deciso di raccontarvi e raccontarmi in una serie di post dedicati ai libri che più ho amato e quelli che invece mi entusiasmano oggi, accostandoli, come al mio solito, agli acquisti e anche alle scoperte e alle letture correnti. 
Ci sono stati libri belli, quelli stupendi, i brutti e anche quelli che son proprio sòle, ma, ogni volta che mi guardo indietro o che mi capita di leggere qualche vecchia recensione ricordo ancora distintamente l’umore di quel giorno o l’emozione che quel libro mi ha dato. 
Il claim della manifestazione è “Leggere insieme” e ci sono anche una serie di percorsi, individuabili con degli hastag, che toccano temi come il benessere, la legalità, i paesaggi e anche gli anniversari di nascite e morti di scrittori illustri. Per cui, per non rimanere sola in questo viaggio, ho deciso di coinvolgere un’allegra brigata di blogger e vlogger – a cui si possono unire anche altri (c’è ancora spazio!)- per vedere quante sfumature si possono, dare in un mese dedicato ai libri, ai temi proposti. Ci sono:
E visto che si parte parlando di leggere insieme, quale modo migliore di un bel [Dal libro] che vi faccia sbirciare in quello che sto leggendo ora? Quindi bando alle ciance e partiamo da qua!

Fonte: Pinterest

Libro preso a Gennaio 2017 dopo averci lungamente pensato. E’ un tomo vero, conta 1.000 e rotte pagine ma non è questo che mi impensieriva, ma il fatto che il Re indiscusso dell’horror ha questo vizio di dilungarsi in descrizioni e descrizioni… e descrizioni. E, come ben sa chi mi legge da un po’, quando la descrizione s’allunga troppo per me stroppia! Il King che non si dedica all’horror è una scoperta relativamente recente, più o meno un paio di anni fa, ed è stato interessante trovare fra la sua produzione anche generi diversi, come quello di cui vi parlo oggi, tra cui la distopia.

Per chi non avesse visto la serie TV (davvero spettacolare!), a Chester’s Mill in una bella giornata d’ottobre, senza che nessuno riesca a capire come o che ci siano stati segnali, cala una grande cupola trasparente. Questa è la storia di come una piccola comunità del Maine si ritrova a dover diventare un mondo dentro un mondo. Intrighi, uccisioni si sovrappongono alle morti che sono provocate da questo scudo trasparente inaspettato. 

I primi due “capitoletti” che vi metto oggi riguardano proprio questo momento. Dopo aver visto la serie sapevo che non potevo esimermi dal leggere la storia… ma per chi, sa, la mucca… è diventata una marmotta! E devo dire che, forse, è meno d’impatto, ma passate le prime 50 pagine, quando riesci a riconoscere i personaggi, diventa molto scorrevole!
Buone letture e attenti alle cupole!
Simona Scravaglieri

L’aereo e la marmotta 


 1 


Mentre Claudette Sanders stava prendendo una lezione di volo, osservava la cittadina di Chester’s Mill brillare nella luce del mattino come qualcosa di appena fatto e lì posato giusto ora. Le macchine che percorrevano Main Street lanciavano ammiccamenti di sole. Il campanile della chiesa congregazionalista (la «Congo») sembrava abbastanza aguzzo da pungere il cielo immacolato. Nel momento in cui il Seneca V lo sorvolava, il sole scorreva sulla superficie del Prestile Stream, acqua e aereo a tagliare la cittadina sulla medesima diagonale. 
«Chuck, mi pare di vedere due ragazzi al Peace Bridge! A pescare!» La gioia incontenibile la faceva ridere. Le lezioni di volo erano un omaggio del marito, che era primo consigliere cittadino. A lei la nuova avventura era piaciuta fin da subito. Ma non era semplice piacere, era estasi. Quel giorno per la prima volta aveva capito veramente che cosa faceva del volo un’esperienza così fantastica. Che cosa lo rendeva straordinario. 
Chuck Thompson, il suo istruttore, toccò delicatamente la cloche, poi indicò il quadro comandi. «Certo», disse, «ma manteniamo l’assetto, Claudie, d’accordo?» 
«Scusa, scusa.» 
«Di niente.» Insegnava a volare da anni e gli piacevano gli allievi come Claudie, entusiasti di imparare qualcosa di nuovo. Probabile che di lì a non molto sarebbe costata a Andy Sanders un bel gruzzoletto; si era innamorata del Seneca e aveva espresso il desiderio di possederne uno come quello, nuovo però. Si stava parlando di qualcosa nell’ordine di un milioncino di dollari. Anche se non la si poteva definire proprio viziata, Claudie Sanders aveva gusti innegabilmente costosi che Andy, per sua fortuna, sembrava poter soddisfare senza troppa fatica. 
A Chuck piacevano anche le giornate come quella: visibilità illimitata, assenza di vento, condizioni perfette per una lezione. Non di meno, quando Claudie esagerò nel correggere la rotta, il Seneca ondeggiò leggermente. 
«Ti stai distraendo. Non farlo. Mettiti su uno-venti. Abbassiamoci sulla Route Centodiciannove. E scendi a novecento.» 
Lei eseguì e il Seneca ubbidì ai suoi comandi di nuovo in assetto perfetto. Chuck si rilassò. 
Sorvolarono la rivendita di auto usate di Jim Rennie e poi la cittadina fu dietro di loro. C’erano campi su entrambi i lati della 119 e alberi che ardevano di colori. L’ombra cruciforme del Seneca risalì l’asfalto e un’ala nera sfiorò per un attimo una formichina d’uomo con uno zaino in spalla. La formichina d’uomo guardò su e salutò con la mano. Chuck ricambiò, anche se sapeva di non poter essere visto. 
«Che giornata maledettamente favolosa!» esclamò Claudie. Chuck rise. 
Alle loro vite restavano quaranta secondi.  

 

La marmotta trottava sgraziata sul ciglio della Route 119 diretta a Chester’s Mill, anche se l’abitato distava ancora più di due chilometri e persino le auto usate di Jim Rennie erano solo una serie di luccichii disposti in file in un punto in cui la strada girava a sinistra. Aveva in programma (per quanto possano programmare qualcosa le marmotte) di rituffarsi nel bosco molto prima di arrivare laggiù. Al momento però il ciglio andava bene. Si era allontanata dalla tana più di quanto avesse voluto, ma il sole era caldo sulla schiena e gli odori le sfrigolavano nel naso formando nel suo cervello immagini rudimentali che non erano proprio figure. 
Si fermò e per un istante si drizzò sulle zampe posteriori. Gli occhi non erano più quelli di una volta, ma ci vedeva abbastanza bene da distinguere poco distante un umano che veniva verso di lei sul ciglio opposto. 
Decise che sarebbe andata lo stesso un po’ più avanti. Alle volte gli umani lasciavano indietro cose buone da mangiare. 
Era vecchia e grassa. Aveva razziato un buon numero di bidoni della spazzatura nella sua lunga vita e conosceva la via per la discarica di Chester’s Mill bene quanto le tre gallerie della sua tana; sempre cose buone da mangiare alla discarica. Ondeggiò soddisfatta tenendo d’occhio l’umano che sopraggiungeva sull’altro lato della strada. 
L’uomo si fermò. La marmotta capì d’essere stata vista. Alla sua destra e poco più avanti c’era una betulla caduta. Si sarebbe nascosta là sotto, avrebbe aspettato che l’uomo passasse, poi sarebbe andata a vedere se fosse rimasto in giro qualcosa di gustoso da… 
Arrivò fin lì nei suoi ragionamenti –e compì altri tre passi dondolanti –anche se era stata tagliata in due. Poi cadde spezzata sul bordo della strada. Il sangue sprizzò e pompò; le viscere si rovesciarono sul terreno; le zampe posteriori scalciarono rapide due volte, poi si fermarono. 
Il suo ultimo pensiero prima del buio che ci accoglie tutti, marmotte e umani, fu: Cos’è stato?

Questo pezzo è tratto da:

The Dome
Stephen King
Sperling & Kupfer, ed. 2009
Traduzione di Tullio Dobner
Collana “Narrativa”
Prezzo 23,90€



– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] I falsificatori

Fonte: LettureSconclusionate

Ricordate che ieri vi dicevo che, forse,  sono fuori dal tunnel? Ecco, galeotto fu il libro trovato per puro caso e preso per lo stesso motivo, di oggi. “I falsificatori” esce nel catalogo Fazi nel 2010 e ritorna l’anno successivo con il secondo volume di saga “Gli illuminati”. Ha una trama da “acchiappo” come anche una scrittura decisamente scorrevole e l’attacco è decisamente intrigante.

Al mondo la “Storia”, quella che si studia nei libri di scuola, ha bisogno di un “aiutino”. Non che si possano raddrizzare tutti i passaggi precedenti, ma si può riqualificare il passato sperando di costruire un futuro migliore per tutti. E’ quella che sembra la mission del CFR (“sembra” perché sono quasi a metà e la storia si sta sempre più ingarbugliando!). Sliv, giovane neo laureato, trova quasi per caso il lavoro che aveva desiderato dove può applicare i suoi studi in geografia, avere un buon stipendio e viaggiare. Ma già alla prima missione, c’è qualcosa che stona, poi un refuso che si ripete nei resoconti, un rapporto consegnato da Eriksson che svela un mondo che non pensava esistesse e la scoperta del CFR. Non serve dire altro!

Quello che mi affascina probabilmente di più, è questa grande ipotesi su cui si basa: per cambiare il futuro dobbiamo cambiare il passato. L’insieme dei personaggi e delle situazioni crea questa “condizione” in cui l’unico modo per il quale l’umanità possa evolvere è proprio basato sul suo rapporto con il passato e che, la falsificazione, che ci è comunque nota – quindi non è una situazione così astrusa- sia nel bene che nel male, possa inficiare,attraverso la leva del secolo, “l’opinione pubblica”, su situazioni in divenire modificando il corso della storia che stiamo costruendo. Le spiegazioni di Bello, attraverso le riflessioni dei rappresentanti del CFR gettano sicuramente nuova luce e anche più di un’ombra nella percezione della notizia e nella considerazione della “memoria mondiale”. 

Nonostante tutti i riferimenti indicati in seconda di copertina: Borges, Dick e Le Carré (di quest’ultimo so poco e nulla!) suppongo che quest’idea nasca anche da un fatto reale, ovvero la burla del secolo di Pierre Plantard che, per evadere dalla sua vita insignificante, con l’aiuto di uno storico e di un presentatore radiofonico si inventò il “Priorato di Sion”. Riuscì a portare le carte di questa dinastia di “tenutari del segreto del Graal”, in cui figuravano personaggi di spicco della cultura, dell’arte e della scienza, nella Biblioteca di Francia. Il fatto che fossero stati ritrovati lì, diede a loro il certificato di autenticità e, finché non fu scoperta la truffa, tutto il mondo si interrogò su questo Priorato. Ancora oggi, grazie anche a Dan Brown e al suo “Il codice da Vinci”, ci sono molte persone convinte che il Priorato esista e che Plantard abbia solo svelato la verità.

