#Maggiodeilibri – Il #benessere di una cupa e gentile lettura per caso!

Immaginate una calda, anzi rovente giornata di Agosto. Immaginate il GRA (Grande Raccordo Anulare) di Roma e, se non ci siete stati va bene anche immaginare un’autostrada a tre corsie con annessa corsia d’emergenza. Immaginate una fila ferma e ininterrotta di macchine sotto il sole caldo verso le cinque del pomeriggio. Ecco, comincia così la mia storia con un libro.

Molti d’estate sono in vacanza ad Agosto, ma io ho questo brutto difetto, preferisco lavorare in agosto e godermi le ferie a Settembre quando c’è meno gente e il fresco dell’autunno entrante comincia a farsi sentire nelle sere che si accorciano. Mi metto con il mio bel trapuntino estivo, allungata sul divano, con i gatti che vanno e vengono dal terrazzo che ancora riceve il sole e mi gusto un bel libro e i primi tè ai frutti di bosco. Ma quell’estate di cinque anni fa, Settembre sembrava ancora lontano e il traffico romano non accennava a diminuire fino a ferragosto. Stanca, sudata e rassegnata accesi la radio -cosa ormai rara da anni, la radio si accende solo alla mattina per svegliarsi ma al ritorno mai perché sono nell’attimo in cui odio il mondo rumoroso- e incappai in Fahrenheit. Era appena finito un gioco o una lettura e il presentatore (non mi chiedete il nome perché non lo ricordo) stava parlando con “un certo” Umberto Piersanti. Lui scrittore e poeta stava descrivendo le sue opere e il suo approccio alla poesia in particolare e di questa descrizione, ammetto, ricordo poco. Ma subito dopo è scoccata la scintilla. 

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"Non è un vento amico", Vincenzo Zonno – Dell’importanza dell’ambientazione…

Tallinn
Fonte: 4Ever

Ve ne ho parlato lunedì, nel mensile, di questo bel libro come di “un libro che evoca atmosfere lontane e decisamente affascinanti”. Per chi non lo sapesse, nulla da vergognarsi o incappi in questa informazione perché sei un appassionato o perché leggi un libro che ne parla – tipo questo ad esempio!, le zone del nord della Russia a partire dallo stato di Vologda erano zone di confino per coloro che si erano macchiati di mali, diciamo minori. La Siberia era destinata a chi si era macchiato di mali inaccettabili e, le zone baltiche di cui parliamo oggi erano terre di “limbo” per chi vedeva più possibile la riammissione a Mosca oppure terre di colonizzazione per chi già in patria non aveva molto da vivere. In questo mondo che si crea, decisamente particolare, la comunità russa è una comunità chiusa, quasi elitaria. Tradizioni, usi e costumi della madre patria vengono coltivati pedissequamente come fosse necessario non dimenticare. Sono informazioni che vi do perché, su questa base, si crea il mondo che descrive Vincenzo Zonno.

Siamo a San Pietroburgo e lo Zar Nicola convoca un giovane ufficiale, George, che al momento è di stanza in città e non ha alcun incarico. Dalla città di Cypel Koszalin, che a me per descrizione ricorda il centro storico di Tallinn anche se– detto centro storico-  non confina con il mare, è arrivata una cassa con un carico alquanto insolito. Lo Zar vuole che Georges vada a Cypel Koszalin a svelare il segreto che nasconde la morte dell’ex console della cittadina e che ne ricopra il ruolo riprendendo in mano un mondo che sembra essere sfuggito ai dettami russi.

Non vi dirò altro, perché davvero è bello scoprirlo man mano e, sebbene la prima parte che vi avevo inserito nel [Dal libro che sto leggendo] ti prende portandoti subito nella spirale del mistero anche se avverti che la situazione tangibilmente si svolge in pieno giorno, man mano che il viaggio di Georges va verso la sua destinazione finale la luce – quasi a seguire fisicamente il percorso che va verso terre del nord che di luce, in inverno, ne vedono poca – comincia a sparire assecondando l’alone di mistero che avvolge e nasconde la vera vita di questi luoghi. E qui l’attenzione all’atmosfera diventa ancora più puntuale e raffinata: la passione per l’oratoria e per il contraddittorio, la rappresentazione dei comportamenti, i libri proibiti, il rapporto contrastante la religione e il credo in generale, la vita del deportato e quella dell’aristocrazia di confine. Tutto questo non è oggetto di disamine pesanti, fa parte di camei e sfumature aggiunti a regola d’arte qui e lì nella trama che testimoniano non solo il talento dello scrittore ma anche la grande ricerca che c’è dietro questa trama.

A questo si aggiunge questo giallo che ha uno svolgimento con un ritmo all’inizio lento, per permettere che ci si ambienti nel luogo che ci ospita e  che pian piano ne acquista uno più veloce fino ad una conclusione del tutto inaspettata. Tutto sommato funziona e anche bene, le situazioni sono credibili, gli intrecci coerenti e la storia è talmente accattivante che quando viene la fine un po’ ti dispiace perché avresti preferito andare avanti ancora un po’.
Devo ammettere che la morte di un personaggio mi ha fatto rimanere un po’ male, mi ero figurata una altro pezzo di storia, e invece, nella migliore delle tradizioni russe, la storia a preso un finale diverso da quello che speravo io ma altrettanto bello. La scrittura è chiara e scorrevole, è elegante e non si diletta in minuziose descrizioni inutili. Pure nei momenti più audaci non trascende da quell’atmosfera che ha creato e io per questo l’ho adorato. In più questa facilità di tenere il tono della storia sempre nello stesso range di ambientazione pare che a Vincenzo venga del tutto naturale.

Aspetto il prossimo libro, che so che sta scrivendo o ricorreggendo, e questo invece è stata una vera sorpresa per me e spero che questa mia recensione vi ispiri a prenderlo, perché davvero è un lavoro che vale la pena di conoscere.
Consigliatissimo,
buon letture,
Simona Scravaglieri


Non è un vento amico
Vincenzo Zonno
VociFuoriScena, ed. 2015
Collana “I ciottoli”
Prezzo 15,00€



Fonte: LettureSconclusionate




[Dal libro che sto leggendo] Non è un vento amico

Una foto pubblicata da @leggendolibri in data: 7 Mag 2016 alle ore 00:13 PDT

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Tra le belle scoperte, in ritardo – per colpa mia! – perché questo volume lo avevo registrato nel Diario di un mese di libri di Ottobre, c’è il libro di oggi ovvero “Non è un vento amico”. In quella occasione vi avevo scritto che mi era stato proposto alla lettura e che, prima di accettare, avevo controllato in rete ed avevo trovato una recensione che mi era molto piaciuta. Oggi posso sinceramente dirvi che è stato un vero colpo di fortuna, Vincenzo ha talento da vendere anche perché il suo romanzo ha retto anche se letto dopo “Anime baltiche”. Stessi temi? No, ma stessi luoghi sì. Tempi diversi, ma le “atmosfere” molto simili.

Metà del 1800, lo zar Nikolaj ha chiesto un favore personale ad uno dei  collaboratori per far rientrare dai paesi baltici qualcosa che non si deve sapere in giro. Contestualmente un giovane ufficiale, Georges Stroganov, viene incaricato di andare in quei luoghi e indagare su quanto stia succedendo lì. È un luogo che è considerato un “purgatorio”, l’anticamera per una possibile riammissione in Russia dopo gli anni scontati in Siberia, per misfatti vari, ed è facile che le cose sfuggano al controllo dello zar, a meno che non vi sia un uomo fidato a mantenere le fila della situazione e a far rapporto in maniera tempestiva. Georges parte non sapendo a cosa si troverà di fronte ma deciso a guadagnarsi  l’apprezzamento dei suoi superiori.

