"Tredici", Jay Asher – Si poteva far di meglio…


Fonte: BadTV

Avrei voluto parlavi di Ira Levin, ma avendo pubblicato il [Dal libro che sto leggendo] l’altro giorno soprassediamo. Quindi visto che ho appena finito di vedere “13”, la serie TV di Netflix, e avendo già letto il libro, oggi parliamo di suicidio. Oddio, non sarà una cosa noiosa, perché tra libro e serie qualche svarione c’è e c’è anche qualche cosa buona. Ma gli svarioni sono un pochino di più. Mi è piaciuto? Mi piace l’idea di quello che è un libro che alla fine è stato destinato ai giovani -ne parliamo più avanti- e mi piace l’idea della costruzione della trama. Mi è piaciuta meno la serie, in cui i concetti, con la scusa dell’attualizzazione probabilmente, che non regge molto cambia il concetto di base e lo trasforma in un altro concetto meno universale del precedente concentrandosi solo su alcuni punti e non sul quadro generale. Diciamo che se, come succede di solito, al successo inaspettato di un libro, anche dopo tanti anni, e di una serie TV ne seguiranno altri -libri e serieTV- fatti “a stampo”, ovvero leggere variazioni del libro stesso, forse potrei non giustificare più tutto l’insieme che secondo me in alcuni punti traballa non poco. 

Mattina di un giorno qualunque. Un ragazzo rientra da scuola; si chiama Clay e, solitamente, non è propriamente un compagnone, anzi, preferisce starsene per conto suo. Mentre entra in casa si accorge che in veranda c’è un pacco indirizzato a lui; lo tira su ed entra in casa e, quando lo apre, trova una scatola da scarpe in cui sono inserite 13 cassette. Clay prende la scatola e si dirige in garage dove sa esserci uno stereo che le legge e inserisce la prima, preme play e dopo un attimo il sangue gli si gela. La voce che dice “Ciao, sono Hannah…” è quella di una sua compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. La prima parte è tutta di istruzioni veloci e semplici: le cassette mappano i 13 motivi attraverso i quali lei è arrivata a decidere di togliersi la vita e parlano di tredici persone che sono coinvolte. Ogni persona che riceve il pacco deve ascoltare tutte le cassette ricomporre il pacco e rispedirlo a quello che compare dopo la storia che lo riguarda. Se la procedura non sarà seguita c’è una copia delle cassette che varrà diffusa pubblicamente. E Hannah comincia a raccontare.  La storia comincia qualche tempo addietro quando Hannah arriva in città da fuori con i genitori. Loro vogliono farsi un negozio loro (che non è specificato di che tipo) e Hannah si ritroverà ad doversi inserire in una scuola del tutto nuova. Poi la festa per salutare l’unica amica che sta per partire e quel ragazzo Justin e tutto è partito da lui…

La storia non era nata inizialmente come uno YA, ma come un thriller. Jay cercava un’idea, un tipo di storia diversa dall’usuale e un giorno, per sua stessa ammissione, si è presentata così e lui non ha fatto altro che seguire l’ispirazione del momento. E questo si vede da alcune caratteristiche che, secondo me, dicono che quando l’immagine che segui è tanto particolareggiata o non ti accorgi delle cose che sono un po’ deboli oppure scrivendo tutto di getto è difficile dopo cambiare l’assetto di queste debolezze all’interno del testo. Questo perché qui ogni storia è correlata all’altra e introduce l’altra come una sorte di catena e cambiare o togliere qualcosa rischia di minare l’insieme. E la prima parte dall’azione di Hannah: Lei si toglie la vita ma fa in modo che la colpa della sua scelta non sia la sua ma delle persone riportate nella cassetta. Una vendetta che le toglie l’aura di vittima e che smorza i toni del suo gesto. Hannah accusa i suoi “carnefici” vendicandosi diventando lei stessa una carnefice. Punisce i gesti e gli atteggiamenti ma lo fa caricandoli di significati decisamente più pesanti di molti di quelli che qui sono riportati.

In questo libro si parla di solitudine, di difficoltà comunicativa, suicidio, in parte del bullismo ma in generale di superficialità da un lato e dall’altro della barricata. Quella di Hannah è una generazione senza punti di riferimento, che va avanti alla giornata e che conta sull’appartenenza al gruppo per sentirsi definita e questo è decisamente plausibile sia per gli adulti e a maggior ragione in ragazzi che attraversano quel complicato periodo che è l’adolescenza. Ma l’appartenenza è un qualcosa “dovuto” e non meritato. Le immagini che scorrono nel libro, dire la serie sarebbe stato facilmente giustificabile, sono quelle di una ragazza che vede sfumare delle amicizie ma che non fa poi molto per capire. Che subisce i classici scherzi da scuola come le liste del più bello/più brutta, che sente la gente che ride dietro a lei e via dicendo. Diventa il motivo per isolarsi sempre di più e non reagire sin dall’inizio. Hannah non vede chi ha accanto e che le vuole bene, seleziona le immagini che le servono a darsi il quadro peggiore che ci sia e sceglie di farla finita. Mettiamoci anche l’ultimo carico: Hannah non è una ragazzina qualunque occhialuta, bruttarella magari anche un po’ tanto in carne. Qui parliamo di una bella ragazzina che, nemmeno arrivata, già si fa notare dal gruppo dei “fighi” e che quindi è a quel mondo che vuole appartenere. Se fosse stata in giornata e avesse sfruttato, che so, la lista come le altre a suo favore avrebbe fatto parte del gruppo, si sarebbe lo stesso sentita sola? O suicidata?

Le motivazioni. Temi pesanti ce ne sono, lo stupro, il gruppo che punisce, la violenza, l’impossibilità a spiegare come ci si sente. Ma il problema è che non sono 13, sono molti di meno, a memoria forse 6. Gli altri sono fatti che Hannah spiega essere il collegamento fra i primi e gli ultimi. Così i carnefici non lo sono tutti per responsabilità evidenti. È un po’ come processare e condannare chi ha ucciso, la madre che lo ha partorito, e quello che è passato velocemente in macchina davanti alla casa dell’omicidio perché anche se le finestre erano chiuse, lo doveva sapere. E questo fa perdere un po’ di smalto a tutto l’impianto. E infine c’è Clay. Nella serie TV sembra completamente fuori di testa tanto che ci mette una sacco di tempo ad ascoltare le cassette, continua a lamentarsi, ad accusare, a scusarsi. Non fa alcuna analisi di quello che dice Hannah a lui interessa trovare il colpevole per sapere “chi è stato”. E anche questo secondo me è segno di superficialità. Non si ferma, l’ascolto è a scatti e si perde il senso dell’immagine che Hannah cerca di ricreare, con il risultato che i carnefici sembrano aver sentito meglio e capito a fondo quello che lui non capisce nemmeno all’ultimo. Nel libro sembra un quarantenne. È la parte di voce adulta che dialoga con la ragazza morta per elencare quante possibilità avrebbe avuto e che invece non ha nemmeno percorso. Nonostante non sia verosimile rende sicuramente il libro più incisivo ed educativo della serie tv. Clay parla, riflette, si arrabbia, ma nel libro in una notte ascolta tutto e si fa un quadro generale della situazione. Non può farla ritornare indietro, ma può finalmente capire perché non gli sia stata data una possibilità di cambiare il quadro d’insieme. È, come dice l’autore a valle del libro, quella voce esterna che riporta ogni eccesso al giusto punto di vista.

In questo, è vero somiglia più ad uno YA, anche se nella tradizione di questa tipologia di libri, la parte educativa non è così edulcorata come qui ed è derivata da comportamenti fattivi che portano a delle conseguenze mentre le considerazioni di Clay non danno sempre soluzioni percorribili e non sono misurabili in termini di effetti a corto raggio agli occhi di qualcuno che ha già deciso di farla finita ma anche da chi legge e vorrebbe per Hannah una via di uscita. Questo perché l’intento iniziale era il thriller e non il messaggio di salvezza. 
La scrittura: il testo è costruito invece come uno YA. Capitoli brevi, che intervallano situazioni passate descritte dalla ragazza con quelle presenti. È sicuramente attuale proprio per questo motivo perché in questo momento libri del genere vanno per la maggiore. È appetibile anche perché l’elenco dei temi è ben contestualizzato, e gli aduli in questo impianto entrano quel poco che serve a far funzionare la storia in generale. Linguaggio scorrevole, i momenti cardine, sono spiegati tutti tranne uno, quello dello stupro che nella serie invece è stato descritto minuziosamente. Dichiara due intenti diversi: il libro si incentra su quello che vive la ragazza che ubriaca assiste da un punto di osservazione non ottimale una scena che deve elaborare e capire. Per contro nella serie Hannah è una scusa per raccontare il lato oscuro delle scuole e dei rapporti fra studenti e quindi il punto è raccontare quello che subisce una vittima che non è la nostra protagonista. E in questo intento le cassette di Hannah diventano altro, sono il giudizio di un adulto che condanna tutto un mondo.