Questo non significa che “I falsificatori” siano sullo stesso livello del libro di Dan Brown, in questo caso sembra che l’autore abbia necessità di essere il più possibile preciso nell’elencare verità storiche e per giustificare  le modifiche delle stesse. Ma tanto ne riparleremo in recensione! Intanto che riflettete, vi lascio le prime pagine di questo libro davvero spettacolare e vado a leggerne un altro po’ anche io!
Buone letture,
Simona Scravaglieri



PARTE PRIMA

Reykjavík 

Uno

«Congratulazioni, giovanotto», disse Gunnar Eriksson mentre firmavo il contratto di assunzione. «Ora è uno dei nostri».
Io infilai la mia copia del contratto nella borsa a tracolla rallegrandomi ancora una volta della piega che avevano preso gli avvenimenti negli ultimi tempi. Quindici giorni prima, ero stato sul punto di accettare una proposta che avrebbe fatto di me il vicedirettore export ci un conservificio di Siglufjörður (1.815 abitanti, orsi esclusi). Il reclutatore  aveva decantato il dinamismo del settore e le prospettive di carriera, aggiungendo che il misero stipendio non avrebbe dovuto preoccuparmi, visto che le occasioni di spanderlo erano praticamente inesistenti.
Mia madre e la responsabile dell’ufficio di collocamento dell’università di Reykjavík, presso la quale mi ero laureato, mi avevano consigliato di accettare un’offerta che, a loro avviso, avrebbe potuto non ripresentarsi a breve. Va detto che, nel settembre 1991, il mercato del lavoro non offriva molto a un laureato in geografia di ventitré anni. La prima guerra del Golfo aveva gettato l’economia mondiale in una grave recessione e le imprese assumevano più volentieri esperti in ristrutturazione che non geologi o cartografi.
Per mia fortuna, la mattina del giorno impostomi come limite per prendere una decisione, mi ero imbattuto in un annuncio che sembrava scritto per me.
«Centro di studi ambientali ricerca project manager. Si richiede laurea in geografia, economia o biologia. Prima o seconda esperienza. Sede: Reykjavík. Disponibilità agli spostamenti. Retribuzione interessante. Inviare curriculum vitae a Gunnar Eriksson, direttore delle operazioni, studio Baldur, Furuset & Thorberg».
Deciso a coglie l’occasione, avevo portato di persona il curriculum all’indirizzo indicato. Con mia grande sorpresa, la receptionist aveva chiamato Gunnar Eriksson, che si era offerto di ricevermi immediatamente. Io avevo accettato di buon grado, scusandomi tuttavi per la mia tenuta, poco adatta a un colloquio vero.
«Bah», mi aveva risposto Eriksson invitandomi a seguirlo, «me ne frego della sua tenuta come della mia prima aurora boreale».
Un’affermazione tanto più sorprendente in quanto veniva da una persona che prestava molta attenzione al proprio abbigliamento. Non avevo mai visto nessuno così ben vestito e , al tempo stesso, così trasandato. Mi dissi che, se mai un giorno mi fossi potuto permettere delle camice firmate, avrei evitato di portarle fuori dai pantaloni.
Eriksson mi aveva condotto nel suo ufficio. A Giudicare dalla splendida vista sul porto di Reykjavík, la carica di direttore delle operazioni non era una semplice onorificenza. Pannelli perlinati, luci riposanti, un morbido tappeto e persino un caminetto: tutti emblemi del lusso islandese. Eriksson si era seduto su un’elegante poltrona di cuoio color cioccolato sapientemente invecchiato.


Questo pezzo è tratto da:

I Falsificatori
Antoine Bello
Fazi editore, Ed 2010
traduzione di Lisa Crea
Prezzo 19,50€

"Il celestiale Bibendum", Nicolas De Crécy – La distopia è ora…

“Il celestiale Bibendum”, Nicolas De Crécy Eris Edizioni


Parlare di questo libro si sta rivelando più difficile del previsto. Immagini e storia hanno due vie completamente diverse per essere affrontate e, quindi, oggi chiedo uno sforzo anche a voi per seguire le peregrinazioni del mio pensiero. Perché questo libro è presentato come fosse distopia, ma non è altro che una satira del mondo presente, quasi a dire: “La distopia è ora”. Ce lo suggeriscono le immagini e le rappresentazioni dei personaggi principali e in parte ce lo dicono anche le parole.
Mettiamola così, vista dal punto di vista dell’autore, questo sembra un modo per guardarsi allo specchio: siamo figli di questo mondo, siamo parte di questo mondo e siamo coloro che continuano ad alimentarlo. Se c’è una cosa che di Pasolini ho apprezzato (e vi assicuro che probabilmente è solo quella) è l’uomo, fine indagatore di un presente, quello di allora come quello di oggi, che dovrebbe cambiare e che invece commette gli errori del passato trincerandosi dietro barricate con nomi diversi. L’uomo come quello che ho letto in “Scritti corsari” era proprio così.

In questo libro ci sono tre entità: l’uomo, la macchina, l’odio. E’ un po’ come essere in matrix. L‘uomo è una foca: “un animale caruccio e che fa tenerezza quanto basta per far sorridere gli altri, anche quelli più duri di cuore”. 
La macchina, che non è il robot che si vede nei film, neanche il computer. La macchina è quella descritta da Pasolini a commento delle prime pubblicità dei jeans americani. La macchina è: quel sistema consumistico che, dai tempi in cui Pier Paolo ne parlava, è diventata parte integrante del nostro mondo. Noi siamo il mondo degli eccessi di New York-sur-Loire e quella città, rappresentata come tale ai fini dello scorrere della trama, è una macchina i cui ingranaggi sono gli eccessi: eccesso di produzione, eccesso di pubblicità per creare più necessità e il desiderio dell’impossibile, eccesso di mancanza di etica che ci permetta di capire che creare malattie, sudditanze psicologiche, dolore, per creare nuove esigenze e ampliare il mercato, non può essere la soluzione giusta. Ma questi concetti concreti puramente tecnologici ed economici non possono imbrigliare l’uomo completamente. Io non ho mai finito di leggere “scritti corsari”; li apro ogni tanto e ne leggo un articolo per ricordarmi che, al netto delle convinzioni personali politiche ed etiche, si può guardare alla realtà in modo oggettivo e si deve cercare chi sa fare la medesima cosa, non derogando il cervello al gregge per paura di rimanere solo. Solo così si può pensare di cambiare. 

De Crécy, sa perfettamente che l’uomo per sua natura è “cervello” ma è anche “mente”: il cervello elabora, la mente si fa confondere dai ricordi. Sempre di chimica si tratta ma, nel primo caso è asettica analisi e dall’altro è un qualcosa che correla la singola operazione a sensazioni dovute ai ricordi che elabora e quindi anche ad emozioni. La società che De Crécy crea è cervello, come quello descritto sopra, ma anche mente e la mente, per essere dominata, va educata. Ecco la seconda parte della macchina: formazione, cultura, filosofia e media. Tutto qui. La filosofia crea la riflessione e l’ipotesi della società; la cultura divide il prodotto della filosofia in applicazioni diverse come la comunicazione e i media, la sofisticazione del pensiero singolo attraverso il marketing, la creatività nel proporre qualsiasi cosa in un prodotto che sia desiderabile sia nell’immaginario del singolo che della società stessa. La formazione è quel tramite che permette all’uomo scevro da qualsiasi artificio, la foca di cui sopra quindi,  di entrare nel mondo organizzato e apprendere ed elaborare gli stimoli secondo dei risultati attesi e previsti.  

Ma una macchina che deve viaggiare ha bisogno di essere guidata e, a questo proposito, intervengono i livelli strutturali che ricreano una parvenza di democrazia che non c’è, perché tutti vengono preparati per quello che per loro deve essere naturale scelta personale -di desiderio, voto, aspettative-, attraverso un municipio, ed un governatore. Un governatore che sintetizza questa macchina in una immagine, quella con cui è rappresento: è l’insieme di tanti uomini. Se perde di credibilità si indebolisce, gli uomini lo abbandonano come se avesse uno squarcio che perde sangue. Non è altro che la libera scelta di ognuno di noi di aderire al disegno preconfezionato che ci viene messo davanti fin da piccoli. Ma il Governatore rappresenta anche un’altra faccia di noi: il burattinaio. E’ quell’ente che sa che deve fare perché l’intera macchina funzioni, anche a discapito di ciò che la compone. Perché il bene, se così lo vogliamo definire ma non è mai un bene, preconfezionato in una democrazia è al di sopra del singolo e al servizio di un bene superiore, ovvero la “macchina” detta anche “società”.

E l’odio? Anche l’odio siamo noi. E’ l’unica parte ancestrale dell’uomo che nessun sistema può debellare. L’odio fa parte di noi come anche il bene. Ma l’odio è più facile da perseguire, non richiede sovrastrutture o ragionamenti. E’ cieco, ha un obiettivo, ma non riflette sulle conseguenze o se sia la cosa migliore da fare. E’ solo odio, cieco, con corna e coda e che nella migliore delle tradizioni abbiamo imparato a chiamare “diavolo”. Allo stesso modo, nella tradizione cristiana l’odio è da temere, è satana, brutto e cattivo. La verità è che l’odio è ignorante. L’odio destabilizza la macchina perché non può essere debellato, può essere veicolato ma non costretto e non ci sono fattori che ne garantiscano la stabilità. L’odio è cattivo perché prevede che si metta solo se stessi su entrambi i piatti della bilancia e non ci siano altre alternative. Ma l’odio è anche un’altra cosa è la dichiarazione della solitudine, della frustrazione e dell’incomprensione. Così il Diavolo deve uccidere Diego perché non diventi “Il nobel dell’amore”. Lo deve uccidere perché sarebbe il suo antagonista, perché non ricrei negli altri immagini di un mondo bello attutendo possibili sentimenti d’odio e d’invidia e lo deve fare per evitare che la separazione fra il gruppo della società con il buio dell’odio non si ingigantisca ulteriormente facendolo rimanere ulteriormente isolato e incompreso, forse più, di come lo è ora. E’ per questo che il diavolo di questa storia è circondato da esseri surreali che non potrebbero stare in mezzo agli altri e che non sono in grado di elaborare concetti basici. Non riuscirebbero mai ad integrarsi nella comunità, così come i cani parlanti, che rappresentano la “storia” di un passato di soprusi, ma che, vivendo con quell’eterno rancore e nel rivangare il passato stesso, non riescono ad essere parte di nessuna delle due società. Spuntano un po’ così, senza un’anticipazione e senza che nessuno chieda nulla. Non sono l’odio, perché, nella loro esclusione, non sono isolati o incompresi ma non un gruppo che ha un obiettivo.