Bello e anche di più. E’ stata una vera rivelazione! Una storia che denota una grande ricerca, una ricostruzione delle atmosfere ottocentesche baltiche ben fatta, che non è cosa da tutti i giorni. In più oltre alla base romanzata, si aggiunge un giallo a tinte decisamente forti e che riserva parecchi colpi di scena. Tiene in tensione dall’inizio, ovvero l’apertura del segreto della cassa, fino alla fine. 
Un libro davvero da leggere di cui vi parlerò dettagliatamente anche in recensione. Oggi ho copiato il testo a mano, ed ho iniziato dal secondo capitolo, proprio perché vi volevo far calare nel bel mezzo della vicenda e, sono sicura, che sarà irresistibile anche per voi!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

II 


25 ottobre 1854. Le vie di san Pietroburgo erano grigie e buie e, a pomeriggio inoltrato, si completavano alcuni lavori per strada.
Città che non avevano mai pace erano queste: Londra, Parigi, la più lenta Roma e la rinata Mosca. Tutti luoghi nati e glorificati dalla fatica e persino dalla morte. Si narrava di migliaia di uomini che avevano perso la vita per dare lustro a San Pietroburgo, e che la città si reggesse sugli scheletri. Nessuno poteva dubitarne, giacché non vi era stato altro che un acquitrino prima che vi sorgesse la capitale. Tronchi, pietre, metalli e tutto ciò che era stato indispensabile a edificare quella nuova potenza mondiale era stato trasportato da molto lontano, attraverso foreste, terreni impervi e paludi che nascevano dal nulla e si spostavano a ogni capriccio dei fiumi. 
Non vi era nessuna certezza su quando sarebbero finite le piogge che avevano arrecato gli ultimi disagi e vi erano ancora cumuli di fango e di pozze da eliminare. Colpa dell’ennesima esondazione della Neva, della natura che spesso detta legge e dell’uomo che vi pone rimedio o arranca nel tentativo di farlo.
In quel periodo, gli allagamenti si susseguivano uno dopo l’altro, e i cittadini erano sfiancati. La città che era stata il desiderio e il più ambizioso obiettivo di Pietro il Grande, dopo un secolo appariva efficiente e moderna e aveva, con grande apprensione degli altri Stati, aperto la Russia alla ricchezza e alla mondanità.
Ma la natura inclemente non mancava di beffarsi di tutto ciò. Ingrassava i fiumi con acqua e fango e tormentava la costa con i forti venti da nord; la città affogava e le isole fluviali sparivano, lasciando un gran mare dorato a ricoprire ogni cosa.
Nonostante ciò, San Pietroburgo puntualmente rinasceva. Poco per volta s’asciugava e appariva bella, con i suoi lunghi viali e i canali su cui si affacciavano i palazzi imponenti, fastosi; con il suo popolo in continuo movimento ad arricchirla con la propria opera, fatica e con tutto il sudore di una vita.

Proprio sulla Neva si affacciava il palazzo governativo dove, quella mattina, era attraccata una piccola nave con un carico speciale. Il palazzo era la sede della compagnia che gestiva lo stesso battello e si occupava di organizzare i viaggi e le varie imprese per conto dello zar.
Le pellicce, il sale, raramente anche le costose spezie, erano gestite in quel luogo e nei magazzini attigui. La merci erano pesate e catalogate, e tutto ciò che doveva essere scaricato o spedito veniva registrato e poi archiviato nel grande palazzo.
Godunov era la mente di tutto quel complesso meccanismo: il suo ufficio si affacciava sulla Neva e, da lì, poteva ammirare il passaggio costante dei grandi battelli e il caos delle piccole imbarcazioni. Di sotto, operai erano intenti in mille occupazioni, ma la maggiore attività era il carico e lo scarico delle merci, con il conseguente frastuono, con le grida eccitate di mille odori che nascevano a ogni controllo di un nuovo arrivo.
Quella mattina, Godunov era nervoso e aveva seguito con apprensione l’arrivo di un particolare battello. Aveva il viso spiaccicato sul vetro della finestra e sbuffava ciclicamente, formandovi sopra un alone bianco.
«Non così! Che uomini mi tocca pagare! La feccia! Il peggio che si possa trovare. Poi ci si stupisce che il signo Godunov abbia perso quel carico… Ch abbia rotto quelle statue… che abbia bagnato le pellicce dello zar… Feccia! Il peggio che si possa trovare!»
La sua agitazione aumentava man mano che le manovre procedevano, e non si era mai staccato dal vetro della finestra, nonostante le operazioni di sbarco si protraessero da ore. Del resto, non era semplice: bisognava che la nave uscisse dal fiume per entrare nel primo bacino, dopodiché si serravano le enormi chiuse alle sue spalle e si pompava acqua affinché il livello si alzasse fino ad arrivare alla stessa altezza del secondo invaso. Solo allora a nave poteva entrare nel successivo bacino, alimentato da un piccolo affluente, e poi giungere al vero porto ai piedi del palazzo commerciale. Lì, con l’aiuto delle gru, si poteva scaricare.Godunov, quel pomeriggio, seguì tutta questa complessa operazione borbottando, poi aprì la finestra per seguire la conseguente procedura di scarico mimando con le mani tutta l’operazione. La gru, fissata su uno dei tanti magazzini, fu sbloccata dai suoi ganci sul muro e, una volta aperta, diretta verso il battello. Dopo tutte le manovre concitate e le bestemmie degli scaricatori, in poco più di una mezz’ora fu tirata fuori una cassa.
«C227!» urlò a se stesso Godunov. Iniziò quindi a girare nel suo piccolo ufficio guardandosi attorno con gli cchi spiritati. «Ma dove s’è cacciato?»
L’ambiente dove lavorava non era piccolo, ma il mobilio lo rendeva opprimente; iniziò a frigare sulla scrivania e versò l’inchiostro imbrattando tutto il piano. Imprecò a bassissima voce, mordendosi le labbra, e alzò lo sguardo descrivendo lentamente il perimetro della stanza e fermandosi infine sugli scaffali gravati da grossi volumi foderati in pelle. Tutto ciò che era stato registrato nella compagnia, si trovava lì.Poteva aver messo ciò che cercava su quelle scansie?
No, pensò. È troppo importante e lo avrei smarrito facilmente.
Probabilmente lo aveva portato sempre con sé, e proprio questa cosa poteva essere la ragione per cui ora non lo trovava: gli aveva cambiato troppe volte posto.
Di fronte alla libreria, pile d’incartamenti pencolavano su alcune sedie foderate in pelle e, a un angolo del muro, stavano appoggiate due balle di pezze di pelliccia.
Una stuoia era era e stesa sopra al cumulo a far mirare la sua bellezza e calore, e Godunov, istintivamente, ne alzò qualcuna, come se quello potesse essere un luogo di custodia. In giro e dappertutto, c’era altra carta in fasci, in libri o semplicemente sciolta e sparsa per terra. Sul muro apparivano in odo invadente, rispetto all’arredamento della stanza, un paio di cartine geografiche raffiguranti ambedue le stesse regioni, ma, stranamente, con geometrie territoriali diverse. Il che spiegava l’approssimazione con la quale s’intraprendevano i viaggi commerciali, a quei tempi. La via da seguire  per qualsiasi nuova avventura s’interpretava a seconda del tempo, dell’occasione e, a volte, del giudizio del comandante.
Su quelle mappe erano appuntati cari foglietti con degli spilli. Ma ciò che cercava Godunov non era lì: non era da nessuna parte.
Cercare o semplicemente muoversi in quell’ufficio era arduo; tanto più che Godunov, basso e pingue, si spostava a fatica, senza mai pervenire a una visione d’insieme, senza mai riuscire ad appropriarsi  completamente di quello che, a conti fatti, costituiva tutto il suo mondo. Il colletto della camicia era troppo alto e il vestito europeo gli contrastava qualsiasi movimento. Iniziò a sudare e i pince-nez  gli scivolarono giù dal naso. Godunov si fermò un attimo per raccogliere le forze e la memoria, e si massaggiò il ventre.Uno stupore improvviso gli fece cascare gli occhiali procurandogli un bollore istantaneo alla testa e, a seguire, le gocce di sudore gli rinfrescarono le tempie. 
Godnov accennò ad un sorriso e portò un foglietto ben vicino agli occhi.
Proprio il gilet, in una delle tasche basse sull’ampio panciotto, aveva trovato quel bollettino che tanto cercava, Lo lesse, si asciugò la fronte e si carezzò le folte basette. Era la cassa giusta.



Questo pezzo è tratto da:

Non è un vento amico
Vincenzo Zonno
VociFuoriScena, ed. 2015
Collana “I ciottoli”
Prezzo 15,00€ 

[Dal libro che sto leggendo] Il fondamentalista riluttante

Fonte: Vogue

Questa è una lettura fatta nel fine settimana che ho adorato. Non è bello, ma molto di più. Scorre che è un piacere ed è un piacevolissimo diversivo dalle letture che sto facendo in questo periodo. Oltretutto non è grandissimo e si finisce in una giornata.

E’ un dialogo fra un pakistano e un americano che si incontrano in un mercato di Lahore e che hanno l’occasione. Changez, ha vissuto in America per 5 anni e trova in questo incontro un’occasione per parlare di quei momenti. Più che un dialogo è quasi un monologo, visto che parla sempre lui, ma è così avvolgente la voce del protagonista che non annoia mai.