Ora, il libro non è il massimo, proprio per questo suo essere nato per altri motivi e poi riportato in un binario diverso. Ed è un libro che, proprio per questo motivo, non può essere considerato uno spunto per parlarne ma che deve essere letto con un adulto proprio perché manchevole di tutta una serie di informazioni atte a spiegare e a far capire ai ragazzi quello che qui è accennato o vagamente ventilato. La serie invece no, è bocciata. Non direi che è la trasposizione televisiva del libro, ma che è “liberamente tratta dall’idea di questo libro”. La solitudine c’è anche senza la superficialità del mondo, ma in questo caso l’intenzione non è quella di narrare la storia di Hannah ma di parlare altro: bullismo, nonnismo, violenza stupro etc. Evidenzia le mancanze dell’impianto della scuola, ma non si fa carico di spiegare o comunque condannare i comportamenti familiari che sono le, chiamiamole, giustificazioni di ogni personaggio: Justin è così perché, Alex per quest’altro motivo, Jess ha quest’altro problema. Quindi raccontare tutto questo insiste sui giovani, quella è la leva. E per questo, anche se l’intento di base è lodevole, lo svolgimento è totalmente mancante anche perché è lo sceneggiatore stesso ad inserire a forza tutte queste spiegazioni in più che nel libro non servivano. Quindi il merge di due esigenze diverse diventa un’accozzaglia di temi che richiedono più di una spiegazione per episodio e capisco perché molti hanno chiesto a gran voce di vietare la serie ai minori di 14 anni.   

Dopo tutta questa serietà un appunto personale, come se non ne avessi fatti, ma in questo caso leggero lo voglio proprio fare: Jay, tu che sei l’autore del libro e che hai solo 3 anni in meno di me, ma tu le hai mai usate le audiocassette? No dimmelo, perché davvero c’è una cosa che mi ha urtato praticamente per mezzo libro e anche per buona parte della serie. Hannah infatti dice ai suoi ascoltatori “Ascoltate tutte le cassette, riavvolgetele, e poi speditele a quello della lista che viene dopo di voi”. Ora, il libro è uscito nel 2007, e va bene le audiocassette erano già cose da “tempi del Commodore 64”, ma sono 7 e le ha registrate lei su due lati tranne l’ultima. Ora le domande che sorgono sono due: ma da dove viene tutta questa preoccupazione sul “riavvolgere” la cassette? Altrimenti quello della lista che viene dopo s’offende? E poi ti svelo un segreto che forse non ricordi: se registri o senti la cassetta dal lato A e poi la giri ascoltando il lato B, la cassetta, quando hai finito si è già riavvolta! Lo so, sono una rompiscatole ma non ci posso far nulla se me lo ripetono in continuazione! 

Libro da leggere? Sì perché no, è un modo come un altro per parlare di cose serie e anche se la decisione di Hannah non è così chiara, è un modo per iniziare a parlarne. Certo il tutto deve essere fatto con le dovute precauzioni. È un libro che va commentato anche parlandone con altri, proprio perché capire cosa puoi fare quando la vita ti toglie il respiro e ti senti soffocare è una cosa importante. La serie potete guardarla perchè come sempre avviene ne parleranno tutti e quindi se volte appartenere al gruppo dovete sapere che succede. Ma, se ancora potete, concedetevi il lusso di leggere prima il libro per carpire le profonde differenze nelle intenzioni. Un’ultima raccomandazione: nell’extra ad un certo punto viene passato questo messaggio: “resistete se state così male perché passata quella storia il tutto migliora”. Vi svelo un segreto: non migliora, ma voi diverrete sicuramente più forti e adulti tanto da capire quale peso dare a certe situazioni e a certi personaggi. A me è successo così.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana “Chrysalide”
Prezzo 17,00€

Fonte: LettureSconclusionate

Advertisements

[Dal libro che sto leggendo] Rosemary’s baby


LettureSconclusionate



Ecco, se m’avessero detto che, in vita mia, avrei letto un libro horror li avrei presi per pazzi sciroccati. E infatti, quando mi è stato chiesto se avevo avuto paura a leggere “Rosemary’s aaby”, con fesso di non aver capito subito perché avrei dovuto avere quella reazione! Invece poi ho scoperto che una ragione l’avevano: Ira Levin, l’autore di questo spettacolare libro, è anche un autore di horror ed è uno degli scrittori preferiti di Stephen King insieme al un’altra famosa autrice che è Shirley Jackson di cui vi parlerò più in là.

Quello che, la qui presente “fifona”- poi un giorno vi spiegherò fino a che punto lo sono!-, ha appreso è: che l’horror garantisce quel grado di tensione che spesso non ritrovo in altri libri da cui invece me lo aspetterei. Ho scoperto anche che, se sono scritti così, mi piacciono assai e che, in fondo, la piacevolezza della narrazione fa veramente un gran lavoro e qui, di questo gran lavorio, c’è un esempio di eccellenza. 

La storia narra di due giovani sposi che trovano finalmente un appartamento sfitto in uno dei palazzi centrali della città. Lei non vede l’ora di andarci a vivere, lui è un pochino più restio. L’appartamento in questione apparteneva ad una anziana signora che è improvvisamente caduta in coma e poi morta. C’è un’aura oscura che avvolge queste mura ma gli sposi non la colgono affatto sul momento. Rosemary vorrebbe farsi una famiglia, Guy, che è un attore all’inizio della sua carriera, vorrebbe aspettare. Poi la conoscenza dei vicini di pianerottolo, una morte improvvisa e inspiegabile di una giovane ragazza che si è buttata dalla finestra e tutta questa storia prende tutta un’altra piega.

Lo avevo aperto al Bookpride, quando l’ho preso, per vedere come era la scrittura e accantonato per seguire una presentazione. Poi l’ho portato a Roma e nel frattempo ho letto altro. Ma quelle poche frasi mi erano rimaste in mente, e allora l’ho preso nuovamente in mano per vedere come finiva il capitolo e il giorno dopo mi sono ritrovata a finire il libro stesso. Non credo ci sia un modo migliore per farvi capire quanto io reputi eccezionale questo libro!.

Buone letture,
Simona Scravaglieri



1. 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.
Guy le riferì la notizia premendosi il telefono contro il petto; Rosemary mandò un gemito: «Oh, noo!» e per poco non scoppiò in lacrime.
«Ormai è troppo tardi», disse Guy, parlando al telefono. «Abbiamo firmato il contratto proprio ieri». Rosemary gli afferrò un braccio. «Non potremmo disdirlo?», gli chiese. «Trovare una scusa?»
«Scusi un attimo, signora Cortez». Guy tappò di nuovo il telefono. «Che scusa?», chiese.
Lei spalancò e levò le braccia al cielo, agitata. «Non so. Possiamo dirgli la verità. Che ci è capitata l’occasione di un appartamento al Bramford».
«Tesoro», replicò Guy, «a quelli non gliene importa niente».
«Troverai una scusa, Guy. Proviamo, per piacere. Dille che faremo un tentativo, ti prego, prima che riattacchi».
«Ma abbiamo firmato un contratto, Ro! Siamo inchiodati».
«Ti prego! Quella riattacca!», piagnucolò Rosemary e, con apprensione esagerata, afferrò il telefono e cercò di spingerglielo all’altezza della bocca.
Guy rise e la lasciò fare. «Pronto, signora Cortez? Mi dicono che forse c’è la speranza di trovare una soluzione. Infatti, ancora non abbiamo firmato il contratto definitivo, avevano terminato i moduli e così abbiamo firmato soltanto un compromesso. Si può visitare l’appartamento?»
La signora Cortez diede le sue istruzioni: dovevano recarsi al Bramford tra le undici e le undici e mezzo, chiedere del signor Micklas, o di Jerome, e dire a chi dei due avessero trovato che li mandava lei, per visitare il 7E. Poi dovevano telefonarle. Lasciò il numero a Guy.
«Vedi che le idee non ti mancano?», osservò Rosemary, infilandosi le calze e un paio di scarpe gialle. «Come bugiardo sei straordinario».
Guy, che era davanti allo specchio, esclamò: «Maledizione, un foruncolo!»
«Non schiacciarlo».
«Sono soltanto quattro stanze, comunque. Niente camera per il bambino».
«Preferisco quattro stanze al Bramford a tutto un piano in quel… casermone bianco di cemento».
«Ieri l’adoravi».
«Mi piaceva. Non l’ho mai adorato. Scommetto che neppure l’architetto che l’ha fatto l’adora. Ricaveremo una zona pranzo nel soggiorno e avremo una bella camera per il bambino, se e quando verrà».
«Verrà, verrà», fece Guy. Si passò e ripassò il rasoio elettrico sul labbro superiore guardandosi allo specchio, dritto negli occhi, che erano grandi e castani. Rosemary si infilò un vestito giallo e tirò su la lampo dietro la schiena.
Vivevano in un’unica stanza, che era l’ex appartamento da scapolo di Guy. C’erano manifesti di Parigi e di Verona, un’ampia poltrona letto e un angolo cottura.
Era martedì 3 agosto.