Ecco, questo è il libro che ho letto io e del quale sono rimasta stregata. Se Pasolini, nel corso degli ultimi anni della sua vita -quelli degli “Scritti corsari”- era come Orwell – quando, di ritorno dalla guerra di secessione spagnola, deluso perché i poteri che dovevano cambiare il mondo erano identici a quelli che stavano combattendo e lo descriveva in 1984 e ne La fattoria degli animali-, lo è anche De Crécy a suo modo. 
La rappresentazione satirica di questa storia è feroce, se letta in questo modo, e non lascia spazio a soluzioni o spiragli di salvezza, come nella migliore delle tradizioni classiche distopiche. Probabilmente perché la grande metafora della distopia non serve a dirci come cambiare, ma a farci leggere, attraverso una “realtà altra”, i meccanismi che la generano. La storia di Diego che un bel giorno arrivò da chissà dove, su una nave al porto di New York-sur-Loire è tutta qua: quella di una foca, che nemmeno sbarcata rischiava la vita per diventare un simbolo della schiavitù moderna. Un simbolo “innocuo e tenero” che non aveva condiviso e a cui non aveva aderito. Un “simbolo” non aveva altro scopo che creare un diversivo, da una realtà che vede macchina complessa che schiaccia tutto ciò da cui è alimentata e che ha bisogno, come il governatore, di continue iniezioni di nuove leve e di nuove lealtà cieche al potere vigente. 
A raccontarvi le peripezie di Diego ci sarà un faccione di un uomo che ha perso il corpo, dall’aspetto un po’ da clown e un po’ da marshmallow, e che vi farà, con il ghigno del satiro greco, da cicerone in questa storia raccontando come, da quando siamo nati, il mondo che pensiamo di creare ci inscatola e non ci appartiene. Siamo noi ad appartenere a lui.

Libro davvero stupendo e imperdibile.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il celestiale Bibendum
Nicolas De Crécy
Eris Edizioni, ed. 2015
Traduzione di F. Ledvinka
Collana “Kina”
Prezzo 22,00€


Fonte: LettureSconclusionate



[Tic tac Toe] "Wool", Hug Howey – Quando una pulizia può cambiare il mondo…


Fonte: Mike Sudal

Pubblica di lunedì?? E non è il diario? No, non è il Diario ma ho pensato che, visto che le saghe sono sempre da tre libri in su, passare un mese intero a fare recensioni su queste storie non sarebbe produttivo per tutti e, d’altronde, non posso prendervi uno a uno, come faccio con gli amici, per raccontarvi che questa è una trilogia fantastica e quella magari è una sòla. Così ho deciso di iniziare a pubblicare una rubrica dedicata perché ognuno possa scegliere se leggerla o no. Tic tac Toe è il nome scelto da Massimo, l’amico che per primo – secondo me ogni tanto se ne pente – mi ha iniziata al mondo distopico e a Ballard. Da quel giorno ogni volta che mi capita un libro, che possa essere anche lontanamente riconducibile a loro, mi trasformo in una “piattola letteraria” che racconta e declina situazioni, condendole delle riflessioni in merito, a chiunque mi capiti a tiro. Quindi consolatevi di non essere miei vicini di casa! Il nome è quello del gioco del “Tris” che, come mi ricorda Wikipedia, era quello cui stava giocando il ragazzino hacker di War Games con il computer che controllava il sistema missilistico americano rischiando di innescare una guerra missilistica con la Russia. E’ un film degli anni ottanta e fu, se ricordo bene, un vero successo. Tutto sommato ci sta bene, non credete?
Visto che nuova rubrica è, inizio con una trilogia bella, almeno speriamo che le porti fortuna.
Buone letture,
Simona

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Come vi avevo accennato nel Diario di Agosto, la trilogia del silo, è stata una vera rivelazione. Oggi parliamo del primo della serie ovvero Wool – la sequenza dei libri (cosa che ho scoperto che spesso è difficile trovare) è Wool, Shift e Dust-. Howey ha concepito inizialmente la serie in 9 libri, di cui 5 sono stati inizialmente autopubblicati. Il successo, dovuto ai riscontri sempre più entusiastici dei lettori, del suo lavoro è stato talmente eclatante che una casa editrice americana si è proposta di pubblicarli in maniera tradizionale (Simon & Shuster) e 20th Century Fox ha acquisito i diritti per poterne realizzare dei film. Lui comunque ha contrattato i propri diritti in maniera non convenzionale – forse solo per la distribuzione internazionale – tant’è che, nella versione Fabbri, questi sono intestati direttamente a lui.

Siamo in un tempo che non vi dirò ma posso dirvi che all’interno della trilogia ci muoveremo nell’arco di 500-600 anni. La terra è stata contaminata e gli uomini che sono sopravvissuti e che noi incontriamo in questo libro, sono gli eredi degli scampati al disastro. Vivono dentro un silo interrato – quello che vedete nella foto -, che ricorda lontanamente una versione aggiornata e corretta de “Il condominio” di Ballard, suddiviso in tre settori: amministrativo, tecnico informatico, meccanico. Ogni settore è autonomo, ha una sezione di coltivazione, scuola, ospedale, appartamenti e tutto il silo è collegato da un’unica scala a chiocciola che unisce gli oltre 144 piani che sotto terminano nelle miniere e sopra in una specie di struttura esterna, un bar panoramico, da dove si può guardare fuori quel che è rimasto del mondo, almeno fin dove si riesce a vedere. Chi non risiede nei piani alti può guardare  da appositi monitor distribuiti fra i piani nelle mense e nei luoghi di ritrovo. Appositi proiettori registrano e rimandano le immagini perché vengano mandate in onda 24h su 24. Per un’unica regola vige la pena di morte ed è il desiderio espresso di uscire. Chi lo ammette. e viene colto in flagrante o denunciato, rischia la pulitura ovvero di essere messo agli arresti, vestito per uscire dal silos in maniera permanente – la vestizione con una tutta adatta a farlo sopravvivere almeno per mezz’ora è un rito stabilito -. Nessuno è mai sopravvissuto però, come ultimo compito, al condannato, viene assegnato quello di pulire le lenti delle telecamere. E chissà perché, nonostante i condannati sappiano di andare verso morte certa, tutti, nessuno escluso lo fanno, anche chi non ci si sarebbe mai immaginato lo facesse. Tutti, tranne una. Juliette.

Vi basti questo, non perché non voglia farlo, stavolta mi piacerebbe da morire lo confesso. Ma, per quanto mi riguarda, è già abbastanza a stuzzicare l’appetito di chiunque. E’ decisamente appartenente al genere distopico, non solo per un aspetto ma per molti. Tutto però si dipana da un tema che è solo in parte caro alla distopia ed è la sociologia. Il silo in tutto e per tutto assomiglia a “Il condominio” di Ballard, la cui organizzazione statica è necessaria non solo per il suo funzionamento ma anche per contenere quelle che potrebbero essere le sacche di insurrezione. L’uomo  finché è occupato non ha tempo di pensare a quello che fanno o non fanno gli altri – causa scatenante nel Condominio in cui il luogo di riposo diventa anche il luogo di rivolta – e Howey lo ha studiato bene questo sistema perché ogni appartenente al silo è impegnato a turni e quindi una vita scandita da una ricorrenza di attività che impediscono qualsiasi momento di stasi.
Contestualmente il silo è organizzato anche nei tre grandi settori che lo compongono, ogni settore è indipendente nelle funzioni di base (alimentazione, servizi, appartamenti) ma dipende dagli altri per altre funzioni di base tipo acqua, luce, comunicazioni, gestione, posta. Quindi l’interdipendenza garantisce che possano sopravvivere solo in parte senza gli altri settori. L’ordine in cui vivono gli abitanti del silo è recente perché, come spiega Howey, ci sono comunque state le rivolte in passato e il sedarle ha comportato il reset della memoria collettiva, quindi anche chi è protagonista della storia raccontata in Wool ha una “memoria limitata” alle “leggende” riguardo il passato che riguarda i propri antenati.

L’ordine è tutto per il silo, regola la vita dei suoi occupanti e anche la morte. Nessuna donna può procreare senza aver vinto alla lotteria visto che vive con un impianto che le impedisce di farlo. Impianto che verrà rimosso solo dopo la vittoria e la lotteria si tiene solo dopo la condanna a morte di un abitante o la sua morte naturale. Questa contrapposizione è veramente interessante. Siamo abituati a sentire luoghi comuni in occasione di circostante luttuose come “La vita va comunque avanti” e qui ne troviamo una possibile declinazione pratica. Al dolore della perdita di uno si contrappone l’eccitazione di coloro che potrebbero essere candidati alla possibilità di riprodursi. Una contrapposizione drastica, lo ammetto, ma che fa parte di “quell’ordine stabilito” di cui sopra: da una parte c’è la necessità di garantire che il silo non sia sovraffollato e dall’altro permette una gestione dell’istruzione e successiva formazione delle giovani leve in funzione delle disponibilità di lavoro. Non c’è pensione e nemmeno riposo, chi viene a mancare deve essere sostituito e per questo le giovani leve affiancano chi ha esperienza e ne prendono il posto una volta che non ci sono più.

In questo ecosistema perfetto salta all’occhio anche la dedizione al riutilizzo e la limitazione delle comunicazioni elettroniche a favore di quelle cartacee. Ogni abitante guadagna dei crediti per le attività che svolge e ogni mail spedita costa quanto un telegramma. Di qui il ricorso alle comunicazioni postali con la conservazione di un bene poco riproducibile in settori non amministrativi: la carta. Potrebbe sembrare che io vi faccia notare solo dei particolari e, invece questi, messi tutti insieme, andranno a comporre un mega puzzle di una storia che, per la prima volta – almeno per me – apre ad una opportunità differente ovvero a costruire un panorama appartenente al genere distopico che nasce da una situazione sociologicamente simile a quella che noi viviamo giornalmente come avvenne per Ballard. Per far questo Howey, pur partendo da un ecosistema perfetto che si dichiara post-atomico, ma per sua stessa ammissione non sa cosa sia realmente accaduto in precedenza, subisce uno sconvolgimento dello status quo non a partire da un potere che tiranneggia, ma da un caso “politico” di cattiva gestione della giustizia. Quindi, strano a dirsi, ma tutto questo assomiglia più ad un thriller che ad un vero e classico distopico. E’ questo molto probabilmente il segreto del suo successo, la tensione è sempre costante e crescente e i colpi di scena che si susseguono sono ben distribuiti durante la trama in maniera da evitare l’effetto “Dan Brown” – ovvero una trama articolatissima e un finale farlocco -. C’è anche da dire che l’ecosistema ricostruito del silo interrato è descritto in maniera verosimile e plausibile ed è anche per questo che è più facile muoversi per le scale che collegano questi 144 piani sbirciando nelle vite dei protagonisti. Per assurdo che possa sembrare la loro vita è molto simile a quella che facciamo noi (meno le code sul G.R.A:). Il complotto scatenante non è quindi una rivolta totale ad un sistema gerarchizzato, come detto ma scatena molto più di quello che, per questo motivo, i rivoltosi si aspettavano di ottenere – ecco perché è più ballardiano che riferibile ad un autore prettamente distopico -. La distopia è un “di cui” che, per essere completa ha bisogno di tutti i pezzi del puzzle e vi assicuro che alla fine di Dust avrete un panorama completo.

