#MaggioDeiLibri #Recensioni : “L’occupazione”, Alessandro Sesto – Un’occupazione curiosa…

L'occupazione, Alessandro Sesto, Gorilla Sapiens Edizioni, LettureSconclusionate
L’occupazione, Alessandro Sesto (Gorilla Sapiens Edizioni) Foto LettureSconclusionate

Penso quindi sono“. Il problema della nostra era contemporanea è spesso che “penso” è scambiato con “scrivo”. Non siamo in funzione di quello che ci viene in mente, anche estemporaneamente, ma siamo in funzione di ciò che scriviamo o fotografiamo e poi mettiamo sui social. “Sto vedendo Guerre stellari!“, “Sto leggendo Il giovane Holden…“, “Stamattina mi sono alzata così !❤ ” seguita da foto cult sul letto con calzini -che manco per andare in palestra metteremmo!-, tazza di caffè che non si sa come si tiene ferma su lenzuola candide, libro e, vai a capire il motivo assurdo del concepire una cosa del genere soprattutto se ti dichiari lettore, accanto il segnalibro! Milioni di persone tutte diverse impegnate tutte a trovare il loro stereotipo pur di poter appartenere a qualcosa.
Ora, oggettivamente, se domani ci invadessero, non ce ne accorgeremmo per due motivi: noi e costante “sforzo sociale“. Ci sarebbero i complottisti a dirci “È tutto un complotto dei poteri forti!!”, quelli che strage o non strage fanno diventare la loro foto come grandi arcobaleni, dispendi di frasi di circostanza “RIP“, “Mai più!”, “Che la terra ti sia lieve“, “Anche io sono “stato/persona/persone/personalità/vip (del caso)“, e ancora quelli che ci fanno satira sopra e quelli che ce l’hanno con coloro che fanno satira. In più i giornali cercherebbero l’HashTag più letto e se, l’occupazione, non è al top “chissene!” meglio mettere i gattini che fanno sempre tendenza. Ecco, sono fermamente convinta che, in un mondo in cui la polemica alza l’audience, l’occupazione, un qualcosa che ci mette tutti dalla stessa parte delle vittime, non sarebbe proprio la nostra prima preoccupazione.

 

La storia di cui parlo oggi sembra partire da una considerazione simile alla mia, e anche da una serie di assunti classici della distopia su cui si sono provati in passato con storie del tutto diverse fra loro Philip Dick o Orwell o Orson Wells.
L’America, si dice, sia stata invasa dall’Europa. Si dice perché non si sa perfettamente. Un tempo l’invasione, o occupazione che dir si voglia, era caratterizzata da situazioni tangibili: c’erano gli invasori fisicamente conquistavano il terreno conteso, spari e tumulti, gente che veniva riunita per esser meglio controllata e via dicendo. Nell’era di internet, quella dietro l’angolo, questo non avrebbe luogo, tutto si svolgerebbe in un giro di bit che ad esempio guidano un drone, e, per quanto possa sembrare assurdo, basterebbe far crollare la borsa di un paese per farlo risvegliare senza risorse.
Quindi, “L’Occupazione” di questa storia, ha difficoltà ad essere confermata proprio perché non è evidente e, quindi, i protagonisti si ritrovano a cercare notizie in rete e sui giornali; conferme e smentite si susseguono fino al punto di creare anche diatribe all’interno delle stesse redazioni e di veder uscire giornali che si contraddicono fra loro, anche se appartenenti alla stessa testata. In questa mondo seguiamo le vicende di Andreas e Jacob. Andreas ha una vita come tante, una fidanzata come tante, guarda serie come tante e lavora come tanti. Jacob ha un cane, lavora per una ditta che abbandonerà, è in cura da uno psicologo al di fuori dello standard e in comune con Andreas ha una cosa sola: entrambi sono degli informatici. L’occupazione, “occupa” lo spazio di un attimo nelle loro vite. Vite che poi, in attesa di conferme, riprenderebbero da dove si sono interrotte l’ultima notte da “nazione libera”, ammesso che non lo sia ancora, se non fosse che la compagna di Andreas sia sparita lasciando un asettico messaggio e Jacob si ritrovi in una nuova azienda più impegnata a far festa che a fare fatturato e che continui ad essere perseguitato da uno stalker, dal nick Tokyo, che continua a scrivergli cose assurde mentre sta giocando a Go – un gioco giapponese online-.

Sembra un gran caos vero? In effetti il “gran caos” finisce esattamente alla terza pagina. Dopo, tutto sembra diventare normale nella sua assurdità. È un libro delilliano questo, in molte delle sue parti, per la sua prosa diretta e realistica ma anche per la rinuncia alla ricerca ossessiva di verità. La storia non deve avere un fine, il memento è l’attimo stesso di cui si racconta. Fa l’occhiolino a Wallace per la sua rinuncia alla “metafora che deve asservire la ricerca di un significante”; si serve di frammenti delle nostre vite riassemblandoli in un grande mosaico che ne amplifica le caratteristiche peculiari nei loro aspetti più irrazionali. Non serve che si riconosca il singolo frammento, ma che, dall’unicum che ne esce, si sia in grado di dare il giusto valore, significato ed emozione alle cose che realmente sono importanti. Il significante non va più cercato come dice Eco, è lì, nella trama e nella storia presa così come è scritta.
È paradossale perché nessuno verrà mai ad occupare a nome dell’Europa, l’America senza che non ci sia almeno uno che dica “No, non ci sto!” e rimane vero in ogni sua parte che descrive l’apatia con la quale la vita e gli eventi ci scorrono vicino senza che noi abbiamo la benché minima voglia di prendervi parte. È limato sull’esigenza di esserci, ma avulso dalla vita di una qualsiasi persona che potremmo conoscere, tanto da rendercelo “strano”, e perrottiano nella sua curiosità di seguire le scelte, per noi a volte assurde, di Andreas e Jacob e le loro conseguenze che non seguono mai percorsi prefissati. Per dirla in poche parole: questo lavoro riassume la curiosità di Sesto. E’ una forma di indagine strana che sembra portarlo a guardare alle manie attraverso quelle dei personaggi che crea.