Ho questo libro da un sacco di tempo, credo guardando l’adesivo sul prezzo, di averlo preso nel 2011, e ricordo di averlo comprato con “Tempo di uccidere” che invece ho letto praticamente subito. Non so sinceramente perché non gli ho dato subito un’opportunità ma è un libro che consiglio caldamente a tutti perché, mi ripeto lo so, è davvero piacevole da leggere. Un po’ come staccare la spina e immergersi in un mondo in cui, le regole della cortesia e della naturalezza, sono quelle che in occidente non si trovano più. A questo fanno da contorno riflessioni su avvenimenti relativamente recenti, come quello del 2001 delle torri gemelle, guardate da un punto di vista del tutto inconsueto.

Ne riparleremo in recensione,
buone letture,
Simona Scravaglieri

Capitolo primo  


Chiedo scusa, signore, posso esserle d’aiuto? Ah, vedo che l’ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla mia barba: io amo l’America. Mi sembrava che lei stesse cercando qualcosa; anzi, più che cercando, lei pareva in missione, e dato che io sono nativo di questa città e parlo la sua lingua, ho pensato di offrirle i miei servigi. 
Come ho fatto a capire che lei è americano? No, non dal colore della pelle; in questo paese abbiamo un ampio spettro di coloriti, e il suo non è raro tra le popolazioni alla nostra frontiera nordoccidentale. E non è stato nemmeno l’abito a tradirla; un turista europeo avrebbe potuto facilmente acquistare a Des Moines il suo stesso abito con lo spacco singolo e la sua camicia button-down. Certo, i capelli rasati e l’ampio torace –il torace, direi, di un uomo che fa regolarmente palestra, e ai manubri solleva senza sforzo duecento chili –sono tipici di un certo tipo di americano; ma di nuovo, gli sportivi e i soldati di ogni dove tendono a somigliarsi tutti. È stato piuttosto il suo contegno a permettermi di identificarla, e non lo prenda come un insulto –vedo che la sua espressione si è indurita –ma come una semplice osservazione. Allora, mi dica, cosa stava cercando? Di certo a quest’ora del giorno solo una cosa può averla condotta al vecchio bazar di Anarkali –così chiamato, come forse sa, in onore di una cortigiana murata viva per aver amato un principe –ed è la ricerca della perfetta tazza di tè. Ho indovinato? Mi permetta dunque, signore, di consigliarle il mio locale preferito. Ecco, è questo. Le sedie di metallo non sono granché imbottite, i tavoli di legno sono altrettanto grezzi, ed è, al pari degli altri, a cielo aperto. Ma le assicuro che la qualità del tè è ineguagliabile. 
Preferisce sedersi qui, con le spalle rivolte al muro? Benissimo, anche se così trarrà meno beneficio dalla brezza intermittente che, quando soffia, rende più gradevoli questi pomeriggi caldi. Non si toglie la giacca? Così formale? Be’, questo non è tipico degli americani, almeno non nella mia esperienza. E la mia esperienza è notevole: ho trascorso quattro anni e mezzo nel vostro paese. Dove? Ho lavorato a New York, e prima ho frequentato il college in New Jersey. Sí, ha indovinato: a Princeton. Che intuito! Cosa pensavo di Princeton? Be’, per rispondere a questa domanda devo raccontarle una storia. Appena arrivato mi guardai intorno e osservando gli edifici gotici –più recenti, scoprii in seguito, di molte moschee di questa città, ma antichizzati dai trattamenti a base di acidi e dal sapiente lavoro degli scalpellini –pensai, questo è un sogno diventato realtà. Princeton mi dava la sensazione che la mia vita fosse un film di cui io ero la star, e che tutto fosse possibile. Ho accesso a questo splendido campus, pensavo, a professori che sono titani nel proprio campo e a studenti che sono principi della filosofia in gestazione. 
Ero stato, devo ammetterlo, esageratamente generoso nelle mie idee sullo standard degli studenti. Erano quasi tutti intelligenti, questo sì, e molti erano anche brillanti, ma mentre io ero uno dei due soli pakistani del mio corso, due su una popolazione di piú di cento milioni di anime, badi bene, gli americani erano il frutto di una scrematura condotta su percentuali molto meno clamorose. Erano un migliaio i suoi compatrioti le cui iscrizioni erano state accettate, cinquecento volte i miei, pur essendo la popolazione del vostro paese soltanto il doppio di quella del mio. Di conseguenza i non americani tra noi tendevano in media a far meglio degli americani, e nel mio caso giunsi all’ultimo anno senza aver ricevuto un solo voto al di sotto del massimo. 
Col senno di poi capisco bene la potenza di quel sistema, pragmatico ed efficace come molte altre cose negli Stati Uniti. Noi studenti internazionali venivamo da ogni angolo del globo, ed eravamo vagliati non solo attraverso i severi test standardizzati, ma anche attraverso ulteriori selezioni minuziosamente personalizzate: colloqui, prove scritte, raccomandazioni, che permettevano di identificare i migliori e i più promettenti tra noi. Agli esami in Pakistan ero stato tra i migliori, inoltre ero un giocatore di calcio abbastanza bravo da competere nella squadra universitaria, cosa che feci prima di infortunarmi al ginocchio nel corso del secondo anno. Agli studenti come me venivano concessi visti e borse di studio, un totale sostegno finanziario, ed eravamo, badi bene, ammessi nei ranghi della meritocrazia. In cambio ci si aspettava che ponessimo i nostri talenti al servizio della vostra società, la società di cui entravamo a far parte. E perlopiú eravamo ben lieti di farlo. Io certamente, almeno all’inizio. 
Ogni autunno Princeton si sollevava la gonna per i reclutatori delle grandi aziende che arrivavano al campus e, come dite voi negli Stati Uniti, mostrava un po’ di pelle. La pelle mostrata da Princeton era una bella pelle, naturalmente, giovane, eloquente e quanto mai invitante, ma anche in mezzo a tutta quella pelle, nel corso dell’ultimo anno mi resi conto di essere qualcosa di speciale. Ero un seno perfetto, se vuole, un seno abbronzato, succulento, apparentemente ignaro della forza di gravità, e confidavo di poter ottenere qualunque lavoro desiderassi. 
Eccetto uno: Underwood Samson & Company. Mai sentiti nominare? Erano una società di consulenza. Stabilivano per i loro clienti il valore di un’azienda da acquisire, e lo facevano, si diceva, con una precisione inquietante. Erano piccoli, in pratica una bottega che impiegava un numero ristrettissimo di persone, e pagavano bene, offrivano al neolaureato un salario di partenza di più di ottantamila dollari. Ma soprattutto garantivano a chi ci lavorava un robusto set di competenze e un’esperienza lavorativa di prim’ordine, tanto che dopo due o tre anni trascorsi lì come analista, ti era praticamente garantita l’ammissione alla Harvard Business School. Per questo nel 2001 più di cento tra i laureati di Princeton avevano mandato i propri voti e curriculum alla Underwood Samson. Otto vennero selezionati –per un colloquio, ovviamente, non per un lavoro –e uno di loro ero io.


Questo pezzo è tratto da

Il fondamentalista riluttante
Mohsin Hamid
Einaudi Editore, ed. 2008
traduzione di Norman Gobetti
Collana “Super ET”
Prezzo 9,50€


– Posted using BlogPress from my iPad

"I cavalieri del Nord", Matteo Strukul – Questione di faretre…


Matteo Strukul
Fonte: 50 e 50 thriller



Ero tutta contenta quando ho deciso di prendere questo libro, perché tutti-tutti ne parlavano bene. Ecco, distinguiamo, la storia c’è e anche il contesto. Quello che fa un po’ pecca, invece, è il modo in cui è narrata. Ci sono due cose che mi hanno reso, un po’ pesante, la lettura di questo libro e si possono riassumere in: “ninja” e “carnaio”. Sono un po’ le parole che mi vengono in mente per identificare il lavoro che, se da un lato dimostra tutta la ricerca fatta, poi però perde di aderenza in alcune scene madre dove ad un certo punto ti trovi a guardare le pagine perplesso e a chiederti “Cosa?”. Però appunto c’è una storia che preclude comunque ad un seguito e che porta a pensare che se ci mettono un editing un po’ più accorto sarà un capolavoro.