Come per i piccoli particolari che compongono i pezzi del genere distopico, anche le storie che si concatenano in questo libro, trattato in 5 macro capitoli che però sono collegati indissolubilmente fra loro dai vari personaggi che vengono a mano a mano presentati. Ce ne sono tanti, non ve lo nascondo, ma ad un certo punto della lettura si entra talmente tanto nella vita del silo che alla fine non ci si accorge più del numero anche perché di macro-area in macro-area vengono selezionati quelli che poi diverranno parte integrante dello svolgimento nei capitoli successivi della saga. Quindi quando pensate a questa trilogia fatelo come un insieme di puzzle diversi che messi tutti insieme restituiscono un grande disegno o una grande mappa.

Pur essendo una trilogia, i tre libri potrebbero anche essere fra loro non dipendenti, ognuno ha di fatto un inizio e una fine. Il collegamento è garantito ai rimandi fra macroaree e dalla visione d’insieme della mappa temporale della trama di cui ogni libro ne racconta una parte. L’effetto thriller è solo una delle componenti che garantiscono che alla fine non vi basterà leggere solo questo libro, ma vorrete capire come si evolve la storia, anche se, vi anticipo già, Howey vi spiazzerà con un inizio di Shift completamente inaspettato. Howey, a quanto pare va letto così, lasciando che mano a mano ci disveli la realtà che ha concepito, alzando volta per volta un pezzo della coperta che ci nasconde l’insieme. Non c’è verso di anticipare le sue mosse; anche quando la conseguenza è già preannunciata lo svolgimento coglie impreparati e sottende a conseguenze che non sempre sono anticipabili.

E’ moderno, è veramente appassionate e ben tradotto. E’ curato in ogni su punto e riesce anche ad essere in un certo senso completo. 
Credo che, attualmente, sia la migliore saga che io abbia mai letto – non ne ho lette tante lo so – e chi l’ha presa, più che altro incuriosito dalla mia frenesia di finirlo per vedere come andava a finire e dalle mie continue chiacchiere in materia,  ha ammesso che è veramente coinvolgente.
Preciso per i più riottosi che, questa, non è una saga per ragazzi, o meglio, non è scritta né con i toni e né con l’organizzazione delle tipiche saghe young adult. Potrebbe essere una vera sorpresa per voi!

Buone letture,
Simona Scravaglieri 


Wool
Hug Howey
Fabbri Editori, ed. 2013
Traduzione Giulio Lupieri
Prezzo 14,90


Fonte: LettureSconclusionate

[Dal libro che sto leggendo] Wool

Fonte: NerdGate

Teoricamente la ragione avrebbe voluto che vi inserissi il secondo libro di Hunger Games, ma dagli inizi di settembre mi domandavo se valesse la pensa di torturarvi con le saghe oppure no e, alla fine, ho deciso di farlo, ma in un altro giorno della settimana rispetto a quello delle recensioni standard. Quindi, siccome la rubrica non sarà dedicata solo alle saghe degli young adult, ma anche lavori seri ho deciso di iniziare con un signor lavoro.
Oggi invece di Hunger Games, di cui avrei da dire parecchie cose che avrei evitato fossi stata nella Collins, ho deciso di darvi l’opportunità di sbirciare e poi di parlare della “Trilogia del silo” di Hug Howey.

Come detto nel Diario di Agosto, non è una trilogia bella, bensì BELLISSIMA (e sapendo quanto mi stia antipatica la scrittura tutta maiuscola, vi renderete conto di quanto io ne sia entusiasta). E non è una mia fantasia, ma tre contatti di diversa estrazione, formazione, età la stanno leggendo e ne sono tutti e tre estremamente entusiasti. Scritta bene, tradotta ancor meglio, nessuna sbavatura e nemmeno errori evidenti, scorre con facilità e con una tensione sempre rinnovata grazie alle storie dei molteplici personaggi che si intrecciano in un continuo cambio di tempi. Si muove all’incirca in un raggio di tempo di 500-600 anni, ma , che gli scrittori affetti da eccesso di chiacchiera si decidano ad imitare il suo stile, i tre libri non sono pesanti perché non è una storia raccontata minuto per minuto. Insomma non è costruito come “I pilastri della terra” e la prosecuzione “Il mondo senza fine” di Follett, a dimostrazione che se il talento ce l’hai e anche la fantasia, non servono fiumi di parole per rendere un thriller tale.

“Ma è lungo tre volumi!” starete pensando, ma è l’unione di nove libri concepiti come un’unica saga di fondo, ma come storie diverse in realtà, mescolate così bene da non riconoscere dove inizi e finisca l’uno o l’altro, o almeno non dappertutto. Fantascienza, fantapolitica, mistero, thriller, amore (non esagerato), rapporti, distopia, controllo e quant’altro si mescolano in maniera magnifica ed efficace rendendola per me un vero e proprio capolavoro! Provare per credere, sono certa di non essere smentita… e pensare che i primi cinque libri erano usciti in autopubblicazione!

Buone letture,
Simona


1

I bambini stavano giocando mentre Holston saliva incontro alla morte. Li udiva urlare e rincorrersi qualche piano sopra di lui come fanno soltanto i bambini felici. Sentendo tutto il loro impaziente fracasso, se la prese comoda, avanzando sulla scala a chiocciola con un’andatura lenta e metodica che risuonava sui gradini metallici. 
Gli scalini, come i vecchi stivali di suo padre, mostravano segni di usura: della vernice scrostata rimaneva qualche traccia negli angoli e ai lati, dove nessuno posava i piedi. Passi lontani sollevavano piccole nuvole di polvere e Holston percepiva le vibrazioni della ringhiera, dove l’acciaio scintillante aveva perso ogni traccia di smalto. Era una cosa che l’aveva sempre sorpreso: come secoli di palmi di mani e suole di scarpe potessero logorare il metallo. Una molecola alla volta, immaginò. Ogni vita ne erodeva uno strato, allo stesso modo in cui il silo erodeva quella vita. 
Tutti i gradini si erano incurvati sotto il peso di generazioni di passanti, e ormai avevano il bordo smussato all’ingiù come un labbro imbronciato. Al centro, i rilievi a forma di rombo che un tempo li rendevano meno scivolosi erano scomparsi. Restavano soltanto sporgenze piramidali appena accennate e ancora ricoperte da minuscole scaglie di vernice che punteggiavano, come uno schema regolare, la superficie liscia del metallo. 
Holston alzò il suo vecchio scarpone e si issò su un altro vecchio gradino. Si lasciò prendere dal pensiero di ciò che restava di quegli anni lontani e sconosciuti. Molecole e vite cancellate, ridotte in polvere, strato dopo strato. Come gli era già capitato in passato, tornò a riflettere su una cosa: quelle scale, come le loro vite, non erano state create per una esistenza di quel genere. La lunga spirale che si avvolgeva all’interno del silo sotterraneo come una cannuccia in un bicchiere aveva confini troppo angusti per essere destinata a un uso tanto massiccio, pensò. Le scale, così come la loro intera casa cilindrica, sembravano progettate per assolvere ad altri scopi, funzioni dimenticate da tempo. Quella che per migliaia di persone era la strada principale, percorsa giorno dopo giorno in un continuo saliscendi, sembrava più che altro una struttura adatta alle emergenze, a poche decine di uomini. 
Holston superò un altro piano, che ospitava i dormitori disposti a raggiera. Man mano che raggiungeva gli ultimi livelli nell’ultima salita della sua vita, il suono ilare delle voci dei bambini riecheggiava più forte. Era la voce dell’incoscienza, di anime che non avevano ancora capito dove abitavano, che non sentivano la terra premere da tutti i lati, che non avevano la sensazione di essere sepolte, ma vive. Vive e ancora intatte, e lanciavano risate gioiose lungo la tromba delle scale, trilli incompatibili con quello che Holston si apprestava a fare, con la sua ferma decisione di uscire. 
Mentre si avvicinava al livello più alto, una giovane voce sovrastò le altre, risvegliando il ricordo della sua infanzia nel silo, dei banchi di scuola e dei giochi. All’epoca, il soffocante cilindro di cemento, con i suoi interminabili piani di appartamenti, officine, orti e stanze di purificazione dell’acqua attraversati da grovigli di tubi e condotti, gli appariva come un vasto universo, un mondo sterminato che non avrebbe mai potuto esplorare del tutto, un labirinto in cui lui e i suoi compagni si sarebbero potuti perdere per sempre. 
Ma quei giorni si erano conclusi oltre trent’anni prima, e la sua infanzia sembrava infinitamente lontana, come se non gli appartenesse più, come se l’avesse vissuta un altro, non lui. Un’esistenza consacrata al ruolo di sceriffo aveva cancellato i suoi ricordi. E poi c’era stato un altro stadio della sua vita, più recente e noto solo a lui, che aveva ridotto in polvere gli ultimi residui del suo essere: tre lunghi anni durante i quali aveva atteso in silenzio qualcosa che non sarebbe mai arrivato, un periodo in cui i giorni sembravano mesi. 
Giunto in cima, la sua mano non trovò più una ringhiera a cui poggiarsi. Il curvo corrimano d’acciaio consumato finiva lì, nel punto in cui la scala dava accesso alla stanza più grande di tutto il silo: la mensa e la vicina caffetteria. Adesso si trovava al livello da cui provenivano le grida allegre dei bambini, e le loro figure luminose gli sfrecciavano davanti, inseguendosi per gioco tra le sedie sparpagliate. Un gruppo di adulti cercava di contenere quella confusione, e Martha raccoglieva gessetti e colori a pastello dalle piastrelle macchiate del pavimento. Suo marito Clarke, seduto all’altro lato della stanza a un tavolo imbandito con caraffe di succo di frutta e vassoi di biscotti di mais, fece un cenno di saluto a Holston. 
Lui non ricambiò, non ne aveva l’energia né la voglia. Guardò oltre quegli adulti e quei bambini in festa, fissando l’offuscata Vista alle pareti della mensa. Era il più esteso scorcio sul mondo inospitale che li circondava. Una scena mattutina: la fioca luce dell’alba inondava le colline senza vita, rimaste immutate da quando era ragazzino. Erano lì dove erano sempre state, dai tempi in cui anche lui giocava a rincorrersi fra i tavoli della mensa, prima che diventasse la cosa vuota che era oggi. E, al di là della sterminata successione di pendii, un familiare e putrido orizzonte rifletteva i pallidi bagliori del sole nascente. Il vetro e l’acciaio consunti brillavano in lontananza, là dove un tempo, almeno così si credeva, la gente aveva vissuto sopra il livello del suolo. 
Un bambino, lanciato fuori dal gruppo come una cometa, andò a sbattere contro le ginocchia di Holston. Lui abbassò gli occhi e fece per toccarlo, ma il piccolo, il figlio di Susan, fu subito risucchiato nell’orbita dei compagni. 
Holston pensò improvvisamente alla Lotteria che lui e Allison avevano vinto l’anno in cui lei era morta. Conservava ancora il biglietto, lo portava sempre con sé. Uno di quei ragazzini avrebbe potuto essere suo figlio, avrebbe avuto già due anni e avrebbe barcollato dietro ai bimbi più grandi. Come tutti, anche loro avevano sperato di avere due gemelli. E ci avevano provato, naturalmente. Dopo la rimozione dell’Impianto di Allison, avevano cercato notte dopo notte di riscattare quel biglietto, gli altri genitori avevano augurato loro buona fortuna, mentre le coppie senza figli avevano continuato a pregare fiduciose, nell’attesa che il loro ennesimo anno sfortunato passasse in fretta. 
Sapendo di avere a disposizione soltanto dodici mesi, avevano abbracciato persino la superstizione, aggrappandosi a qualunque espediente che, a quanto si diceva, avrebbe aumentato la fertilità: trecce d’aglio appese sopra il letto, due monetine sotto il materasso nella speranza di avere due gemelli, e poi un nastro rosa tra i capelli di lei, sbaffi di blu sotto gli occhi di lui. Erano stati gesti disperati, tanto assurdi da essere quasi divertenti. Ma più folle sarebbe stato non tentare qualsiasi strada, tralasciare anche la più sciocca scaramanzia.
Era stato tutto inutile. Prima che l’anno fosse finito, la Lotteria era passata a un’altra coppia. Non per mancanza di buona volontà, ma per mancanza di tempo. O meglio, per un’improvvisa mancanza di moglie
Holston distolse lo sguardo dalla Vista sfocata e dai giochi dei bambini, e si incamminò verso il suo ufficio, tra la mensa e la camera di decompressione. Attraversando la sala, la sua mente tornò allo scontro che si era svolto lì dentro tre anni prima e, come ogni mattina da allora, rivide i fantasmi del passato. Sapeva che, se si fosse voltato per osservare la grande Vista sulla parete, se fosse riuscito a scrutare al di là delle lenti sporche della telecamera e del pulviscolo che volteggiava nell’aria, e avesse seguito la linea scura sulla collina, oltre la duna fangosa e fino alla città che sorgeva ai suoi piedi, avrebbe potuto scorgere la sagoma di lei, serena. Allison giaceva immobile come un masso, con le braccia piegate sotto la testa, mentre l’aria e le tossine la consumavano. 
Forse. 
Era difficile da vedere, quasi impossibile distinguerla chiaramente, anche prima che l’immagine si offuscasse. E poi, quella Vista era ben poco affidabile. C’erano molti particolari che non quadravano, a dirla tutta. Holston decise di non guardare, superò la sala lugubre, impregnata di spettri, un posto in cui i brutti ricordi avevano messo radici, dove la paranoia di Allison era esplosa all’improvviso, ed entrò nel suo ufficio. 
«Guarda chi c’è così di buon’ora» lo salutò Marnes, il suo vice, sorridendo. Chiuse un vecchio cassetto metallico dell’archivio, che cigolò sui binari arrugginiti. Prese una tazza fumante e poi notò l’espressione solenne di Holston. «Tutto bene, capo?» 
L’altro annuì e indicò la rastrelliera delle chiavi dietro la scrivania. «Cella di custodia» ordinò seccamente. 
Il sorriso di Marnes cedette il posto a uno sguardo accigliato. Posò la tazza e si voltò per cercare la chiave. Mentre era di spalle, Holston strinse per l’ultima volta il freddo, affilato ottone del distintivo a forma di stella nel palmo della mano, e lo appoggiò sulla scrivania. 
Marnes si girò e gli porse la chiave. «Vuoi che passi lo straccio?» chiese. Tranne quando arrestavano qualcuno, entravano in quella cella soltanto per pulirla. 
«No» rispose Holston, facendogli segno di seguirlo. 
La sedia dietro la scrivania scricchiolò quando Marnes fece per alzarsi. Si tirò su e si incamminò dietro di lui. Holston si fermò davanti alla porta e la chiave entrò alla perfezione. Uno scatto secco salì dagli efficienti e oliati ingranaggi della serratura. Il cigolio dei cardini, un passo sicuro, il clangore della porta che si richiudeva, e il peggio era alle spalle. 
«Capo?» 
Holston fece penzolare la chiave tra le sbarre. 
Marnes la guardò, confuso, ma la sua mano si aprì e la prese. 
«Che cosa succede, capo?» 
«Chiama il sindaco» rispose Holston, liberando quel pesante sospiro che aveva trattenuto per tre anni. «Dille che voglio uscire dal silo.»