E così con lo scorrere delle pagine saltano fuori la nostra affezione per le storie infinite e che continuano a riavvolgersi su se stesse che noi amiamo vedere in tv, la nostra necessità di non avere risposte ma di essere ascoltati, il nostro necessario senso di appartenenza a qualcosa, che non è detto che ci appartenga, ma ci permette però di fare gruppo. Emerge l’uomo contemporaneo, impegnato a guardare il dito e non la luna che sta indicando, che perde il senso della visione d’insieme a favore di un senso di inadeguatezza nell’attimo che gli scorre davanti e nelle piccole cose che lo circondano. Una persona che si accorge che la stessa storia gli viene rifilata in più stagioni solo cambiandone i protagonisti, o che vive l’appartenenza ad un credo, anche se dichiaratamente nuovo e libertario, che invece diventa identico ai precedenti non nel suo essere una religione, ma per la rinuncia degli adepti a pensare con la propria testa. E la rinuncia a pensare, ad essere, pervade la nostra quotidianità e in parte questa storia. Andreas non ha più Nora, non sa dove sia andata a finire, la cerca. Rinuncia a se stesso, al pensiero, in favore di un mondo che non gli appartiene, anche se continua ad avere il dubbio che lei non lo abbia lasciato ma che sia stata costretta a farlo. Non coglie nuove opportunità e nemmeno percorre vecchie strade. Rimane lì a cercare senza convinzione, estraneo ad un mondo che vede scorrere come una serie TV. Stessa cosa dicasi per Jonas, che cerca Tokyo e anche qualcun altro (ma questo lo dovete scoprire da soli!). Cerca, ma non sa cosa e non sa perfettamente se la vuole trovare.

Questo avviene proprio perché non è la verità finale che ci libererà tutti, ma è il viaggio. Un viaggio che parte da un’occupazione che non c’è, da una persona che non c’è più o che non è reale e che finisce in un momento imprecisato. Un’apice che non ha bisogno di una discesa. Un viaggio attraverso un mondo irreale, popolato di personaggi assurdi e dall’assurdo significato che si da alle cose o alle persone, nonché agli avvenimenti. Un viaggio molto simile a quello che fa ognuno di noi, in contesti decisamente più normali ai nostri occhi, ma che diverge poco da quello di Sesto. Imparando a guardare le nostra realtà da altre angolazioni, con altre parole, ne esce un uomo in parte sconfitto dal peso di una mancanza di verità certa, quella dei giornali, delle presenze e delle risposte. Le certezze sono quelle che pensiamo essere i cardini della nostra vita che, paradossalmente, non ha nulla di certo.
Emerge anche l’ingenuità che riusciamo a mantenere, molto spesso nascosta anche a noi stessi, che ci spinge ad andare oltre quella che è la nostra comfort-zone e che ci porta a scoprire e a soppesare ciò che è diverso da noi. Non è detto che accettiamo di sposarlo, ma entrare in contatto con la diversità è il più puro atto di curiosità che si avvicina pericolosamente a quella di un bambino. La curiosità è qualcosa che ci rende liberi, di provare, sentire e prendere in considerazione. Forse l’ultimo atto di libertà che ci rimane da esercitare. Possiamo lasciare oppure tenere ciò che per curiosità abbiamo visto, sentito o provato. Ma da lì, entrano in gioco fattori diversi, i filtri dell’età adulta, le esperienze e via dicendo e torniamo nel nostro personale stato di Occupazione. Perché alla fin fine “L’occupazione” di Sesto non è altro che quella che noi costruiamo giorno per giorno riempiendoci di filtri e di limiti che pensiamo che con l’età ci debbano appartenere.

La curiosità che muove questo libro è anche quella del suo autore. Sembra un po’ un insieme di tutte le curiose esperienze e letture, diversissime fra loro, che Sesto ha fatto. Il suo peregrinare fra una storia e l’altra -che sia in TV, in un libro o un documentario-, si fondono alla perfezione creando situazioni satelliti e cosmologie del tutto particolari, talvolta decisamente verosimili e divertenti- legate fra loro dalle avventure dei due protagonisti, lasciandoci interdetti e sicuramente divertiti. In tutto questo e contando che Sesto finora si era sempre dilettato in racconti, pensare che sia uscito con un intero romanzo di 300 pagine può sicuramente fare un certo effetto. E invece no, è il Sesto di sempre scorrevole, divertente e anche molto divertito, che con la nonchalance che lo contraddistingue, con fare “curioso” segue le avventure dei protagonisti che ha creato senza interferire, ma lasciandosi trascinare. Riesce a portare con se i suoi lettori senza annoiarli con dichiarati inutili particolari ma riuscendo ad evidenziare la necessità di ognuno di loro.
È stata un’avventura decisamente interessante cui, mi auguro, seguiranno molte altre, con molti altri e diversi riferimenti, che polverizzeranno alla prima riga l’immagine che, finora, mi sono fatta di questo autore e che, come questa volta, svela sempre qualcosa di nuovo e inaspettato. Chi non lo legge, probabilmente verrà occupato per ricordargli l’importanza di leggere “L’occupazione”. Io ve l’ho detto, poi non vi lamentate!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

L’occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana “Scarto”
Prezzo 17,00€

E ora il calendario di questa settimana:

Lunedì 22 mattina Elena Tamborrino Io e Pepe (Libri ed altro)
Martedì 23 mattina Simona Scravaglieri di Letture Sconclusionate
Mercoledì 24 pomeriggio Marianna Di Felice di Sulle ali della fantasia
Giovedì 25 mattina Paola C. Sabatini Letture Sconclusionate
Giovedì 25 pomeriggio Angela Cannucciari del canale Angela Cannucciari
Venerdì 26 pomeriggio Daniela Mionetto di Appunti di una lettrice
Sabato 27 mattina Natascia Mameli Letture Sconclusionate
Sabato 27 pomeriggio Barbara Porretta di Librinvaligia
Domenica 28 mattina Giada del canale Dada Who?