Il signor Micklas era bassino e chiacchierone e gli mancavano un po’ di dita a tutt’e due le mani, tanto da trasformare in imbarazzo la stretta di mano; ma non per lui, a quanto pareva. «Ah, un attore», esclamò, schiacciando il pulsante dell’ascensore con il dito medio. «Siamo molto in voga tra gli attori». Ne nominò quattro che abitavano al Bramford, tutti abbastanza noti. «L’ho vista in qualche film?»
«Vediamo un po’», fece Guy. «Ho fatto l’Amleto qualche tempo fa, vero, Liz? E poi abbiamo girato Castelli di sabbia…»
«Scherza», disse Rosemary. «Era in Lutero e in Nessuno ama i perdenti. E ha lavorato molto in televisione. E ha fatto anche molte pubblicità».
«È lì che si fanno i soldi, no?», disse il signor Micklas. «Nella pubblicità».
«Già», fece Rosemary, e Guy aggiunse: «E si dà sfogo all’estro artistico». Rosemary lo supplicò con gli occhi; lui la guardò con aria innocente e, di sopra la testa di Micklas, le fece una smorfia da vampiro.
L’addetto all’ascensore –pannelli di quercia, con un lucido corrimano d’ottone tutt’intorno –era un ragazzo nero, in uniforme, con un sorriso stampato sulle labbra. «Settimo», gli disse il signor Micklas; poi, rivolto a Rosemary e a Guy: «L’appartamento ha quattro locali, due bagni e cinque armadi a muro. In origine, gli appartamenti del palazzo erano grandissimi –il più piccolo aveva nove stanze –ma ormai sono stati quasi tutti divisi in appartamenti da quattro, cinque e sei locali. Il 7E è da quattro, e in origine era la parte servizi di un appartamento da dieci. Comprende la cucina originale e il bagno padronale, che sono enormi, come vedrete. L’ex camera da letto padronale è diventata soggiorno, un’altra è rimasta camera da letto e due stanze della servitù si sono fuse nella sala da pranzo o seconda camera da letto. Avete bambini?»
«Contiamo di averne».
«Sarebbe la stanza ideale per un bambino, con il bagno e anche un armadio spazioso. Nel complesso sembra fatto su misura per una coppia giovane come voi».
L’ascensore si fermò e, sempre sorridendo, il ragazzo nero lo spinse in giù, poi in su, poi di nuovo in giù, finché fu allineato perfettamente al piano; quindi, sempre sorridendo, spinse di lato la grata interna in ottone e aprì la porta scorrevole esterna. Il signor Micklas si fece da parte e Rosemary e Guy uscirono dalla cabina per ritrovarsi in un corridoio male illuminato, con moquette e pareti verde scuro. Un operaio occupato davanti a una porta verde intagliata, contrassegnata 7B, gli lanciò un’occhiata, poi tornò a montare lo spioncino nel foro che aveva praticato.
Il signor Micklas si avviò a destra e poi a sinistra, percorrendo brevi bracci di corridoio verde scuro. Seguendolo, Rosemary e Guy notarono che in alcuni punti la carta da parati era strappata e che, a una giuntura, s’era staccata, arricciandosi all’interno; notarono una lampadina bruciata in un’applique di cristallo e una toppa più chiara nella moquette verde scuro. Guy guardò Rosemary: Moquette con le toppe? Lei guardò altrove e sorrise, radiosa: L’adoro. È tutto così delizioso!

Questo pezzo è tratto da:
Rosemary’s baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana “BIGSUR”
Prezzo 16,50€


– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] L’occupazione



Oggi parliamo di un libro che mi sta piacendo molto e anche, forse, del primo libro “lungo” di Gorilla Sapiens. Questo perché Sesto, questa volta, ha puntato sul fattore sorpresa doppio: oltre a scrivere un romanzo, invece di una serie di racconti, ha scritto un Romanzo e anche lungo 300 pagine! Non riesco a capire che autore in particolare mi ricordi ma, se siete amanti delle serie, non tanto dal punto di vista di tendenza o di battute simpatiche da ripetere all’infinito per farvi quattro risate, quanto come scrutatori dei meccanismi, della sottile impronta sociologica che c’è in queste prime tre pagine del libro, io sono certa che finito dei leggere vi fionderete in libreria o in uno store online per leggerlo.

Ora, caro lettore,  se tu non seiun abituè di questa casa editrice e di Sesto devi sapere due cose, un po’ come avviene anche per altre case editrici o autori. La prima è che l’arte di scrivere è un mestiere complesso e complicato, non tanto dall’azione dello scrivere di per sé, ma proprio dalla possibilità e dall’opportunità di ricreare sentimenti, emozioni e immagini attraverso una sequenza di parole e dal tono di lettura che questa sequenza istiga nel lettore stesso. Tali forme d’arte non esistono solo in virtù dio toni drammatici e di autofustigazione. Perché, perdonami, caro lettore, a far “drammaticamente” piangere, rabbrividire e dispiacere il lettore – a volte anche a farlo morire di noia- son capaci quasi tutti al giorno d’oggi. Diversa è la situazione quando si vuol far riflettere, sentire emozioni, amare e anche piangere ma con un tono diverso, a volte divertito a volte decisamente un po’ nerd, ecco, qui, non sono capaci tutti, anzi sono in pochissimi.

Sesto è uno di quelli e se dopo aver riso dei suoi paradossi o delle sue osservazioni, e questa è la seconda che devi sapere, ti fermerai a guardare al libro in generale, ti accorgerai che il quadro che restituisce questo libro, racconta anche di te, della tua vita e anche di quello che dici, guardi in tv e scrivi, magari nei social. Riguarda te e anche me, riguarda un po’ tutti. Non giudica ma ti permette di osservarti da un punto di vista insolito e di guardare anche al contesto che io e te viviamo, che seppur a volte grigio e avvizzito dall’abitudine che logora gli animi, è decisamente più interessante di quanto ci sembra. Ci migliorerà? Non lo so, ma sicuramente sarà una bella lettura.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

1.

Secondo Andrea, la migliore serie televisiva americana di quell’anno era stata Roger. Roger era un prestigiatore nano di New York che aveva fondato un culto in Messico. Inizialmente si trattava di una religione per pochi derelitti analfabeti che credevano ai suoi artifici e si facevano impressionare dal suo buon senso, poi diventava un cartello della droga, di cui però facevano largo uso anche gli adepti, e quindi forse era più una cooperativa della droga che un cartello, e infine si estendeva agli Stati Uniti, sia come operazione religiosa che criminale. Roger area motivato da noia, curiosità e volontà di sfida, o magari, si poteva dire, era solo trascinato dagli eventi. Si asteneva dal sesso e conduceva una vita spartana occupata da questioni di strategia e comando. Parlando al suo cane, diceva che per lui l’unico momenti di piacere della giornata era quando la sera sul terrazzo beveva un bicchiere di porto e fumava una sigaretta, e anche in quel momento a metà sigaretta si era già scocciato. Sulle attività illecite del culto indagavano un poliziotto alto e bruno, un tipo concreto, e una giornalista bionda e idealista, che era stata sua moglie e con la quale condivideva una figlia di quindici anni, biondissima e idealistissima, per così dire, che nella seconda stagione diventava membro della setta e confidente del nano, spodestando il cane. Alla fine di questa seconda stagione Roger, insidiato da polizia, seguaci frondisti e delinquenti rivali, si era salvato all’ultimo momento così tante volte e giocandosi le ultime carte da rendere grottesca l’idea di una prosecuzione della storia. La scampava ancora, invece, convertendo alla religione una figura chiave del governo messicano, grazie all’apparizione di un gigantesco orango. A questo punto prendeva corpo l’ipotesi che Rogers fosse realmente Ek Chuaj, la divinità Maya protettrice dei commercianti e del cacao che affermava di essere, o almeno che avesse dei poteri paranormali, o delle capacità ipnotiche tali che, se non paranormali erano comunque senza simili nella realtà. Insomma la cosa sembrava virare verso la stronzata , ma poi alla terza stagione emergeva che l’alto ufficiale messicano soffriva di allucinazioni e aveva creduto di vedere oranghi dorati messianici in precedenza, quindi si era trattato solo di sfruttare con fine psicologia questa debolezza. Intanto però la palette di colori della fotografia, che inizialmnete era composta da giallo, marrone e azzurro del deserto e del cielo, con la nettezza naturale di questi colori in quell’ambiente, era mutata,  prendendo i rossi cupi e gli ori del bunker-santuario di Roger, sfumati e ondeggianti come nella visione dei suoi accoliti drogati. Comparvero oranghi in posti in cui non dovevano comparire, probabilmente erano trucchi p magie, ma potevano essere allucinazioni del nano, anche se sembravano più che altro allucinazioni degli sceneggiatori.


Questo pezzo è tratto da:

L’occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana “Scarto”
Prezzo 17,00€ 

[Dal libro che sto leggendo] La morte della farfalla. Zelda e Francis Scott Fitzgerald

Fonte: LettureSconclusionate


Ho ricominciato a leggere, uscendo dal blocco del lettore, grazie anche a Sesto e alla sua “L’occupazione”, non lo nascondo. Però, mentre tornavo da BookPride, mi sono fatta sedurre e distrarre da questo libricino di Pietro Citati sui Fitzgerald e, come al mio solito, l’ho aperto solo per vedere come iniziava. Chiaramente ho anche finito per vedere come finiva. È davvero piccolo ma molto intenso e decisamente sentito.

È la biografia della sfarzosa e dannata vita di Zelda e Scott, tra libri e danza, tra amore, invidia e follia. C’è tutto, ma il punto viene messo solo dove davvero serve, proprio per rendere al massimo la caratterizzazione dei protagonisti. È un resoconto fatto di alti e bassi, proprio come la vita che hanno vissuto questi due artisti e che fa venir voglia di tornare ai loro scritti e immergersi nuovamente nella loro lettura con una consapevolezza diversa.