Siamo nel 1240, fa freddo e siamo tra le fila dei Cavalieri Teutonici. Il gruppo che combatte, nel pezzo che vi ho anticipato un paio di settimane fa, si divide in due: una parte continuerà la propria missione di conquista e un secondo capitanato dal valoroso Kaspar si dirigerà, in aiuto alle truppe già presenti in loco, verso il confine verso est della Bulgaria che viene minacciato dalle orde dei Cumani. In questo viaggio il figlioccio di Kaspar incontrerà Kira che salverà da morte certa per una condanna di stregoneria applicata senza processo. Riusciranno i nostri eroi? 

Lo so che state pensando che io sia diventata improvvisamente sintetica: ma fidatevi non serve nemmeno che la trama sia più complessa perché il gioco della storia è focalizzato proprio sul coraggio e sull’avventura. Quindi sapere che vanno da lì a là non vi cambia nulla, cambia invece l’approccio della storia di viaggio che deve essere sempre coerente con i luoghi reali e con i riferimenti storici delle varie nazioni che attraversa rispetto all’anno in cui si inserisce la storia. E fin qui ci siamo, cavalieri, armi, fuochi e a sottolineare l’androne buio in cui di solito immaginiamo il periodo, le situazioni salienti si presentano quasi sempre di notte. Strukul dedica molto tempo a descrivere i personaggi e a farli presentare da soli attraverso i loro pensieri usando quest’ultimo espediente narrativo per raccontare quello che è successo anni prima e come si sono costruiti determinati legami. Non si presenteranno tutti subito, ed è una cosa che ho decisamente apprezzato, ma ognuno avrà il suo spazio al momento giusto e questo permette a lettore di proseguire la lettura con la curiosità di capire che nasconde questo o quel personaggio. Pure nelle descrizioni delle battaglie quando si ammassano tutti insieme, buoni e cattivi, nel corpo a corpo non è difficile comprendere chi fa cosa, e vi assicuro che è cosa quanto mai rara. La tecnica sembra quella dei film che in una ammucchiata di gente che si picchia fa vedere le azioni per gruppi. Ecco qui succede nel medesimo modo.

Tutto bello bellissimo? Eh no, diciamo che per il bello bellissimo c’è ancora da lavorare. “Scie di sangue arabescarono la neve”. Strukul, no! Manco avessero sgozzato un pallone pieno di liquidi. Ecco quello che mi lascia decisamente interdetta è il linguaggio utilizzato. Va bene, ci dobbiamo calare nel periodo. Passi qualche frase un po’ contorta che fa tanto 1.200. Ma questo trionfo di “carnai”? Non li ho contati, queste botte di precisione le lascio a Pippo Russo, ma se mi si dicesse che “carnaio” è ripetuto fra le 50 e le 70 volte non mi stupirei, anche perché io l’ho percepito così. Esistono altri termini suppongo, non credo che ci fosse solo carnaio per definire carneficina o strage che mi sa più di termine più moderno. Poi però dopo il trionfo dei carnai, dei dardi e della sventagliata (che non è proprio da medioevo diciamocelo), dopo tutta questa attenzione al vocabolo che fa tanto medioevo ti becco un cavaliere che correva o galoppava “come un proiettile”. Beh allora potevamo usare anche carneficina, strage e chi più ne ha più ne metta!

Arriviamo alle situazioni che non reggono. Due cavalieri sono andati a caccia per rifornire di cibo l’accampamento. Ad un certo punto si accorgono che un branco di lupi sta attaccando l’accampamento più in basso. Non fanno in tempo a tornare giù quindi devono aiutare da dove sono. Erano partiti con arco e faretra, perché l’autore specifica mentre erano a caccia che avevano incoccato le frecce e che stavano mirando a dei lupi – che hanno visto correre nei boschi -.da sotto si accorgono di quel che sta per succedere e dopo un primo scontro si riparano piantando in cerchio delle fiaccole da campo per tenere lontani i lupi. Ora la scena dell’attacco sembra durare non più di una decina di minuti ma l’autore ad un certo punto dice che i due cacciatori dall’alto fanno piovere una pioggia di frecce e lo ripete mentre quelli di sotto si organizzano per ferire e mandar via le bestie feroci. La domanda che mi è sorta dopo aver letto questa scena è: Sono in due, per una 5 minuti fanno piovere una pioggia di frecce, ma che cavolo di faretre hanno? Quante frecce si portano tutte insieme? Stessa domanda sorge in un altra scena di agguato… pure lì, gli assalitori sono molti di più ma sembra che dietro di loro ci sia un tir con le riserve di frecce!

Poi c’è l’effetto Ninja-Matrix quello di scene come Ruotò su se stesso di trecentosessanta gradi, mentre la spada, quasi un prolungamento del suo stesso braccio, fischiava bianca e perfetta, disegnando un arco nel cielo arrossato di scintille” che probabilmente saranno pure suggestioni personali ma io mi sarei aspettata di vedere più scene machiste tipo quelle da campo dei Cumani che queste, ma per fortuna sono poche questo genere di descrizioni.
Rimane il fatto che, certe metafore – tipo quella del palloncino sgozzato – e qualche ripetizione – tipo: Wolf attaccò il guerriero ferendolo dove la cotta di maglia era più debole e mal fatta. Il guerriero cadde a terra sanguinando. L’urlo del guerriero ferito risuonò sul campo di battaglia.”[frase inventata da me per rendere l’idea]-, io le avrei sinceramente evitate. E’ vero nel mondo dello Young Adult si incontrano spesso, ci si costruiscono interi mattoni su questo. Ma io, dal battage pubblicitario e dalle interviste che ho visto, mi aspettavo un pochino di più che invece non ho trovato. Ad un certo punto, quando ti fermi perché qualcosa – come le situazioni da pioggia dei dardi o le metafore- non ti quadra ti viene un po’ a noia e fatichi a continuarlo, ed è per questo che ci ho messo tanto a finirlo. E, alla fin fine, è veramente un peccato che tanta ricerca e applicazione vengano rovinati da un mancato editing puntuale che avrebbe evitato questi errori.

Ecco, una cosa che mi è saltata all’occhio è che delle tante video-recensioni che mi è capitato di vedere, questi “errori” non sono mai stati rilevati e la cosa mi stupisce un po’. Non mi aspetto che il quindicenne se ne accorga ma io ne ho visti di ogni età ad osannare questo lavoro. Che io sia pignola? Non credo, magari sono stata abituata bene da ciò che leggo, ma rimango comunque perplessa su alcune competenze millantate che non hanno fatto caso almeno alle questioni più evidenti.
Non vi dico che è malvagio ma non è certamente il top, provatelo, magari è solo un mio modo di vedere!
Fatemi sapere!
Buone letture,
Simona Scravaglieri


I cavalieri del Nord
Matteo Strukul
Multiplayer Edizioni, ed. 2015
Collana “Multipop”
Prezzo 16,90€


Fonte: LettureSconclusionate

[Dal libro che sto leggendo] I cavalieri del Nord

Fonte: Germanici



Quando ho preso questo libro ero veramente contenta di affrontare qualcosa di nuovo. Di fantasy ne ho letto qualcuno, ma il mio campo da sempre è stato il distopico o l’ucronico e anche il fantascientifico, con qualche giro – fin’ora non fortunato- nel mondo dei vampiri. Il libro di cui vi faccio sbirciare la prima parte del primo capitolo, invece, è un fantasy storico il cui contesto è veramente ben fatto e, la storia c’è. E’ una cosa assai rara ma, per ora – io ho appena superato la metà -, non ho nulla da dire su questi due aspetti. Per gli altri “ma”, perché ce ne sono, dovete aspettare che io finisca il libro e che scriva la recensione!

Siamo nel 1240 e nelle terre del Nord infuria la battaglia. Ma Kaspar viene investito di un compito che lo porterà via con un manipolo di uomini per andare a combattere contro i Cumani, provenienti dai territori dell’est e popolo nomade, che stanno tentando di riprendersi i territori della bassa Ungheria. Tra gli uomini al seguito di Kaspar c’è anche Wolf, che è stato salvato da bimbo dal suo comandante che lo ha adottato e allevato come un cavaliere teutonico e che per la prima volta partecipa alle azioni effettive.
Ma nel gruppo di uomini di Kaspar una strana malattia si sta diffondendo e contemporaneamente forze nascoste agiscono per conto dei nemici e per poter avere poteri che Roma ha assegnato ad altri. Riusciranno i nostri eroi?