"Consigli pratici per uccidere mia suocera" Giulio Perrone – Sul ciglio del precipizio…

"Consigli pratici per uccidere mia suocera", Giulio Perrone- Rizzoli (Fonte LettureSconclusionate)
“Consigli pratici per uccidere mia suocera”, Giulio Perrone- Rizzoli (Fonte LettureSconclusionate)

La cosa più difficile da spiegare per i libri come quello di cui vi parlo oggi è l’importanza di conoscere un certo tipo di letteratura che non punta sul farti provare tetre emozioni o non ti faccia sentire diverso solo perché parla di vite tristi e tetre. Il mondo di Giulio Perrone, già da quando ha pubblicato il precedente libro, è un mondo luminoso, fatto di suoni, voci, traffico, gente che vive e che sopravvive, magari a volte è stanca, ma riesce a conservare quell’attimo al giorno per un sorriso. E anche il suo autore è così, lo vedi alle presentazioni anche dopo un’intera giornata di lavoro e, nonostante tutto, non nega mai un sorriso o un ammiccamento a nessuno, indipendentemente da chi lo conosca o no.

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#maggiodeilibri si parte da qui! [dal libro che sto leggendo] The Dome (Under the dome)

Quest’anno il “Maggio dei libri” ho deciso di festeggiarlo anche io. Non è una cosa che abbia fatto mai, ma c’è anche da dire che questa manifestazione, nata nel 2011, ha un anno in meno del mio blog e che, in fondo, sempre di libri si parlerà. Così ho deciso di raccontarvi e raccontarmi in una serie di post dedicati ai libri che più ho amato e quelli che invece mi entusiasmano oggi, accostandoli, come al mio solito, agli acquisti e anche alle scoperte e alle letture correnti. 
Ci sono stati libri belli, quelli stupendi, i brutti e anche quelli che son proprio sòle, ma, ogni volta che mi guardo indietro o che mi capita di leggere qualche vecchia recensione ricordo ancora distintamente l’umore di quel giorno o l’emozione che quel libro mi ha dato. 
Il claim della manifestazione è “Leggere insieme” e ci sono anche una serie di percorsi, individuabili con degli hastag, che toccano temi come il benessere, la legalità, i paesaggi e anche gli anniversari di nascite e morti di scrittori illustri. Per cui, per non rimanere sola in questo viaggio, ho deciso di coinvolgere un’allegra brigata di blogger e vlogger – a cui si possono unire anche altri (c’è ancora spazio!)- per vedere quante sfumature si possono, dare in un mese dedicato ai libri, ai temi proposti. Ci sono:
E visto che si parte parlando di leggere insieme, quale modo migliore di un bel [Dal libro] che vi faccia sbirciare in quello che sto leggendo ora? Quindi bando alle ciance e partiamo da qua!

Fonte: Pinterest

Libro preso a Gennaio 2017 dopo averci lungamente pensato. E’ un tomo vero, conta 1.000 e rotte pagine ma non è questo che mi impensieriva, ma il fatto che il Re indiscusso dell’horror ha questo vizio di dilungarsi in descrizioni e descrizioni… e descrizioni. E, come ben sa chi mi legge da un po’, quando la descrizione s’allunga troppo per me stroppia! Il King che non si dedica all’horror è una scoperta relativamente recente, più o meno un paio di anni fa, ed è stato interessante trovare fra la sua produzione anche generi diversi, come quello di cui vi parlo oggi, tra cui la distopia.

Per chi non avesse visto la serie TV (davvero spettacolare!), a Chester’s Mill in una bella giornata d’ottobre, senza che nessuno riesca a capire come o che ci siano stati segnali, cala una grande cupola trasparente. Questa è la storia di come una piccola comunità del Maine si ritrova a dover diventare un mondo dentro un mondo. Intrighi, uccisioni si sovrappongono alle morti che sono provocate da questo scudo trasparente inaspettato. 

I primi due “capitoletti” che vi metto oggi riguardano proprio questo momento. Dopo aver visto la serie sapevo che non potevo esimermi dal leggere la storia… ma per chi, sa, la mucca… è diventata una marmotta! E devo dire che, forse, è meno d’impatto, ma passate le prime 50 pagine, quando riesci a riconoscere i personaggi, diventa molto scorrevole!
Buone letture e attenti alle cupole!
Simona Scravaglieri

L’aereo e la marmotta 


 1 


Mentre Claudette Sanders stava prendendo una lezione di volo, osservava la cittadina di Chester’s Mill brillare nella luce del mattino come qualcosa di appena fatto e lì posato giusto ora. Le macchine che percorrevano Main Street lanciavano ammiccamenti di sole. Il campanile della chiesa congregazionalista (la «Congo») sembrava abbastanza aguzzo da pungere il cielo immacolato. Nel momento in cui il Seneca V lo sorvolava, il sole scorreva sulla superficie del Prestile Stream, acqua e aereo a tagliare la cittadina sulla medesima diagonale. 
«Chuck, mi pare di vedere due ragazzi al Peace Bridge! A pescare!» La gioia incontenibile la faceva ridere. Le lezioni di volo erano un omaggio del marito, che era primo consigliere cittadino. A lei la nuova avventura era piaciuta fin da subito. Ma non era semplice piacere, era estasi. Quel giorno per la prima volta aveva capito veramente che cosa faceva del volo un’esperienza così fantastica. Che cosa lo rendeva straordinario. 
Chuck Thompson, il suo istruttore, toccò delicatamente la cloche, poi indicò il quadro comandi. «Certo», disse, «ma manteniamo l’assetto, Claudie, d’accordo?» 
«Scusa, scusa.» 
«Di niente.» Insegnava a volare da anni e gli piacevano gli allievi come Claudie, entusiasti di imparare qualcosa di nuovo. Probabile che di lì a non molto sarebbe costata a Andy Sanders un bel gruzzoletto; si era innamorata del Seneca e aveva espresso il desiderio di possederne uno come quello, nuovo però. Si stava parlando di qualcosa nell’ordine di un milioncino di dollari. Anche se non la si poteva definire proprio viziata, Claudie Sanders aveva gusti innegabilmente costosi che Andy, per sua fortuna, sembrava poter soddisfare senza troppa fatica. 
A Chuck piacevano anche le giornate come quella: visibilità illimitata, assenza di vento, condizioni perfette per una lezione. Non di meno, quando Claudie esagerò nel correggere la rotta, il Seneca ondeggiò leggermente. 
«Ti stai distraendo. Non farlo. Mettiti su uno-venti. Abbassiamoci sulla Route Centodiciannove. E scendi a novecento.» 
Lei eseguì e il Seneca ubbidì ai suoi comandi di nuovo in assetto perfetto. Chuck si rilassò. 
Sorvolarono la rivendita di auto usate di Jim Rennie e poi la cittadina fu dietro di loro. C’erano campi su entrambi i lati della 119 e alberi che ardevano di colori. L’ombra cruciforme del Seneca risalì l’asfalto e un’ala nera sfiorò per un attimo una formichina d’uomo con uno zaino in spalla. La formichina d’uomo guardò su e salutò con la mano. Chuck ricambiò, anche se sapeva di non poter essere visto. 
«Che giornata maledettamente favolosa!» esclamò Claudie. Chuck rise. 
Alle loro vite restavano quaranta secondi.  