È piccino, lo ripeto, ma vale veramente la lettura proprio per il modo in cui Citati ha trattato il loro mondo, i loro gesti, il loro amore. E la parte più bella riguarda in modo particolare la scelta degli accenti su cui puntare l’attenzione del lettore che la rendono una biografia particolareggiata ma leggera che lascia il sapore di aver, anche se in minima parte, conosciuto sia Zelda che Scott nella loro intimità. È stata una lettura davvero interessante!
Ve ne lascio un assaggio augurandovi buone letture!
Simona Scavaglieri

I 


Quando nel 1936 Francis Scott Fitzgerald pubblicò L’incrinatura (The Crack-Up), i suoi amici-nemici, e i suoi nemici si indignarono profondissimamente. Sopratutto, s’indignò il più abietto tra loro: Ernest Hemingway, che non era ancora precipitato in un abisso molto più atroce. Quasi tutti scrissero la stessa cosa. Non era possibile parlare di sé come, a quarant’anni, aveva fatto Fitzgerald: violare fino a quel punto il comune sentimento delle decenza, rivelando al pubblico i disastri e i dolori della propria vita. Ma la letteratura non ha molto a che fare con la decenza e il decoro. Né Poe e né Baudelaire né Verlaine rispettarono le leggi della decenza. Conobbero il fuoco e il fango dell’inferno:ma lo trasformarono in oro – dice l’Epilogo delle Fleurs du mal. Senza dubbi, incertezze o timori, compirono sino alla fine il proprio dovere «come perfetti alchimisti e anime sante».
L’intera vita di Fitzgerald era stata un’incrinatura. Fin dall’infanzia, aveva incontrato una serie continua di fallimenti: mancanze, perdite, delusioni amorose, rinunce, abbandoni, insuccessi, umiliazioni ferite sanguinosissime; o almeno presentimenti di perdite e di ferite. Sebbene a noi questi fallimenti talvolta sembrino minimi, per lui erano egualmente irrimediabili e senza speranza. Era stato cacciato via, lasciato ai margini, escluso «dal grande, risplendente flusso della vita». Da bambino, aveva sognato di non essere figlio di suo padre, ma un orfano di sangue reale: da ragazzo era stato detestato dai suoi compagni, divenendo una specie  di capro espiatorio: all’università, non era mai riuscito a conquistare un ruolo di primo piano nei club studenteschi: non era partito per la guerra, morendo come un eroe; e persino  quando aveva sposato Zelda, diventando uno scrittore di grande successo, vide nel trionfo l’ombra delle future catastrofi. Per tutta la vita, immaginò sempre di essere soltanto un piccolo grigio personaggio dell’Éducation sentimentale di Flaubert, il libro più amato di Kafka.
Tutto era perduto. Fitzgerald era sempre colpevole delle cose che, senza colpa, aveva mancato, e delle luci che si spostavano da un luogo all’altro del mondo. «Non puoi  avere niente, non puoi avere assolutamente niente» diceva Anthony Patch in belli e dannati. «È come un raggio di sole che guizza  qua e là in una stanza. Si ferma e indora qualche oggetto insignificante, e noi poveri idioti cerchiamo di afferrarlo – ma quando lo afferriamo, il raggio di sole si sposta sopra qualcos’altro: e t hai la parte irrilevante, ma il luccichio che te l’ha fatta desiderare se n’è andato… ». Niente è più doloroso di questo raggio che si sposta, e delle ferite che ci procuriamo inseguendolo. Chi scrive poesie e racconti cerca luci che si spostano, gli sfavillii, i riflessi: mentre ascolta con attenzione sempre maggiore un suono sullo sfondo, la grande o minima musica tragica delle cose perdute. Se la coltiviamo intensamente, la letteratura ci da questo privilegio: «Le cose perdute diventano sempre più dolci». Via via che smarriamo, manchiamo, rinunciamo, siamo sconfitti, troviamo intorno a noi, come un regalo o un tesoro che appartiene soltanto a noi, una dolcezza sempre più profonda che invade le nostre anime. 


Questo pezzo è tratto da:

La morte della farfalla
Zelda e Francis Scott Fitzgerald
Pietro Citati
Adelphi Edizioni, ed. 2016
Collana “Gli Adelphi”
Prezzo 10,00€

Le letture della centuriona: L’amore addosso

Buongiorno! Sono ancora un po’ rincretinita dal sonno post Bookpride ma pronta a recuperare il silenzio della scorsa settimana. Cominciamo con il chiudere il mese con la segnalazione di Natascia Mameli, la mia, anzi la nostra libraia preferita che, a Marzo, Ha letto l’ultimo libro di Sara Rattaro. Lascio a lei la parola e a voi dico che, qualora siate a Genova, in fondo alla recensione potete trovare l’indirizzo per andare a trovare Natascia.

Buon inizio settimana!
Simona Scravaglieri

Fonte: Sperling&Kupfer



IL LIBRO DI MARZO 2017


Dopo lo svarione di febbraio, tiriamoci su (si fa per dire) con il nuovo libro di Sara Rattaro. Se non la conoscete e vi piacciono i libri molto sentimentali (e non parlo solo di amore, ovviamente) e un po’ strappa-lacrime, dovete assolutamente recuperare tutti i suoi precedenti. Da ‘Sulla sedia sbagliata’ a ‘Splendi più che puoi’ (il mio preferito) la Rattaro ha collezionato un successo di pubblico dietro l’altro. E lo dico soprattutto perché parlo del ‘mio’ pubblico, cioè i miei amici e i miei clienti. Persone tra le quali si nascondono (si fa sempre per dire) i più grandi fan di Sara. E ovviamente non solo tra i miei contatti si è palesato un certo amore crescente nei suoi confronti. Del resto, quando uno scrive bene e sa parlare delicatamente, ma anche in maniera molto diretta, di sentimenti (soprattutto quei sentimenti che ciascuno di noi prova, quelli più fastidiosi, quelli che vorremmo tenere nascosti in un angolino del nostro cuore; che sono poi quelli che ci fanno fare le scelte più difficili della nostra vita: quelle giuste e quelle sbagliate) non è difficile che trovi la via del cuore dei lettori. 
Ci tengo a sottolineare, data la mia conoscenza diretta e il mio apprezzamento personale nei confronti della scrittrice (che, ovviamente, non mi farà essere totalmente lucida nelle mie valutazioni, ma, diciamocelo, ogni recensionista ha le sue debolezze), che la sua fama è più che guadagnata, non solo per le capacità artistiche ma anche per l’instancabile dedizione al lavoro ‘pratico’ dello scrittore che comprende girare su e giù per l’Italia per fare mille presentazioni.


Titolo: L’amore addosso
Autrice: Sara Rattaro
Casa Editrice: Sperling & Kupfer
(noto a questo punto che questo è probabilmente il primo libro italiano che recensisco)

Ecco un libro che, a prima vista ti fa pensare ‘uff, il solito libro che parla di corna, che fantasia!’ ma che poi, grazie al suo stile e alla sensibilità dell’autrice, ti fa cambiare idea, pagina dopo pagina.
Innanzitutto, il personaggio voce narrante (principale) del libro, Giulia, al contrario dell’affetto che mi aveva suscitato Emma (la protagonista del precedente libro dell’autrice) mi ha infastidita non poco. Perché una donna adulta, che decide, coscientemente, di tradire il marito, si ritrova a nascondere le proprie ‘colpevolezze’ (scritto tra virgolette di proposito, se ne potrebbe parlare…) dietro il proverbiale dito? Perché, in una situazione che è quella più raccontata dalla letteratura e dalla cinematografia, ogni donna (ma Giulia, a mio avviso, in particolar modo) si sente una vittima degli eventi piuttosto che artefice del proprio destino? Ovviamente, parlo del tradimento e non degli eventi che la conducono in ospedale a dover, contemporaneamente, badare al marito e cercare di scoprire le condizioni dell’amante.
Chi sono questo marito e questo amante? La Rattaro sceglie di farli parlare pochissimo ma quando parlano fanno la differenza. Alla fine, ma è un giudizio del tutto personale, quello che si fa amare di più dal lettore è il marito, nonostante, all’inizio, fosse quello di cui mi interessava di meno (chissà perché, se una donna che ”conosciamo” tradisce il marito siamo portate a pensare che il marito, in qualche modo, se lo meriti, sia poco interessante? o succede solo a me?)
L’amante quasi mi sta antipatico, anzi, senza il quasi. Questo artistoide tanto preso dalla propria creatività da sentirsi un tantino superiore a chiunque altro, da non rispettare le regole di buona creanza tra amanti, che ci fa pure lo sgarro di passare tre quarti del libro in maniera del tutto passiva. Per fortuna l’autrice gli fa fare la fine che merita.
Però Giulia non è solo moglie e amante; è anche figlia (e non solo), e sua madre, in questa storia, riveste un ruolo ben più importante di quello che può apparire a uno sguardo disattento. La mania di controllare la vita di tutti, soprattutto quella delle figlie, l’ossessione per le apparenze e le preoccupazioni di ‘cosa direbbero di te se si sapesse…’ possono essere di buon grado imputate d’essere l’origine della maggior parte delle paure di Giulia (non che questo, ai miei occhi, l’assolva in alcun modo dal vivere una vita del tutto passiva). Anche il suo personaggio suscita abbastanza antipatia, anzi, forse nel suo caso, è più un fastidio odioso.
Chi manca? Silvia. Chi è Silvia? Spiegarlo sarebbe difficile, ci si dovrebbe soffermare su un paio di punti che però, come dire, rivelerebbero troppo.
Alla fine Emanuele ci spiegherà tutto, perché non è tutto così facile, e questa, come vi dicevo, non è affatto solo l’ennesima storia di tradimenti.
“L’amore addosso” per me è soprattutto una storia che ci può insegnare come i segreti, anche quelli piccoli, anche quelli che sembrano poco importanti, influiscano sulla nostra vita in maniera inaspettata. E di come quelli grandi, molto spesso, rischino di distruggercela del tutto. Senza che ce ne accorgiamo, inconsciamente, essi scavano nella nostra volontà, nel nostro modo di vedere le cose, e ci creano tunnel attraverso i quali è difficile procedere e vederne una via di uscita.
Nell’aver cercato di non essere troppo di parte, spero di non aver fatto il torto di non aver sufficientemente messo in risalto le parti più belle del libro.
Tra cui, quelle in cui è la voce dell’autrice stessa a parlarci, direttamente. A farci soffermare un attimo, in mezzo alla bufera di emozioni che ci suscitano sempre le sue storie, per riflettere su quanto ogni pensiero, ogni sentimento sia prezioso.