Vi lascio sbirciare in tranquillità e vi rimando, come al solito, alla recensione per approfondire il contenuto di questo libro.
Buone letture e buon mercoledì,
Simona


Prima parte

AUTUNNO 1240 


Capitolo 1

Il sacco di Izborsk 


Wolf sentì il sapore dolce e denso del sangue che gli allagava la bocca. Era riuscito a proteggersi con lo scudo. La lama della spada era calata su di lui, rapida e scintillante, come l’ala nera della morte. Il suo avversario pareva incarnare la furia.
Allo stato puro.
Ma, malgrado avesse parato il colpo, Wolf non aveva potuto evitare che lo scudo gli andasse a sbattere sul naso, aprendogli un lungo taglio scarlatto. Il dolore si propagò in onde sferzanti, quasi accecandolo.
Eppure, quel colpo formidabile lo aveva risvegliato dal senso di smarrimento e di paura che lo aveva attanagliato con denti affilato, rendendolo rigido nei movimenti quasi fosse , d’improvviso, diventato una bambola di stracci.
Così, la sua reazione non si fece attendere. Ruotò su se stesso di trecentosessanta gradi, mentre la spada, quasi un prolungamento del suo stesso braccio, fischiava bianca e perfetta, disegnando un arco nel cielo arrossato di scintille. Si trattò di un istante, pura poesia primordiale: e poi la lama andò a falciare il Russo, che finì per terra in mezzo alla neve.
Un guerriero nemico, proprio di fronte a Wolf, roteò l’ascia nell’aria, facendola calare sull’elmo di un Cavaliere Teutonico. Il guerriero crociato crollò sul suolo senza vita. Il tempo di scalciare con la gamba il cadavere e l’infedele gli si fece  sotto. Occhi gialli, da belva brillavano ai lati del nasale dell’elmo, la striscia di metallo lucente spaccava in due il volto in una maschera di guerra. L’uomo lanciò un urlo roco e gutturale che parve rompere il manto color piombo del cielo. Wolf, ancora una volta, alzò lo scudo mentre l’ascia dell’altro vi si schiantava con il rombo di un tuono.Questa volta resistette in modo perfetto al colpo, ma l’imponente lama dell’avversario impattò in modo talmente devastante da affondare nel legno, rompendo la croce nera dipinta sullo scudo e riducendola in una fontana di schegge.
Mentre i lapilli di polpa bianca turbinavano tutto intorno e l’uomo davanti a lui spalancava gli occhi per lo sforzo del colpo portato, Wolf fu rapido a individuare la guardia abbassata e, in quella via aerea, rimasta libera per la difesa, affondò la lama della propria spada con precisione chirurgica, andando a colpire l’altro giusto sotto l’ascella, in quel punto in cui la cotta di maglia era tradizionalmente più cedevole e peggio lavorata. Un arco vermiglio schizzò tutto attorno mentre il Russo Lanciava un grido di dolore e il ferro faceva strame di lui.
Nell’istante esatto in cui l’uomo cominciò ad urlare come un demone, per via della ferita subita, Wolf strattonò lo scudo, strappando in quel modo dalle mani dell’avversario la stessa ascia che vi si era incastrata. Poi si liberò di quella massa di legno e metallo oramai informe e snudò la spada corsa immergendola, con un movimento fluido e rapidissimo, nella gola del nemico.
Il Russo lo fissò con gli occhi sbarrati. Stringeva le mani coperte dai guanti contro la gola, nel disperato tentativo di fermare il fiume che ne usciva. E in quel fiume c’erano gli ultimi soffi di vita.Scie rosse arabescarono la neve mentre, intorno, la battaglia infuriava.


Questo pezzo è tratto da:

I cavalieri del Nord
Matteo Strukul
Multiplayer Edizioni, ed. 2015
Collana “Multipop”
Prezzo 16,90€

[Dal libro che sto leggendo] Tutta la luce che non vediamo


Fonte: Tripadvisor

Sono a cento pagine dalla fine, e devo ammettere che Doerr se lo è proprio meritato questo Pulitzer! Come dicevo al gruppo di lettura l’altra sera e forse ho accennato anche ad Elisa Gelsomino di “Odor di Gelsomino” con la quale lo stiamo leggendo insieme, il passaggio dalla Melodia di Vienna a questo è stato un vero salto nel tempo e nei modi di scrivere seppure, i due romanzi arrivino a trattare lo stesso periodo storico. C’è un punto in cui, sebbene uno sia concentrato sullo stato Austriaco e quello di oggi su quello tedesco, in cui non si sfiorano più ma si tangono con una breve ma toccante scena dove Doerr trova anche lo spazio di qualche riga per dipingere la Vienna dell’epoca.

Due ragazzi, sono nati a migliaia di km di distanza. Una è francese e l’altro è tedesco. Lei è orfana di madre e ha perso la vista presto. Lui è orfano di entrambi i genitori e vive, in una città mineraria tedesca in una casa di accoglienza per orfani. Lui appassionato e curioso studioso del mondo elettromagnetico e di comunicazioni radio e lei di libri, in particolare Verne e di giochi di incastri perfetti che il padre realizza per lei ad ogni compleanno.
Nulla li accomuna se non una voce. Non sanni chi sia, non sanno da dove trasmetta non sanno nemmeno che li accomuni. Sanno però che non capiscono le ragioni di una guerra che non hanno voluto e che invece vorrebbero potersi dedicare alle loro passioni senza che queste arrivino ad uccidere migliaia di persone.

Al momento non so nemmeno come finirà ma non credo che riuscirà a deludermi. Oggi Rizzoli mi odierà, ma per farvi capire quanto valga la pena leggerlo mi è toccato ricopiarvi un pezzo più lungo del solito. Che Dio mi salvi da eventuali dannazioni!
Veramente un bel viaggio,
buone letture,
Simona Scravaglieri


Zero

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7 agosto 1944

I volantini


Piovono dal cielo al crepuscolo. Scavalcano in volo i bastioni, fanno le piroette sui tetti, sfarfallano nei dirupi tra le case, lampi bianchi sull’acciottolato di intere vie sommerse dal turbine. Messaggio urgente per gli abitanti di questa città, dicono. Dirigetevi immediatamente in aperta campagnaLa marea monta. In cielo pende una luna piccola, gialla e gobba. Sui tetti degli alberghi del lungomare e nei giardini retrostanti, dal lato orientale, cinque o sei unità d’artiglieria americane infilano bombe incendiarie nelle bocche dei mortai.

I bombardieri


Traversano la Manica a mezzanotte. Sono dodici e hanno nomi di canzoni: Stardust, Stormy Weather, In the Mood, Pistol Packin’ Mama. Molto più giù, il mare si muove lieve, picchiettato da infinite creste candide di onde; e ben presto i navigatori cominciano a distinguere al lume della luna i grumi bassi delle isolette allineate all’orizzonte. La Francia. Un crepitio di interfoni; precisi, quasi indolenti, i bombardieri scendono di quota. Dalle postazioni di contraerea disseminate per tutta la costa salgono filamenti di luce rossa. Ed ecco apparire relitti scuri, navi affondate o distrutte, una con la prua tranciata di netto, un’altra che manda bagliori bruciando. Su un’isoletta al largo, greggi di pecore terrorizzate corrono a sghembo fra le rocce. Dentro ciascun aeroplano c’è un bombardiere che sbircia dal finestrino di puntamento e conta fino a venti. Quattro cinque sei sette. Per questi uomini la cittadina fortificata, sempre più vicina sul suo promontorio di granito, somiglia a un dente scellerato, una cosa nera e pericolosa, un ultimo ascesso da incidere definitivamente.