Questo pezzo è tratto da:

Wool
Hug Howey
Fabbri Editori, ed. 2013
Traduzione Giulio Lupieri
Prezzo 14,90


– Posted using BlogPress from my iPad


"Allegiant", Veronica Roth – Distopia divergente…

Fonte: Pagina Facebook Divergent

Se Matrix fosse un libro per ragazzi scritto ai giorni d’oggi sarebbe molto simile, nella sua struttura di trilogia, a quella di Divergent. Probabilmente sarebbe comunque più completo nella trama, ma la Roth darebbe del filo da torcere sul contesto che ha creato. Dopo Divergent e Insurgent, arriviamo al capitolo finale della saga – lettore ti sto dando l’opportunità di non leggere se non vuoi anticipazioni sulla trama, sei ancora in tempo a non proseguire! – che è il libro di cui parliamo oggi, ovvero Allengiant.
Devo precisare che ci sono due uscite successive a questo libro che riguardano il punto di vista di Four ma, come detto nella rubrica del [Dal libro che sto leggendo], sono completamente ininfluenti e quindi non scriverò altro in merito se non quello che trovate nel relativo post.
Probabilmente la storia non sarà da Pulitzer ma, come detto già in precedenza, il contesto, se fosse in mano ad un talento intrepido della scrittura – maschio o femmina non importa -, potrebbe dar vita ad un vero capolavoro. Come dimostrarlo? Semplice questo libro rimane spettacolare, nonostante un finale secondo me sbagliato – ha completamente ignorato la stessa soluzione che si era creata facendo un giro tortuoso e ricavandone uno poco verosimile -, con una trama che non è proprio il massimo.

Vi avevo già detto nella recensione di Divergent che questa saga ricorda quella di Matrix e, se nel secondo sparisce il riferimento al contesto – non nel film ma solo nel libro eh!- per dare più spazio alle paturnie della nostra eroina e all’ingresso di nuove e vecchie conoscenze, in questo libro il contesto si raffina e si amplia comprendendo fattori similari come:

  • l’eletto che qui diventa divergente;
  • il sistema che governa e gestisce gli uomini (fatto di macchine) che qui è fatto di scienziati;
  • la filosofia del sistema imperfetto, che qui è praticamente simile.

 Sono tutti i temi principali della trama dei primi capitoli. Scoperto infatti il messaggio che conferma che i Divergenti non sono “il male”, bensì la risorsa del futuro, e che fuori c’è qualcosa che li aspetta, dopo fatti e fattacci che non vi racconto, un manipolo di coraggiosi esce di nascosto dalla recinzione e va alla ricerca di questi discendenti degli antenati che, come diceva l’antenata del messaggio, li stavano aspettando. E infatti così è, vengono scortati in un ex aeroporto, che scoprono essere il centro tattico di un grande esperimento che comprende una serie di città, che sono state lasciate distrutte dall’ultima guerra, nelle quali sono stati mandati uomini e donne che hanno scelto di dimenticare quello che avevano vissuto fino ad allora, grazie ad un siero, e di andare a costituire delle comunità-modello come Chigaco dove hanno vissuto fino ad ora. Quindi sono da sempre sugli schermi e controllati da questo gruppo di, eruditi, che intervengono in maniera del tutto invisibile laddove lo si renda necessario ma che, per scopo di ricerca, cercano di limitarsi in queste azioni non rendendosi visibili a nessuno che entri o ci sia già nella simulazione.

Perché sperimentare? A seguito di guerre batteriologiche l’umanità si trova a dover gestire o almeno è così che lo giustificano – altra falla rottiana -, uomini e donne che hanno un bagaglio genetico modificato e quindi impuro. Pertanto le città-sperimentali sono un po’ come allevamenti dove controllare e individuare gli elementi divergenti, ovvero con un bagaglio genetico puro, perché secondo la teoria di questi illustri luminari – ricordatevi illustri luminari – se l’umanità avesse un codice genetico puro non ci sarebbero né guerre e né malvagità. Ora, signori illustri luminari, io non so in che schermo stavate guardando ma io non sarei così sicura che l’umanità si salverebbe in una situazione pacifica con Tris, visto l’effetto che le fanno i pacifici!(Vedi Insurgent). Comunque la Roth ci tiene a dare “l’esempio educativo” e quindi, dopo aver lungamente discusso sulla razza pura o no, crea una situazione in cui  viene rifiutata la teoria “a priori” – della serie siamo tutti speciali – ma non vi dico perché ve lo leggete da soli.

Il contesto, quindi, qui si raffina; se ieri avevamo un pentagono diviso a triangoli tutti uguali in cui ognuno rappresenta una fazione (Abneganti, Eruditi, Intrepidi,Pacifici e Candidi) e attorno al pentagono trovavamo il cerchio che lo racchiudeva in cui erano contenuti gli esclusi, oggi ci troviamo di fronte ad una struttura similare ma opposta. Similare perché anche qui esistono delle simil fazioni (scienziati, Impuri, Divergenti, Esclusi – che vivono fra le rovine – Governo Usa, mondo sconosciuto) ma la situazione è completamente opposta. In Divergent gli abneganti vengono attaccati dagli eruditi per poter prendere loro il potere e il governo, qui è il governo che minaccia di chiudere gli esperimenti. E’ da questa notizia che poi si raffina tutto il quadro che  giustifica l’esperimento: oltre all’eletto si cerca di trovare le caratteristiche della “società perfetta” che possa replicarsi fuori nel mondo, chiamiamolo, reale. 

In Matrix, Morpheus catturato dall’agente Smith che vuole mettere le mani su colui che è una smagliatura del sistema, ovvero l’eletto, si sente raccontare la storia della “definizione del sistema” in cui pensano di vivere milioni di uomini sotto simulazione; Smith in tutta sostanza dice che all’inizio il sistema creato era a suo modo perfetto, dove tutti teoricamente avrebbero dovuto essere felici e appagati, ma gli esseri umani non avevano reagito nel modo previsto cominciando ad autodistruggersi, togliendo quindi linfa vitale al sistema che se ne nutriva. Quindi si era dovuto rilasciare un nuovo sistema che replicava la vita precedente per poter garantire che l’uomo riuscisse ad adattarvisi. Anche qui la Roth arriva alla stessa conclusione: Chicago è una “città modello” che ha resistito più di altre perché è un sistema sociale chiuso ma soprattutto soggetto a ferree regole come per esempio la razionalizzazione dell’energia e dei beni disponibili, la necessità di continuare a creare un mondo vivibile, le regole ferree sull’appartenenza alle fazioni e la conseguente minaccia dell’esclusione a chi non si adegua. Questo rende la società funzionale perché, ironicamente, è una conclusione cui arrivano tutti prima o poi; il “sistema” sul quale si basa l’oganizzazione di ogni società umana ha bisogno, per funzionare, di avere obiettivi e dei ruoli. E’ l’obiettivo che rende la vita degna di essere vissuta, ma l’obiettivo deve essere sempre migliorativo, deve essere qualcosa cui tendere. Ed effettivamente è così che funziona nella vita reale, viviamo tendendo a quel qualcosa che ci permetta di cambiare il nostro status. Ed è una conclusione a cui pochi arrivano nella letteratura di genere, almeno per quel che ho letto io, di solito si fermano un po’ prima – poi magari troverò un altro libro del genere e verrò in questo post a fare un aggiornamento!-.