Una domanda all’autrice (chissà se ci risponderà): 
La figura della madre di Giulia è ispirata a qualcuno che conosci, vero?
Io penso di sì.

E un suggerimento, anche se penso non sia nello stile di Sara  creare ‘sequel’: un bel “l’amore addosso 2” che ci racconti tutta la storia, dall’inizio, dal punto di vista di Emanuele e magari anche il seguito con il piccolo tesoro riscoperto?
A me piacerebbe tanto leggerlo.

Cosa dite, mi vengono meglio le recensioni su libri italiani o su quelli stranieri?
Mah!
Fatemi sapere cosa ne pensate
Natascia Mameli


CORSO DE STEFANIS 55 R
16139
GENOVA
tel 010815182

"I falsificatori", Antoine Bello – La fascinazione della falsificazione…

Antoine Bello
Fonte: Melty

Dire che è bello questo libro è poco in questo caso ma anche le cose belle hanno qualche difetto anche se, la mancanza, si trasforma comunque in un’opportunità. Il problema non è solo che Antoine abbia fatto un po’ il furbo terminando il libro con un bel “continua…”. Però capisco che non è stato trascurato nulla. 
Ho trovato questo libro nell’ultima visita fatta al mercatino e l’ho preso dopo aver letto le prime righe della sinossi nel risvolto di copertina: “Questa è la storia di un’organizzazione segreta internazionale, il “Consorzio per la Falsificazione della Realtà”, che da tempo immemore, senza che nessuno ne abbia mai sospettato l’esistenza, reinventa il reale per fini e moventi ignoti ai suoi stessi membri“. Credo di non essere andata oltre a “senza che nessuno ne abbia sospettato” perché con queste cose vado a nozze; l’idea della falsificazione della realtà mi affascina dalla famosa truffa di cui vi ho parlato nel “Dal libro” relativo a questo libro. 

Perché se è vero che la tecnologia può svelarci ma anche tutelarci, l’informazione, specie quella che riguarda gli eventi passati, viene continuamente modificata ma spesso non ci facciamo caso. Il problema è che per le notizie generiche è più facile; viviamo in un mondo dove le informazioni escono in continuazione ed è facile modificare l’accezione con cui percepire qualcosa di cui abbiamo memoria ma che è stata sommersa da milioni di altre informazioni. Ma quanto è complicato invece, modificare o inserire un qualcosa che non c’era e che fa riferimento a periodi già consolidati e studiati, non sempre è così chiaro. In parte il problema risiede nuove scoperte della scienza, tipo il carbonio 14, in parte perché tutto l’impianto deve reggere e recepire cose come: lingua dell’epoca, riferimenti rilevabili, nomi, immagini, tipo di carta, tipo di inchiostro e via dicendo. È stato quindi un attimo nelle mie mani per poi finire fra i libri senza i quali non sarei tornata a casa. Anzi, mentre lo leggevo, sono andata a verificare se in fondo ci fossero note – non ci sono, per chi vuole stare tranquillo- e mi è caduto l’occhio su un bel “Continua…” che mi ha costretto a cercare e comprare anche quello che è la sua prosecuzione: “Gli illuminati”. Ma vediamo di che si parla.

Sliv, giovin laureato in geografia e residente in Islanda, sta cercando lavoro e si imbatte in un annuncio che sembra proprio calzargli a pennello. Decide di portare il proprio curriculum di persona e, per quella che sembra una casualità, trova colui che seleziona le nuove risorse. Tra un colloquio e l’altro viene poi assunto e ottiene il suo primo incarico. Deve andare in Groenlandia e verificare il sito più adatto per ubicare in una cittadina un centro di riciclo rifiuti. Non vi sto a raccontare tutto, ma la storia ha il suo inizio con quello che sembra essere un errore in una relazione da consegnare al cliente. Poi l’errore si ripete e viene ricorretto. Infine, alla consegna dell’originale per l’archiviazione del caso, l’errore sta sempre lì. È “l’errore” che aprirà le porte a Sliv di un mondo che non si aspettava, il CFR , e che non riuscirà mai a conoscere per intero, a meno che non faccia carriera al suo interno.

Questo libro ripercorre la carriera del giovane Sliv che si inserisce in una comunità di falsificatori d’eccezione dove l’effettiva “Falsificazione” sembra avere fini più che chiari: modificare la percezione della realtà per motivare un cambio di rotta su temi e/o atteggiamenti di un mondo distratto fino alla formazione di consensi per salvare idee che sono buone ma hanno bisogno di supporto. Io ve l’ho fatta facile, ma i temi che tratta sono tutt’altro che semplicistici.


Il mondo costruito da Bello è complesso fatto di piani ben distinti fra loro che servono, come fossero in una perfetta catena di montaggio, a raggiungere l’obiettivo finale: la falsificazione. Per arrivare a ciò si serve da un lato di uno scenario, che tenga conto dei luoghi, delle persone, i tempi, le situazioni, le correlazioni con i fatti che hanno interessato il mondo in quello specifico momento. Dall’altro necessita di documentazione, la ricreazione dei personaggi con tutta la documentazione che li riguarda, la modifica di relazioni la spasmodica verifica dei materiali con i quali redigere la documentazione, la concezione di documenti, anche quelli più insignificanti ma che suggellano la verità dell’esistenza di una persona, un’associazione o un gruppo tribale. L’impianto regge decisamente bene, grazie anche alla interessante documentazione a supporto che l’autore porta a giustificazione di questo o quell’evento dai resoconti dei vari personaggi che si intervallano nella formazione del giovane agente.


Così passa in secondo piano una crescita straordinariamente veloce di un giovane all’interno di un’organizzazione così ramificata; Sliv sarà pure un talento naturale ma, ad un certo punto, è in stallo e la storia potrebbe risolversi benissimo lì. Certo, sarebbe stata poco d’impatto, ma l’autore decide di usare una soluzione alla vicenda che, secondo me, agli occhi del CFR, se davvero esistesse, sarebbe stata scartata come una pessima prova di falsificazione. Il punto lodevole dell’impianto ovvero la filosofia che sta alla base di una struttura come il CFR, diventa così centrale, lasciando da parte Sliv stesso che diventa un tramite per conoscere e svelare. Ad un certo punto sembra che proprio lo stesso autore si sia posto alcune domande che lo hanno portato a proseguire la sua storia perseguendo l’idea più che il personaggio. 

Tutto inizia sul finire del novecento e internet non aveva la diffusione che c’è oggi. Se ieri bastava lasciare le carte nella Biblioteca di Francia per creare il Priorato di Sion, oggi il mondo è informatizzato e ogni informazione è l’insieme di tabelle e di correlazioni elettroniche che permettono di risalire esattamente a quell’argomento o a quel fatto tramite la ricerca di algoritmi sempre più perfetti. Quindi la falsificazione dovrebbe avere altri mezzi, che non sono più l’oggetto in sé quanto l’impianto informatico a supporto. E, ironia della sorte, l’oggetto fisico non serve più. Non ci sei in quanto occupi spazio reale. Ci sei in quanto in una delle milioni di banche dati del mondo occupi uno spazio virtuale. Una strisciata della carta di credito, il tracciamento dei minuti di conversazione su un telefono, l’incrocio di bit fra le tue mail e via dicendo certificano non solo che esisti ma anche che mangi, bevi, chi frequenti, quanto lo fai e così via. Non serve che sappiano quanto spendi, ma quanto spesso lo fai. 
Insomma con l’arrivo di internet il modo di pensare anche ad una falsificazione cambia non solo prospettiva ma proprio nei suoi punti fermi. E visto che per arrivare alla falsificazione bisogna partire dalla verità io questo insieme di concetti li trovo davvero affascinanti. E se voi siete come me, questo libro vi piacerà da morire. È scritto in maniera estremamente scorrevole, c’è qualche momento lento, ma sono necessari per capire su cosa si va a lavorare e le fasi per arrivare al risultato sperato. E la descrizione, anzi la creazione della descrizione che si basa su fatti realmente accaduti è così perfetta da risultare piacevole anche quando, in taluni casi e per altri autori avreste potuto sbuffare per mesi.
Servirà anche il secondo libro però per avere un quadro completo, ma il libro comunque è leggibile anche da solo e quindi non rimane in sospeso. È un’uscita del 2009 che mi ero proprio persa e che davvero vale la pena di conoscere!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

I Falsificatori

Antoine Bello

Fazi editore, Ed 2010
traduzione di Lisa Crea
Prezzo 19,50€
Fonte: LettureSconclusionate

[Dal libro che sto leggendo…] Consigli pratici per uccidere mia suocera

Giulio Perrone allo stand di Spartaco edizioni alla fiera di Roma a Dicembre
Foto di LettureSconclusionate

Oggi, lo confesso, sono un po’ di parte. Lo dico senza remore, ma a me i libri di Giulio Perrone piacciono. Mi piace proprio come scrive, le sue storie e il suo sguardo al suo amato quartiere di San Lorenzo e al suo mondo lavorativo. L’ho capito qualche tempo fa, non moltissimo a dire la verità. Mi è capitato di assistere ad una presentazione e di osservarlo mentre parlava con un’altra persona, una amica comune. Lei lo incalzava su questioni editoriali e lui rispondeva con una competenza e tranquillità così genuine che era un vero piacere starli ad ascoltare.