Lei

In un angolo della cittadina, al quinto e ultimo piano della casa alta e stretta al civico 4 di rue Vauborel, una sedicenne cieca di nome Marie-Laure Leblanc sta inginocchiata dinanzi a un tavolino interamente ricoperto da un plastico. Il plastico è una miniatura della stessa cittadina in cui Marie-Laure si trova inginocchiata, e contiene le riproduzioni in scala delle centinaia fra case, botteghe e alberghi racchiusi entro le sue mura. C’è la cattedrale con la guglia traforata, c’è il vecchio, massiccio castello di Saint-Malo, ci sono le belle case allineate sul lungomare trapunte di comignoli. Un agile pontile di legno s’inarca nel mare da una spiaggia nota come plage du Môle; una struttura delicata come una trina sormonta il mercato del pesce; panchine microscopiche, alcune non più grandi di un semino di mela, punteggiano le piccolissime piazze. Marie-Laure percorre con la punta delle dita il parapetto di un centimetro che incorona i bastioni, tracciando un irregolare profilo stellato tutto attorno al plastico, e trova il varco che in cima alle mura alloggia quattro cannoni cerimoniali puntati sul mare. «Il Bastion de la Hollande» mormora tra sé, poi scende con le dita una scaletta. «Rue des Cordiers. Rue Jacques Cartier.» In un angolo della camera sostano due secchi zincati, pieni d’acqua fino all’orlo. Riempili, le ha insegnato il prozio, ogni volta che puoi. Come anche la vasca da bagno al secondo piano. Non si può mai sapere quand’è la prossima volta che tolgono l’acqua. Le dita tornano sulla guglia della chiesa, poi a sud verso la Porta di Dinan. È tutta la sera che Marie-Laure le fa marciare sul modellino, in attesa del prozio Étienne che è il padrone di casa, che è uscito la sera prima mentre lei dormiva, e che ancora non è tornato. E adesso è di nuovo sera, un altro giro d’orologio, e tutto l’isolato tace, e lei non riesce a dormire. Si accorge dei bombardieri quando sono ancora a cinque chilometri da lì. Un tramestio che sale. Il brusio dentro una conchiglia. Quando Marie-Laure apre la finestra della camera il rombo degli aeroplani acquista volume, ma a parte questo la notte è immersa in una quiete spaventosa: non si sente un motore, una voce, un acciottolio. Niente sirene, né passi sul selciato, nemmeno i gabbiani. Solo l’alta marea, cinque piani più sotto e un isolato più in là, che lambisce i piedi delle mura cittadine. E qualcos’altro. Qualcosa che stormisce dolcemente, vicinissimo. Marie-Laure scosta la persiana di sinistra e fa scorrere le dita sulle stecche alla sua destra: c’è un foglio di carta, venuto a impigliarsi proprio in quel punto. Lei se lo porta al naso: sa d’inchiostro fresco, e forse anche di carburante. La carta fruscia bene, non è lì da molto. Marie-Laure esita davanti alla finestra con i piedi nei calzini, la cameretta alle spalle, le conchiglie disposte in cima al guardaroba e i sassi lungo il battiscopa. Il bastone da passeggio è ritto in un angolo; il grosso romanzo in Braille attende sul letto a faccia in giù. Il frastuono degli aeroplani cresce.


Questo brano è preso da:

Tutta la luce che non vediamo
Anthony Doerr
Rizzoli Editore, ed. 2014
Traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani
Collana “la Scala”
Prezzo 19,00€

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"La melodia di Vienna", Ernst Lothar Müller – Passaggi secolari e generazionali…


Fonte: Habsburger



Il titolo lascerebbe presagire male invece questa lettura si è rivelata veramente una bella esperienza. Come successe ad Agosto per “La prossima volta“, anche in questo caso c’è una frase in copertina che, all’acquisto del libro, non avevo notato:

Una perla ritrovata della grande epopea mitteleuropea: il Downton Abbey di Vienna

E anche in questo caso, come allora, sull’argomento non faccio testo visto che, non solo non ho letto il libro di Neri Pozza, ma ogni volta che provavo a vedere la serie televisiva mi addormentavo nei primi dieci minuti di programmazione! Ma relativamente a questo libro posso dirvi che vale veramente la pena leggerlo: è accattivante, mai noioso e con molti colpi di scena.

Siamo alla fine dell’800 a Vienna e nella ormai famosa casa degli Arlt si discute del desiderio di Franz, ultimo di 4 fratelli figli di Carl Arlt, di costruire un quarto piano che sia degno di ospitare lui e la sua futura sposa. Il problema non è solo la sopraelevazione, ma anche la sposa. Henriette Stein, figlia dell’illustre professor Stein, ma ebrea per parte di padre. Figlia di una donna morta giovane e dal discutibile passato. Non è accettabile che la famiglia borghese degli Arlt, oltre a passare sopra a questo, debba anche digerire che la sposa, che Franz si è scelto, sia conosciuta in società per le sue “famose” frequentazioni tra cui il principe Rodolfo, erede al trono d’Austria, anche se nessuno ha potuto dimostrare che siano amanti. Gli Arlt sono, da quasi mezzo secolo, famosi per i pianoforti che producono e la cui fabbrica viene definita “la melodia di Vienna”, tra coloro che hanno suonato i pianoforti da loro prodotti c’è anche Morzat che qualche giorno prima di morire suonò il pianoforte che è situato in uno dei due saloni di rappresentanza dell’attuale condominio al terzo piano.
Franz non vorrà sentir ragioni, e a nulla serviranno le prove che gli verranno date dal fratello maggiore Otto, prefetto di Vienna.

Questo viaggio di circa 150 anni è la cronaca fedele e romanzata, non della Storia, ma di come questa si deve o non si deve vivere; è un po’ come avere un compendio per trovare una serie di suggerimenti per affrontare i cambiamenti. Il mondo qui descritto declina vertiginosamente dall’età aurea a quella delle due guerre e non è semplice interpretare i cambiamenti per gli appartenenti alla famiglia Arlt. Prima siamo giovani e vorremmo essere grandi, cerchiamo risposte ed approvazione da chiunque ci sembri giusto per quel ruolo. Poi diventiamo grandicelli e le risposte le cerchiamo nei libri, nelle teorie che studiamo a scuola; quelle risposte ci sono vitali, anche per capire chi siamo e che strada intraprendere e, chiunque si metta in mezzo e ci imponga una scelta diventa nostro nemico. Poi entriamo nell’età adulta e lo scontro con un mondo che non sembrava così “duro” è un vero shock. Mano a mano cresciamo, ma la nostra anima non invecchia come il nostro corpo e la somma delle nostre esperienze non viene analizzata come dovrebbe per permetterci di vedere le cose in un’altra prospettiva. Quando diveniamo vecchi pensiamo che sia troppo tardi, ci attacchiamo al passato perché quello che c’è fuori ci pare ostile e perché troviamo che chi ci sta accanto non dipende più da noi e questo fa male.

È la vita di Henriette, divisa fra quello che avrebbe potuto essere e quello che effettivamente è. Il “passaggio” si nutre di tutta l’angoscia che potrebbe esserci in un caso come questo, ovvero quello di una donna che vive la sua scelta di vita come un ripiego, una soluzione ma che, non ha tenuto conto, è reale e come tale va vissuta. Eppure Henriette scoprirà di sé più di quanto possa immaginare grazie proprio alle vicende che la vita le imporrà di affrontare. Viene da un mondo dove le donne sono considerate belle e basta, vive in un ambiente privilegiato, non conosce la fatica e il lavoro e alla soglia dei quarant’anni si ritrova a doversi confrontare con giovani che hanno ricevuto un’istruzione completa e che si affacciano al mondo del lavoro con tutt’altro cipiglio. Il ‘900 è l’epoca in cui le donne cominciano a partecipare in prima persona alla vita sociale e produttiva della società, anzi lo facevano pure prima ma, essendo relegate a ruoli marginali, questo ruolo era sempre stato loro negato.  Il confronto è deprimente, come lo è il dualismo dell’approccio di Henriette nei confronti dei figli due dei quali tenuti a casa e gli altri due mandati in collegio. Una disparità che segnerà profondamente le loro vite e i rapporti complicati anche dall’approccio di Franz, molto più grande della moglie, in apparenza completamente anaffettivo. Henriette nel menage familiare del civico 10 è entrata come una rivoluzionaria e nel giro di vent’anni si ritrova a non essere né più tale, come continuano a vederla i parenti acquisiti e nemmeno più giovane come i suoi figli e quindi pronta ad affrontare tutte le novità con curiosità e coraggio.

Questa storia non ha solo un crescendo negli avvenimenti che si susseguono ma, come è accennato nella post fazione, nasce per un motivo e finisce per servire ad un altro. Nasce per far conoscere Vienna e l’approccio dei viennesi al cambio di secolo e alle guerre e diventa un piccolo miracolo. Improvvisamente diventa un compendio per chi è austriaco per capire chi si è e che rapporto si vive con la nazione di origine. Ecco, io amplierei il concetto. Nel corso delle seicento pagine crescono sia l’autore che i suoi lettori, partecipando alle vicende degli Arlt impariamo a scoprirci e a guardare oltre e ci si rivela una vita diversa da come pensiamo di averla vissuta. Non significa che abbiamo sbagliato, ma solo che abbiamo perso l’ingenuità che Hans attribuisce agli americani, della gioia quotidiana. La felicità e la gioia sono concetti che noi solitamente riconduciamo a momenti ben specifici della vita e ad altrettanti specifici sentimenti. Tutto il resto è abitudine e noia che spesso si tramutano in angoscia e stress, nonché in incomprensioni. Imparare a ricavarsi il momento di gioia dai piccoli momenti è una cosa difficile, me ne sono accorta anche io seguendo la sfida 2015 di UnaLettrice dei #100happydaysItalia, ma come dice Hans ci vuole l’ingenuità dell’abitante del villaggio, inserita nei contesti urbani per restituire al singolo quell’unico momento giornaliero in cui l’uomo è felice di appartenere a quella collettività e a quello Stato.