Non sono tutti i temi che vengono fuori e potremmo discutere per ore su questo, ma è bello rintracciarli nel testo che è, dei tre, quello più aderente al genere distopico; spesso temi su cui si potrebbe veramente aprire una discussione vengono sì trattati ma solo come non avessero consistenza; un altro esempio è la questione della “Scelta” di quelli che hanno scelto di entrare nell’esperimento, scegliendo di dimenticare chi sono. “Scelgono” sostanzialmente di vivere in una menzogna, e di dimenticare che lo è, ma non lo “scelgono” solo per loro stessi, bensì lo fanno anche per le generazioni successive che vivranno all’oscuro di aspetti importanti della loro vita. E’ un tema veramente interessante su cui si potrebbero fare milioni di declinazioni che, manco a dirlo, qui non ci sono. E’ per cose come queste che dicevo nei vari post che Veronica Roth non ci ha creduto fino in fondo a quello che ha scritto, perché trovare tale concentrazione di temi importanti e interessanti da approfondire e non utilizzarli a tuo favore è un vero e proprio spreco. 
Sono 5 i facinorosi che hanno passato la barriera della città oltre a Tris e Four ci sono anche Uriah (fratello di un amico di iniziazione di Four e nel film quello che invita Tris alla scorciatoia dopo l’esercitazione tipo “ruba bandiera”), Christina e Cara (sorella di Will il ragazzo di Christina che Tris ha dovuto uccidere mentre era – lui- sotto simulazione per potersi salvare). I tre personaggi aggiuntivi sono fondamentali per fare da cuscinetto alle smanie di Tris e Four e avrebbero potuto essere usati per fare quest’opera di riflessione su questioni più pesanti ma, manco a dirlo, il risultato è solo un accenno qui e lì senza alcuna riflessione profonda.

Arriviamo alla sezione sieri. Anche qui c’è un più che vago riferimento a Matrix, in particolare nella sessione di allenamento mentale degli intrepidi. In Matrix, Neo e tutti gli altri combattenti, per entrare nel sistema devono essere collegati ad esso e, chi rimane fuori, può vedere che succede dagli schermi (nel caso di Matrix deve interpretare tra le colonne di numeri binari che passano sul video). Ricordate che vi avevo detto che qui c’è un siero per ogni cosa? Durante lo svolgersi della saga viene fuori che:

  • gli intrepidi hanno il siero della paura;
  • gli eruditi non si è ben capito, ma sicuramente producono i sieri per gli altri;
  • gli abneganti il siero della memoria;
  • i candidi hanno il siero della verità;
  • i  pacifici hanno il siero della felicità.
Ora, cara Veronica, se hai passato non so quante pagine a descrivermi tutta la questione del siero della memoria, perché al dunque ne cerchi un altro che ti fa completare questo libro così malamente? Non che io ci tenga ad avere una presenza o l’altra – se avete letto sapete, altrimenti avrò cercato di non fare lo spoilerone – ma porca paletta, come diceva una amica di vecchia data, usa quel che hai! Non ti ingarbugliare in situazioni alla Terminator perché, e te lo dico con tutto l’affetto che posso provare per due libri+un 30% di un altro, a te i duelli, le scazzottate, gli assembramenti di combattenti non è che vengano, in resa scritta, proprio proprio bene. Ok, potrebbe essere in parte questione di traduzione, ma la base è quella non è che il traduttore possa creare più di tanto eh! 

Infine, dopo questa lunga serie di considerazioni, posso dirlo tranquillamente che, secondo me,  anche con tutti i difetti del caso, questa è una saga da leggere e da conoscere, proprio perché, quasi sicuramente non scientemente da parte dell’autrice, ha una struttura contestuale favolosa. E, già così, pone riflessioni e temi che arricchiscono comunque li legga e si soffermi a pensarci su. Bel libro nonostante tutto e bella saga.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Allegiant
Veronica Roth
De Agostini Editore, ed 2014
Traduzione R. Verde
Prezzo 12,67€ (Copertina morbida)

Fonte: LettureSconclusionate

[Dal libro che sto leggendo] Four. Una scelta può liberarlo e Free Four


Anche questo, come i post successivi a Divergent, sono a rischio spoiler, quindi se non vuoi avere anticipazioni, forse questo post non dovresti leggerlo! Lettore avvisato, mezzo salvato…



Fonte: ReBloggy


Oggi, teoricamente parliamo di un libro, ma in pratica sarebbero due i cui titoli sono “Four. Una scelta può liberarlo” e “Free Four”. Ne parliamo insieme perché “Free Four” è un raccontino, mentre l’altro sarà un libro di circa 150 pagine e quindi insieme fanno mezzo libro da “trilogia”. Chi è Four? E’ l’istruttore Tris. Noi lo conosciamo a metà del primo episodio, Divergent, quando accoglie i nuovi adepti della fazione degli Intrepidi. Ora, durante il percorso di addestramento Tris e Four hanno l’opportunità di conoscersi e Four diventa l’unica salvezza per questa ragazza che si trova a dover nascondere il suo essere divergente.

Libretti, simpatici sicuramente, di cui il primo riporta l’introduzione della Roth in cui spiega di aver iniziato la saga una prima volta partendo dal personaggio maschile ma poi di aver abbandonato l’impresa. In pratica questi pezzi dovrebbero sanare eventuali curiosità di come fosse il passato di questo ragazzo prima di conoscere Tris e come lui vede delle situazioni che invece racconta lei in alcune parti del solo primo libro. In più c’è un unico pezzo, lungo una ventina di pagine circa (io l’ho letto in ebook, quindi non posso essere precisa!), in cui si porta avanti la conclusione della saga a partire da quello che è il finale ad effetto di Allegiant.

Belli? Ma sì, non sono male. Necessari? A mio avviso no. Anzi devo ammettere che non si nota manco il cambiamento di registro fra la voce della sedicenne Tris e il diciottenne Four.
Ma ci sono, li ho letti e ve li segnalo.
Ma non credo che li recensirò, né separatamente e né insieme, perché davvero più di questo non si può dire.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

INTRODUZIONE  

In un primo momento, cominciai a scrivere Divergent dal punto di vista di Tobias Eaton, un ragazzo Abnegante con un rapporto particolare e difficile con il padre, e il desiderio di affrancarsi dalla sua fazione. Dopo una trentina di pagine, però, mi ritrovai a un punto morto, perché il narratore che avevo scelto non era adatto alla storia che volevo raccontare. Fu solo quattro anni dopo, quando ripresi in mano il progetto, che trovai finalmente il giusto personaggio per dare slancio alla narrazione: una ragazza Abnegante pronta a mettere alla prova il proprio valore. Tobias non è mai scomparso, ma è entrato nella storia come Quattro: istruttore, amico, ragazzo e alleato di Tris. Tobias è sempre stato un personaggio che avrei voluto esplorare ulteriormente, per il modo in cui prendeva vita nella mia mente ogni volta che compariva sulla pagina. È un personaggio potente, per me, soprattutto per la sua capacità di superare tutte le avversità e addirittura, in diverse occasioni, di uscirne rinvigorito. I primi tre episodi –Trasfazione , Iniziato e Figlio –si svolgono prima dell’incontro con Tris e raccontano come Tobias acquisti sempre più forza nel suo percorso da Abnegante a Intrepido. Nell’ultimo, Traditore , che cronologicamente coincide con la parte centrale di Divergent , Tobias conosce Tris. Avrei tanto voluto includere il momento in cui, per la prima volta, si scoprono attratti l’uno dall’altra, ma sfortunatamente quell’episodio non ha trovato spazio all’interno della sequenza temporale… lo troverete comunque nella sezione finale del libro. Se la trilogia racconta la vicenda di Tris a partire dal momento in cui prende il controllo della sua vita e della sua identità, in questi racconti possiamo seguire l’analogo percorso compiuto da Quattro. E il resto, come si suol dire, è storia. 

Veronica Roth

TRASFAZIONE 

Mi risveglio dalla simulazione gridando. Mi brucia il labbro e, quando lo tocco, mi ritrovo i polpastrelli macchiati di sangue. Devo essermi morso. L’Intrepida che mi ha sottoposto al test attitudinale –Tori, ha detto di chiamarsi –mi guarda in modo strano, mentre si tira indietro i capelli neri e li avvolge in un nodo. Ha le braccia ricoperte di tatuaggi: fiamme, raggi di luce, ali di falco. «Durante la simulazione… eri consapevole che non si trattava di una situazione reale?» mi chiede, spegnendo la macchina. Il suo tono e l’espressione del viso sono indifferenti, ma è un’indifferenza studiata, la sua, acquisita in anni di pratica. La riconosco quando la vedo. Sempre. Tutt’a un tratto il cuore inizia a battermi forte. È andata proprio come mi aveva detto mio padre. Mi aveva avvisato che mi avrebbero fatto questa domanda e mi ha anche detto che cosa avrei dovuto rispondere. «No» ribatto. «Se lo fossi stato, pensi che mi sarei morso a sangue?» Tori mi studia per qualche secondo, poi gioca con il piercing che ha sul labbro prima di esclamare: «Congratulazioni. Il tuo risultato è Abnegante». Annuisco, anche se la parola “Abnegante” mi fa l’effetto di un cappio annodato al collo.«Non sei contento?» mi domanda.«I membri della mia fazione lo saranno.»«Non ti ho chiesto di loro, ti ho chiesto di te.» Tori ha gli angoli della bocca e degli occhi rivolti in giù, come vi fossero attaccati dei piccoli pesi. Come se fosse triste. «Questo è un luogo sicuro. Qui puoi dire tutto quello che vuoi.»Sapevo dove mi avrebbero portato le mie scelte nel test attitudinale prima ancora di venire a scuola stamattina. Ho preferito il cibo all’arma. Mi sono buttato davanti al cane per salvare la bambina. Sapevo che così facendo il test sarebbe finito, e io sarei risultato Abnegante. Forse mi sarei comportato in modo diverso se mio padre non mi avesse istruito, determinando passo passo le mie scelte. in quel caso cosa mi sarei aspettato? Quale fazione avrei voluto?Una qualunque. Una qualunque tranne gli Abneganti.«Mi fa piacere » dico risoluto. Non m’importa di quello che pensa, questo non è un luogo sicuro. Non esistono luoghi sicuri, né verità sicure né segreti da poter confidare al sicuro.Sento i denti del cane affondarmi nel braccioe squarciarmi la pelle. Faccio un cenno di saluto a Tori e vado alla porta, ma mentre sto per uscire la sua mano si stringe al mio gomito.«Sarai tu a dover convivere con la tua scelta» mi ammonisce «Tutti gli altri se ne faranno una ragione e andranno avanti per la loro strada, qualunque cosa tu decida. Ma tu non potrai farlo.»Apro la porta ed esco.