Quindi, oggi, parliamo del suo secondo libro, uscito da poco, il cui protagonista assomiglia per caratteristiche fisiche molto al suo autore. O meglio, mentre leggo il resoconto di Leo in questo momento della sua vita – alla soglia dei quarant’anni-, con i capelli sale e pepe, la barba un po’ disordinata, lo sguardo disincantato che guarda al mondo con fiducia nonostante le difficoltà giornaliere che ognuno di noi si trova ad affrontare, io vedo il Giulio della famosa sera di cui sopra. Ma torniamo alla storia.  C’è una amante che è diventata una fidanzata e una ex moglie che è diventata amante. C’è un padre, che si è materializzato alla porta di Leo da chissà dove, dopo secoli che non lo vedeva e che ama farsi chiamare Dustin, come Hoffman, e porta sempre un guaio. C’è un editore un po’ sconclusionato in cerca di motivi per far fuori la suocera per il suo futuro, noiosissimo, libro, e sua figlia, ragazza altezzosa e un po’ scostante. Ci sono gli amici di Leo che però non vede così spesso come vorrebbe. Ah! C’è anche la psicologa da cui va una volta a settimana.

Tutto gira attorno a lui in un vortice da cui rischia di farsi risucchiare. Eppure Leo, pur decidendo di mettersi in gioco con gli affetti, non si concede mai del tutto, lasciandosi sempre una via di fuga. Non è una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi cari, ma solo il rifiuto di essere il “principe”, tipico stereotipo del ruolo maschile, scegliendo di essere se stesso. Un uomo che come, dicevo su Ultima Voce, ci piace stando alle tendenze degli ultimi tempi. E qui aggiungo, il “tipo” d’uomo che è diventato un po’ il modello su cui vengono disegnati gli eroi ma anche gli anti-eroi di molte serie tv. Ma di questo riparleremo in recensione. Nel frattempo vi faccio leggere l’antefatto, che spiazza un po’ dopo tutto quello che vi ho detto, ma che io ho trovato molto divertente.

Buone letture, 
Simona Scravaglieri

Quasi un inizio 


Uno dei vantaggi d’essere stato bambino negli anni Ottanta è che i gusti del gelato erano pochi, scegliere era facile. 

Ho nove, dieci anni al massimo. Dietro al bancone, Augusto con fare diretto chiede: «Due o tre palline? La panna è a parte». 

Mia madre sta alcuni passi indietro, parla con un’altra signora. Lei non ama il gelato e non ama le creme. Tutt’al più i gusti alla frutta, perciò mi devo sempre accontentare delle confezioni fragola e limone del supermercato. 

Ora però ha ceduto ai miei capricci. 

Ora la scelta spetta a me. 

Augusto si passa da una mano all’altra il cono da duemila lire. Quello grande. Quello da tre gusti. 

Guardo le vaschette di metallo, in cerca dell’abbinamento migliore, non vorrei sprecare questa occasione. 

Mi sento toccare leggermente su un braccio e mi volto. 

«Che c’è, non sai decidere?» 

Mi puntano due occhietti sconosciuti, azzurri e curiosi, che quasi mi allontanano. Penso alle calamite che si respingono. «C’è sempre un nord e un sud nella stessa calamita» ricordo di aver sentito a scuola. 

«Vuoi che ti aiuto?» insiste la bambina sorridendo, vedendomi incerto. «Altrimenti Augusto alla fine si arrabbia.» 

Mi pare una buona soluzione. Non so perché ma ho la sensazione che qualsiasi cosa avesse proposto mi sarebbe parsa una buona soluzione. 

«A me piacciono il cioccolato e il pistacchio» dice. «E a te?» 

Mai più sentito dire così bene la parola “pistacchio”. 

Non so che sapore abbia, però. Rispondo «fragola» per non sembrare del tutto muto. 

«Allora è deciso.» 

Augusto non se lo fa ripetere due volte. Affonda la paletta d’acciaio e modella tre palline perfette. Ora sembra che abbia in mano direttamente l’insegna del negozio che campeggia fuori: una rosa, una nera, una verde. 

Me lo porge con un fazzoletto intorno al cono. 

Io e la bambina restiamo per due secondi indecisi sul da farsi. Non so se ringraziarla, andarmene o offrirle un assaggio. 

«Leooooo…» sopraggiunge mia madre. «Ma cosa hai preso? Meno male che c’è un po’ di fragola almeno…» 

Un attimo dopo arriva anche l’altra donna e posa una mano intorno alle spalle della figlia. 

«Tu non prendi niente?» le sussurra quasi all’orecchio. 

«Magari ne mangerà un po’ da lui visto che ha preso gusti… Ma quando mai ti è piaciuto il pistacchio?» 

E stringe le spalle. 

La bimba non si fa pregare e improvvisamente dà un morso. 

«Ti stava cadendo…» avverte «devi sbrigarti a mangiarlo, se no si scioglie.» 

Poi ci sediamo tutti e quattro sulla panchina di fronte alla gelateria. Le mamme continuano a chiacchierare. Noi mangiamo il gelato, io dalla parte della fragola, lei dalla parte del pistacchio. 

Non diciamo nulla. 

Sono stretto tra lei e mia madre che parla, credo, di un aumento sul lavoro, ma ogni tanto butta l’occhio, più allegra del solito. 

Respiro uno strano senso di perfezione. 

Un po’ di pistacchio, un po’ di fragola. 

Dopotutto è stato semplice, considero compiaciuto. 

Se avessi anche soltanto intuito gli sviluppi successivi, mi sarei beato molto meno. Anni dopo, come sarei riuscito a mettere insieme pompelmo rosa e pistacchio di Bronte? Variegato alla nutella, che già di per sé con tutte le sue possibili sfumature ti ansia, e wasabi? 

Troppo complicato. 

Vacci oggi a prendere un gelato con una donna…

Questo pezzo è tratto da:

Consigli pratici per uccidere mia suocera
Giulio Perrone
Rizzoli editore, ed. 2017
Prezzo 18,00€


– Posted using BlogPress from my iPad

[Dal libro che sto leggendo] Derive



Fonte: SudOuest
Abbiamo trattato diversi temi dall’inizio dell’anno e ora è il momento giusto per l’attualità. Di questo autore vi ho parlato durante la fiera di Roma, Più Libri più liberi, e anche del libro. Cominciamo con il dire che non è un libro per animi deboli. Pascal è stato reporter di guerra e questi mondi, le abitudini, le credenze di cui parla le conosce e non per lontano sentito dire, ma proprio da testimonianze dirette.

Quando in fiera ho chiesto, se non pensasse che essere così diretto lo avrebbe penalizzato mi ha risposto che, in tutta coscienza, crede che questo shock serva a tutti. Serve perché dobbiamo essere in grado di capire che cosa significhi fare scelte del genere quando dietro non hai nulla più che il peggio che ti si possa prospettare. Tra male e peggio, in fondo, meglio il male, puoi sempre pensare di aver meno da risalire per vedere il mondo che invece ognuno di noi, vede normalmente senza guardarlo.

Quindi queste tre storie che si intrecciano a Villeneuve-Roi, vanno prese proprio così come vengono raccontate, ben sapendo che lasceranno un segno indelebile di un’esperienza vissuta attraverso le parole di un uomo che ha il dono di rendere questi mondi decisamente tangibili.
Ne riparleremo presto visto che è uno dei libri che devo ultimare di leggere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Virgil  


Era un’estate torrida. Perfino le rose andavano in cerca dell’ombra. Virgil non sentiva più le gambe. Le aveva tenute incrociate per troppo tempo una sull’altra, come la falce e il martello delle bandiere rosse della sua infanzia. 

Non aveva il coraggio di muoversi. Il cane, un bastardo grigio con i denti gialli, continuava a gironzolare lì attorno. Allungò cautamente la mano in cerca della cucciolata di topolini. Il tepore del loro pelo grigio lo consolò. Uno dei piccoli gli succhiò la punta del dito. Ne contò sei, più la madre. Il padre se ne era andato –come lui. 

Prima, in Moldavia, adorava i cani e detestava i topi. Ma da quando era arrivato in Francia molte cose si erano capovolte. 

Qui costruiva case e abitava all’aperto. Si spaccava la schiena per dar da mangiare ai suoi figli senza poterli abbracciare e faceva a meno delle medicine per regalare profumi a una donna di cui non ricordava nemmeno più l’odore. 