Cresce anche l’autore, nel suo percorso di conoscenza dei suoi protagonisti e il crescendo della storia corrisponde alla scoperta dell’io e del rapporto uomo società. EÈ un po’ come se Hans e Ernst fossero la stessa persona che scopre la formula di una vita che vale la pena vivere. Per fare questo Hans toccherà il fondo dell’angoscia e da questo con il suo autore mano a mano risalirà la china del dolore, dell’uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale e del radicale declino del mondo e della sua famiglia che fino allora pensava di conoscere, scoprendo finalmente il suo ruolo e il mondo che vorrebbe vivere. Ogni protagonista di questa storia si riscopre in un ruolo che non si sarebbe aspettato di ricoprire, ogni personaggio ha una sua formula della felicità, urlata o sommessa. Ogni uomo è soddisfatto e realizzato nella misura in cui riesce a rispecchiarsi in una collettività coerente e in una vita privata appagante. A questo si aggiunge la comunicazione e il gesto nel volge del 1900. Crollano i muri del silenzio e del non detto in virtù dei nuovi ruoli che ricoprono sia le donne che gli uomini. E quello che ieri era disdicevole oggi si rende necessario per sopravvivere al mondo in continua corsa verso nuovi miti, veri o falsi che siano. La comunicazione diventa necessaria per capirsi e per costruire quell’ambito di fiducia che ieri era imposta e oggi si guadagna, per farsi comprende e apprezzare. L’autorevolezza non viene dal ruolo ricoperto ma dalla coerenza di rapporto e di pensiero espresso vero gli altri. 

È interessante scoprire che quanto sin’ora detto sia straordinariamente attuale per chi, come noi appena entrati negli anni 2000, ci ritroviamo nella medesima situazione e nella necessità di adeguarci al nuovo corso delle nuove generazioni. Stupisce ancor di più che i parametri per ottenere l’effimera accettazione plenaria di effimeri obiettivi, come quelli di guerra, ieri come oggi siano dati dal grado di diffusione del dissenso e della condanna dei fatti e quindi dalla comunicazione, a conferma che il ‘900 è stato il secolo della scoperta del potere dei media. Conforta invece sapere che può esserci salvezza come ieri, fermo restando che il singolo comprenda che, per cambiare il mondo, deve partire dal cambiare sé stesso anche se questo significa abbandonare, non dimenticandolo, un passato sicuro solo perché lo conosce meglio del suo presente.
Un libro veramente interessante che non pensavo fosse così coinvolgente, non ne rimarrete delusi.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


La melodia di Vienna
Ernst Lothar Müller
Edizioni E/O, Ed. 2014
Traduzione di Marina Bistolfi
Collana “Gli intramontabili”
Prezzo 18,00€  

Fonte: LettureSconclusionate


[Dal libro che sto leggendo] La melodia di Vienna

Fonte: Anobii


Oh! E oggi andiamo a Vienna, luogo magici, soprattutto per il periodo di feste che sta cominciando ad arrivare. Siamo infatti a Meno di un mese da “Più libri, più liberi“, la manifestazione della piccola e media editoria che apre le danze del mese di Dicembre.
Come anticipato nel Diario di Ottobre, questo, è il libro scelto dal gruppo di lettura del Klamm – che  ieri ha slittato la data dell’incontro da questa domenica a domenica 22 quindi se andate prima non ci trovate! -. 

Come potrete leggere qui sotto siamo nel 1888 ma lo stile è decisamente scorrevole. Quello qui riportato è il prologo da cui partono i capitoli successivi che vedono Franz, il nipote che eredita l’attività di costruzione di pianoforti e che abitando all’ultimo piano della casa di famiglia, decide di portare l’edificio da tre piani a quattro in vista del suo prossimo matrimonio con Henrietta Stein. Proprio il numero di carte necessario per fare questa sopra-elevazione gli permette di guardare la storia della sua famiglia attraverso le carte depositate al tribunale dei fabbricanti. Ma c’è ancora molto altro da scoprire…

Non l’ho ancora finito ma a me piace parecchio e sono sicura che incuriosirà anche voi!
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Chi avesse svoltato presso la chiesa dell’ordine teutonico, avrebbe raggiunto in pochi minuti la casa all’angolo tra Seilerstätte e Annagasse; si trovava al centro del primo rione, e il primo rione era il cuore di Vienna. Per quasi cento anni fino a quel momento, il 9 maggio 1888, la casa aveva avuto tre piani oltre al piano terra e al mezzanino. Nessuna casa di borghesi che si rispettassero era più alta, a Vienna. Con le sue sette finestre che davano sulla angusta Annagasse e le sei finestre affacciate sulla più ampia Seilerstätte, con l’intonaco di un giallo-grigio opaco e la facciata in puro stile Maria Teresa, aveva un aspetto imponente ed emanava un senso di agiatezza. Se non fosse stato per la cartoleria al piano terra, che vendeva articoli comuni, si sarebbe potuto ritenere il numero 10 della Seilerstätte (l’ingresso principale dava infatti su questa strada) il palazzo di un aristocratico. Questa impressione era avvalorata da un blasone in pietra che sovrastava l’ingresso principale. Non era formato da corone, bandiere e guantoni da torneo come quelli che si vedevano sulle case principesche e aristocratiche del vicinato, ma da un angelo nudo del tipo che a Vienna era chiamato angelo musicante. Suonava una tromba dall’aspetto piuttosto strano. La sua canna lunga e sottile, che lo scalpellino aveva allungato quanto più aveva accorciato esageratamente il braccio nudo che la sosteneva, si drizzava verso l’alto come una lancia; neppure il disco sottile alla sua estremità contribuiva a conferirle l’aspetto di una tromba: sembrava piuttosto un’arma. L’angelo, del quale si vedevano l’ala destra e il corpo probabilmente più grasso che si fosse mai librato su compatte nubi di pietra, si rivelava invece un classico angelo barocco austriaco. Soffiava forte nello strumento, gonfiando le gote. Insinuare che quel blasone potesse avere lo scopo di levare alla casa la sua aria borghese per adeguarla all’aspetto aristocratico di alcuni edifici del vicinato sarebbe ridicolo. Era semplicemente nello stile dell’epoca, che provava piacere nell’ornare copiosamente le facciate e nel suggerire ai passanti, mediante opere di scalpellini e affrescatori, il rango o l’attività degli abitanti. Il serpente di Esculapio indicava il medico e il farmacista, la bilancia l’uomo di legge, la ruota il carrozziere e l’effigie barbuta di Gutenberg il tipografo. Nel caso dell’angelo con la tromba l’interpretazione era più dubbia. A giudicare dalla lunghezza e severità del suo strumento lo si sarebbe potuto ritenere un annunciatore del Giudizio universale, benché un soggetto simile non corrispondesse allo spirito dei viennesi, i quali non amavano si richiamasse loro alla memoria la resa dei conti finale; se invece lo si considerava un simbolo musicale, non si spiegava come mai un fabbricante di pianoforti avesse scelto come blasone una tromba. La casa esisteva ormai da novantasette anni quando Franz Alt, uno dei nipoti del costruttore, cominciò a pensare di sposarsi e di costruire un quarto piano. Un’idea audace. Gli abitanti del numero 10 erano infatti bravi viennesi, quindi contrari alle trasformazioni; e non esisteva niente di più sconvolgente dell’aggiunta di un quarto piano a una vecchia casa.Faremo quindi bene a studiare per qualche istante la topografia di questa vecchia casa e l’albero genealogico dei suoi abitanti, malgrado il quadro piuttosto intricato. 