Questo pezzo è tratto da:

Four. Una scelta può liberarlo
De Agostini Libri,Ed 2015
Traduttore R. Verde
Collana “Le gemme”
Prezzo 12,67€

E si parla anche di:

Free Four 
De Agostini Libri,Ed 2015
Traduttore R. Verde
Prezzo 0,49€ (Disponibile solo in ebook)

– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] Allegiant

Fonte: Explore Talent

Come detto in precedenza, nel caso di Insurgent, se non avete letto i precedenti e non volete avere spoiler dovete evitare di leggere questa anteprima. Questo è il capitolo finale della trilogia di Divergent, anche se, a questo libro ne sono seguiti altri due dal titolo “Four. Una scelta può liberarlo” e “Free Four” (di cui il secondo disponibile solo in versione digitale e associato all’acquisto della trilogia in ebook). Questi due sono “aggiunte” ovvero sono parti già affrontate nei libri o accennate, raccontate dal punto di vista di lui.

Dopo aver perso il “Contesto” in Insurgent (vedi la recensione di Divergent), dove la storia prende il sopravvento, qui torniamo a piè pari nel vero e proprio contesto distopico. E, a parte la storia che rimane molto presente, le riflessioni dei nostri protagonisti cominciano ad essere un modo per affrontare, non in maniera approfondita però, discorsi un po’ più seri. Siamo in una traslazione del mondo che abbiamo conosciuto nel primo capitolo della storia anche se questa riprende dalle ultime fasi dei “fattacci” di Insurgent – mamma quant’è complicato parlare di un libro senza anticipare alcunché!-.

Per quanto mi riguarda la soluzione dell’intera vicenda è stata vittima di un clamoroso errore della scrittrice, aveva la soluzione sotto gli occhi e ha scelto un percorso tortuoso e per svolgere la trama intessuta in questo libro. E’ un peccato, ma è andata così. Rimane comunque una trilogia molto valida.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

CAPITOLO UNO
TRIS

Cammino avanti e indietro nella cella del quartier generale degli Eruditi. Le sue parole m,i riecheggiano all’infinito nella mente: Il mio nome sarà Edith Prior, e ci sono molte cose che sono felice di dimenticare.
«E così non l’avevi mai vista? Neanche in fotografia?» Insiste Christina, la gamba ferita appoggiata sul cuscino. Le hanno sparato durante il nostro disperato tentativo di mostrare il video di Edith Prior a tutta la città. Allora non avevamo idea di cosa avremmo sentito, né immaginavamo che avrebbe fatto saltare  le fondamenta stesse della nostra esistenza: le fazioni, le nostre identità. «E’ tua nonna. tua zia o cosa?»
«Ti ho detto di no» ribatto, voltandomi quando mi trovo di fronte al muro. «Prior è… era il cognome di mio padre, per cui quella donna dovrebbe appartenere al ramo paterno della famiglia. Ma Edith, è un nome da Abnegante, mentre i parenti di mio padre erano Eruditi, perciò…»
«Perciò dev’essere più vecchia » osserva Cara, appoggiando la testa alla parete. Vista da dove mi trovo, è identica a suo fratello Will, il mio amico… a cui ho sparato. Poi però si raddrizza e lo spettro di lui scompare. «Di qualche generazione precedente. Un’antenata.»
“antenata.” Questa parola sa di fatiscente, come un muro scalcinato di mattoni. Mentre cammino in circolo, tengo la mano attaccata alla parete. L’intonaco è bianco e freddo.
Una mia antenata, e questa eredità che mi ha lasciato: mi ha affrancato dalle fazioni e mi ha fatto scoprire che la mia natura Divergente è più importante di quel che pensassi. La mia stessa esistenza è il segnale che dobbiamo andarcene da questa città e portare il nostro aiuto a chiunque sia fuori.
«Vorrei sapere» Continua Cara, passandosi una mano sul viso, «… devo sapere da quanto siamo qui dentro. Potresti smetterla di fare avanti e indietro per un minuto
Mi fermo al centro della cella e la guardo con le sopracciglia alzate.
«Scusa» mormora.
«Va tutto bene» interviene Christina. «Siamo chiuse qui dentro da troppo tempo.»
Sono passati diversi giorni da quando Evelyn – con pochi e brevi comandi – ha sedato il tumulto nell’atrio del quartier generale degli Eruditi e ha fatto rinchiudere tutti i prigionieri nelle celle al terzo piano. Un’esclusa è venuta a curare le nostre ferite e a somministrarci gli antidolorifici; abbiamo mangiato e ci siamo lavate diverse volte, ma nessuno ci ha detto anche sta succedendo fuori, per quanto insistentemente abbiamo chiesto notizie.
«Mi aspettavo di vedere Tobias già da un po’» borbotto lasciandomi cadere sul bordo della mia branda. «Dove si è cacciato?»
«Forse è ancora arrabbiato perché gli hai mentito e ti sei alleata con suo padre a sua insaputa» ipotizza Cara.
Le scosso un’occhiataccia.
«Quattro non sarebbe così meschino» li difende Christina, non so se per contraddire Cara o per rassicurare me. «E’ più probabile che qualcosa gli impedisca di venire. Ti ha detto di fidarti di lui.»
Quando è scoppiato il finimondo  e tutti gridavano mentre gli esclusi cercavano di spingerci verso le scale, mi sono aggrappata all’orlo della sua maglia èper non perderlo. Lui mi ha preso per i polsi e mi ha spinto via, pronunciando quelle parole: Fidati di me. Vai dove ti dicono.
«Ci sto provando» bisbiglio, ed è la verità- Sto provando a fidarmi di lui. Ma ogni parte di me, Ogni fibra e ogni nervo, vuole scappare via… non solo da questa cella ma anche dalla prigione che è la nostra città.
Devo vedere che cosa c’è oltre la recinzione.

Questo pezzo è tratto da:
Allegiant
Veronica Roth
De Agostini Editore, ed 2014
Traduzione R. Verde
Prezzo 12,67€ (Copertina morbida) 
 

"Divergent", Veronica Roth – Una recensione divergente….


Fonte: Itsfilmedthere



Confesso di aver avuto notizia, più che tempestiva, di questa trilogia dalle recensioni video e dei blog americani (sono un’eterna curiosa, oramai lo sapete!) , ma pure quando, dalla De Agostini, mi è arrivata la comunicazione dell’uscita del libro di “Insurgent”, in concomitanza dell’uscita del film in versione italiana, non sono andata poi così a fondo alla questione; mi sono limitata a pensare che fosse come quei film che finiscono per mancanza di attori, sterminati da tutto il possibile armamentario conosciuto e sconosciuto, e sono passata oltre. Poi a Giugno mi è capitato di vedere il film – l’ho dovuto rivedere due volte perché la prima era già iniziato – e mi sono ritrovata a pensare: “Ma vuoi vedere che è la volta buona che hanno scritto una bella saga?”. In parte sì, leggendola gli elementi di successo anche per gli adulti, e non solo per i giovani che ne sono il pubblico destinatario, ci sono tutti: un bel contesto post-apocalittico, una storia che si muove all’interno di una società con dei limiti definiti e limitanti, una rivoluzione e infine qualche scazzottata, che se non c’è non siamo americani. “In parte sì” perché l’autrice non è che ci abbia creduto fino in fondo e, seppur abbia avuto fra le mani il possibile “contesto perfetto”, ha gestito la storia, a volte, arrampicandosi sugli specchi.

La trilogia si divide in tre libri: Divergent, Insurgent, Allegiant. Nel primo libro una parte abbastanza importante è data dal contesto. Storia e contesto non hanno lo stesso peso ma è questo sbilanciamento che garantisce alla storia di non sembrare come tante altre. Il contesto ci dice che siamo in un’epoca indefinita – informazione, questa, non definitiva ma ne riparleremo con Allegiant-, in una città che è sopravvissuta alle grandi guerre. Beatrice, la protagonista, ci dice che la città è stata protetta dagli antenati con una alta e fitta recinzione per difendere la popolazione da eventuali attacchi esterni di chi, fuori, “non si è mai ripreso dalla guerra” (cit. Four o Quattro nella versione italiana). Sempre gli stessi antenati hanno cercato di organizzare la società, che si è venuta a creare, in modo tale da impedire nuovi conflitti. Quindi hanno creato delle fazioni che fossero tutte dipendenti le une dalle altre, ognuna rappresentata dalla propria attività prevalente: Eruditi (scienza e conoscenza), Abneganti (aiuto dei più deboli), Intrepidi (milizia e protezione) Candidi (verità e giustizia), Pacifici (agricoltura e approvvigionamenti). Chi non rientra in queste categorie è appartenente ad una non-fazione ovvero agli esclusi.

La storia. Beatrice, che è anche colei che racconta in prima persona, ci introduce  nel racconto nel momento in cui, a chiusura delle scuole (eh sì il film questo lo taglia), si ritrova a dover pensare alla “Cerimonia della scelta” che è preceduta da una giornata di test, diciamo attitudinali, che attraverso una simulazione, le suggeriranno quale possa essere la sua possibile destinazione finale. Appartiene fino a questo momento alla fazione degli Abneganti, che però non sente affatto sua, nella quale vive con i suoi genitori – che hanno anche un ruolo di affiancamento di Marcus il capo del governo della città-, e con suo fratello Caleb che, come lei, si trova ad affrontare la stessa scelta. Succede a tutti i ragazzi che siano entrati nel sedicesimo anno di età. Il test risulta inconcludente e lei si ritrova a decidere del suo futuro completamente da sola. Per la società nel momento in cui dichiara la sua “natura” diventa membro effettivo e quindi considerata come un adulto. 

La cosa che mi ha più colpita, sia nella versione libro che nella trasposizione cinematografica, è l’incastro perfetto. Ogni cosa ha un suo naturale posto, proprio perché ciò che la regge in piedi non è una cosa sola ma il sistema di forze che si concentra nei punti nodali dove il tutto si incontra. Così la società rappresentata è come tante ma, in effetti, nel libro assomiglia più ad una comune dove il lavoro del singolo, sommato al quello del gruppo, produce la sopravvivenza degli altri gruppi che lo mantengono attivo. Ma al tempo stesso le fazioni vivono come compartimenti stagni e il valore del singolo è volutamente perso nel valore di gruppo; “la fazione prima del sangue” ripetono spesso i protagonisti e, per fazione, si intende la famiglia allargata dove non c’è un ambiente privato ma si vive, si mangia e si dorme tutti insieme. L’anomalia si presenta solo in alcuni casi, nel film ogni famiglia abnegante, povera e senza beni per definizione, ha assegnata una casa, mentre per i pacifici sono stanze, gli intrepidi preferiscono, a detta dell’autrice, dormire tutti insieme tranne qualche caso e, invece, di candidi ed eruditi si sa veramente poco.