Chiuse per un attimo gli occhi e immaginò la grande pentola di boršč cuocere a fuoco lento nella cucina del piccolo villaggio di Torjeuci. Oltre i vetri appannati, il pergolato faceva ombra a un minuscolo pezzo di giardino. Quella visione gli riempì il cuore, ma non lo stomaco. 

Da due mesi ormai viveva rintanato in un buco. Una tomba lunga un metro e novanta, larga e profonda uno, scavata con le mani nel bel mezzo della foresta e ricoperta da un tetto di rami e foglie. 

Di giorno ci sotterrava le sue cose. Di notte ci seppelliva sé stesso. A nessuno sarebbe venuto in mente di andare a cercarlo lì, inghiottito dalla boscaglia, tra un tronco d’albero piegato dall’ultima tempesta e un groviglio di rami secchi. 

Il mastino sollevò la zampa, fece qualche goccia di pipì, la annusò e si allontanò con il muso sospettoso. Virgil aspettò alcuni secondi, poi si contorse, si afferrò i polpacci e li massaggiò a lungo. Il corpo gli faceva male come gliene aveva fatto il comunismo per più di trent’anni. Eppure, alcune mattine, quasi rimpiangeva l’immobilismo e la rigidità di un tempo. 

All’epoca, quanto meno, nessuno gli prometteva nulla, se non noia e mediocrità. Niente imbrogli sulla merce. Provava perfino una certa gratitudine nei confronti di quelli che erano stati i suoi aguzzini. Non offrendogli nulla, gli avevano dato l’essenziale: una volontà e un ottimismo senza limiti, che aveva acquisito a forza di resistere, di estirpare i paletti a cui volevano legarlo e di sottrarsi allo stampino nel quale in tanti si erano lasciati duplicare, per debolezza o per stanchezza, rinunciando così al sogno di una vita diversa. 

Lui non voleva rinunciare a niente. Meno che mai alla felicità di sua moglie e dei suoi figli. Si scontrava con regole, proibizioni, ingiustizie, favoritismi, nella speranza di trovare, un giorno, la sua via di fuga –come una mosca che incomprensibilmente continua imperterrita a sbattere contro un vetro. 

Il comunismo aveva fatto di lui un bulldozer. Niente poteva fermarlo, né i muri né le frontiere, perché, pensava, di peggio non poteva esserci. Alla forza d’animo veniva ad aggiungersi un fisico fuori dal comune. E anche in questo caso, un bel brindisi al Partito. Il giovane stalliere, fragile e mingherlino, orfano di padre, spintonato e maltrattato, non esisteva più. Cinque anni nell’esercito a collegare condutture nel nord della Siberia a cinquanta sotto zero avevano fatto di lui un uomo massiccio, robusto e con la scorza dura. Girava le braci a mani nude e si chiudeva le ferite con il filo da cucito. Il suo corpo non aveva voce in capitolo; Virgil non lo ascoltava. 

Nessun carico era mai troppo pesante, nessun equilibrio troppo precario, nessun riposo necessario. Mascherine, calzature di protezione, guanti, tutto superfluo. Maltrattava, senza preoccuparsene, quello che era il suo unico capitale, convinto di potervi attingere all’infinito. 

Poi, una notte d’agosto del 1991, si era alzato il sipario sulla Moldavia. Fu come un bagliore improvviso dopo anni di tenebre. Virgil ricordava gli immensi falò che avevano incendiato il paese, le statue buttate giù con la forza delle braccia, i bicchieri traboccanti di cognac e speranza. Basta grigio. Davanti a loro si apriva un mondo a colori. Primi boccioli di libertà. 

Sua moglie Daria, sempre discreta, ballava sopra il tavolo con la gonna sollevata sulla pelle bianca e liscia, sottile come carta velina; dall’avvento del comunismo aveva pregato di nascosto per paura di essere denunciata alla polizia politica. Le tre gravidanze non le avevano lasciato nessuna rotondità, visto quanto si era ammazzata di lavoro in un’azienda agricola statale a stipare cavoli e patate sul retro di carri che poi sparivano chissà dove nella grande economia pianificata. A lei invece toccava un pezzetto di arida terra da rastrellare se voleva dar da mangiare ai suoi figli qualche rapa che loro trangugiavano alla velocità di una nidiata di passeri. 

Quella sera Nicolaï, il maggiore, aveva preso i bicchieri dalla credenza intagliata dal nonno, un compagno della prima ora, morto a un mese dalla disfatta rossa e seppellito in fretta e furia, con una pala, con gli ultimi onori del Partito. 

Cappellino al contrario, preferiva già Dr. Dre a Vladimir Il’ič. 

Vlad e Emil, i due figli più piccoli, bisticciavano per chi dovesse stappare l’ultima bottiglia di un pessimo champagne di kolchoz. La produzione successiva sarebbe stata frizzante, a immagine della vita promessa da Mircea Snegur, il nuovo presidente. Un comunista improvvisamente convertitosi al pluralismo, di quelli che non s’impantanano mai e vanno avanti anche con il fango alle caviglie. Si era appena imposto nelle prime elezioni libere alla testa del Partito democratico agrario (Pda) e tutti i moldavi credevano al suo cambiamento. 

Due anni dopo non crescevano più nemmeno le erbacce. Bisognava cercare tra le buche quello che rimaneva delle strade, nel paese mancava tutto, specie gli uomini, partiti a lavorare come bestie da soma nei cantieri d’Europa; quanto alle madri, alcune vendevano di nascosto i reni dei figli per pagare i debiti. Solo la mafia e Mircea Snegur andavano avanti a champagne. Per gli altri, il sipario era tornato a chiudersi sulle promesse di una ripresa, stroncando così ogni speranza. 

Virgil aveva capito che la felicità non avrebbe messo troppo presto radici in Moldavia. Meglio andare a cercarla altrove, intanto da solo, in avanscoperta. L’aveva promesso alla Madonna in salotto. E così a Daria e ai bambini non sarebbe mancato più nulla. Sarebbe andato alla ricerca della loro America. Contro i venti e le correnti.


Questo pezzo è tratto da:

Derive
Pascal Manoukian
66thand2nd, ed. 2016
Traduzione di Francesca Bononi
Collana “Bazar”
Prezzo 17,00€
– Posted using BlogPress from my iPad

"Fine turno", Stephen King – Se lo scenario conquista al diavolo il finale…

Fonte: Manuel Marangoni


Caro lettore che passi di qui, mi corre l’obbligo ricordarti che questa recensione è quella del capitolo finale della Trilogia di Hodges e conterrà sicuramente degli spoiler. Per cui, se non vuoi anticipazioni,  questa recensione non fa per te! Lettore avvisato, mezzo salvato!

Quasi non mi capacito di essere arrivata alla fine della trilogia! Non ci avrei mai messo la mano sul fuoco, almeno alla fine del primo libro. In parte perché “MR. MERCEDES“, il primo appunto, era stata un po’ una delusione, ma poi si era ripreso con “Chi perde paga“. Ora, “Fine turno” in linea generale mi è piaciuto anche se, tra i tre, io continuo a preferire più il secondo. Il problema di King è che ha del geniale ma che, questo suo talento, lo ammazza con questi tempi lunghi, dilatati e, a volte, anche un po’ annoiati. Mi si potrebbe dire che è “maniacale” riguardo i particolari e vi sentireste rispondere: “No, almeno non in questi libri”. 

Il problema è la scelta del particolare da approfondire che non va: hai un assassino, il quale stravede per indurre gli altri a suicidarsi, e dimmi perché, dammi un indizio, spiega la situazione… E invece no: Brady “è affascinato dalla magia di poter indurre qualcuno a suicidarsi” e basta. Che volevate altro? Accontentatevi! Perché leggere la trilogia? Per la precisione della costruzione degli intrecci che reggono anche se si leggono i tre libri in fila. Tempi, persone, dislocazione delle stesse, la crescita dei piccoli, i rapporti fra i grandi sono talmente perfetti che un errore non lo trovi manco se lo cerchi analizzando la trama più e più volte.

Brady che sembrava ridotto a vegetale, dopo il trauma cranico procuratogli da Holly, non è nello stato in cui tutti pensano che sia. In effetti, non si sa per quale motivo, riesce a fare cose che hanno dell’incredibile e, ad un certo punto, è in grado nuovamente di spostarsi, anche se non fisicamente, dal suo letto d’ospedale per poter commettere il colpo del secolo. In fondo vuole portare a casa ciò che ha già iniziato, ma si ritrova con mezzi che mai avrebbe potuto immaginare di avere e sopratutto che sarebbero difficilmente spiegabili ad una persona sana di mente. Nel frattempo ci sono una serie di morti inspiegabili con un’unica marca di consolle portatile dei giochi. Si dice che chiunque l’abbia ne rimanga stregato. E, Hodges sa che c’è qualcosa che non va… e torna ad investigare.
Che succederà? Lo dovete leggere da soli!