 

La marmotta trottava sgraziata sul ciglio della Route 119 diretta a Chester’s Mill, anche se l’abitato distava ancora più di due chilometri e persino le auto usate di Jim Rennie erano solo una serie di luccichii disposti in file in un punto in cui la strada girava a sinistra. Aveva in programma (per quanto possano programmare qualcosa le marmotte) di rituffarsi nel bosco molto prima di arrivare laggiù. Al momento però il ciglio andava bene. Si era allontanata dalla tana più di quanto avesse voluto, ma il sole era caldo sulla schiena e gli odori le sfrigolavano nel naso formando nel suo cervello immagini rudimentali che non erano proprio figure. 
Si fermò e per un istante si drizzò sulle zampe posteriori. Gli occhi non erano più quelli di una volta, ma ci vedeva abbastanza bene da distinguere poco distante un umano che veniva verso di lei sul ciglio opposto. 
Decise che sarebbe andata lo stesso un po’ più avanti. Alle volte gli umani lasciavano indietro cose buone da mangiare. 
Era vecchia e grassa. Aveva razziato un buon numero di bidoni della spazzatura nella sua lunga vita e conosceva la via per la discarica di Chester’s Mill bene quanto le tre gallerie della sua tana; sempre cose buone da mangiare alla discarica. Ondeggiò soddisfatta tenendo d’occhio l’umano che sopraggiungeva sull’altro lato della strada. 
L’uomo si fermò. La marmotta capì d’essere stata vista. Alla sua destra e poco più avanti c’era una betulla caduta. Si sarebbe nascosta là sotto, avrebbe aspettato che l’uomo passasse, poi sarebbe andata a vedere se fosse rimasto in giro qualcosa di gustoso da… 
Arrivò fin lì nei suoi ragionamenti –e compì altri tre passi dondolanti –anche se era stata tagliata in due. Poi cadde spezzata sul bordo della strada. Il sangue sprizzò e pompò; le viscere si rovesciarono sul terreno; le zampe posteriori scalciarono rapide due volte, poi si fermarono. 
Il suo ultimo pensiero prima del buio che ci accoglie tutti, marmotte e umani, fu: Cos’è stato?

Questo pezzo è tratto da:

The Dome
Stephen King
Sperling & Kupfer, ed. 2009
Traduzione di Tullio Dobner
Collana “Narrativa”
Prezzo 23,90€



– Posted using BlogPress from my iPad

"Mash", Richard Hooker – Il potere della scrittura che crea appartenenza…

Fonte: Eye on Canada “The real Mash”

Se non avessi assistito alla presentazione, il libro di oggi probabilmente non l’avrei mai letto. In generale perché probabilmente l’avrei giudicato un lavoro di nicchia, per soli estimatori. E invece, non solo sono andata alla presentazione e mi sono lasciata affascinare dalla passione del traduttore, ma ho anche deciso di prenderlo e l’ho finito giust’appunto l’altro giorno. M*A*S*H si è rivelato non solo un lavoro molto più serio e pertinente di quanto mi aspettassi, ma l’ironia e il paradosso che caratterizzano certi atteggiamenti, che pensavo avrebbero stonato con l’insieme, ben si combinano con un panorama desolante come quello che si viveva negli accampamenti ospedale, definiti appunto “MASH”, delle forze americane nella guerra di Corea. E’ una guerra che in fondo non ci appartiene, che è entrata magari nelle nostre case attraverso le notizie dei giornali, i film o serie TV o anche documentari storici o che abbiamo vissuto di rimando, come fosse una cosa che non ci interessava. Nel mio mondo di figlia degli anni ’70 è entrata relativamente tardi, con l’omonima serie TV che oggi scopro essere tratta da un film.

Per coloro che non avessero mai visto né serie e né film, MASH, racconta della vita nel 4077 accampamento medico in Corea dove, per problemi di gestione dei feriti, un giorno vengono inviati due chirurghi, da aggiungere all’organico, dai nomi/soprannomi altisonanti come “Occhio di Falco” e il “Duca”. Il primo del Nord America e l’altro Sud, entrambi chirurghi formati sul campo, maghi di quella che i compatrioti chiamano “bassa macelleria”. Come dice ad un certo punto “Occhio di falco” ad una recluta, loro hanno ben chiaro quello che stanno facendo e, nel loro obiettivo, non c’è quello di fare le rifiniture ma di salvare il paziente. La rifinitura la lasciano ai medici successivi, perché se perdi tempo a fare un lavoro di fino con un paziente, molti altri che sono in attesa e hanno urgenza di essere operati potrebbero morire. Serve invece tenerne in vita il numero maggiore possibile. Ecco, in tutto questo si racchiude il tema di fondo di questa storia che, nei primi capitoli, non è così evidente. 

Io pensavo di ridere un sacco, ed è stato così in effetti, ma in alcuni punti emerge l’amarezza e la necessità di scappare dalla realtà, che si rivela dell’abuso di alcool, nella misoginia e nella ricerca di alcuni di visibilità per avere la certezza di sapere di “essere qualcuno” anche in un luogo sperduto come quello del campo. “Essere qualcuno” non significa avere i riflettori puntati, significa senso di appartenenza al gruppo, perché qui il gruppo non è dei “fighi” ma di quelli che ogni notte salvano vite aiutandosi fra loro al di là delle convenzioni di gradi e mostrine. Poi ci sono gli elicotteri delle sei, quelli più odiati perché nessuno si alzerebbe in volo a quell’ora di mattina o di sera. Sono quelli che portano i feriti più gravi e che annunciano una notte o una giornata di battaglie per tenere in vita questi uomini che, come succede per i medici, hanno scelto di rispondere al richiamo dell’esercito per la loro patria ma cominciano a non vederne più la ragione.