Fin qui gli elementi del romanzo distopico ci sono tutti: società post apocalittica, la necessità di un ordine certo per garantire la pace, una gerarchia definita che si segue ciecamente, l’annullamento dell’individuo. Ma cosa avverrebbe se un individuo non si potesse incasellare in un solo stile di vita? La domanda posta porta anche ad una osservazione differente di questa società. Se da un lato è strutturata come una comune, dall’altro assomiglia a quella che viviamo. Anche il nostro lavoro, sommato a quello degli altri, dovrebbe garantire il funzionamento della vita nel nostro mondo. Eppure noi cambiamo fazione ogni giorno, da quella dei lavoratori, diventiamo persone che si individuano per stile, hobbies, pensiero e credo. E la società moderna e globalizzata funziona nel medesimo modo il lavoro di tutti è indispensabile, il guadagno, però, è raccolto da pochi. Nello stesso tempo, però, per sentirci accettati e realizzati tendiamo al disegno di gruppo, a cercare credo e collaborazioni, creando a nostra volta dei sottogruppi. La vita comunitaria e per un disegno comune ci uniforma, attraverso dei canoni standardizzati che ci fanno sentire sicuri e stranamente liberi.

Cosa distingue il nostro mondo da quello disegnato dalla Roth? Semplicemente l’obiettivo, la visione d’insieme che nel suo mondo si ottiene con una società primitiva, che si costruisce giorno per giorno, mentre, nel nostro mondo, il rumore generato dalla fretta e dalla iperattività – e quindi dalla mancanza dell’istinto primitivo di sopravvivenza – ci distrae dall’elemento concreto e ci fa fare scelte superficiali. La nostra appartenenza diventa quindi simbolica e non consapevole fino in fondo e questo rende il nostro ventaglio di scelte superficiali e prevedibili, programmabili e anche catalogabili. E qui ritorniamo alla domanda precedentemente posta: Ma cosa avverrebbe se un individuo non si potesse incasellare in un solo stile di vita? Secondo la filosofia della Roth ed è quello che succede anche nella nostra società risulterebbe Divergente ovvero non classificabile. Perché fa così paura? Semplice: per i protagonisti della Roth, perché non è dominabile. Per noi, per lo stesso motivo: se ragiona in mille modi diversi e se soprattutto è in grado di porsi domande su quello cui si chiede di credere ciecamente, è pericoloso perché potrebbe mettere in discussione  la fede o gli obiettivi che sono l’elemento fondante del gruppo cui appartiene. In questo senso, ovvero la ricerca e la distruzione di qualsiasi anomalia possa minare lo status quo, stabilito e accettato, e la filosofia della scelta, questo lavoro ricorda molto Matrix, non so se volutamente o no, ma paiono questioni prese da quella serie di film. Ma mentre la “divergenza” diventa lo scopo di distruzione e di vita dei protagonisti, la “scelta” è oggetto di pochi capitoli e non viene mai approfondita (almeno non come anticipa il sottotitolo del libro che cita “Una scelta può cambiare il tuo destino”), bensì presa solo come un dato di fatto. Ed è un vero peccato perché, ad un certo punto salta nuovamente fuori nel finale e, pur potendo portare un valore aggiunto, viene passata sottobanco con riferimenti alla natura umana. La scelta non è oggetto di ponderatezza – in fondo Beatrice ha 16 anni e si pone poco il problema- ma solo scaturita dalla natura della nostra personalità, mentre in Matrix diventa filosofia pura dove, “scelta” e “natura umana” sono scisse completamente e la prima prescinde dalla natura del prescelto perseguendo però il suo destino.

A quadrate l’architettura distopica c’è infine la “paura dell’ignoto”: la città ha una sua milizia e delle fortificazioni che la difendono da quel che non si conosce. L’ignoto, un qualcosa di indefinito e che forse non arriverà mai, che costringe però la città stessa a perseguire comunque lo scopo difensivo. Tale obiettivo non rimane sono aleatorio ma ha anche un ruolo ben definito, quello di tenere insieme il mondo costituito grazie al timore che ne diventa il collante. Come si rompe questo sistema? Con l’individualismo, Jeanine Matthews, capo-fazione degli eruditi, comincia una campagna stampa contro gli abneganti. Il potere non deve andare agli altruisti, per loro natura non votati all’interesse personale, bensì agli eruditi che hanno la conoscenza in mano – notare che gli eruditi della Roth sono solo scienziati e ricercatori, quindi scrittori e filosofi sarebbero degli esclusi! E la scelta, nel contesto di questo libro, non è del tutto sbagliata-. Dopotutto, chi conosce comanda. 
Se si analizza questo concetto potrebbe anche sembrare corretto, chi ha la conoscenza, dovrebbe avere una visione d’insieme migliore di chi ha campi più ristretti. Al tempo stesso, non basta essere altruisti per essere giusti governanti ma, se proprio andiamo a guardare bene, nessuna delle fazioni ha delle caratteristiche necessarie potere governare in maniera giusta. In un mondo idilliaco ogni rappresentante delle varie fazioni dovrebbe poter dire la sua e l’insieme delle caratteristiche, di coloro che sono chiamati a rappresentare la collettività, dovrebbe dare come risultato un sistema democratico e illuminato che permetta alla comunità di avere tutto ciò di cui ha bisogno e al contempo di vivere in una società giusta. Ma cosa avviene in realtà? Che, come dicevo nella recensione de “La fattoria degli animali“, la cessione del potere può essere pericolosa perché “la tentazione di colui che detiene man mano più potere […] (è) vizio connaturato alla natura mortale dell’uomo”. La soluzione qual è? Devo ancora trovare un romanzo distopico che affronti questo tema risolvendolo. Nella cosmologia schmittiana de “La giostra del piacere“, che distopico non è ma descrive quello che succede poco prima dell’apocalissi del singolo individuo, l’unica soluzione è il “baratro” ovvero il reset dello status quo e lo start-up di una nuova società che riparte da zero. Che sia l’unica possibile? Non è dato sapersi, ma forse prima o poi lo scopriremo.

Detto questo, dopo tutte queste riflessioni altolocate, ci sarebbe da dire pure sulla storia che si muove dentro questa architettura perfetta e che ha dei punti vincenti. Beatrice si trova non solo a dover affrontare l’iniziazione della fazione cui appartiene ma anche a combattere per idee che in fondo non erano sue. La sua natura umana, che la tiene legata alla famiglia, le fa capire il pericolo e sa perfettamente di non essere uniformabile e quindi ad un certo punto si trova a dover accettare un aiuto, anzi più di uno, che piovono come elementi di salvataggio quando la trama si potrebbe risolvere in un nulla di fatto. Quindi libro bello bellissimo? Ni, come dicevo a cappello di questa recensione, in parte sì, per me che sono un’amante del genere, in parte no perché molte di queste informazioni vengono da riflessioni da adulti e l’autrice non tende mai a far riflettere i propri personaggi sul contesto che li circonda. Aggiungiamo a questo anche il gran numero di cliché che fanno parecchio sorridere o di spiegazioni rimaste sospese come ad esempio:

  • i pacifici, che siccome vogliono vivere in armonia, si vestono come Hippies;
  • il fatto che ogni fazione coltivi comunque l’individualità, come le case per gli abneganti, i capifazione quindi una struttura verticale, il benefit (la macchina di Jeanine ad esempio) e via dicendo;
  • che per ogni problema c’è un siero, quando non si sa come svoltare la situazione c’è sempre un siero in agguato;
  • Beatrice è fondamentalmente una una persona instabile più che divergente, prende decisioni e cambia idea nel raggio di pochi secondi ed è al contempo una bimba e un terminator;
  • “la mia mamma e il mio papà”, temo sia una questione di traduzione, ma il fatto che qualcuno, che sta sparando all’impazzata, pensi “la mia mamma e il mio papà” mi fa decisamente strano – pensare poi che un adolescente che secondo le mode, apostrofa i suoi genitori nei modi più disparati, di cui il più gentile è mà e pà o mamma e papà senza altri ammennicoli, me lo fa sembrare meno reale- [Aggiornamento del 4/8/2015- Grazie ad Irene (Librangolo Acuto) che lo sta leggendo in lingua originale, la traduzione letterale sarebbe “mia madre” o “mio padre” niente mamma e papà];
  • è lampante che a scriverlo sia stata una donna, visto che i maschi, persino degli intrepidi, sembrano più delle adolescenti che degli adolescenti;
  • il gioco del rubabandiera, descritto in pratica come tale dai Four ed Erick, che qui viene definito “strappabandiera”[Aggiornamento del 4/8/2015- Grazie ad Irene (Librangolo Acuto) che lo sta leggendo in lingua originale la traduzione è comunque errata perché in americano è scritto “capture the flag”];
  • le pessime descrizioni dei combattimenti, talmente affollate di gesti che non si riesce mai a capire “chi colpisce chi” se non rileggendo il passo almeno tre volte.
Perché piace tanto ai ragazzi? Semplice, mettendo da parte quel che fin qui vi ho detto, l’identificazione è molto semplice. A sedici anni si è grandicelli ma non ancora adulti, pensare di poter vivere in un mondo che finalmente ti ascolta è un bel sogno, come anche quello di fare parte di un gruppo ed esserne membri effettivi. In più colpiscono anche messaggi che, invece, potrebbero essere meno evidenti come per esempio, l’unirsi per un reale obiettivo concreto e scegliere per che cosa valga veramente di combattere o contestare e l’impegno per raggiungere uno “status quo” ed essere accettati dagli altri. Elementi che fanno da compendio al mondo bellissimo che qui si rappresenta. La storia d’amore, in questo libro, non è così presente, perché l’interesse è tutto incentrato sullo scopo di difesa ma ci sta, anche se, devo ammettere, di non avr mai visto un diciottenne che, con una bella ragazza fra le mani, si sente dire “Non voglio andar di fretta”, che risponde “va bene, me ne ritorno a dormire sul pavimento”. Ma ne capisco l’intento educativo. 


Per questo continuerò a sostenere che questa saga poteva veramente porsi sullo stesso piano che ricopre quella di Harry Potter, fatta per i ragazzini più piccoli ma molto letta dagli adulti. Questo sarebbe successo se l’autrice, l’editor e anche chi l’ha opzionato per l’Italia, ci avessero creduto un po’ di più. Bastava veicolare i temi, far parlare i protagonisti non solo di “mia mamma e mio papà” (mio e mia non li avrei mai messi!) – magari avessero fatto riferimento alla filosofia che poteva esserci dietro tutto questo! – o non farli piagnucolare quando bisogna prendere tempo, e avremmo evitato intermezzi inutili ottenendo un romanzo distopico veramente perfetto e lineare.
Rimane comunque il fatto che è un libro che ho consigliato e consiglierei ancora, sia agli adulti che ai ragazzi.

È una recensione che non vi aspettavate sul tema? Prendetela come divergente, perché per sparlarne bisogna comunque leggerla e io devo ammettere che sono rimasta felicemente sorpresa di non essermi ritrovata di fronte alla porcheria che pensavo che fosse.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Divergent

Veronica Roth
De Agostini Editore, Ed. 2014
Traduttore R.Verde
Prezzo 9,90€ (copertina flessibile)


Fonte: LettureSconclusionate