Ora il principio è: che seppur assurdo come tema da dimostrare, questo mezzo utilizzato da Brady alla fine diventa credibile, quasi giustificabile. Il problema è che, sebbene al tema del mezzo ad un certo punto sei in grado di dare una certa parvenza di plausibilità, manca tutto quello che c’è stato per arrivare all’utilizzo di quel mezzo. Quindi è un po’ come se King vi stesse dicendo che Brady fino a ieri era in ospedale ma ha imparato a buttarsi dalla finestra per cadere nel cesto di una mongolfiera che lo porta in giro nella città per ammazzare la gente. La prima domanda che ti fai è: ma la mongolfiera lì che ci fa? Chi ce l’ha messa? Possibile che nessuno se ne sia accorto? E come fa a non sfracellarsi Brady? Come ha imparato? E come fa dalla mongolfiera ad ammazzare le persone? Ad alcune di queste domande King risponderà ma a quelle basiche, tipo sul perché la mongolfiera è lì e su come ha imparato Brady a gettarsi, darà un accenno spiegando magari come fa a rientrare.

Questo modo di fare indebolisce l’insieme tanto che ogni tassello aggiunto sul passato, di cui accenna sporadicamente qui e lì, galleggia senza una reale concatenazione con quelli a cui si è accennato in precedenza. Ed è un vero peccato perché invece l’insieme dei tre libri tiene davvero bene. I personaggi che vanno e vengono, mantengono le loro caratteristiche come se i tre libri fossero in realtà uno solo. Quindi anche se si assentano e poi vengono richiamati a casa, anche se sono passati 4 anni, sono come uno si aspetterebbe di trovarli, cresciuti ma coerenti alla costruzione del loro personaggio iniziale. Quelli aggiunti sono altrettanto credibili e accurati. Le loro caratterizzazioni, di tipo del tutto americano, sono corrispondenti, in alcuni casi pure troppo, allo stereotipo del tipo di personaggio che impersonano. Hodges, è sempre se stesso, la polizia brancola sempre un po’ nel buio per lasciargli spazio d’azione e lo fa motivando in maniera plausibile la rinuncia all’indagine.

Il finale stavolta non è allungato anzi decisamente coinciso. Non è credibile fino in fondo solo perché ad un certo punto, quando tutto sembra perduto c’è una comparizione mal giustificata che fa tanto mi-serviva-qualcuno-che-salvasse-capra-e-cavoli, ma dopo tutta questa architettura costruita in maniera eccezionale e originale, sono disposta anche a perdonare questo a King.
Rimane il fatto che, guardando alla trilogia completa sono contenta di averla letta. Alla fine ho visto qualcosa di diverso dalle mie letture legate al genere e soprattutto ho scoperto alcune caratteristiche di King che non mi dispiacciono, tra cui la più importante è quella capacità di creare scenari e situazioni originali. 
Vediamo che succederà con i due libri che ho comprato proprio per questa caratteristica: The dome e Cell. Ne riparleremo!

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Fine turno
Stephen King
Sperling&Kupfer, ed. 2016
Traduzione di G. Arduino
Collana Pandora S&K
Prezzo 19,90€

Fonte: LettureSconclusionate

[Dal libro che sto leggendo] I falsificatori

Fonte: LettureSconclusionate

Ricordate che ieri vi dicevo che, forse,  sono fuori dal tunnel? Ecco, galeotto fu il libro trovato per puro caso e preso per lo stesso motivo, di oggi. “I falsificatori” esce nel catalogo Fazi nel 2010 e ritorna l’anno successivo con il secondo volume di saga “Gli illuminati”. Ha una trama da “acchiappo” come anche una scrittura decisamente scorrevole e l’attacco è decisamente intrigante.

Al mondo la “Storia”, quella che si studia nei libri di scuola, ha bisogno di un “aiutino”. Non che si possano raddrizzare tutti i passaggi precedenti, ma si può riqualificare il passato sperando di costruire un futuro migliore per tutti. E’ quella che sembra la mission del CFR (“sembra” perché sono quasi a metà e la storia si sta sempre più ingarbugliando!). Sliv, giovane neo laureato, trova quasi per caso il lavoro che aveva desiderato dove può applicare i suoi studi in geografia, avere un buon stipendio e viaggiare. Ma già alla prima missione, c’è qualcosa che stona, poi un refuso che si ripete nei resoconti, un rapporto consegnato da Eriksson che svela un mondo che non pensava esistesse e la scoperta del CFR. Non serve dire altro!

Quello che mi affascina probabilmente di più, è questa grande ipotesi su cui si basa: per cambiare il futuro dobbiamo cambiare il passato. L’insieme dei personaggi e delle situazioni crea questa “condizione” in cui l’unico modo per il quale l’umanità possa evolvere è proprio basato sul suo rapporto con il passato e che, la falsificazione, che ci è comunque nota – quindi non è una situazione così astrusa- sia nel bene che nel male, possa inficiare,attraverso la leva del secolo, “l’opinione pubblica”, su situazioni in divenire modificando il corso della storia che stiamo costruendo. Le spiegazioni di Bello, attraverso le riflessioni dei rappresentanti del CFR gettano sicuramente nuova luce e anche più di un’ombra nella percezione della notizia e nella considerazione della “memoria mondiale”. 

Nonostante tutti i riferimenti indicati in seconda di copertina: Borges, Dick e Le Carré (di quest’ultimo so poco e nulla!) suppongo che quest’idea nasca anche da un fatto reale, ovvero la burla del secolo di Pierre Plantard che, per evadere dalla sua vita insignificante, con l’aiuto di uno storico e di un presentatore radiofonico si inventò il “Priorato di Sion”. Riuscì a portare le carte di questa dinastia di “tenutari del segreto del Graal”, in cui figuravano personaggi di spicco della cultura, dell’arte e della scienza, nella Biblioteca di Francia. Il fatto che fossero stati ritrovati lì, diede a loro il certificato di autenticità e, finché non fu scoperta la truffa, tutto il mondo si interrogò su questo Priorato. Ancora oggi, grazie anche a Dan Brown e al suo “Il codice da Vinci”, ci sono molte persone convinte che il Priorato esista e che Plantard abbia solo svelato la verità.

Questo non significa che “I falsificatori” siano sullo stesso livello del libro di Dan Brown, in questo caso sembra che l’autore abbia necessità di essere il più possibile preciso nell’elencare verità storiche e per giustificare  le modifiche delle stesse. Ma tanto ne riparleremo in recensione! Intanto che riflettete, vi lascio le prime pagine di questo libro davvero spettacolare e vado a leggerne un altro po’ anche io!
Buone letture,
Simona Scravaglieri



PARTE PRIMA

Reykjavík 

Uno

«Congratulazioni, giovanotto», disse Gunnar Eriksson mentre firmavo il contratto di assunzione. «Ora è uno dei nostri».
Io infilai la mia copia del contratto nella borsa a tracolla rallegrandomi ancora una volta della piega che avevano preso gli avvenimenti negli ultimi tempi. Quindici giorni prima, ero stato sul punto di accettare una proposta che avrebbe fatto di me il vicedirettore export ci un conservificio di Siglufjörður (1.815 abitanti, orsi esclusi). Il reclutatore  aveva decantato il dinamismo del settore e le prospettive di carriera, aggiungendo che il misero stipendio non avrebbe dovuto preoccuparmi, visto che le occasioni di spanderlo erano praticamente inesistenti.
Mia madre e la responsabile dell’ufficio di collocamento dell’università di Reykjavík, presso la quale mi ero laureato, mi avevano consigliato di accettare un’offerta che, a loro avviso, avrebbe potuto non ripresentarsi a breve. Va detto che, nel settembre 1991, il mercato del lavoro non offriva molto a un laureato in geografia di ventitré anni. La prima guerra del Golfo aveva gettato l’economia mondiale in una grave recessione e le imprese assumevano più volentieri esperti in ristrutturazione che non geologi o cartografi.
Per mia fortuna, la mattina del giorno impostomi come limite per prendere una decisione, mi ero imbattuto in un annuncio che sembrava scritto per me.
«Centro di studi ambientali ricerca project manager. Si richiede laurea in geografia, economia o biologia. Prima o seconda esperienza. Sede: Reykjavík. Disponibilità agli spostamenti. Retribuzione interessante. Inviare curriculum vitae a Gunnar Eriksson, direttore delle operazioni, studio Baldur, Furuset & Thorberg».
Deciso a coglie l’occasione, avevo portato di persona il curriculum all’indirizzo indicato. Con mia grande sorpresa, la receptionist aveva chiamato Gunnar Eriksson, che si era offerto di ricevermi immediatamente. Io avevo accettato di buon grado, scusandomi tuttavi per la mia tenuta, poco adatta a un colloquio vero.
«Bah», mi aveva risposto Eriksson invitandomi a seguirlo, «me ne frego della sua tenuta come della mia prima aurora boreale».
Un’affermazione tanto più sorprendente in quanto veniva da una persona che prestava molta attenzione al proprio abbigliamento. Non avevo mai visto nessuno così ben vestito e , al tempo stesso, così trasandato. Mi dissi che, se mai un giorno mi fossi potuto permettere delle camice firmate, avrei evitato di portarle fuori dai pantaloni.
Eriksson mi aveva condotto nel suo ufficio. A Giudicare dalla splendida vista sul porto di Reykjavík, la carica di direttore delle operazioni non era una semplice onorificenza. Pannelli perlinati, luci riposanti, un morbido tappeto e persino un caminetto: tutti emblemi del lusso islandese. Eriksson si era seduto su un’elegante poltrona di cuoio color cioccolato sapientemente invecchiato.


Questo pezzo è tratto da:

I Falsificatori
Antoine Bello
Fazi editore, Ed 2010
traduzione di Lisa Crea
Prezzo 19,50€