Non saprei nemmeno come spiegarvi, questo senso di vuoto e partecipazione che scaturisce dalla penna di Hooker – e di rimando del suo traduttore Marco Rossari- che ti pervade ad un certo punto. Non diventa noioso, ma senti la fatica di questi uomini sottoposti a turni massacranti che non si rassegnano ad abbandonare nessuno. E allora passa in secondo piano, il maschilismo riservato alle donne o l’alcol onnipresente e anche gli scherzi di pessimo gusto. Il tutto è inserito in un mondo che rimarrà lì e che, se non fosse così, sarebbe imploso e non avrebbe retto alla lunghezza di quella guerra. Qui il punto non è se la guerra sia giusta o no, qui il punto è l’effetto sulle persone che la vivono e soprattutto quelli che la vivono da relativamente lontano anche se abbastanza vicino. C’è un momento in cui, dopo un’affluenza costante di feriti, i medici si interrogano quando finirà questo continuo massacro e non riescono a sapere nulla. Loro sentono i rumori, vedono gli effetti, ma non sono né a casa e manco sul fronte. Eppure la guerra ha anche loro, è il loro mondo ed è un mondo pesante che li unisce e che una volta abbandonato li dividerà.

Quindi cominci Mash divertendoti. Le battute, lo scambio continuo di botta e risposta nei numerosi dialoghi garantiscono ritmo alla narrazione tanto che, le prime 100 pagine volano via in un soffio. Poi arrivi al capitolo del “Diluvio” -dove non c’è nulla di orribile tante volte ve lo steste chiedendo e che il mio “io” di lettrice ha individuato come il “capitolo 7” ma potrebbe non essere quello – in cui tutto il realismo della scrittura di Hooker si rivela. A quel punto quel mondo, quel campo immaginario, quei medici, le infermiere, le tende degli alloggi e dell’ospedale, tutto insieme, cominciano ad appartenerti. Quella guerra di cui hai solo sentito parlare diventa anche tua. Ma, la cosa strana è che non è “la guerra” come la intendiamo oggi noi italiani; quello che ti appartiene è la situazione come la vive chi sta in guerra. Ed è un concetto diverso: quello che noi viviamo è il rifiuto dell’offesa, del contrasto armato, della rivalsa, delle spese. Qui non ci sono pallottole, la prima linea nemmeno la vediamo. Qui noi vediamo persone, i segaossa al lavoro, le “pinte” di sangue e vediamo l’effetto su uomini che non hanno visto la prima linea ma ne vedono i risultati. Non si pongono il problema se sia giusto o no. Loro hanno risposto ad una chiamata della loro patria, sono lì per questo e null’altro. Nessuna politica e nessuna obiezione. Solo uomini e la fatica di contrastare gli effetti. E’ un punto di vista privilegiato che difficilmente gli autori riescono a riservare ai loro lettori come succede in questo caso.

E’ una lettura che si fa con leggerezza all’inizio e che poi, per le motivazioni elencate, si fa fatica a lasciare. Ne sono rimasta stupita pure io in prima persona. Ma è una lettura che consiglio veramente a tutti. Un po’ per sfatare il mito che io avevo che MASH fosse stato portato in TV solo per ridere e poi per darsi la possibilità di provare qualcosa di diverso e a questo punto, decisamente di qualità.
Non ve ne pentirete,
Simona Scravaglieri 


M*A*S*H*
Richard Hooker
Edizioni SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€



A post shared by Simona Scravaglieri (@leggendolibri) on Apr 17, 2017 at 12:23am PDT

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[Dal libro che sto leggendo] Rosemary’s baby


LettureSconclusionate



Ecco, se m’avessero detto che, in vita mia, avrei letto un libro horror li avrei presi per pazzi sciroccati. E infatti, quando mi è stato chiesto se avevo avuto paura a leggere “Rosemary’s aaby”, con fesso di non aver capito subito perché avrei dovuto avere quella reazione! Invece poi ho scoperto che una ragione l’avevano: Ira Levin, l’autore di questo spettacolare libro, è anche un autore di horror ed è uno degli scrittori preferiti di Stephen King insieme al un’altra famosa autrice che è Shirley Jackson di cui vi parlerò più in là.

Quello che, la qui presente “fifona”- poi un giorno vi spiegherò fino a che punto lo sono!-, ha appreso è: che l’horror garantisce quel grado di tensione che spesso non ritrovo in altri libri da cui invece me lo aspetterei. Ho scoperto anche che, se sono scritti così, mi piacciono assai e che, in fondo, la piacevolezza della narrazione fa veramente un gran lavoro e qui, di questo gran lavorio, c’è un esempio di eccellenza. 

La storia narra di due giovani sposi che trovano finalmente un appartamento sfitto in uno dei palazzi centrali della città. Lei non vede l’ora di andarci a vivere, lui è un pochino più restio. L’appartamento in questione apparteneva ad una anziana signora che è improvvisamente caduta in coma e poi morta. C’è un’aura oscura che avvolge queste mura ma gli sposi non la colgono affatto sul momento. Rosemary vorrebbe farsi una famiglia, Guy, che è un attore all’inizio della sua carriera, vorrebbe aspettare. Poi la conoscenza dei vicini di pianerottolo, una morte improvvisa e inspiegabile di una giovane ragazza che si è buttata dalla finestra e tutta questa storia prende tutta un’altra piega.

Lo avevo aperto al Bookpride, quando l’ho preso, per vedere come era la scrittura e accantonato per seguire una presentazione. Poi l’ho portato a Roma e nel frattempo ho letto altro. Ma quelle poche frasi mi erano rimaste in mente, e allora l’ho preso nuovamente in mano per vedere come finiva il capitolo e il giorno dopo mi sono ritrovata a finire il libro stesso. Non credo ci sia un modo migliore per farvi capire quanto io reputi eccezionale questo libro!.