Questo pezzo è tratto da:

La melodia di Vienna
Ernst Lothar Müller
Edizioni E/O, ed. 2014
Traduzione di Marina Bistolfi
Collana “Gli intramontabili”
Prezzo 18,00€ 



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[Dal libro che sto leggendo] Il cerchio del diavolo


Fonte: Mush Room Qualunque


Oggi parliamo di un libro che in effetti è stato già letto e anche recensito venerdì. Lavoro veramente interessante nel suo incastro fatto di continui contrasti fra personaggi e situazioni. In questo caso, come potrete leggere qui sotto, la scrittura scorrevole aiuta a prendere confidenza anche con il periodo. Siamo in quell’epoca in cui la chiesa gestisce il suo potere agendo sulle credenze e le leggende dei contadini.

Il rogo di una donna diventa un esempio, non tanto di salvezza quanto di morte. Il messaggio è chiaro, bisogna chinarsi alla legge dell’altissimo dettata dal clero altrimenti si verrà dannati in terra e nei cieli e, sebbene oggi questo ci faccia sorridere, nelle popolazioni ignoranti era un gran deterrente. Uno degli aspetti che viene comunque fuori e che difficilmente viene trattato nei libri è che anche il potere clericale non era così consapevole di quello che faceva. Pure nelle gerarchie si cercava di mantenere un livello basso di istruzione. Ai monaci bastava lavorare e saper leggere i salmi, ma come ci racconta Ginzburg per il suo Menocchio, l’istruzione era diversa da come la concepiamo noi.

Era una conoscenza cieca e non illuminata che serviva solo a far fare azioni che venivano ripetute e che non doveva permettere al pensiero di andar oltre. Un esempio lo abbiamo qui. Frati che si organizzano per fare un rogo uccidendo una donna che condannano come “prostituta del diavolo”. Nessuno si domanda quali incartamenti o quali prove, la sessione di interrogatorio non è aperta a tutti, proprio come succede per il Menocchio. Sono secoli differenti, quello che racconta Ginzburg e quello che racconta Pantò, ma i comportamenti sono similari.

Un ottimo libro da leggere e da osservare attentamente per il suo modo di trattare la storia perché questa sia verosimile nel periodo in cui è ambientata.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

26 giugno 1762  


E se qualcuno non fu trovato scritto 

nel libro della vita, 

fu gettato nello stagno di fuoco. 

Apocalisse 20, 15 

Al crepuscolo  


Sei, sei, sei, sei, sei, sei. Sei, sei, sei, sei, sei, sei. Sei, sei, sei, sei, sei, sei… Cento volte sei, più dieci volte sei, più una volta sei. Contò i passi meticolosamente, accostando ogni volta il tallone alla punta dell’altro piede. Girò in tondo, seguendo un cerchio ampio, immaginario ed eterno nella mente, alla ricerca della perfezione perpetua. Alla fine, si fermò a osservare la legna accatastata e i ramoscelli disposti in modo ordinato e impeccabile al centro.  «Un cerchio perfetto di seicentosessantasei passi» si disse soddisfatto il frate, descrivendo la parabola con un rapido gesto del braccio. «La porta d’ingresso per l’inferno è pronta.» Fra’ Giuseppe Pardo da Arona, elemosiniere del convento di san Calocero in Monte, sfregò soddisfatto i palmi delle mani sulle guance, fendendo con le dita la barba incolta. Poi li unì in preghiera, sfiorandosi la punta del naso con gli indici e poggiando il mento sui pollici. Quindi, orientò lo sguardo verso il cielo fuligginoso e rossastro al crepuscolo di una giornata afosa. Un ricordo di oltre cinquant’anni prima gli esplose all’improvviso nella mente, facendo contrarre tutte le grinze del volto solcato dall’età. Quel pulviscolo sanguigno, simile a vapore proveniente dagli inferi, era stato il segno premonitore di un terribile terremoto. Il vento furioso che si era poi scatenato, il rimbombo squassante, la terra che si era spaccata sotto ai suoi piedi e persino le fiamme che emergevano dal suolo avevano inciso segni indelebili nella sua anima di bambino, già allora poco propenso al coraggio e all’avventura.«Non è possibile» sbottò a un tratto fra’ Giuseppe scacciando le paure. «Stasera non è proprio possibile che accada. Il diavolo avrà già il suo lauto pasto.» Infatti, pochi attimi dopo prese a soffiare una brezza lieve e tiepida, la nebbiolina incominciò a sciogliersi nel vuoto profondo della notte e il rosso si stinse impallidendo e diluendosi nel bianco terso di una luna piena. Un urlo stridulo e prolungato attraversò le mura del convento e si propagò tra i boschi. Il frate sobbalzò voltandosi di scatto, si separò definitivamente dalle tracce dei suoi ricordi e decise di percorrere il cortile e rientrare. Camminava spedito, sussurrando una nenia funebre, intonando ripetutamente una frase che aveva letto da qualche parte e che gli sembrava particolarmente appropriata alle circostanze: «Strega, strega sei. Strega, sei la prostituta del diavolo. Strega, strega sei. Strega, sei la prostituta del diavolo…». A metà strada, un nuovo grido animalesco risuonò nelle sue orecchie, interrompendo quel ritornello sguaiato. Poi un altro ancora piovve dall’alto e si diffuse in rivoli sonori nei terreni intorno. Risvegliò l’ululare dei lupi e rimpiazzò il silenzio desolato delle campagne di quella parte del Ducato di Milano, dando il via a un’eco prolungata e monotona in cui non si distinguevano le impronte vocali dell’uomo da quelle delle bestie. Il convento di san Calocero in Monte emerse dalle ultime ombre della nebbia, chiaro e imponente sulla collina. Non solo le ampie volte e le colonne del loggiato, i tetti rossi spioventi, le mura candide, ma anche il solitario campanile e la sua punta protesa verso il cielo e verso l’Altissimo si stagliarono netti sul fondale della scena, dominato dal buio della notte. «Fratello mio, è la notte giusta per la festa dei lupi» disse il frate guardiano non appena fra’ Giuseppe Pardo da Arona si fu avvicinato al portone d’ingresso del convento. «Già, la festa dei lupi e la festa dei diavoli» rispose l’altro facendosi il segno della croce e guardando ancora una volta il cielo. Quell’ombra di timore ancestrale svanì subito dal suo volto, confortato dal fatto che i vapori rossastri avevano davvero lasciato spazio alla luna piena e splendente. «La pira per bruciare l’eretica è pronta?» domandò il frate guardiano fissando l’oscurità del cielo. «È perfetta, come ogni anno!» ribatté in tono rassicurante il frate elemosiniere. «E quest’anno c’è anche la strega» sorrise soddisfatto il frate guardiano. In effetti, non era capitato tutti gli anni ai frati domenicani, e agli inquisitori ospitati nel convento, di poter officiare quel rito tradizionale e crudele di purificazione, che si ripeteva dal 1592. Spesso era mancata la protagonista, perché il mondo non era forse più così popolato di streghe, oppure perché le eretiche si erano fatte furbe. In quei casi veniva simbolicamente bruciata un’effigie. Ma non era certo la stessa cosa. Solo la carne arsa di una strega, ingoiata dallo stagno di fuoco, porta d’ingresso dell’inferno, poteva purificare dai mali e dai peccati del mondo dei vivi. « La malerba l’è quèla che cress püssee… » affermò, mostrando un ghigno sdentato, fra’ Giuseppe. Poi chiese: «Ha finalmente partorito quella baldracca del diavolo?» mentre gli ritornava in mente la nenia che aveva canticchiato sino a qualche minuto prima. Proprio in quell’istante, un nuovo urlo risuonò dalle stanze del primo piano dell’edificio. «Non so» sussurrò timoroso il frate guardiano, sfiorando il crocefisso che portava al collo. «Forse è meglio che andiate a controllare di persona.» Fra’ Giuseppe si voltò lentamente, diede un ultimo sguardo alla pira ancora fredda e scura nel cortile, immaginò le fiamme che consumavano il peccato, e attraversò la soglia. Si lasciò alle spalle gli echi dei lupi che incominciavano a vagare nervosamente per i boschi. Il frate, prima di chiudere il portone, si fece il segno della croce in un gesto più superstizioso che devoto. Gli era sembrato, infatti, di veder ardere nel buio della notte tanti piccoli occhi di brace. Le bestie si erano forse avvicinate alla legna accatastata, pregustando uno spettacolo insolito e, magari, sperando in un pasto inaspettato. Intanto, annusavano l’aria e puntavano il muso e i denti aguzzi verso il cielo.


Questo pezzo è tratto da:

Il cerchio del Diavolo
Giuseppe Pantò
Rizzoli Editore e Amazon Eu, ed. 2014
Solo in ebook
Prezzo 4,99€


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