Buone letture,
Simona Scravaglieri



1. 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.
Guy le riferì la notizia premendosi il telefono contro il petto; Rosemary mandò un gemito: «Oh, noo!» e per poco non scoppiò in lacrime.
«Ormai è troppo tardi», disse Guy, parlando al telefono. «Abbiamo firmato il contratto proprio ieri». Rosemary gli afferrò un braccio. «Non potremmo disdirlo?», gli chiese. «Trovare una scusa?»
«Scusi un attimo, signora Cortez». Guy tappò di nuovo il telefono. «Che scusa?», chiese.
Lei spalancò e levò le braccia al cielo, agitata. «Non so. Possiamo dirgli la verità. Che ci è capitata l’occasione di un appartamento al Bramford».
«Tesoro», replicò Guy, «a quelli non gliene importa niente».
«Troverai una scusa, Guy. Proviamo, per piacere. Dille che faremo un tentativo, ti prego, prima che riattacchi».
«Ma abbiamo firmato un contratto, Ro! Siamo inchiodati».
«Ti prego! Quella riattacca!», piagnucolò Rosemary e, con apprensione esagerata, afferrò il telefono e cercò di spingerglielo all’altezza della bocca.
Guy rise e la lasciò fare. «Pronto, signora Cortez? Mi dicono che forse c’è la speranza di trovare una soluzione. Infatti, ancora non abbiamo firmato il contratto definitivo, avevano terminato i moduli e così abbiamo firmato soltanto un compromesso. Si può visitare l’appartamento?»
La signora Cortez diede le sue istruzioni: dovevano recarsi al Bramford tra le undici e le undici e mezzo, chiedere del signor Micklas, o di Jerome, e dire a chi dei due avessero trovato che li mandava lei, per visitare il 7E. Poi dovevano telefonarle. Lasciò il numero a Guy.
«Vedi che le idee non ti mancano?», osservò Rosemary, infilandosi le calze e un paio di scarpe gialle. «Come bugiardo sei straordinario».
Guy, che era davanti allo specchio, esclamò: «Maledizione, un foruncolo!»
«Non schiacciarlo».
«Sono soltanto quattro stanze, comunque. Niente camera per il bambino».
«Preferisco quattro stanze al Bramford a tutto un piano in quel… casermone bianco di cemento».
«Ieri l’adoravi».
«Mi piaceva. Non l’ho mai adorato. Scommetto che neppure l’architetto che l’ha fatto l’adora. Ricaveremo una zona pranzo nel soggiorno e avremo una bella camera per il bambino, se e quando verrà».
«Verrà, verrà», fece Guy. Si passò e ripassò il rasoio elettrico sul labbro superiore guardandosi allo specchio, dritto negli occhi, che erano grandi e castani. Rosemary si infilò un vestito giallo e tirò su la lampo dietro la schiena.
Vivevano in un’unica stanza, che era l’ex appartamento da scapolo di Guy. C’erano manifesti di Parigi e di Verona, un’ampia poltrona letto e un angolo cottura.
Era martedì 3 agosto.

Il signor Micklas era bassino e chiacchierone e gli mancavano un po’ di dita a tutt’e due le mani, tanto da trasformare in imbarazzo la stretta di mano; ma non per lui, a quanto pareva. «Ah, un attore», esclamò, schiacciando il pulsante dell’ascensore con il dito medio. «Siamo molto in voga tra gli attori». Ne nominò quattro che abitavano al Bramford, tutti abbastanza noti. «L’ho vista in qualche film?»
«Vediamo un po’», fece Guy. «Ho fatto l’Amleto qualche tempo fa, vero, Liz? E poi abbiamo girato Castelli di sabbia…»
«Scherza», disse Rosemary. «Era in Lutero e in Nessuno ama i perdenti. E ha lavorato molto in televisione. E ha fatto anche molte pubblicità».
«È lì che si fanno i soldi, no?», disse il signor Micklas. «Nella pubblicità».
«Già», fece Rosemary, e Guy aggiunse: «E si dà sfogo all’estro artistico». Rosemary lo supplicò con gli occhi; lui la guardò con aria innocente e, di sopra la testa di Micklas, le fece una smorfia da vampiro.
L’addetto all’ascensore –pannelli di quercia, con un lucido corrimano d’ottone tutt’intorno –era un ragazzo nero, in uniforme, con un sorriso stampato sulle labbra. «Settimo», gli disse il signor Micklas; poi, rivolto a Rosemary e a Guy: «L’appartamento ha quattro locali, due bagni e cinque armadi a muro. In origine, gli appartamenti del palazzo erano grandissimi –il più piccolo aveva nove stanze –ma ormai sono stati quasi tutti divisi in appartamenti da quattro, cinque e sei locali. Il 7E è da quattro, e in origine era la parte servizi di un appartamento da dieci. Comprende la cucina originale e il bagno padronale, che sono enormi, come vedrete. L’ex camera da letto padronale è diventata soggiorno, un’altra è rimasta camera da letto e due stanze della servitù si sono fuse nella sala da pranzo o seconda camera da letto. Avete bambini?»
«Contiamo di averne».
«Sarebbe la stanza ideale per un bambino, con il bagno e anche un armadio spazioso. Nel complesso sembra fatto su misura per una coppia giovane come voi».
L’ascensore si fermò e, sempre sorridendo, il ragazzo nero lo spinse in giù, poi in su, poi di nuovo in giù, finché fu allineato perfettamente al piano; quindi, sempre sorridendo, spinse di lato la grata interna in ottone e aprì la porta scorrevole esterna. Il signor Micklas si fece da parte e Rosemary e Guy uscirono dalla cabina per ritrovarsi in un corridoio male illuminato, con moquette e pareti verde scuro. Un operaio occupato davanti a una porta verde intagliata, contrassegnata 7B, gli lanciò un’occhiata, poi tornò a montare lo spioncino nel foro che aveva praticato.
Il signor Micklas si avviò a destra e poi a sinistra, percorrendo brevi bracci di corridoio verde scuro. Seguendolo, Rosemary e Guy notarono che in alcuni punti la carta da parati era strappata e che, a una giuntura, s’era staccata, arricciandosi all’interno; notarono una lampadina bruciata in un’applique di cristallo e una toppa più chiara nella moquette verde scuro. Guy guardò Rosemary: Moquette con le toppe? Lei guardò altrove e sorrise, radiosa: L’adoro. È tutto così delizioso!

Questo pezzo è tratto da:
Rosemary’s baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€


– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] L’occupazione



Oggi parliamo di un libro che mi sta piacendo molto e anche, forse, del primo libro “lungo” di Gorilla Sapiens. Questo perché Sesto, questa volta, ha puntato sul fattore sorpresa doppio: oltre a scrivere un romanzo, invece di una serie di racconti, ha scritto un Romanzo e anche lungo 300 pagine! Non riesco a capire che autore in particolare mi ricordi ma, se siete amanti delle serie, non tanto dal punto di vista di tendenza o di battute simpatiche da ripetere all’infinito per farvi quattro risate, quanto come scrutatori dei meccanismi, della sottile impronta sociologica che c’è in queste prime tre pagine del libro, io sono certa che finito dei leggere vi fionderete in libreria o in uno store online per leggerlo.

Ora, caro lettore,  se tu non seiun abituè di questa casa editrice e di Sesto devi sapere due cose, un po’ come avviene anche per altre case editrici o autori. La prima è che l’arte di scrivere è un mestiere complesso e complicato, non tanto dall’azione dello scrivere di per sé, ma proprio dalla possibilità e dall’opportunità di ricreare sentimenti, emozioni e immagini attraverso una sequenza di parole e dal tono di lettura che questa sequenza istiga nel lettore stesso. Tali forme d’arte non esistono solo in virtù dio toni drammatici e di autofustigazione. Perché, perdonami, caro lettore, a far “drammaticamente” piangere, rabbrividire e dispiacere il lettore – a volte anche a farlo morire di noia- son capaci quasi tutti al giorno d’oggi. Diversa è la situazione quando si vuol far riflettere, sentire emozioni, amare e anche piangere ma con un tono diverso, a volte divertito a volte decisamente un po’ nerd, ecco, qui, non sono capaci tutti, anzi sono in pochissimi.

Sesto è uno di quelli e se dopo aver riso dei suoi paradossi o delle sue osservazioni, e questa è la seconda che devi sapere, ti fermerai a guardare al libro in generale, ti accorgerai che il quadro che restituisce questo libro, racconta anche di te, della tua vita e anche di quello che dici, guardi in tv e scrivi, magari nei social. Riguarda te e anche me, riguarda un po’ tutti. Non giudica ma ti permette di osservarti da un punto di vista insolito e di guardare anche al contesto che io e te viviamo, che seppur a volte grigio e avvizzito dall’abitudine che logora gli animi, è decisamente più interessante di quanto ci sembra. Ci migliorerà? Non lo so, ma sicuramente sarà una bella lettura.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

1.

Secondo Andrea, la migliore serie televisiva americana di quell’anno era stata Roger. Roger era un prestigiatore nano di New York che aveva fondato un culto in Messico. Inizialmente si trattava di una religione per pochi derelitti analfabeti che credevano ai suoi artifici e si facevano impressionare dal suo buon senso, poi diventava un cartello della droga, di cui però facevano largo uso anche gli adepti, e quindi forse era più una cooperativa della droga che un cartello, e infine si estendeva agli Stati Uniti, sia come operazione religiosa che criminale. Roger area motivato da noia, curiosità e volontà di sfida, o magari, si poteva dire, era solo trascinato dagli eventi. Si asteneva dal sesso e conduceva una vita spartana occupata da questioni di strategia e comando. Parlando al suo cane, diceva che per lui l’unico momenti di piacere della giornata era quando la sera sul terrazzo beveva un bicchiere di porto e fumava una sigaretta, e anche in quel momento a metà sigaretta si era già scocciato. Sulle attività illecite del culto indagavano un poliziotto alto e bruno, un tipo concreto, e una giornalista bionda e idealista, che era stata sua moglie e con la quale condivideva una figlia di quindici anni, biondissima e idealistissima, per così dire, che nella seconda stagione diventava membro della setta e confidente del nano, spodestando il cane. Alla fine di questa seconda stagione Roger, insidiato da polizia, seguaci frondisti e delinquenti rivali, si era salvato all’ultimo momento così tante volte e giocandosi le ultime carte da rendere grottesca l’idea di una prosecuzione della storia. La scampava ancora, invece, convertendo alla religione una figura chiave del governo messicano, grazie all’apparizione di un gigantesco orango. A questo punto prendeva corpo l’ipotesi che Rogers fosse realmente Ek Chuaj, la divinità Maya protettrice dei commercianti e del cacao che affermava di essere, o almeno che avesse dei poteri paranormali, o delle capacità ipnotiche tali che, se non paranormali erano comunque senza simili nella realtà. Insomma la cosa sembrava virare verso la stronzata , ma poi alla terza stagione emergeva che l’alto ufficiale messicano soffriva di allucinazioni e aveva creduto di vedere oranghi dorati messianici in precedenza, quindi si era trattato solo di sfruttare con fine psicologia questa debolezza. Intanto però la palette di colori della fotografia, che inizialmnete era composta da giallo, marrone e azzurro del deserto e del cielo, con la nettezza naturale di questi colori in quell’ambiente, era mutata,  prendendo i rossi cupi e gli ori del bunker-santuario di Roger, sfumati e ondeggianti come nella visione dei suoi accoliti drogati. Comparvero oranghi in posti in cui non dovevano comparire, probabilmente erano trucchi p magie, ma potevano essere allucinazioni del nano, anche se sembravano più che altro allucinazioni degli sceneggiatori.


Questo pezzo è tratto da:

L’occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana “Scarto”
Prezzo 17,00€ 

Le letture della centuriona: L’amore addosso

Buongiorno! Sono ancora un po’ rincretinita dal sonno post Bookpride ma pronta a recuperare il silenzio della scorsa settimana. Cominciamo con il chiudere il mese con la segnalazione di Natascia Mameli, la mia, anzi la nostra libraia preferita che, a Marzo, Ha letto l’ultimo libro di Sara Rattaro. Lascio a lei la parola e a voi dico che, qualora siate a Genova, in fondo alla recensione potete trovare l’indirizzo per andare a trovare Natascia.

Buon inizio settimana!
Simona Scravaglieri

Fonte: Sperling&Kupfer



IL LIBRO DI MARZO 2017


Dopo lo svarione di febbraio, tiriamoci su (si fa per dire) con il nuovo libro di Sara Rattaro. Se non la conoscete e vi piacciono i libri molto sentimentali (e non parlo solo di amore, ovviamente) e un po’ strappa-lacrime, dovete assolutamente recuperare tutti i suoi precedenti. Da ‘Sulla sedia sbagliata’ a ‘Splendi più che puoi’ (il mio preferito) la Rattaro ha collezionato un successo di pubblico dietro l’altro. E lo dico soprattutto perché parlo del ‘mio’ pubblico, cioè i miei amici e i miei clienti. Persone tra le quali si nascondono (si fa sempre per dire) i più grandi fan di Sara. E ovviamente non solo tra i miei contatti si è palesato un certo amore crescente nei suoi confronti. Del resto, quando uno scrive bene e sa parlare delicatamente, ma anche in maniera molto diretta, di sentimenti (soprattutto quei sentimenti che ciascuno di noi prova, quelli più fastidiosi, quelli che vorremmo tenere nascosti in un angolino del nostro cuore; che sono poi quelli che ci fanno fare le scelte più difficili della nostra vita: quelle giuste e quelle sbagliate) non è difficile che trovi la via del cuore dei lettori. 
Ci tengo a sottolineare, data la mia conoscenza diretta e il mio apprezzamento personale nei confronti della scrittrice (che, ovviamente, non mi farà essere totalmente lucida nelle mie valutazioni, ma, diciamocelo, ogni recensionista ha le sue debolezze), che la sua fama è più che guadagnata, non solo per le capacità artistiche ma anche per l’instancabile dedizione al lavoro ‘pratico’ dello scrittore che comprende girare su e giù per l’Italia per fare mille presentazioni.


Titolo: L’amore addosso
Autrice: Sara Rattaro
Casa Editrice: Sperling & Kupfer
(noto a questo punto che questo è probabilmente il primo libro italiano che recensisco)

Ecco un libro che, a prima vista ti fa pensare ‘uff, il solito libro che parla di corna, che fantasia!’ ma che poi, grazie al suo stile e alla sensibilità dell’autrice, ti fa cambiare idea, pagina dopo pagina.
Innanzitutto, il personaggio voce narrante (principale) del libro, Giulia, al contrario dell’affetto che mi aveva suscitato Emma (la protagonista del precedente libro dell’autrice) mi ha infastidita non poco. Perché una donna adulta, che decide, coscientemente, di tradire il marito, si ritrova a nascondere le proprie ‘colpevolezze’ (scritto tra virgolette di proposito, se ne potrebbe parlare…) dietro il proverbiale dito? Perché, in una situazione che è quella più raccontata dalla letteratura e dalla cinematografia, ogni donna (ma Giulia, a mio avviso, in particolar modo) si sente una vittima degli eventi piuttosto che artefice del proprio destino? Ovviamente, parlo del tradimento e non degli eventi che la conducono in ospedale a dover, contemporaneamente, badare al marito e cercare di scoprire le condizioni dell’amante.
Chi sono questo marito e questo amante? La Rattaro sceglie di farli parlare pochissimo ma quando parlano fanno la differenza. Alla fine, ma è un giudizio del tutto personale, quello che si fa amare di più dal lettore è il marito, nonostante, all’inizio, fosse quello di cui mi interessava di meno (chissà perché, se una donna che ”conosciamo” tradisce il marito siamo portate a pensare che il marito, in qualche modo, se lo meriti, sia poco interessante? o succede solo a me?)
L’amante quasi mi sta antipatico, anzi, senza il quasi. Questo artistoide tanto preso dalla propria creatività da sentirsi un tantino superiore a chiunque altro, da non rispettare le regole di buona creanza tra amanti, che ci fa pure lo sgarro di passare tre quarti del libro in maniera del tutto passiva. Per fortuna l’autrice gli fa fare la fine che merita.
Però Giulia non è solo moglie e amante; è anche figlia (e non solo), e sua madre, in questa storia, riveste un ruolo ben più importante di quello che può apparire a uno sguardo disattento. La mania di controllare la vita di tutti, soprattutto quella delle figlie, l’ossessione per le apparenze e le preoccupazioni di ‘cosa direbbero di te se si sapesse…’ possono essere di buon grado imputate d’essere l’origine della maggior parte delle paure di Giulia (non che questo, ai miei occhi, l’assolva in alcun modo dal vivere una vita del tutto passiva). Anche il suo personaggio suscita abbastanza antipatia, anzi, forse nel suo caso, è più un fastidio odioso.
Chi manca? Silvia. Chi è Silvia? Spiegarlo sarebbe difficile, ci si dovrebbe soffermare su un paio di punti che però, come dire, rivelerebbero troppo.
Alla fine Emanuele ci spiegherà tutto, perché non è tutto così facile, e questa, come vi dicevo, non è affatto solo l’ennesima storia di tradimenti.
“L’amore addosso” per me è soprattutto una storia che ci può insegnare come i segreti, anche quelli piccoli, anche quelli che sembrano poco importanti, influiscano sulla nostra vita in maniera inaspettata. E di come quelli grandi, molto spesso, rischino di distruggercela del tutto. Senza che ce ne accorgiamo, inconsciamente, essi scavano nella nostra volontà, nel nostro modo di vedere le cose, e ci creano tunnel attraverso i quali è difficile procedere e vederne una via di uscita.
Nell’aver cercato di non essere troppo di parte, spero di non aver fatto il torto di non aver sufficientemente messo in risalto le parti più belle del libro.
Tra cui, quelle in cui è la voce dell’autrice stessa a parlarci, direttamente. A farci soffermare un attimo, in mezzo alla bufera di emozioni che ci suscitano sempre le sue storie, per riflettere su quanto ogni pensiero, ogni sentimento sia prezioso.

Una domanda all’autrice (chissà se ci risponderà): 
La figura della madre di Giulia è ispirata a qualcuno che conosci, vero?
Io penso di sì.

E un suggerimento, anche se penso non sia nello stile di Sara  creare ‘sequel’: un bel “l’amore addosso 2” che ci racconti tutta la storia, dall’inizio, dal punto di vista di Emanuele e magari anche il seguito con il piccolo tesoro riscoperto?
A me piacerebbe tanto leggerlo.

Cosa dite, mi vengono meglio le recensioni su libri italiani o su quelli stranieri?
Mah!
Fatemi sapere cosa ne pensate
Natascia Mameli


CORSO DE STEFANIS 55 R
16139
GENOVA
tel 010815182